Sul senso della storia

(di Andrea Lionetti)

Di fronte alla battaglia di Gaugamela, all’incoronazione di Carlo Magno, alla redazione della Bill of Rights, all’atomica su Hiroshima e a migliaia di altri fatti nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi la storia. Ma alla domanda “che cos’è la storia?”, come spesso accade davanti a quesiti dello stesso tipo, inerenti a parole e concetti che abitualmente usiamo, non c’è studente che non dimostri almeno un minimo di titubanza prima di azzardare una risposta, qualunque essa sia.

Eppure esiste un’altra certezza da cui partire: la storia (e la storiografia) è nata in Grecia, nella seconda metà del V secolo, quando un greco di Alicarnasso decise che “le imprese meravigliose compiute sia dai Greci sia dai barbari” non rimanessero prive di fama.
Che la storia sia un’esposizione di fatti conseguente a una ricerca condotta con una ben precisa serie di metodi è ormai assodato da secoli. Ne era persuaso Erodoto, non da meno furono i suoi successori, in particolare Tucidide, il primo autore della storiografia occidentale a interessarsi di fatti a lui contemporanei, la guerra del Peloponneso.
Basterebbe questa definizione, per quanto esaustiva, a colmare la vastità del problema?
Si provi a rispondere con un’altra domanda: perché questa esigenza di raccontare? Erodoto tace a riguardo, probabilmente non aveva bisogno di pronunciarsi su un argomento ormai chiaro e assimilato da una riflessione secolare posta alle sue spalle. Ciò che gli importava era mettere sul piatto l’obiettivo del suo lavoro (le imprese dei Greci e dei barbari) e i metodi usati nel suo laboratorio di storico.

Nell’incipit delle sue Storie c’è una parola che sfugge alla nostra attenzione, perché piuttosto ovvia ai nostri occhi, e spesso legata a contesti culturali avvilenti: “fama”.

La fama, o la gloria, era per i Greci una cosa seria: nell’Iliade è la forza che tutto muove, nell’epitafio di Tucidide che lo storico attribuisce a Pericle è la ricompensa per aver servito Atene nel migliore dei modi, perdendo la vita, o sacrificandola in battaglia, per meglio dire.
È la morte che la gloria tenta di sconfiggere, senza riuscirci dice Achille ormai cadavere, nell’Ade, in uno dei passi più commoventi dell’Odissea. Nella celebre orazione di Pericle, tutta protesa verso un’immagine idealizzata della democrazia ateniese, l’illusione riprende vita, fino a quando la polis uscirà devastata dallo scontro con Sparta, e umiliata dall’esperienza tirannica dei Trenta.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con le ragioni dietro alla ricerca e alla narrazione storica?

La scelta di citare Omero e poi uno storico, Tucidide, non è casuale.

La storia e la poesia hanno la stessa matrice, entrambe sono figlie della presa di coscienza della nostra condizione, della precarietà dell’esistenza che ci ha condannato alla memoria. Come scrisse il Mazzarino: “il pensiero storico dei Greci si connette anche con la loro poesia, in un certo senso è nato come poesia”.

