Il magico potere di Raymond

(di Francesca Ferrara)

Una volta mi hanno detto che nelle mie recensioni si sente la voce del mio tempo, non la mia.

Se ho capito bene, una cosa è fare un’analisi su trama, personaggi, stile e chiudere col perché sia importante leggere un libro (o evitarlo come il bagno di un treno regionale a fine giornata). Un’altra è spiegare, agli altri ma soprattutto a se stessi, l’effetto che quel libro ha avuto su di noi in quanto noi, non in quanto lettori intercambiabili.

Ora, per me è già difficile scrivere una recensione cosiddetta standard, perché non sono del mestiere. Poi mi sono detta: siamo sotto Natale, proviamo a farci questo bagno di introspezione emotiva.

Come ho accennato, non sono del mestiere e io, Raymond Carver, non sapevo nemmeno chi fosse. L’ho sentito nominare per la prima volta al corso di scrittura creativa, poi in una serie tv e infine ho comprato Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (Einaudi, 2015).

A quel tempo, lo scorso inverno, stavo assaporando lo stato selvaggio del post-laurea e inviavo CV aberranti. Nell’attesa, aiutavo mio padre nel suo Studio di contabilità e spesso, la sera, tornavamo a casa in macchina tutti insieme. Lui, mia madre ed io. È stato proprio lì, sui sedili posteriori e alla luce altalenante dei lampioni, che ho iniziato a leggere le parole di Raymond.

Il formato dei racconti non mi ha mai conquistata: troppo poco spazio per coinvolgermi. Carver però ti fa subito accomodare fra le sue righe, perché parla di noi e di quello che nascondiamo, o ci aspetta in agguato, tra le maglie della quotidianità.

Veniamo messi di fronte a noi stessi nella nostra interezza. Ai sentimenti, i pericoli, le paure, i demoni che cerchiamo di ignorare o reprimere, ma che alla fine riescono ad agire.

Il primo pensiero va al finale di Di’ alle donne che usciamo, ma più in generale i racconti si incentrano su una rivelazione, un risvolto o una presa di coscienza amari. In Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio, Nancy si avvicina a catturare, per un istante, il senso del mondo che la circonda e del suo ruolo in esso, ma infine soccombe all’urgenza di addormentarsi per non compromettere la routine che quello stesso mondo le impone.

Anche quando sembra esserci una reazione, come in Mirino, in realtà non c’è un vero miglioramento della condizione del protagonista: quando avrà esaurito i sassi da lanciare dal tetto, rimarrà comunque un uomo abbandonato dai propri familiari. Forse l’intesa con il fotografo che ha bussato alla sua porta lo strapperà alla solitudine? Non lo sappiamo.

Esatto, non lo sappiamo. Il terreno comune, capitolo dopo capitolo, sembra essere un’insanabile tensione malinconica. Tensione verso il passato o il futuro, l’ignoto o il taciuto. È questa, insomma, a permeare silente le nostre giornate.

Perché non ballate?, il racconto di apertura, ha un affascinante potere suggestivo: un incontro casuale che porta ad una compravendita che porta ad una danza fra sconosciuti. Cosa ne resta, però? L’incapacità per la ragazza di raccontare quanto ha vissuto e provato: fatica ad esprimerlo, fatica a farsi capire da chi non era lì. Fatica a capirlo lei stessa. Alla fine, rinuncia e smette di parlarne. Una rassegnazione che sminuisce quanto accaduto fino a farlo scomparire.

Forse non ho capito un accidenti di Carver, ma questo retrogusto agro(dolce?) è quello che la sua scrittura mi ha lasciato.

Per questo adesso non sono in grado di leggere altre sue raccolte; da mesi Cattedrale mi osserva dalla mensola… Adesso che sono imbrigliata da un lavoro, un buon lavoro che però (per dirla alla Kondo e fingermi al passo con le tendenze) non mi dà gioia.

Non sarebbe più un viaggio nella polivalenza delle esperienze umane o una lezione di stile narrativo. Sarebbe come scottarsi volutamente con pensieri e retropensieri che, al momento, mi renderebbero ancora più difficile permanere nella mia posizione.

I libri di Carver per me sono una persona seduta vicina, vicinissima a me sul sedile, e che di me riesce a vedere tutto. Nel bene e nel male.

