Nine journeys through time

(di Federica Tosadori)

Alcantara e l’Arte nell’Appartamento del Principe
A cura di Davide Quadrio e Massimo Torrigiani
Dal 5 aprile al 13 maggio, Palazzo Reale
Ingresso gratuito
I dieci artisti: Aaajiao, Andrea Anastasio, Caterina Barbieri, Krijn de Koning, Li Shurui, Chiharu Shiota, Esther Stocker e Iris van Herpen, Zeitguised, Zimoun.

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo;
in alcuni esiste lei e io no;
in altri io, e non lei;
in altri entrambi.
In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia;
in un altro, attraversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere;
in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma
Il giardino dei sentieri che si biforcano – J.L. Borges

Più o meno all’altezza della quarta sala ci ho provato, a percepire il tempo. O meglio, ho tentato di non percepirlo, di disconnettermi, di perderne i legami che, nel bene e nel male, mi tengono ancorata qui. Per qualche secondo ho viaggiato nei ricordi: mio nonno, dove abitava, le estati, la mia migliore amica e quando andavamo a scuola insieme la mattina, il tatuaggio che ora sta per fare, il ragazzo che ho amato anni fa… tutto come fosse insieme in quell’istante, come se stesse riaccadendo, ma poi si allontanava. I suoni in quella sala, ipnotici, digitali, per un po’ mi hanno aiutato, a non stare nel presente. Ho anche tentato di finire nel futuro e prolungare i minuti. Beh, un esperimento. Ma non è colpa mia. È che la mostra Nove viaggi nel tempo, nella sua enigmaticità, ha risvegliato in me quella curiosità bramosa di rendere meno spaventoso il perdere tempo. Eterno ritorno, eterno presente, nostalgia e impossibilità di fermare e fermarsi. Pausa.

Nella sala successiva potevo camminare a piedi scalzi su un’installazione morbida, e in quella dopo ancora entrare in un cubo blu pieno di finestre e porte, in quella prima invece accarezzare una superficie di Alcantara setosa e diseguale. Ero sola. E questa cosa mi è piaciuta. Come se gli artisti avessero creato quelle opere solo per me: me le sono godute, come una bambina.

Alcantara è un tessuto, per chi non lo sapesse – io non lo sapevo. Quando ho chiesto ai miei colleghi se lo conoscessero mi hanno risposto: «Ma certo! È quel materiale che usano per ricoprire i sedili delle auto!». Questa informazioni mi è bastata, però non ha risolto il mio vero interrogativo: perché questi dieci artisti hanno usato proprio l’Alcantara per le loro creazioni? Forse non è una domanda lecita. I più saggi direbbero: perché l’azienda ne ha finanziato l’uso artistico. Io, che non mi sento saggia, preferisco rimanere nel dubbio, credere che ci siano motivi più profondi, che è meglio non conoscere. L’arte è un po’ libera di usare i materiali che vuole, no?

Ho comunque scoperto che l’esposizione è addirittura il terzo episodio di un ciclo di mostre che dal 2016 esplora le qualità di questa microfibra, e il rapporto con il tempo e lo spazio che, come i curatori tengono a sottolineare, scaturisce dal luogo: le stanze dell’Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Il passato, per noi s’intende, che ne è rimasto impregnato in rapporto con la Milano di oggi, con l’andirivieni di turisti che entrano ed escono da queste sale per poi tornare a casa, comodi sulle proprie auto rivestite di Alcantara.

Le opere rappresentate sono delle riflessioni: i fiocchi di Alcantara, l’origine che riguarda ogni essere vivente nella prima installazione Desiderio; la musica, il suono, il tempo che batte per 156 motori DC, cavi, scatole in MDF di 30x30x30cm; un abito scultura, il design della moda che sembra sempre arrivare dal futuro, un corsa al raggiungimento dell’essere fashion che non finisce mai per Indefinitamente estesa; tutti gli oggetti di uso comune delle nostre vite rivestiti in Alcantara pitonata, per l’opera Eden, che rappresenta il lusso onnivoro dei nostri tempi e dei nostri spazi; Riflessione di spazio e tempo, ancora abiti sculture bianchi intrappolati in una ragnatela nera, le gabbie in cui viviamo, forse; Oltre il giardino nucleare in due sale diverse, opere ispirate alla sintesi digitale che ci rappresenta; esplora la quarta dimensione, i regni dell’esistenza che oltrepassano la nostra coscienza il Tempio di reverenza per la conoscenza oltre la comprensione umana; e chiude il percorso l’Opera per Alcantara (sedia blu) che mette in scena la nostra percezione fittizia di tempo e spazio, una camera dentro la camera, fatta di finestre, porte, pavimenti e sedie rivestire di Alcantara blu, la spiritualità che ci riguarda come singoli, come se esistessimo noi soli, e ogni altro individuo fosse soltanto la nostra proiezione specchiata.

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

Cosalità

(di Federica Tosadori)

Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Ogni Cosa è Illuminata

Als Gregor Samsa eines Morgens…

Cigolando le mie pupille si illuminarono della luce bianca del giorno. Mancava qualcosa in quel biancore abbagliante, un calore mattutino, un sapore. Ogni risveglio è una nuova vita, diceva sempre mia madre, quando scendevo in cucina ciondolando, inseguendo quell’aroma denso di brioche al burro. Io sorridevo e non capivo, e nemmeno mi interessava. Quelle parole erano solo un mantra, semplicemente il buongiorno di una donna che morbida mi abbracciava con gli occhi ridenti e marroni. Era un ricordo che indelebile era rimasto incollato alle pareti del mio cranio e ogni mattina non potevo che riosservare quella scena, odorare nuovamente quelle parole, commuovendomi. Ma qualcosa era profondamente diverso in quel cigolio meccanico dei mie occhi, che come malati vedevano un bianco quasi accecante e nessun profumo di brioche nei miei pensieri. Il ricordo della dolcezza di mia madre era solo una cosa in mezzo ad altre cose:
l’Armadio
la Finestra
la Sveglia
il Tavolo
quel Sorriso
i Vestiti della Sera prima sulla Sedia
il Comodino
quel Burro armonioso dei suoi Occhi
il Tappeto
il Poster insignificante di un Ritaglio di Giornale
ogni Risveglio è una nuova Vita
la Collezione di Fotografie.
Solo cose tra le cose, così era fatto il mondo quella mattina. Un grande oggetto pieno di oggetti, inanimati e inconcludenti, duri e fissi, immobili. Provai a ruotarmi sul fianco destro cercando accanto a me quel qualcosa che mi mancava. Non c’era presenza umana. Le mie mani si muovevano lentamente lungo i fianchi, ma non riuscivo a sentirle. Cose tra le cose.

