Il Signor Fenicottero

(di Isabella Gavazzi)

C’era una volta, nei pressi dei grandi laghi africani, uno stormo molto numeroso di fenicotteri rosa. La loro vita gravitava intorno ai grandi bacini di acqua dolce: pescavano il buon pesce che lì viveva, facevano lunghe passeggiate sulle spiagge sassose e riposavano nei pressi degli affluenti, dove erano presenti delle pozze basse stagnanti e un flebile vento fresco a raffreddare le calde notti estive. Costruivano dei nidi con ciuffi di erba morbida su tronchi bianchi lasciati dalle piene, in modo da rimanere asciutti e puliti.

Il capo del gruppo era il Signor Fenicottero, molto fiero, con un cilindro nero e un paio di piccoli occhiali dalle lenti rotonde sul becco. Non era il più anziano, ma di certo il più dotto di tutti.
Era lui che li guidava durante le migrazioni, che lanciava il segnale d’allarme all’arrivo delle iene e che istruiva i piccoli.
Tutti si sentivano in dovere di seguirlo, intelligente com’era. Il suo giaciglio era sul tronco più alto, in modo da poter osservare tutti i suoi compagni.

Un giorno accadde che il Signor Fenicottero si ferì ad una zampa mentre volava quasi raso terra durante un’esercitazione di fuga: gli faceva molto male e continuava a ripeterlo pur di avere l’appoggio di qualcuno.
«Oh il mio povero arto, rimarrò mutilato a vita!» sussurrava al passaggio di ogni fenicottero.
Tutti lo ignoravano, non capendo il significato della parola “arto” e “mutilato”.
«Ma cosa ha detto il Signor Fenicottero?» chiese un piccolo nato da qualche mese.
«Non saprei, forse non ha digerito il pesce.» gli rispose la madre, con il padre a lato che annuiva.

Arrivò il crepuscolo, il lago divenne una superficie arancione screziata di giallo e tutti si preparavano per andare a riposare: tutti tranne il Signor Fenicottero, che continuava a camminare per far vedere quanto gli facesse male quel piccolo graffio.
Comparve la Luna, grande e maestosa, contornata da migliaia di stelle. Il Signor Fenicottero provò a coricarsi, ma la zampa gli faceva male: così si alzò e, per trovare un po’ di frescura, camminò nelle basse pozze stagnanti. Appena trovò un punto con il suolo morbido si fermò, tirando su la gamba malata e si addormentò.

Nel frattempo sui bianchi tronchi decine e decine di fenicotteri cominciavano a preoccuparsi, non vedendo più il Signor Fenicottero.
Guarda a destra, guarda a sinistra ma nulla. I maschi si alzarono in volo e iniziarono a perlustrare il lago simile ad uno specchio; nel frattempo le femmine rassicuravano i piccoli.
Si alzò un grido:
«L’ho trovato, venite!»
Tutti si precipitarono nel punto da cui proveniva l’urlo, rimanendo sbigottiti nel vedere il modo in cui dormiva il Signor Fenicottero.
«Se lui dorme così, allora anche io farò in questo modo.» disse un fenicottero maschio in prima fila: immerse le sue zampe palmate nei pochi centimetri di acqua, alzò uno dei due arti e appoggiò il lungo collo vicino alle ali.
Uno ad uno tutti fecero allo stesso modo, riempiendo in poco tempo le pozze lì vicino.

Arrivò l’alba e il Signor Fenicottero, animale molto mattiniero, si svegliò, si stiracchiò un momento e aprì gli occhi: era completamente circondato da fenicotteri che dormivano esattamente come aveva fatto lui la notte precedente.
Uno vicino a lui si svegliò e gli disse:
«Abbiamo visto che dormiva in questo modo ed essendo lei il più intelligente di tutti sicuramente l’ha fatto perché faceva bene alla nostra salute.»
Il Signor Fenicottero era incredulo e, cogliendo la palla al balzo, disse:
«Certo che è per il vostro bene, così non vi si piegano le penne e non vi fanno male le ali.»
Da quel giorno tutti i fenicotteri dormirono in quel modo, spinti dalla volontà di imitare la loro guida in parte per ignoranza, in parte – coloro che se ne erano accorti – per riconoscenza nei confronti di colui che, pazientemente, li aveva protetti e ascoltati.

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.