Non so se questa volta la mia voce sia riuscita a distinguersi, ma di un punto sono sicura: per essere un articolo pubblicato a meno di due settimane dal Natale, è tutt’altro che festoso…!

CHAM’S BLOG: uno spazio per i diritti umani

(di Nadia Kasa)

Cham’s blog nasce con l’obiettivo di far conoscere la questione cham e di condividere uno spazio il cui tema sia quello dei diritti umani.

Per tutti coloro che non sapessero che cosa fosse la questione cham – io l’ho scoperto solo qualche anno fa – è una vicenda che riguarda la minoranza albanese cham che chiede invano i propri diritti alla Grecia da più di sessant’anni.

Ma che cosa è successo? Cercando di essere breve (potete trovare ulteriori approfondimenti storici e culturali sul blog) la questione cham ha le sue origini più di un secolo fa, quando la Chameria, regione meridionale dell’Albania, viene assegnata alla Grecia durante la Conferenza di Londra del 1913 – in cui vennero ridefiniti i confini dei Paesi balcanici, dopo quasi cinque secoli di dominio ottomano.
Così, per più di un secolo – e non è ancora finita – lo Stato greco cerca di allontanare in tutti i modi questa minoranza che abbraccia una cultura lontana: la religione islamica, la lingua albanese, degli usi e costumi differenti. E dire che cristiani ortodossi e musulmani convivevano pacificamente in Chameria!

Ma ecco la beffa delle beffe, dopo le persecuzioni, dopo il genocidio degli anni 1944-45, dopo la confisca delle terre, dopo dopo dopo, oggi, non essendoci un Trattato di Pace tra Albania e Grecia, i chams non possono entrare nel Paese. Infatti i greci, attaccandosi a cavilli burocratici non permettono agli albanesi, con nascita in una città della Chameria, di entrare nello Stato.
La domanda spontanea è: ma la Grecia non fa mica parte dell’Unione Europea!?! Lo Stato greco non si prende alcuna responsabilità riguardo a ciò che è successo in Chameria e riguardo ai diritti della gente cham, l’unica soluzione rimasta pare sia quella di attendere che l’Unione Europea accetti l’entrata dell’Albania all’interno della Comunità Europea. La richiesta è stata fatta dall’Albania il 28 aprile 2009 e il riconoscimento della candidatura è stato ufficializzato il 27 giugno 2014 (cinque anni per riconoscere una richiesta?).
Si spera non debbano passare altri dieci anni affinché si esamini la richiesta e la si accetti, ma soprattutto si spera che la gente cham – tutti coloro che sono scappati dalla Chameria sono oggi anziani – riesca a rivedere la propria Terra per un’ultima volta.

 

Per visitare Cham’s Blog:
www.chamsblog.com/www.storyofacham.com

Sul senso della storia

(di Andrea Lionetti)

Di fronte alla battaglia di Gaugamela, all’incoronazione di Carlo Magno, alla redazione della Bill of Rights, all’atomica su Hiroshima e a migliaia di altri fatti nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi la storia. Ma alla domanda “che cos’è la storia?”, come spesso accade davanti a quesiti dello stesso tipo, inerenti a parole e concetti che abitualmente usiamo, non c’è studente che non dimostri almeno un minimo di titubanza prima di azzardare una risposta, qualunque essa sia.

Eppure esiste un’altra certezza da cui partire: la storia (e la storiografia) è nata in Grecia, nella seconda metà del V secolo, quando un greco di Alicarnasso decise che “le imprese meravigliose compiute sia dai Greci sia dai barbari” non rimanessero prive di fama.
Che la storia sia un’esposizione di fatti conseguente a una ricerca condotta con una ben precisa serie di metodi è ormai assodato da secoli. Ne era persuaso Erodoto, non da meno furono i suoi successori, in particolare Tucidide, il primo autore della storiografia occidentale a interessarsi di fatti a lui contemporanei, la guerra del Peloponneso.
Basterebbe questa definizione, per quanto esaustiva, a colmare la vastità del problema?
Si provi a rispondere con un’altra domanda: perché questa esigenza di raccontare? Erodoto tace a riguardo, probabilmente non aveva bisogno di pronunciarsi su un argomento ormai chiaro e assimilato da una riflessione secolare posta alle sue spalle. Ciò che gli importava era mettere sul piatto l’obiettivo del suo lavoro (le imprese dei Greci e dei barbari) e i metodi usati nel suo laboratorio di storico.