Iris doveva essersi già alzata e con ogni probabilità era in cucina a mangiare qualcosa di veloce prima di uscire di corsa a prendere il treno. Era sempre in ritardo; c’erano poche cose che mi irritavano più di quel suo perenne non essere mai in tempo. Mai al posto giusto nel momento giusto, sempre a rincorrere se stessa. Come si poteva vivere una vita così? Eppure quella mattina il mio cervello non formulò interrogativi del genere. Non mi importava di Iris, delle sue labbra sulla tazza bianca di caffè, dei suoi capelli spettinati, della sua corsa disperata verso lo studio, del suo impegnarsi al cambiamento che evidentemente non sarebbe mai avvenuto. Non provavo fastidio, non provavo niente. Avrebbe potuto essere un fantasma, un’entità invisibile, niente nelle pareti del mio cranio, nude dal ricordo di burro materno, mi avrebbe ispirato emozioni. Riuscivo soltanto a pensare, nell’immobilità dei miei movimenti, a come avrei potuto sciogliere quella stessa immobilità. Avrei richiuso gli occhi cigolanti e mi sarei rimesso a dormire, solo per risvegliarmi dentro una nuova vita. Ma non potevo prendere sonno finché non fossi riuscito a muovermi, e non potevo muovermi senza prima riprendere sonno. Cosa tra le cose. Lentamente mi accorsi di essere ormai definitivamente sveglio. La mia testa di piombo però non riusciva a staccarsi dal cuscino e la mia pelle liscia in modo innaturale pareva insensibile alla carezza delle lenzuola chiare. Cominciai a sentire degli strani rumori provenire dal fondo del letto. Era come un muoversi di ferro e metallo, meccanismi che riprendono vita dopo un lungo periodo di silenzio. Fui preso improvvisamente dal panico, unica sensazione davvero umana di cui mi ricordi in quella mattina, ma di fatto durò poco, molto poco, fino a quando non mi accorsi che si trattava dei miei legamenti cigolanti.

Cosa mi è successo? Formulai nel mio cervello scolpito alcune probabilità: ero stressato dal lavoro, da Iris, dalla vita intera; da quella città troppo stretta, dagli orari assurdi della fabbrica, dai ricordi frustrati di qualcosa che non era andato come desideravo. Era chiaro che fossi terribilmente stanco di tutto, stanco della solitudine pungente provata ogni sera prima di andare a dormire; e poi degli incubi inutili e dolorosi. Forse ci ero dentro, a uno di quegli incubi terribili, in cui insetti giganti e streghe maledette mi torturavano. Eppure intorno a me e nella casa tutta, non c’era nessuno, niente animali e streghe, solo io con un corpo immobile di ferro gelido. Doveva essere molto tardi ma io non potevo alzarmi dal letto per andare a lavorare. Passarono delle ore intere e vuote in cui i miei pensieri e le mie emozioni diventavano plastica; avevo come la sensazione di poterle inscatolare da qualche parte dentro di me, archiviandole e quindi dimenticandole. Un’insensibilità meravigliosa si impossessò di ogni mia singola particella, materiale e non. O meglio, ogni mia singola particella immateriale diventava sempre più calcarea, fino a che non mi parve di essere composto semplicemente da piccoli sassolini grigi, anaffettivi.

Non mi alzai da quel letto fino a quando Iris non tornò a casa. Sentii il suono tintinnante delle chiavi nella porta e mi sembrò infinitamente simile a quello che producevano le mie dita ogni volta che tentavo di muoverle. Lei si accorse subito che non ero uscito di casa. Corse in camera e spalancando la porta gridò, esprimendo una paura raggelante che ebbe il potere di prosciugare quelle ultime gocce di sangue che sentivo fluire ancora dentro di me. Ero diventato un automa perfetto, senza sogni, senza paure, senza cuore.
«Cosa ti è successo amore mio! Oddio! Sei bianco, sembri un cadavere! Stai bene? Ti prego dimmi qualcosa?» Si era fatta vicina al mio orecchio, alla mia pelle laminata. Mi accorsi che potevo parlare ancora, avrei potuto aprire le labbra e far scricchiolare la mia lingua ruvida a formulare parole. Avrei detto: “Sto benissimo, non mi importa di nulla, nemmeno di questa tua paura amorevole che solo ora sei riuscita a tirare fuori, ora che non sono più un essere umano e non mi serve più”. Ma non dissi niente perché non mi interessava, non era importante. E il tocco delle sue mani su di me non era che un fastidioso calore che mi impediva di cancellare gli ultimi ricordi di emozioni umane.

Passarono tanti giorni e tante notti senza che io ripresi mai più sonno o potessi provare a svegliarmi da quella situazione. Ero riuscito ad alzarmi dal letto e ora non avevo più voglia di sdraiarmici, abbracciando Iris nella notte. Solo desideravo stare in piedi davanti alla finestra, a osservare le altre mille finestre di quella città senza senso, senza provare rabbia o invidia per le vite degli altri. Mi muovevo piano e rumoroso in giro per la casa, con la consapevolezza di aver perso il lavoro, di aver perso ogni cosa, ogni amico, ogni gesto della mia precedente vita umana. Ma nulla mi toccava o mi faceva male, solo ogni tanto mi pareva di sentire quel profumo di burro nella periferia del mio cervello. Quello pseudo ricordo mi riattivava qualcosa, qualche meccanismo ancora morbido di carne. Ma sostanzialmente niente cambiava e il tempo passava senza che io sentissi la pesantezza della noia, il vuoto nero in cui spesso prima cadevo nauseabondo.

Iris era diventata uno straccio magro e grigio. Usciva di casa prestissimo al mattino e tornava sempre più tardi, sempre più al buio. Si infilava sotto le coperte senza nemmeno passare dalla cucina o dalla doccia e si addormentava piangendo. Al mattino appena apriva gli occhi mi osservava nel terrore puro e lentamente capii che mi odiava in un modo così vero che arrivai a comprendere, nella mia mente di macchina, che niente di quello che era stato tra noi poteva essere più autentico di quel sentimento così categorico e definitivo. Ma io soltanto lasciavo scorrere ogni cosa della vita rosa e delicata di quell’essere microscopico che occupava uno spazio tra le stesse quattro pareti ben note.
Quando Iris una sera non tornò più a casa mi resi conto che la mia trasformazione in cosa tra le cose era giunta davvero al termine. Camminai per la casa nel silenzio e nel buio più profondo, totalmente vuoto e insensibile a ogni oggetto: le tazze della colazione di giorni nel lavandino, con le loro tracce di biscotto molliccio, la spazzatura piena di carte e avanzi di cibo non mangiato, il divano rosso su cui giaceva inerte il libro che stavo leggendo prima di tutto questo, il letto disfatto senza vita, e ancora la collezione di fotografie di sconosciuti in cui troneggiava la figura di una donna impellicciata che non potevo davvero sapere chi fosse. E io, bambola meccanica abbandonata, senza sbattere le ciglia mi sedetti cigolando su una sedia bianca fredda di insignificanza, e immobile mi fissai lì, guardando il nulla davanti a me e sentendo il nulla dentro le mie ossa rigide di metallo.