Le imprese su cui si tace muoiono, e questo valeva sia per Omero che per Erodoto. Vogliamo ricordare. Dobbiamo ricordare, perché non c’è scelta. La memoria è lo strumento che poesia epica e storiografia hanno usato fin dal principio per andare contro il tempo, per contrastare la sua opera di corrosione. Lo scorrere del tempo, le trasformazioni che esso implica (il “divenire” dei filosofi), fanno in modo che le cose nascano e tramontino, per sempre. La straziante consapevolezza che tutto ciò implica è per l’Uomo fonte di angoscia e di forza. Non essere indispensabile ma voler vivere, e la ricerca del senso diventa così menzogna o del tutto inutile, a seconda delle prese di posizioni che si tendono a occupare.
Settantamila anni dopo le prime manifestazioni del ricordare, i riti funebri europei del Neanderthal, ingiustamente discriminato per il suo aspetto, capace in realtà di complessi comportamenti simbolici, guardando negli occhi “la catastrophe irrémédiable” ­ – come l’ha definita il filosofo francese Edgar Morin – abbiamo elaborato un nuovo sistema fondato sulla memoria: la narrazione, prima nella forma dell’esametro epico, poi in quella della prosa.
La storia non è quindi un insieme di date e di fatti da memorizzare, non solo quello, almeno, ma è il frutto di un’esigenza profonda, tanto nel tempo quanto nella dimensione umana. Spesso diciamo (e ne siamo convinti) che Dio è morto, che nulla ha più senso, eppure ci ritroviamo sempre qui, alla ricerca di quel senso o di tutto ciò che ne provi l’assenza, secondo la sensibilità di ciascuno. Forse venire al mondo, venire dal nulla, è un atto del tutto casuale e privo di significato, ma una volta qui non ci resta altro da fare che ricercare, “historìai”, appunto.

(L)Ode alla metropolitana

(di Isabella Gavazzi)

Sotto i nostri piedi
Passi silenziosa,
attraversi la citta
portando pendolari,
bambini,
vecchi,
giovani,
turisti,
disoccupati

Insomma:
Porti tutti quelli che entrano.

Sali
Scendi
Spostati
Siediti
Alzati
Prego
Mi scusi
Si figuri
Insulti

Rumori
Tanti rumori
A volte troppi rumori
Metti le cuffie
Le cuffie non bastano
Rispondi al telefono
Urli
Sguardi perplessi dei vicini
Cade la linea
Speriamo non si sia fatta male.

La gente
Una marea di gente
Ci si potrebbe fare uno studio sociologico.
Personaggi caratteristici:
anziana a cui devi lasciare il posto
anziana che si offende se le lasci il posto
Anziano bilioso
Anziano cordiale che vuole parlare con qualcuno che respiri
Madre con quattro figli che piangono
Turisti che sbagliano la fermata
Fattorini con bici annessa
Coppia di innamorati
Coppia di innamorati spudorati
Signora di mezza età che inveisce contro i sopra riportati
Gruppo di giovani ubriachi
Tu che leggi ora
Mendicanti.

Questi ultimi divisi in:
con cane
senza cane
senza arti
con bambini
con strumenti.

Il tempo passato su di te pare infinito:
Devi fare due fermate
E ti trovi nel nulla,
fermo,
senza aria
e pure in ritardo.

Sei convinto che sia il mezzo più veloce
Ma capita uno sciopero.
Così scopri che Missori e Duomo
Distano meno di 200 metri.

Sempre a criticarti:
sei sporca
sei piccola
sei in ritardo
sei calda
sei fredda
ma poi tutti ti usano.

Grazie metro
Grazie per aver temprato i miei timpani
Grazie per aver rinforzato il mio sistema immunitario
Grazie per avermi reso paziente
Grazie per aver ispirato questo breve componimento,
che di sicuro non ti rende il giusto merito.

Grazie Roma…
Pardon, Grazie metro.

(L)Ode alla metropolitana.

Bónus, poesie da supermercato.

(di Monica Frigerio)

I’m all lost in the supermarket cantavano i Clash alla fine degli anni ’70. Chissà cosa direbbero adesso se, per esempio, un sabato pomeriggio si trovassero nella ridente cittadina di Arese a passeggiare per i corridoi del centro commerciale più grande d’Europa…

Purtroppo Joe Strummer non è più in circolazione per raccontarcelo, però a farsi portavoce dell’alienazione da centro commerciale ci ha pensato Andri Snær Magnason, poeta islandese che in realtà in vita sua ha scritto un po’ di tutto, da drammi a romanzi e canzoni.

Nel 1996 ha pubblicato per la prima volta la raccolta di poesie qui presentata, che in Italia è comparsa solo quest’anno per Nottetempo con un titolo a prova di marketing: Bónus (con il 33% di poesie in più).