 

Carta

Adesso che l’acqua aveva preso i colori del giorno e il cielo era tornato sereno, neanche ci s’immaginava il temporale e lo scompiglio portato fra le strade giusto qualche ora prima.
Attento a non fare rumore s’alzò dal letto e si mise seduto sul bordo; si girò e lanciò un’occhiata veloce alle proprie spalle. In punta di piedi andò verso le persiane di legno. Guardò fuori: il porticciolo era tutto un gremire di barche. Di sotto un cameriere passava con delle teiere sopra un vassoio d’argento che brillava come le pance all’insù delle trote galleggianti fra i legni e la banchina. Sulla sedia fuori nel balconcino, attaccata alla ringhiera, c’era la borsa di pelle che aveva posato il giorno prima. La prese e la mise sulla scrivania, vicino alla televisione. Era ancora umida.
Coprendosi lo sbadiglio con una mano si fissò sulle gambe della moglie che gli stava accanto: i piedi uscivano dal lenzuolo stropicciato, e pure le caviglie, le tibie, le ginocchia. Anche le cosce. Guardandole pensò a come il bastardo gliele avesse prese, in che modo le avesse afferrate, se dai glutei all’ingiù o subito stringendole attorno alla vita. Poi gli venne nausea e cercò nella stanza qualcosa a cui aggrapparsi. C’era il cartello Non disturbare fuori dalla porta; sempre adagio adagio lo tirò dentro, sulla maniglia interna.
Nel silenzio, appena interrotto dal ding dei cucchiaini contro le tazze sulla terrazza, tornò nel letto e cercò di dormire per far venire le nove.

Aprì gli occhi che erano le otto e mezzo o giù di lì. Si alzò di nuovo a scostare le tende: nella stanza entrava una chiara luce azzurra; azzurro il lago e la linea appena visibile di Sirmione, sull’altra sponda.
Se ne stava lì fermo, sull’uscio della finestra, con aria indecisa sul da farsi. Gli era venuta voglia. Quell’ultima dormita gli aveva fatto bene, l’aveva aiutato a liberarsi da certi pensieri. Guardava il corpo mezzo scoperto della moglie. Era sicuro d’aver agito con maturità, d’aver pensato a ogni cosa. In fondo anche la dottoressa gliel’aveva detto: “Portare via sua moglie per qualche giorno non potrà che farla sentire meglio”. Però aveva anche detto che nel giro di poco tempo si sarebbe ripresa, invece erano passati sei mesi. Sei mesi (diamine!).
“È stata solo sfortuna” aveva detto. “Le stia vicino” aveva raccomandato. “Una grande sfortuna” ripeté. “Basta un incontro sbagliato e…”
I minuti passavano. Ormai era completamente sveglio, e aveva una gran voglia.
Vinto dall’impazienza puntò le ginocchia sul letto e si curvò verso di lei, prima accarezzandole la testa, poi scuotendole le braccia. Quella fece un gran sospiro e si strofinò la faccia come a levarsi il sonno dagli occhi.
– Ma che ora è? – disse con un filo di voce
– Quasi le nove – le sussurrò con la bocca sulla guancia. – Dài, alzati. Mi hai detto alle nove ieri, e sono le nove adesso.
– Ma non ce la fai mai a dormire tu? – gli rispose girandosi verso di lui. -Sembri un bambino.
Abbozzò un sorriso e le diede due baci rapidi sul collo; poi col corpo quasi la sovrastò.
– Che fai? – chiese sempre con voce secca.
– Niente. Sta’ tranquilla – disse, mentre con la mano saliva su per la schiena fino a sentire i ganci del reggiseno.
– No, aspetta – disse lei.
– No, no – ripeté lui per gioco, sforzandosi d’essere divertente. Allora dal collo cercò le sue labbra. Quindi iniziò a sfregarsi fra le gambe nude.
– Fermati, fermati!
– Fermati un corno!
Poi gli afferrò la testa e lo allontanò.
– Ma che cazzo! – fece lui a sentirsi prendere da una cosa, un calore che gli saliva su per il petto;
e se lo ricoprì in quattro e quattr’otto insieme alle gambe e pure al resto. Lei gli stava dietro. S’era rannicchiata con la testa sul cuscino; pareva un amalgama con le lenzuola accartocciate, messa così com’era: un po’ coperta e un po’ no nel letto in disordine.
Andò dritto in bagno a lavarsi la faccia. Passava le dita sulla pelle del volto come se volesse tirarla via. Lo fece per almeno cinque o sei volte, fino a quando arrivò a bagnarsi anche i capelli. Poi rimase fermo qualche secondo davanti allo specchio a guardarsi mentre respirava profondamente con le braccia puntate sul marmo del lavabo. Uscì e prese la borsa, rimanendo all’in piedi, con la schiena poco piegata verso il basso della scrivania: le pratiche s’erano quasi tutte deformate a causa dell’acqua che aveva penetrato la pelle. Le tirò fuori con delicatezza. “Merda” fece fra sé, e scosse la testa.
– Hai visto che ho fatto? Sono stato un idiota- disse alla moglie. – Un idiota ­– ripeté. – Questo è perché si hanno tante cose per la testa e…­– e nel dirlo alzò braccia e sopracciglia con espressione divertita e rassegnata insieme. Lei non rispondeva; lo guardò un attimo, poi si coprì e chiuse di nuovo gli occhi. Sotto al lenzuolo formava come una valle.
Con la mano chiusa batteva cercando di far tornare alla normalità quel mucchio di fogli sgualciti: dai pugni passava ai palmi tentando di stendere le gobbe, le pieghe ché ormai rimanevano, e così insisteva, e quelle restavano, allora ci riprovava, inutilmente, ancora…

di Andrea Lionetti