Tutto ciò che segue è frutto delle mie estrapolazioni sulla realtà, perché un giorno smisi di percepire come dotato di senso qualsiasi tipo di linguaggio umano: Iris vendette quell’appartamento a una famiglia di borghesi allegri che non potevano nemmeno immaginare cosa vi fosse accaduto dentro. Così quando, con tutta la loro spensieratezza di famiglia felice, varcarono la soglia, ammutolirono nel vedermi nudo e fisso in un angolo della camera da letto, perdendo nel sempre di quell’attimo ogni gioia possibile. I bambini subito fuggirono nelle altre stanze terrorizzati, o almeno questo è il sentimento che parevano disegnare le loro bocche spalancate. La moglie, sul muro le sue spalle, iniziò a urlare, con due grandi occhi cupi di un azzurro azzardato, mi squadrava sperando di non essere a sua volta guardata. L’uomo di famiglia decise che il compito era suo. In pochi giorni mi ritrovai nel buio più angusto e infinito. Dei muratori, chiamati immediatamente, con la massima velocità e costanza mi avevano costruito una stanza intorno. Nessuno aveva potuto spostarmi: i miei piedi come radici ancorate al pavimento, ogni muscolo teso come corteccia di bronzo, mi rendevano pesante e inamovibile. Io, albero senza foglie e respiro, cosa tra le cose, metallico di ricordi e desideri inespressi, non ero più io, non ero più niente, solo un oggetto chiuso senza aria in un buco.

Adesso, dal nero, dietro alla vita degli altri, non faccio che ascoltare il suono dei giorni di chi di giorni di carne ne ha ancora. Non sento il tempo che passa e so che sono niente, che la famiglia di là ha dimenticato la mia assente presenza dietro ai mattoni imbiancati, sulle cui pareti saranno appoggiati quadri e foto e ritagli di fiori colorati. Solo ogni tanto un brivido strofina i miei interni di rotelle e meccanismi e mi pare di sentire come rabbia frustrata tutta l’aria di sole che non posso più respirare. Soffoco, soffoco per attimi lunghi e arrivo alla morte con tutto il mio peso di immobile, fino quasi a percepirla, concreta e densa. Ma mai, mai mi ci perdo dentro, nel suo nero incubo. Resto alla fine sempre qui, impossibilitato al respiro. Capita molto raramente che dalle fessure impercettibili del muro, arrivi al mio ferroso essere un certo odore di burro mattutino, di colazioni bianche, un sorriso. Mi scuoto inconsapevolmente e so che dall’altra parte il mio cigolio gela il sangue carnoso e vivo, soffoca il respiro per un secondo inafferrabile a chi oltre il muro, non ancora è diventato cosa tra le cose, non ancora ha dimenticato di esistere.

http://laparolainstabile.it/

Una rivista letteraria instabile digitale, e qualche altro aggettivo a scelta.

(di Federica Tosadori)

la Parola Instabile non ha nulla a che fare con la salute mentale, anche se è, appunto, instabile. In realtà la Parola Instabile vorrebbe proprio evitare il fatto di esserlo, instabile. Insomma, ci terrebbe tanto a liberarsi di quel traballamento tra pensiero ed espressione dello stesso.

Proprio perché non esiste corrispondenza tra le due cose, lo scopo de la Parola Instabile sarebbe quello di ricucirne lo strappo. Eppure ci chiamiamo così perché sappiamo che è una battaglia persa in partenza. L’inceppamento tra significato e significante è il problema attorno al quale ruota la mente umana da un po’ di tempo a questa parte – tanto tempo, forse dall’inizio del tempo. Quindi la Parola resta inevitabilmente Instabile. Il linguaggio può solo girare attorno al concetto, avvicinarvisi sempre di più, fino quasi a toccarlo, ma poi ne viene respinto, come una calamita al contrario. Polo parola e polo senso non si attraggono.

Per questo si balbetta, per questo si viene fraintesi, per questo si gettano all’aria cose importanti: non sappiamo parlare, o per lo meno, non sappiamo parlare come vorremmo. Ma non è colpa nostra. C’è un bug nel sistema. La Parola è Instabile, dondola per un po’ appoggiata sul concetto che sta per esprimere e poi cade lontano dall’albero, come una mela un po’ marcia. Rotola via. Anche adesso. Chissà se quello che sto dicendo ha senso per voi lettori. Sicuramente ha un senso diverso da quello che ha per me. Io sto intendendo… ma che ci provo a fare, tanto non ci riesco.

Qui però, nel grande buco nero che rende l’incontro tra significato e significante impossibile, si insinua la letteratura, e ci passa in mezzo, superando i concetti di spazio e tempo, aprendo un portale dove capita, per istanti assoluti, che si crei un ponte di contatto. A volte la letteratura riesce esattamente a dire quell’unica cosa giusta, la verità, o meglio, la non-verità delle cose. Per questo motivo la Parola Instabile è una rivista letteraria. Racconti, poesie, eccentriche recensioni… Solo in questo scarto la parola veicola se stessa, e tutto di sé: anche il lato oscuro del senso.

Potrei dirvi come funzioniamo esattamente – scegliamo una parola al mese e poi ci giriamo intorno –, quante rubriche abbiamo – tre o quattro, una principale e poi quella legata alla musica, quella dedicata all’incastro di parole assurde l’una con l’altra, quella che sembra un po’ scrittura collettiva –, quanto amiamo i disegni con cui accompagniamo la lettura dei testi… ma la verità è che sarebbe davvero molto più bello se voi atterraste sul sito, e leggeste qualche racconto – sarebbe davvero bello! – perché lì, quello che facciamo, si racconta da solo.

Con amore
La Parola Instabile.

Pirata di ritorno

(di Federica Tosadori)

Dodici anni che aveva abbandonato la strada di casa. Si strofinò gli occhi poco prima di scendere sul molo, entrambi i piedi ora ben saldi alla terra e un dondolio ormai solo immaginato, ché non te lo levi più di dosso il mare. Ogni grammo della sua carne era salato, come quel manzo in scatola che gli era capitato di trangugiare in qualche isola dove avevano attraccato. Appoggiò le scarpe una davanti all’altra e si ricordò che camminare in un posto conosciuto non è mai la stessa cosa: si prova una sensazione di sicurezza, la certezza che qualcosa di sé possa rimanere per sempre. I suoi compagni gli dicevano che era un pirata troppo romantico per essere allo stesso tempo un contrabbandiere delle onde. Ma lui non credeva che le definizioni che il mondo confezionava potessero essere così definitive. Per anni si era sforzato di corrispondere alla sagoma in cui doveva rientrare, fino a macerarsi il fegato nell’alcool e l’anima nel dolore del rimuginio permanente. Quando si era arreso alla sua natura di malinconie e desideri inesauribili, allora una calma universale l’aveva abitato, e si era accettato. Dunque che dicessero i suoi amici: lui infine si era compreso.