Nell’incipit delle sue Storie c’è una parola che sfugge alla nostra attenzione, perché piuttosto ovvia ai nostri occhi, e spesso legata a contesti culturali avvilenti: “fama”.

La fama, o la gloria, era per i Greci una cosa seria: nell’Iliade è la forza che tutto muove, nell’epitafio di Tucidide che lo storico attribuisce a Pericle è la ricompensa per aver servito Atene nel migliore dei modi, perdendo la vita, o sacrificandola in battaglia, per meglio dire.
È la morte che la gloria tenta di sconfiggere, senza riuscirci dice Achille ormai cadavere, nell’Ade, in uno dei passi più commoventi dell’Odissea. Nella celebre orazione di Pericle, tutta protesa verso un’immagine idealizzata della democrazia ateniese, l’illusione riprende vita, fino a quando la polis uscirà devastata dallo scontro con Sparta, e umiliata dall’esperienza tirannica dei Trenta.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con le ragioni dietro alla ricerca e alla narrazione storica?

La scelta di citare Omero e poi uno storico, Tucidide, non è casuale.

La storia e la poesia hanno la stessa matrice, entrambe sono figlie della presa di coscienza della nostra condizione, della precarietà dell’esistenza che ci ha condannato alla memoria. Come scrisse il Mazzarino: “il pensiero storico dei Greci si connette anche con la loro poesia, in un certo senso è nato come poesia”.

Le imprese su cui si tace muoiono, e questo valeva sia per Omero che per Erodoto. Vogliamo ricordare. Dobbiamo ricordare, perché non c’è scelta. La memoria è lo strumento che poesia epica e storiografia hanno usato fin dal principio per andare contro il tempo, per contrastare la sua opera di corrosione. Lo scorrere del tempo, le trasformazioni che esso implica (il “divenire” dei filosofi), fanno in modo che le cose nascano e tramontino, per sempre. La straziante consapevolezza che tutto ciò implica è per l’Uomo fonte di angoscia e di forza. Non essere indispensabile ma voler vivere, e la ricerca del senso diventa così menzogna o del tutto inutile, a seconda delle prese di posizioni che si tendono a occupare.
Settantamila anni dopo le prime manifestazioni del ricordare, i riti funebri europei del Neanderthal, ingiustamente discriminato per il suo aspetto, capace in realtà di complessi comportamenti simbolici, guardando negli occhi “la catastrophe irrémédiable” ­ – come l’ha definita il filosofo francese Edgar Morin – abbiamo elaborato un nuovo sistema fondato sulla memoria: la narrazione, prima nella forma dell’esametro epico, poi in quella della prosa.
La storia non è quindi un insieme di date e di fatti da memorizzare, non solo quello, almeno, ma è il frutto di un’esigenza profonda, tanto nel tempo quanto nella dimensione umana. Spesso diciamo (e ne siamo convinti) che Dio è morto, che nulla ha più senso, eppure ci ritroviamo sempre qui, alla ricerca di quel senso o di tutto ciò che ne provi l’assenza, secondo la sensibilità di ciascuno. Forse venire al mondo, venire dal nulla, è un atto del tutto casuale e privo di significato, ma una volta qui non ci resta altro da fare che ricercare, “historìai”, appunto.

Colei che fu più amata

(di Luciano Sartirana)