Bónus è la catena di centri commerciali più famosa in Islanda, ci piacerebbe pensare che in quel paese non ci siano altro che prati e pecore, qualche casetta qua e là, al più dei geyser a ravvivare ogni tanto l’atmosfera, e invece no, i supermercati sono arrivati anche lì e Andri Snær Magnason ha ben pensato di dedicargli una raccolta di poesie che nella loro semplicità e immediatezza trattano in maniera del tutto originale temi legati alla nostra contemporaneità.

L’Islanda è un paese di forti tradizioni culturali, ormai si è scritto poesia su tutto e su tutti, ci dice l’autore nella Prefazione, tant’è che persino la più sperduta delle fattorie è diventata almeno una volta oggetto di un poema. Ancora niente però sui supermercati e le storie che si dipanano tra i loro corridoi, niente sui loro prodotti disposti sugli scaffali come fossimo nella Commedia dantesca, il Paradiso nel reparto frutta e verdura, l’Inferno là dove c’è la macelleria e il Purgatorio tra i prodotti per l’igiene e la pulizia.

Perché, continua l’autore, esistono i succhi Bónus, la coca Bónus, il prosciutto Bónus e così via e non esiste anche una poesia Bónus?

Domanda legittima in questi tempi di capitalismo sfrenato. Ed ecco confezionataci una poesia realista capitalista, per l’appunto, che ci infila nel carrello il meglio dei vizi capitali: gola, lussuria e un pizzico di avarizia.

Ciò che colpisce di più delle poesie di questa raccolta è il fatto che siano poesie a’rebours, che vanno nella direzione opposta di ciò che normalmente si potrebbe considerare poetico, addirittura una vera celebrazione del mercato. Siamo abituati a poeti che si schierano contro, Magnason decide di farne parte, di vendersi. Lui non vive nel glamour di Parigi o New York, non può essere uno-di-quei-poeti, vive in Islanda, ai margini di un parcheggio da cui si intravede l’insegna Bónus, l’unica cosa che può fare è cantare ciò che lo circonda, reclamare la propria terra.

È chiara la lettura ironica di qualcosa così posto, ma il pregio dell’arte è rivoltare le cose più e più volte e, si spera, far sorgere qualche domanda, dunque il sottostrato ironico è indubbio, ma si vuole anche ragionare sulla scontata, a volte supponente, superiorità dell’uomo d’arte rispetto a quello comune. Magnason va dal proprietario della catena Bónus e questo signore, tal mister Jóhannesson, gli fa firmare lo stesso contratto che sottopone ai produttori di succhi di frutta. La poesia diventa anche un momento per interrogarsi, per chiedersi se io, produttore di versi, sono in fondo così diverso o migliore di un produttore di succhi di frutta?

Altra riflessione è sul cambiamento negli anni della relazione tra uomo e natura e come i supermercati siano diventati ormai il medium di tale rapporto. Un tempo la natura forniva all’uomo tutto il necessario nutrimento, gli era indispensabile alla sopravvivenza, ora si trova tutto comodamente tra gli scaffali di un supermercato e ciò fa cadere in fondo ogni ragione davvero sensata dell’uomo di relazionarsi con essa. Giriamo per le campagne, facciamo su e giù da una montagna solo per sport, per intrattenimento, che probabilmente se ci vedessero i nostri bis-bisnonni riderebbero di noi.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feurbach, ai tempi dell’homo consumus Magnason l’ha messa in questo modo:

Nonno era al 70% acqua

Nonno era al 70% il ruscello

Che scorreva dai monti

Accanto a casa

[…]

Io sono al 70% acqua

Tutt’al pù al 17% San Pellegrino

Cui sono mescolati della Coca zero e del caffè

[…]

Si è ciò che si mangia

Sono un mondo in miniatura.

Sono un Bónus in miniatura.