C’era vento quel giorno, e passava tra le casse di pesce appena sbarcato, tra i teli bianchi e le travi delle barche, tra le vele e tra le vene dei pirati arrivati da poco. Ognuno si disperse come goccia tra i vicoli del porto, stradine di pietra e panni alle finestre che parevano dipinti sui muri, così azzurri e secchi di sole. Lui però non vagava a caso in cerca di cibo o di calore, risaliva la strada principale, quella del mercato, negli odori delle cose, del cotone e delle donne del posto. Sentiva il profumo delle colazioni arrivare dalle finestre, caffè e pane fresco. Come in un ricordo proseguiva.
«Tommaso…?»
Una voce titubante lo risvegliò dai pensieri.
«Sì sono io!» biascicò, come se il suono fosse rimasto incastrato tra i muscoli del petto.
«Quanti anni sono… incredibile… non so nemmeno come ho fatto a riconoscerti! Sono Gianmarco!»
«Gianmarco della famiglia dei calzolai? Proprio tu?»
«Io in persona!»
Sorrisero i due uomini e senza indugio si abbracciarono come due vecchi amici.
«Davvero è incredibile vederti ancora, non si immaginava più che saresti tornato! Vai verso casa? Vengo con te, così mi racconti che cosa vuol dire fare il pirata!»

Ma sulla strada di casa Tommaso non aprì quasi nemmeno bocca. La lingua di Gianmarco sciorinava parole, lieto forse di aver trovato un ascoltatore finalmente così tanto attento. Gianmarco disse a Tommaso che in paese erano successe molte cose dalla sua partenza. Morti, nascite, unioni e persino qualche atto di sangue inaspettato. Gianmarco non pensava che un pirata potesse rimanere turbato da racconti di omicidi e assassinii vari, anzi un po’ esagerava nel descrivere i dettagli di tali eventi, proprio perché non voleva essere visto come un povero ingenuo dall’amico ormai cinico e indurito. Non poteva immaginare quanto l’animo di Tommaso venisse rimescolato da questi racconti. Non aveva mai ucciso nessuno nel suo viaggio per i mari, era addirittura capitato che si fosse rotto praticamente tutte le ossa del corpo per poter salvare una ragazza incontrata in un villaggio depredato, che un suo compagno aveva scelto come trofeo di guerra. Era scivolato malamente da un’altezza spropositata, ma lei aveva potuto scappare lontano, non essendosi ferita, protetta dal suo corpo. E mentre se ne stava sdraiato per terra cercando di capire cosa dentro di lui fosse rimasto intatto, i compagni che gli passavano vicino lo deridevano: «Che romanticone il nostro Tommaso!». L’avevano poi trascinato sul vascello ed era rimasto immobile almeno un mese. Per tutto il tempo non fece altro che pensare a quanto fosse strano che ci si potesse rompere ogni cosa dentro e fuori la pelle restare illesa, una gomma isolante, e le ossa mischiate e spezzate come rami secchi sotto. Provò per la prima volta la sensazione di potersi perdere in fantasie strepitose e incredibili, la sua mente fissata all’immagine di suo fratello, lontano.

«Ho paura di tornare a casa.»
Le parole di Tommaso arrestarono il flusso sproloquiante di Gianmarco, il quale si stupì profondamente di questa affermazione.
«Perché?»
«Non lo so.»
«Non credere che sia cambiato molto a casa tua eh…»
«Ah no?»
«No no, anzi tuto proprio uguale. Tua sorella è ancora lì, non ha trovato nessuno che volesse sposarla, tua madre e tuo padre sono ancora in vita, sani e forti come una volta, e lavorano il campo a occhi chiusi ormai. Tuo cugino ancora vuole fare il soldato, e si esercita in cantina con la sua spada di legno. Tua zia si occupa della casa e rammenda le calze di tutto il paese, come una volta. Perfino tuo fratello non è cambiato, come se il suo tempo non corrispondesse al nostro.»

Si salutarono, poco prima del sentiero di ghiaia ed erba secca che avrebbe condotto Tommaso all’uscio. Fu grato a Gianmarco di averlo accompagnato lungo il cammino, ma in realtà avrebbe voluto scoprire tutto quanto da solo, anche se nulla era cambiato. E forse proprio per questo. Ora un’amarezza occulta l’aveva invaso. Fu accolto con il calore più affettuoso che potesse aspettarsi: tutti lo abbracciarono e lo baciarono, contenti come non mai del suo ritorno. Scambiò qualche parola con ognuno di loro, con i genitori che erano stati richiamati dal campo, con la zia dagli occhi lucidi, con il cugino più alto di lui e si stupì della tristezza velata della sorella, che era così bella, impensabile che nessuno avesse voluto sposarla.

Poi finalmente poté recarsi dal fratello.

Si guardarono a lungo, Tommaso seduto, il fratello sdraiato nella sua immobilità di infermo. Non una parola fu proferita. Gli sguardi sembravano dirsi: “Siamo rimasti gemelli, e la tua immobilità sarà sempre la mia, e i tuoi viaggi saranno sempre anche i miei”. Poi Tommaso avvicinò la sua bocca all’orecchio del fratello e gli raccontò ogni cosa vista e provata, annullandosi in quella purezza di vita non vissuta che aveva davanti, che era parte di lui, che era lui stesso. Una primitiva gioia travolse entrambi.

Nelle viscere

(di Federica Tosadori)

Erano le otto e trenta del mattino quando sentì la porta di casa chiudersi, al tocco morbido della madre. L’aveva lasciata sola e questa di per sé era già stata una scelta.

Sylvia si sedette al tavolo della cucina. Agosto fuori splendeva di raggi e bagliori caldi: l’estate era lì, oltre i vetri. Spalancò la finestra e respirò forte, provando un dolore occulto, inaspettato. Fuori era agosto, ma dentro le sembrava di sentire solo una rugiada fredda poggiarsi sui mobili di legno, sulle stoviglie, sul pane della colazione. Era forse lei a causarlo?

Progettò matematicamente ogni movimento. Non suo, ma della gente fuori, che viveva. Il ragazzo dei giornali sarebbe passato tra una mezz’oretta, a lanciare quella carta grigia sull’erba del suo cortile, macchia scomposta. Poi la Signora Smith con il suo cocker piumoso. E il corvo nero, che sempre la osservava dal ramo più basso della betulla in giardino. Non vide nulla di tutto questo. Finì il suo caffè e si ritrovò in camera. Erano giorni che non dormiva, ma la vista del letto non le fece alcun effetto. Nel secondo cassetto del comodino sapeva esserci il suo sonnifero.
Quando tornò in cucina, prese un foglio dal mobiletto del telefono e scrisse: “Sono andata a fare una lunga passeggiata”. Ora le serviva solo dell’acqua.