Poco tempo fa ho letto il libro La più amata, di Teresa Ciabatti.
Il padre, Lorenzo, aveva studiato Medicina negli States, era tornato e aveva fatto una brillante carriera fino a diventare primario dell’ospedale di Orbetello, in provincia di Grosseto. È amato e stimato da tutti, è considerato un benefattore, è fortemente presente nella vita pubblica di mezza Toscana a partire dalla città di origine, Grosseto. Ci sono amicizie altolocate, c’è la proprietà di famiglia del palazzo più alto della città, ci sono ricevimenti e vacanze nella villa sul mare… c’è questa bimbetta adoratissima e piena di cose e belle giornate.
Un’immagine irritante e altezzosa della bimbetta, del papà notabile e della sua famiglia, delle feste dove ci si vanta della partecipazione di personaggi ributtanti come Licio Gelli, Giorgio Almirante e uno zio che prenderà parte al tentativo di golpe fascista del dicembre 1970 (quello di Borghese).
Ma – parola dopo parola, aggettivo dopo aggettivo – Teresa Ciabatti scava in casa sua, guarda in faccia l’illustre papà e quanto nasconde ai suoi stessi cari, condivide momenti sempre più sinceri e difficili con sua mamma, ricorda le difficoltà nel crescere in quest’atmosfera così ingombrante.
Un percorso di tenacia, di sensibilità. Di dolore.
Soprattutto, è la sua scrittura a parlare per lei: dubbiosa, frammentata, in continua rincorsa avanti e indietro nel tempo per rivivere in modo critico scene ed episodi, parole, equivoci, voci sommesse nella casa. La più amata diventa la più inquieta e la più vicina alla verità. Un cammino che ne mina la stessa possibilità di essere felice, come invece le pareva le fosse promesso nell’infanzia. Una scrittura che fatica a trovare fluidità narrativa, ma proprio per questo è pregio e forza, è coraggio ed è assolutamente degna di essere letta.

Sono tornata ai francesi…

(di Alice Borghi)

Sono tornata ai francesi. Pennac mi mancava però. Cosa posso scrivere che non sia ancora stato scritto di questo romanzo, il secondo della bellissima saga di Malaussène? Credo poco, purtroppo. Non mi ha fatto passare notti insonni, e per fortuna. Mi ha divertito, e molto. E’ infarcito di stranezze, eppure è molto banale nella trama: lo spunto è un evento di cronaca nera, qualcuno a Belleville si diverte a uccidere le vecchiette. Ma fin dall’inizio il poliziesco è usato per giocare sul filo del ridicolo: se qualcuno uccide le vecchiette, com’è che è proprio una vecchia “fata” a sparare per prima?
Il romanzo prosegue così, a furia di rovesciamenti e carambole.
Se volete sapere come, vi consiglio di leggerlo. Scoprirete che Pennac è un vero maestro della trama e dell’ordito. Niente è lasciato al caso eppure, nello stesso tempo, La fata carabina sembra sempre un caos vorticoso.

 

http://laparolainstabile.it/

Una rivista letteraria instabile digitale, e qualche altro aggettivo a scelta.

(di Federica Tosadori)

la Parola Instabile non ha nulla a che fare con la salute mentale, anche se è appunto, instabile. In realtà la Parola Instabile, vorrebbe proprio evitare il fatto di esserlo, instabile. Insomma, ci terrebbe tanto a liberarsi di quel traballamento tra pensiero ed espressione dello stesso. Proprio perché non esiste corrispondenza tra le due cose, lo scopo de la Parola Instabile sarebbe quello di ricucirne lo strappo. Eppure ci chiamiamo così perché sappiamo che è una battaglia persa in partenza. L’inceppamento tra significato e significante è il problema attorno al quale ruota la mente umana da un po’ di tempo a questa parte – tanto tempo, forse dall’inizio del tempo. Quindi la Parola resta inevitabilmente Instabile. Il linguaggio può solo girare attorno al concetto, avvicinarvisi sempre di più, fino quasi a toccarlo, ma poi ne viene respinto, come una calamita al contrario. Polo parola e polo senso non si attraggono. Per questo si balbetta, per questo si viene fraintesi, per questo si gettano all’aria cose importanti: non sappiamo parlare, o per lo meno, non sappiamo parlare come vorremmo. Ma non è colpa nostra. C’è un bug nel sistema. La Parola è Instabile, dondola per un po’ appoggiata sul concetto che sta per esprimere e poi cade lontano dall’albero, come una mela un po’ marcia. Rotola via. Anche adesso. Chissà se quello che sto dicendo ha senso per voi lettori. Sicuramente ha un senso diverso da quello che ha per me. Io sto intendendo… ma che ci provo a fare, tanto non ci riesco.