Prima di scendere nello scantinato restò per qualche minuto a osservare una foto, poggiata di traverso sullo scaffale marrone del soggiorno. Dal grigio della carta vide suo padre osservarla da un tempo remoto in cui esisteva, e insieme a lui esistevano insetti grandi, arruffati, pelosi di lana gialla. Faceva l’entomologo e trattava i bombi, le api e le vespe come fossero un tesoro. Lei, Sylvia, il suo piccolo moscerino malato, non capiva niente: il suo amore, la sua lingua europea quando parlava con gli amici tedeschi, il perché avesse deciso di non curare la sua cancrena. “Vengo a trovarti papà”.

Le scale dello scantinato erano di legno, ripide, ma non si accorse nemmeno di compierne la discesa. Aveva l’acqua in una mano, e il sonnifero nell’altra. Sapeva già dove andare.

Quando posizionò l’ultimo pezzo di legno sulla catasta fu invasa dal buio. L’acqua era già finita e i sonniferi pure. Si era nascosta davvero bene, dietro quella montagna di pezzi di albero morti. Sua madre non avrebbe mai potuto sospettare di trovarla in cantina, suo fratello nemmeno, non ci andava mai, e tantomeno avrebbero avuto bisogno della legna il 24 d’agosto.
Neppure il corvo nero l’avrebbe guardata morire e decomporsi come una foglia secca, come una ragazza sola, una donna che non poteva essere ciò che desiderava. Infelice si distese e sentì la pelle appoggiarsi alla terra fredda. Divenne con lei un tutt’uno di sabbia e pietruzze, interiora e ghiaia di casa rovinata, maceria umana. Si addormentò quasi subito e perse conoscenza.
Perse la conoscenza dei nomi degli alberi che aveva imparato a scuola, del colore degli occhi di sua madre, dei volti delle sue compagne di università, ragazze americane costruite di stereotipi e gonne a campana. Si ritrovò tra le pagine di un dizionario, ma non riuscì a leggere le parole che aveva intorno: le vorticava in testa una poesia pura, sentimenti che finalmente non avevano bisogno di un vocabolario per essere espressi. Non una goccia di paura, solo ronzio di mosche e un bruciore lungo tutta la guancia sinistra, ma veniva da lontano, dalla vita. Divenne un fantasma di vento e luce. Tutto finì, e le fu impensabile credere in un’esistenza oltre quel silenzio. Eppure fu.

Warren urlò, quando scoprì la sorella scura di polvere dopo due giorni dalla sua scomparsa. Mugugnava come un vecchio animale ferito, che ormai senza leggi di natura è disposto con il suo verso a farsi trovare dal primo predatore affamato. La portarono in ospedale e scoprirono che si era salvata, vomitando inconsapevolmente tutto il sonnifero ingerito. A ricordare quel gesto, solo un’abrasione, come una bruciatura di fiamma oscura, sulla guancia sinistra. Quando Sylvia aprì gli occhi e realizzò il suo respiro, le sembrò incredibile rivedere l’estate oltre il vetro della finestra. Ora doveva continuare a vivere, come possono vivere le anime già morte. E poteva sentire a ogni battito la condanna del corvo nero, infelice più di lei, di rivederla ancora.

Si tagliò i capelli e si fece bionda. Comprò una macchina da scrivere nuova da cui far nascere le sue poesie, e scelse un altro giorno, solo un po’ più in là, per svanire: trasparente come gas che divora l’ossigeno.

 

CORVO NERO IN TEMPO PIOVOSO
Sylvia Plath
(1956)

[..] So soltanto che un corvo
che si rassetta le piume può brillare a tal punto
da afferrare i miei sensi, issare a forza
le palpebre, e accordare

una breve tregua alla paura
della neutralità assoluta. Con un po’ di fortuna,
arrancando testarda in questa stagione
faticosa, metterò
insieme una contentezza,

più o meno. I miracoli avvengono,
se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa,
la lunga attesa dell’angelo,
di quella rara, aleatoria discesa.

Metariflessione metaletteraria sulla metanarrazione

(di Federica Tosadori)

“Sentivo, nello scorrere pungente di quei giorni, la mancanza della letteratura. Fu però prima che mi accorsi improvvisamente, come una folgorazione, che erano anni che non leggevo un libro che mi piacesse. Da lì cominciai a rendermi conto che la letteratura mi era mancata tremendamente e mi misi a cercare tra la polvere millenaria, qualcosa sugli scaffali che mi sanasse da quella malattia. Ma qualsiasi libro si scioglieva in parole vuote, che cupe rimbombavano tra il cervello e lo stomaco. Avevo disimparato a leggere.”

“Chiusi la copertina, e questa di rimando mi restituì il volto grigio di uno scrittore intellettuale. Quindi davvero quella era la fine. Avevo riletto senza nemmeno accorgermene, quelle cinque ultime righe la quantità di volte che mi sembrava necessaria all’accettazione che il libro accompagnatore della mia estate, fosse davvero finito così tristemente.”

«Bhè, come incipit non è male!» pensai.

In qualunque posto mi trovi

(di Federica Tosadori)

In qualunque posto mi trovi
di ELEONORA CICCONI e NOEMI RADICE

Devi essere come lei: solare, sorridente, magra, simpatica, sempre se stessa.
Trailer dello spettacolo

Sul palco solo un’attrice. Sul palco una ragazza, i suoi cuscini e una piena adolescenza: troppe cose da rinchiudere in una stanza. Il mondo fuori ci entra solo attraverso YouTube, unica voce con cui i ragazzini possono esprimere la propria realtà, sia fatta questa di trucchi, tutorial, consigli o sfoghi più disperati. Gaia, la protagonista, lo sa bene che è così, e vive infatti delle speranze che la sua youtuber preferita le regala, donandole prospettive di cambiamento e di crescita che rendono Gaia ancora più impaziente tanto da farla comunicare con la se stessa del futuro: “Cara Gaia del futuro… Ti prego: smetti di essere così invisibile… trasparente! Cerca di cambiare.”.
Arrivano tanti piccoli pizzicotti mentre si guarda questo spettacolo, degli squarci di solitudini soffocate, qualche paura profonda che si fa visibile tra una battuta e l’altra. In qualunque posto mi trovi è un testo che parla con il linguaggio ingenuo degli adolescenti, ma che svela in mezzo a una divertente leggerezza, i labirinti malvagi dell’inadeguatezza che ci si sente appesa addosso a quindici anni, ma anche a venti, o trenta. Gaia vuole partecipare ai racconti di YouTube, vuole essere presente con il suo personale video, in cui mostrarsi per quello che vorrebbe essere veramente, felice, ma felice davvero, “che si vede quando fai finta di sorridere, Gaia! Impara a sorridere perché sei davvero contenta: non fare finta! Si vede che fai finta! Impara a non vergognarti di come sei. E ti prego: impara a girare almeno un video decente! Uno! Così finalmente potrai dire di avere fatto qualcosa di tuo!”
In 65 minuti Gaia, interpretata dall’attrice Eleonora Cicconi, si diverte, si emoziona, si trucca, si sveste, si cambia, fa ginnastica, mangia dei biscotti, un po’ cresce, un po’ resta bambina: fa fatica a essere all’altezza delle sue aspettative, e si illude di trovare un’amica oltre lo schermo.
Ma la vita reale esiste comunque e fa irruzione, anche all’interno di una cameretta chiusa.

 

Intervista a Noemi Radice

1. Ciao Noemi, responsabile della regia e scrittrice del testo; parlaci dell’origine di questo spettacolo. Tra i ringraziamenti sulla locandina compare YouTube…
Lo spettacolo In qualunque posto mi trovi nasce dalla lettura di un racconto di Frank WedekindMine-Haha, ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle. È stata Eleonora, l’attrice dello spettacolo, a propormi di leggere il testo di Wedekind e a ragionarci insieme per mettere in scena un monologo. Nel racconto si legge di un parco in cui centinaia di ragazzine vengono educate da altre donne secondo i soli canoni estetici e fisici, crescendo inconsapevoli dell’esistenza di un mondo esterno. La tematica ci interessava molto e ci sembrava più che mai attuale, vivendo in una società in cui l’estetica è vissuta come un valore imprescindibile e in cui le adolescenti sono costantemente bombardate da immagini e modelli a cui ispirarsi. Interrogandoci su che cosa potesse essere oggi questa “educazione fisica delle fanciulle” siamo approdate al mondo di Youtube, piattaforma su cui centinaia di ragazzine pubblicano video per condividere le proprie esperienze e i propri suggerimenti di vita. Youtube, attraverso i loro video, diventa uno spazio che porta la sfera privata nella sfera pubblica; è uno spazio accessibile a chiunque, in cui vengono spesso mostrati con leggerezza elementi intimi e privati. Allora proprio da Youtube abbiamo iniziato la nostra ricerca: abbiamo visto centinaia di video, partendo da quelli più visualizzati delle Youtuber più famose, fino ad arrivare ad esplorare quello che potremmo definire un vero e proprio sottobosco dell’universo Youtube, fatto di video mal girati e con poche decine di visualizzazioni. Questo contrasto ci affascinava e ci è sembrato il giusto punto di partenza per raccontare, dal punto di vista di una adolescente, la lotta per la ricerca della propria identità, nello sforzo di mettere in relazione il proprio mondo interiore con il mondo esterno.

2. Com’è stato scrivere per il teatro? È la tua prima esperienza? Si può parlare di scrittura collettiva o comunque a più mani?
Questa di In qualunque posto mi trovi non è stata la mia prima esperienza di scrittura teatrale, ma è stata la mia prima esperienza di produzione vera e propria di uno spettacolo. Ovviamente, quando il tuo punto di partenza è un’idea intorno a cui c’è ancora tutto da costruire, la drammaturgia è una componente importantissima, ma per quella che è la mia esperienza e la mia formazione da attrice, il lavoro sul testo drammaturgico non può prescindere dal lavoro fatto in scena. Scrivere per il teatro è molto divertente e anche molto difficile. Questo perché non è sufficiente trovare una storia da raccontare e non è sufficiente esprimerla con un proprio stile: è necessario individuare lo stile del personaggio in scena. Chi è il mio personaggio? Come parla? Cosa direbbe e cosa invece non potrebbe assolutamente dire? La scrittura per la scena non può mai dimenticarsi dell’identità del personaggio che sta parlando: è a partire dalla sua personalità e dalle sue caratteristiche che si sviluppa il suo linguaggio. Nel caso di In qualunque posto mi trovi si intrecciano due tipi diversi di linguaggio: il linguaggio di Gaia, la protagonista quindicenne, e il linguaggio del mondo dei video su Youtube. Trovare l’equilibrio e la compenetrazione tra questi due universi linguistici è stata una bella sfida. Spesso il linguaggio di Youtube influenza il linguaggio di Gaia: a volte lei ne è consapevole e si sforza di imitarlo, altre volte lo utilizza inconsciamente. Il risultato drammaturgico che abbiamo ottenuto è frutto di molteplici stratificazioni. Si può parlare certamente di scrittura collettiva: io e Eleonora siamo coautrici del testo. Le prime parole scritte sono nate da improvvisazioni in scena e da scritture intorno a nuclei tematici precisi, fatte da entrambe: l’obiettivo iniziale è stato quello di avere molto materiale, per poi iniziare a selezionarlo in un secondo momento. Con il materiale che ci sembrava più interessante abbiamo sviluppato una struttura drammaturgica, che siamo andate ancora a completare aggiungendo scritture per i passaggi mancanti. Poi ho ripreso in mano io il testo e l’ho ripercorso andando a uniformare il linguaggio e andando a eliminare ancora tutti i momenti che risultavano come ripetizioni o che non facevano progredire la situazione ai fini di una messa in scena. A partire da questa bozza drammaturgica siamo tornate a provare in scena. Ti parlo di bozza, proprio perché prova dopo prova abbiamo continuato a lavorare sulla drammaturgia, con piccoli tagli o modifiche che risultassero ancora più funzionali alla resa scenica del testo. Un lavoro analogo abbiamo fatto per la scrittura dei video Youtube che compaiono nello spettacolo come interventi audio: siamo partite da una lunga ricerca e analisi di centinaia di video presenti sulla piattaforma, per poi raccogliere e riscrivere tutti gli spunti che risultassero utili per la nostra messa in scena.
Per questa esperienza di scrittura mi è stato utilissimo l’incontro con Compagnia Òyes, con cui ho lavorato come assistente alla regia per l’ultima produzione. I loro spettacoli più recenti sono delle vere e proprie drammaturgie collettive e ho imparato tantissimo dal loro metodo di scrittura collettiva per la scena.

3. Siete soddisfatte del lavoro finale?
Certamente! Sappiamo che si può sempre migliorare, ma siamo molto contente del risultato del nostro lavoro e soprattutto del percorso fatto per ottenerlo. Ci siamo dedicate con passione al nostro spettacolo e facendolo crescere siamo un po’ cresciute anche noi.