Qui però, nel grande buco nero che rende l’incontro tra significato e significante impossibile, si insinua la letteratura, e ci passa in mezzo, superando i concetti di spazio e tempo, aprendo un portale dove, capita, per istanti assoluti, che si crei un ponte di contatto. A volte la letteratura riesce esattamente a dire quell’unica cosa giusta, la verità, o meglio, la non-verità delle cose. Per questo motivo la Parola Instabile è una rivista letteraria. Racconti, poesie, eccentriche recensioni… Solo in questo scarto la parola veicola se stessa, e tutto di sé: anche il lato oscuro del senso.

Potrei dirvi come funzioniamo esattamente – scegliamo una parola al mese e poi ci giriamo intorno –, quante rubriche abbiamo – tre o quattro, una principale e poi quella legata alla musica, quella dedicata all’incastro di parole assurde l’una con l’altra, quella che sembra un po’ scrittura collettiva –, quanto amiamo i disegni con cui accompagniamo la lettura dei testi… ma la verità è che sarebbe davvero molto più bello se voi atterraste sul sito, e leggeste qualche racconto – sarebbe davvero bello! – perché lì, quello che facciamo, si racconta da solo.

Con amore
La Parola Instabile.

Sharazad, la narratrice araba tra passato e futuro

(di Isabella Gavazzi)

Sharazad è la figura di donna, araba e scrittrice più famosa del Medio Oriente: questa poliedrica figura come si è evoluta da allora? Sono queste le domande base emerse durante la conferenza tenutasi al Mudec lo scorso 26 ottobre, organizzata in concomitanza della mostra dedicata all’antico Egitto. Presenti in sala tre autrici: Basma el-Khatib scrittrice, giornalista e autrice televisiva – libanese residente in Qatar – Rania Ibrahim – scrittrice italiana di origine egiziana – e Fayza Ismail – scrittrice siriana residente in Italia. Tre donne, tre storie diverse ma legate dalla stessa provenienza culturale, anche se ognuna declinata a seconda delle esperienze personali.
C’è chi come Basma è cresciuta durante la guerra ma in una famiglia appassionata di letteratura, avvicinata dalla nonna anch’essa narratrice di storie; c’è Rania, arrivata in Italia a due anni e a tutti gli effetti cittadina del Bel Paese, che ha dovuto trovare una sua identità cercando di unire la componente italiana con quella egiziana e Fayza, cresciuta chiusa in casa perché donna ma plurilaureata tramite internet e arrivata qui dopo diversi anni di viaggio dalla Siria.
I temi affrontati sono passati dal problema del giudizio altrui, ai pregiudizi, al rapporto delle donne arabe con il proprio corpo e in relazione agli altri, anche se la sensazione più bella è stata quella che trasmettevano con i loro racconti: quello di donne come tutte le altre, di donne forti, consapevoli delle loro doti e che vogliono avere il loro posto nel mondo.

Persone, oltre che donne, spinte da passioni e voglia di far capire a un occidente sempre più chiuso in sé stesso che siamo tutti simili e che il messaggio che passa dai mass-media sulla condizione femminile è stereotipato.
Come Sharazad, anche loro – punte di un iceberg – si espongono per raccontare non solo la loro condizione, ma la loro arte.

“Scrivere è un destino”, dice Fayza, e loro cercano di portare questo destino a più pubblico possibile, per far conoscere un Mondo Arabo ora dimenticato: quello della cultura millenaria, delle storie orali e della donna che detiene da sempre il potere della parola e del racconto.

Ottobre Rosso e letteratura

(di Monica Frigerio)

Ricorre quest’anno il centenario della Rivoluzione russa e, qualunque giudizio uno possa avere del bolscevismo, è un fatto che aprì le porte a una serie di eventi e fenomeni che rimarranno incisi nella storia dell’umanità per la forza con cui si imposero e gli obiettivi che ci si prefissò di raggiungere.

Un evento che rimescolò le carte della società nel modo più radicale immaginabile, e – soprattutto a partire dalla seconda metà degli anni ’50 – questo è vero anche per quello scompartimento chiamato letteratura.

Anni magici e terribili. Terribili perché, si sa, l’aria che tirava non era delle migliori e per una parola sbagliata (tanto peggio se scritta) potevi morire; magici perché, quando la situazione è tale, non si può fare altro che resistere e l’arte seppe trovare dignitosamente il modo di farlo.