4. E della regia? Come hai lavorato su questa? Hai apportato cambiamenti strada facendo?
La regia è nata facendola. Non saprei esattamente come spiegarti l’evoluzione del mio lavoro registico per questo spettacolo, anche perché si tratta della mia prima prova da regista, quindi non posso dire di avere già sviluppato un metodo convalidato. Sono partita da un’idea spaziale e scenografica precisa: tutto si svolge in una stanza, in un quadrato tre metri per tre metri, in cui gli elementi di arredo sono dei semplici cuscini, alcuni dei quali contengono vestiti e oggetti che vengono estratti e invadono lo spazio. Non riesco nemmeno a spiegarti quali sono i confini tra regia, scrittura e lavoro sulla scena, forse anche perché dei confini veri e propri non esistono. Alcune parole le ho scritte avendo già in testa delle immagini precise, altre immagini sono nate dal testo, il lavoro iniziale di improvvisazione di Eleonora è stato fondamentale per farle esplorare la vita possibile all’interno del nostro quadrato scenico. Quello che posso dire è che, per la mia formazione da attrice, sono partita proprio dal lavoro dell’attrice in scena, andando ad analizzare con Eleonora l’evoluzione del testo e di conseguenza l’evoluzione del suo personaggio attraverso il testo. Tutto quello che succede al di fuori delle parole è stato costruito a servizio dell’attrice e del personaggio, senza mai dimenticare quello che poteva essere lo sguardo e la comprensione del pubblico. Penso che sia proprio questa la sostanza della regia di uno spettacolo: tenere insieme tutti gli elementi e calibrarli in continuazione per arrivare a ottenere un prodotto coerente e a servizio del pubblico. Il regista deve riuscire a mantenere uno sguardo limpido sullo spettacolo per garantirne la buona riuscita e, quando si lavora veramente a servizio dello spettacolo, bisogna essere capaci di mantenere l’elasticità mentale necessaria per modificare e affinare il lavoro fino all’ultimo, anche rinunciando a tante cose a cui ci si è affezionati se ci si rende conto che ostacolano la resa scenica complessiva dello spettacolo. Allo stesso tempo bisogna individuare gli elementi irrinunciabili, quelli per cui non si è disposti a cedere a compromessi. È tutta una questione di equilibrio. Non so se ce l’ho fatta, ma ho cercato di lavorare un po’ così!

5. Dove credete vi possa portare questo testo? Avete pensato a proporlo proprio a quei quindicenni di cui parla? Nelle scuole?
Per ora abbiamo avuto un pubblico tendenzialmente composto da giovani e adulti. I genitori di adolescenti che hanno visto il nostro spettacolo sono rimasti molto colpiti, perché ci si rivedono, ci si riconoscono e si sentono interpellati da quello che vedono in scena. E proprio per questo ci piacerebbe tantissimo riuscire a proporre il nostro spettacolo a un pubblico di adolescenti, essendo molto interessate al dibattito che potrebbe nascere da un incontro di questo tipo. Crediamo molto nel teatro come strumento capace di generare un confronto costruttivo.

6. Infine, una curiosità da editori: che libri leggi?
Vorrei avere una risposta per editori! In realtà leggo principalmente testi drammaturgici o saggistica teatrale. Oppure racconti, passando schizofrenicamente da Calvino a Maupassant, a Buzzati, a Wallace, a Hemingway, a Cechov, a Roald Dahl… Ma mi piacerebbe con l’arrivo dell’estate riuscire a tuffarmi in un bel romanzo: l’ultimo che ho letto quest’anno è stato Ogni cosa è illuminata di Safran Foer.

…Ah, seguite Gaia su Instagram: @inqualunquepostomitrovi #iqpmt

 

Riflessioni di un orgoglio libresco

(di Federica Tosadori)

Lo scorso venerdì mattina, con il nostro carico di scatoloni di libri, fieri rappresentanti dell’intero catalogo Gattaccio, siamo arrivati agli spazi Base di via Bergognone per partecipare alla terza edizione del BookPride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente. Il nostro piccolo stand a piano terra, in compagnia delle coinquiline sempre sorridenti di Sartoria Utopia con i loro capolavori cuciti a mano, è stato allestito in un batter d’occhio e ricoperto di segnalibri “felini” – si sa che i gattini mettono d’accordo sempre tutti – e si è presentato ai suoi primi visitatori curiosi.

La curiosità è stata certamente l’ingrediente principale di quest’ultimo weekend tra libri, editori, autori e lettori milanesi, o meglio italiani. Ma se la curiosità non sempre porta all’acquisto spensierato di oggetti-libro che sono per loro natura delle vere opere d’arte, rappresenta certamente il primo germe di una partecipazione appassionata.
Ci siamo trovati così all’interno di una marea bellissima, fatta di ondate forti di visitatori che ci hanno fatto rigirare su noi stessi, e momenti più calmi in cui abbiamo riflettuto su come migliorarci per attirare l’attenzione e farci conoscere o semplicemente per diventare più grandi, crescere seguendo l’esempio di chi, dal basso, piano piano, con pazienza e passione si è trasformato e si è messo al servizio di chi i libri li ama profondamente.

Anche perché in fondo con i libri bisogna entrarci in rapporto, conoscerli – e forse dopo un editing serrato e qualche chiacchiera con il rispettivo autore, questo incontro non può che accadere. Così e solo così gli editori possono, da dietro il banco del loro stand, raccontarli a chi si ferma anche solo per qualche secondo ad ascoltare le storie che si dispiegano dietro le copertine sempre blu di Sellerio o quelle leggermente allungate di Iperborea, le fotografie di Cierre, i colori di Marcos y Marcos e la ristampa tutta nera dell’intera opera di Hoffmann per L’Orma, quelle fumettose di Eris, quelle enormi e ricamate dei libri dedicati ai bambini di Verbavolant, che però si comprano soprattutto gli adulti…

La passione insomma era davvero palpitante per i corridoi del Bookpride, e anche la voglia di vendere, certo!
“Eh, quest’anno c’è poca gente!”
“L’anno scorso mi sembrava ci fosse più affluenza.”
“…Forse, il Papa…”
“Ma poi alla fine lo sciopero lo fanno?”
“Guarda, questo libro è un capolavoro, fossi in te lo comprerei!”
“Ah sì, è la prima copertina che ho instagrammato sul mio profilo!”
“Anche tu fai recensioni? Vieni a vedere il mio blog!”
“…Quindi, sai, sono quasi una giornalista, potresti darmelo gratis, in fondo è sempre pubblicità a tuo favore!”

Importa e non importa. Ciò che vale la pena è il tempo speso a sfogliare libri mai visti, a conoscere persone che condividono una necessità comune, quella di riempirsi una casa, virtuale o meno, di quell’oggetto fatto da pagine variabili, un paratesto dalle mille forme, parole a milioni e personaggi altrettanti, un titolo, un autore e la firma di chi ha voluto metterlo al mondo: un editore. Indipendente ancora meglio.

Bookpride è stato anche eventi. Decine di incontri con autori e personaggi del mondo dell’editoria, presentazioni che già alle prime parole fanno venire voglia di aggiungere l’ennesimo libro alla lista dei “da comprare” salvata sul proprio desktop. Si passeggia tra Base e Mudec, guardando negli occhi gli autori che non si sa mai che faccia abbiano – che poi si immaginano sempre diversi da come sono realmente.
“Ah ma sono persone? Come noi?”
“Quindi lui esiste davvero, non è solo uno pseudonimo!”
“Bho, me lo aspettavo antipatico e invece potrebbe essere un nostro compagno di bevute!”

Le persone si parlano. Anche se non si conoscono. E si parlano di libri. Si scambiano consigli e pareri. Non comprano, va bene, ma si vede proprio che vorrebbero farlo, che tutto ciò che in questo momento vorrebbero è avere più soldi e più tempo, più spazio, una stanza intera tutta per sé – direbbe qualcuno – dove stare con mille libri mai letti, tutti quelli di cui parlava Calvino nella sua di lista.

Domenica sera ci siamo salutati sorridendo e abbiamo richiuso i testi “non scelti” nel loro spazio buio e inscatolato. Chissà quale sarà la loro storia adesso. Forse verranno accolti da una libreria – perché c’erano anche i librai in incognita tra i visitatori! O forse la vendita online, così incorporea, darà delle piacevoli soddisfazioni. Intanto esistiamo, noi piccoli editori indipendenti e abbiamo grandi progetti, un po’ rivoluzionari, un po’ anarchici… Idee che danno senso anche ai libri non venduti, orgogliosi però di esserci stati.

La vegetariana

Ovvero l’efficacia onirica

(di Federica Tosadori)

Una curiosità profonda, come non mi accadeva da tempo, mi ha fatto avvicinare di soppiatto a questo libro. Ci siamo osservati da lontano, come due gatti che studiano i rispettivi occhi luminosi, lui dal suo scaffale da libreria di stazione, in alto, io poco più in basso, timidamente. Era una mattina di dicembre nebbiosa e io aspettavo un treno per Mantova girovagando tra i volumi poco lontano dai binari. Lo stavo cercando ma lui non c’era in nessun reparto, e non volevo chiedere aiuto perché faccio fatica a trovare una gioia migliore di quella di scovare tra mille, il libro che si sta ardentemente aspettando di trovare. Perse le speranze mi sono recata allo scaffale delle riviste, decisa e rassegnata… a quel punto è stato lui ad ammiccarmi dalla sua posizione di “libri più letti”. D’altronde La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang è vincitore del premio Man Booker International Prize 2016, il premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito, dunque potevo proprio aspettarmelo che l’avrei trovato lì, subito all’ingresso.

Ma ormai non ci pensavo più. Mi ero già innamorata della sua copertina panna Adelphi, del suo fiore bianco ferito di rosso in copertina, della delicatezza sottile del suo essere. E la forza del suo titolo La vegetariana. Niente a che vedere con le mode, le credenze, le scelte prese, criticate, seguite oggi. Quel titolo prescindeva, era qualcosa di più. Si è soliti affermare, che è necessario amare se stessi prima di poter amare l’altro, ma secondo me prima bisognerebbe amare un libro e poi apprezzare tutta la realtà circostante. Questo è uno di quei testi che silenziosamente urla tutta la bellezza dell’esistenza. Tutta la bellezza del dolore consapevole.

Sta di fatto che me lo sono portata a Mantova e l’ho tenuto fermo lì immobile, non-letto, presa da altri impegni di letture studiose, per più di un mese. Ma ci pensavo spesso e ne pregustavo il sapore che sentivo essere agrodolce. Quante storie personali girano al di fuori dei libri senza che loro lo sappiano. Pazienti aspettano che arrivi il loro turno mentre i lettori vivono. Quando infatti, dopo un Natale fugace, ho sentito che ne avevo fortemente bisogno l’ho ripreso tra le mie mani, come quella prima volta in libreria, e l’ho aperto. Una settimana, nei viaggi in treno e in metro, in tram e nella notte, e l’ho richiuso estasiata. Ogni cosa ha più senso quando si legge il libro esatto. E quando dico esatto intendo inevitabile.

Estremamente crudo e violento, dietro il velo di pacatezza oltre il quale sembra riposare, La vegetariana è un libro capace di far riaffiorare con delicatezza una pesantezza esistenziale. I personaggi escono dalle pagine lentamente, come dei fantasmi vaporosi che prendono corpo senza fare troppi capricci, danzando coraggiosamente davanti ai nostri occhi lettori. Apparentemente la trama è molto semplice: una donna, comune, decide improvvisamente, dopo aver fatto un sogno, come ripete lei, di diventare vegetariana, avendo fino al giorno prima cucinato qualsiasi tipo di carne per il marito, un uomo altrettanto comune, così come sono comuni la sorella di lei e la sua stessa famiglia. Insieme intrecciati i personaggi ruotano intorno a Yeong-hye, la vegetariana appunto, e alla sua rinuncia, lasciando che dentro di loro si dilatino i confini rigidi all’interno dei quali avevano abitato fino a quel momento.

Sogno un omicidio.

Uccido qualcuno o vengo ammazzata… le distinzioni sono confuse, i confini si erodono. La familiarità sfuma nell’estraneità, ogni certezza diventa impossibile. Solo la violenza è abbastanza vivida da rimanere. Un rumore, l’elasticità dell’istante in cui il metallo colpiva la testa della vittima… l’ombra che si accasciava e cadeva, un baluginio freddo nell’oscurità.

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinsesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita.

Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando.

Quella sensazione raccapricciante, sordida, orrenda, brutale. Non resta nient’altro. Omicida o vittima, un’esperienza troppo nitida per non essere reale. Determinata, disillusa. Tiepida, come sangue appena raffreddato.

Comincia a sembrarmi tutto insolito, quasi mi fossi accostata al rovescio di qualcosa. Chiusa dentro una porta senza maniglia. Forse solo ora mi ritrovo faccia a faccia con qualcosa che è sempre stato qui. È buio. Tutto si spegne nell’oscurità più nera.

La voce della protagonista è relegata a dei singoli brevi frammenti, che svaniscono dopo la fine della prima parte della storia, che è divisa in tre punti di vista. Sappiamo e vediamo di lei solo quello che sanno e vedono gli altri personaggi, di cui invece indaghiamo l’intimità, in un climax profondo e inaspettato. Ogni pagina è una sorpresa in questo testo così semplice e fluido alla lettura, come se toccasse solo obliquamente sofferenze individuali insanabili. La sensazione è quella di una passeggiata tra la folla in cui ci si ritrova continuamente a rimbalzare da uno sguardo all’altro, chiedendosi: ma cosa c’è che non va in questi occhi? E in questi altri?

Senza avere risposte si prosegue a camminare, e a leggere. Seul è diventata Milano, Milano diventa una città qualunque. Il coreano diventa italiano, l’italiano diventa una lingua qualsiasi, immagini di fiori violentemente colorati spuntano dalle parole del libro. Dal luogo più lontano dell’universo al minimo pensiero umano, tutto viene racchiuso nella pace aspra di queste pagine. Ogni battaglia personale, anche quella più insensata, ha la stessa dignità naturale di una foglia che si aggrappa al suo ramo durante una tempesta. Quindi anche una rinuncia, un allontanamento, un rifiuto deciso di ogni tipo di violenza rappresentano una guerra senza armi che è inevitabile in questo caso e in chissà quanti altri. La decisione della protagonista è un grido di vita, anche se si presenta come un’autodistruzione, dato che subito dopo la carne la protagonista si troverà a eliminare altro cibo, sempre di più, compiendo un percorso che la avvicina al suo nucleo vegetale. La resistenza che ci imponiamo ogni giorno, perché in fondo il libro parla di noi, è qualcosa che può essere trasformato in positivo. Come una fotosintesi clorofilliana, che risucchia tutto generando nuova energia.

E pensare che è stata tutta colpa di un incubo.