Le specifiche condizioni storiche che si vennero a creare durante l’epoca sovietica determinarono inconsapevolmente la nascita di una stagione letteraria irripetibile durante la quale, forse per la prima e unica volta dopo l’invenzione della stampa, il libro smise momentaneamente di essere un prodotto di mercato per essere altro, principalmente arte in sé per sé, ma anche difesa, arma da taglio.

Le violenze del comunismo sovietico lasciarono dietro di sé milioni di vittime – questo è noto –, ma allo stesso tempo la parola, mai così viva e corporea, si trasformò sia nell’unica possibile arma in grado di fendere il potere centralizzato, dotato di ben altri mezzi di difesa, sia nell’unico possibile scudo dietro al quale rifugiarsi per scordare momentaneamente l’orrore e ritrovare un ricordo di libertà.

Parliamo ovviamente di quel tipo di letteratura che si colloca al di fuori dei confini del cosiddetto realismo socialista appoggiato dal PCUS, le cui “sacre” norme e modelli espressivi vennero decretati e approvati nell’agosto del 1934 sotto l’egida di Maksim Gor’kij durante il primo Congresso dell’unione degli scrittori sovietici. Parliamo di quegli scrittori cosiddetti “clandestini” che non accettarono che le loro opere fossero nient’altro che dei tasselli perfettamente combacianti all’interno del grande puzzle sovietico e dell’immagine che di esso si voleva propagandare. Parliamo di quegli scrittori per cui vivere o scrivere erano sinonimi e se scrivere significava essere condannati alla prigionia, non smettevano comunque di vivere.

Il partito ebbe sempre chiara l’importanza che arte e letteratura potessero avere sulla società, nella diffusione di idee e nella formazione della coscienza del popolo: per questo sin dagli anni Trenta si impose, al fine di avere maggiore controllo sulla cultura, l’unificazione di tutte le associazioni di letterati nell’unica Unione degli scrittori sovietici. Coloro che non aderivano erano considerati sostanzialmente dei nemici, dei paria.

Il clima per i letterati, e la fioritura della cultura in generale, si fece momentaneamente più disteso durante il periodo del disgelo, nonostante tutte le contraddizioni che lo caratterizzarono, in modo particolare dopo il famoso discorso di Nikita Chruščëv al XX congresso del Partito comunista sovietico nel 1956 durante il quale alcuni processi poco ortodossi degli anni Trenta vennero definiti delittuosi. Ma quando Leonid Brežnev subentrò al precedente segretario generale la politica del partito tornò a guardare al passato e questo significò maggiore pressione, controllo, ingerenza negli affari culturali. Durante l’epoca della stagnazione la violenza si fa meno fisica, ma si vieta tutto, per principio, e si da la caccia alla parola in quanto tale, dirà in un suo romanzo lo scrittore Andrej Donatovič Sinjavskij (il cui processo a metà degli anni Sessanta, insieme a quello di Brodskij, rappresentò uno dei casi letterari più eclatanti di quegli anni): “Da molte tempo al KGB non picchiano, ma a furia di fatti – colpi bassi, promesse, inganni, minacce o soprattutto di logica, di logica! si spinge l’imputato verso la redenzione”.

Dunque di fronte a dei cacciatori dal fiuto così fino, gli scrittori non allineati, gli outsider, non possono fare altro che rispondere con altrettanta astuzia e sottigliezza mettendo in piedi un sistema di autopubblicazione, non autorizzata ufficialmente, che spesso assume i tratti dell’impresa eroica: l’universo del samizdat.

Il samizdat (dal russo samsebjaizdat che significa autopubblicazione) è il nucleo centrale della resistenza letteraria russa che, tra la metà degli anni Cinquanta e la metà degli anni Ottanta, permise di far diffondere illegalmente milioni di testi tramite i mezzi più rudimentali possibili, tra fotocopiatrici fatte in casa e incredibili personaggi che potremo considerare dei database umani che memorizzavano centinaia di versi pur di far sì che questi non venissero sequestrati.

Si ragionava, in fondo, come poteva farlo con molta schiettezza il detenuto di un campo di prigionia, dice ancora Sinjavskij: “Loro pensano a come chiavarci otto ore al giorno, l’orario di lavoro. Noi pensiamo a come chiavare loro ventiquattro ore su ventiquattro”. I meccanismi che regolano il samizdat rappresentano una sorta di ritorno all’epoca medievale poiché c’è la percezione, forte, che i propri manoscritti possano da un momento all’altro essere requisiti, bruciati, fatti sparire per sempre, un’instabilità che ha davvero poco di moderno. Nonostante questo, quasi paradossalmente, si tratta anche di una stagione di grande fioritura culturale: il mondo letterario nella sua autenticità si sostituisce alle grette leggi di mercato, tra scrittori e artisti si offre reciproco conforto e stimolo, si rinsaldano i propositi creativi. Le persone si incontrano in segreto nelle cucine delle loro case comuni, in piccoli circoli, bevendo vodka e parlando di letteratura come se questa fosse davvero l’unica cosa che possa dare loro la forza di andare avanti.

L’importante è non essere fagocitati dalle fauci dell’oscurantismo sovietico, resistere, e l’unico modo per farlo è affidarsi totalmente alla lingua, credere all’arte come in nient’altro nella vita.

Cos’erano, del resto, gli scrittori agli occhi della polizia politica sovietica se non i peggiori criminali.

 

(nell’immagine un’opera dell’artista della soc-art Leonid Sokov).

 

Dentro e oltre le Piccole donne

(di Francesca Ferrara)

Quando si scrive una fan fiction, le strade percorribili sono due. Quella conservatrice, in cui si mantiene l’integrità originale dei personaggi e si arricchiscono alcuni passaggi della trama senza comunque metterne in discussione i pilastri. E’ una strada a basso rischio; nel peggiore dei casi la reazione del pubblico sarà di indifferenza.

La seconda via è quella critica e creativa. Ciò che nella storia originale si era dato per scontato viene deposto dalla sua mensola ed esaminato nel suo prima e nel suo perché. Operazione rischiosa, perché non tutti gli ammiratori dell’opera originale potranno trovarsi d’accordo.

L’idealista (March in originale e nella seconda edizione italiana), romanzo premio Pulitzer scritto da Geraldine Brooks ed edito in Italia nel 2005 da Neri Pozza, si muove entro una precisa finestra temporale: da quando il padre delle piccole donne inizia la sua esperienza fra le truppe dell’Unione a quando viene ricoverato nell’ospedale di guerra di Washington e fa ritorno a Concord. Fin qui nulla di sovversivo.

Il suo personaggio è ricalcato su quello dell’educatore Bronson Alcott, padre di Louisa May, la cui intera famiglia è stata il cartamodello per il romanzo del 1868. Abolizionista, fra i padri del trascendentalismo, insieme a Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson, e innovatore nei metodi di insegnamento scolastico, ma anche precursore del veganesimo, fondatore di una comune (Fruitlands) e contrario ad indossare i tessuti ricavati dagli animali, come seta e lana. Un dettaglio non trascurabile durante gli inverni nel Massachusetts.

Il problema risiede nell’involucro. Non posso pronunciarmi su Bronson Alcott, ma il cappellano March, io narrante, è noioso, melenso e grondante autocompiacimento. E lo dico con un certo senso di colpa, perché ho amato L’isola dei due mondi della stessa Brooks.

March manca, inevitabilmente, di tensione narrativa. E questo sebbene si alternino due piani temporali, il presente della guerra e il passato della giovinezza. Per quanto possa avvicinarsi alla morte in più occasioni, sappiamo a priori che non morirà qui e ora. Così come sappiamo già che l’infatuazione per la schiava Grace Clement non lo strapperà al suo matrimonio.

Nell’intenzione di mantenere una continuità con la scrittura di Piccole donne, inoltre, Brooks usa uno stile che pur non sacrificando la scorrevolezza moderna emula per dovizia di dettagli e aggettivazione quello ottocentesco. Una scelta sensata, ma che non aiuta una trama e un protagonista poco incalzanti.

La tensione quindi può essere soltanto interiore e la maggior parte del libro non è altro che una lenta, lenta preparazione al momento in cui le contraddizioni della guerra e i l’impotenza dei suoi ideali prenderanno a schiaffi il volto emaciato del cappellano.

Schiaffi metaforici, a differenza di quelli con cui cerca di addomesticare sua moglie, Margaret “Marmee” March, che ha l’abitudine di infervorarsi troppo in pubblico per la causa degli schiavi. Un comportamento inaccettabile da parte di una moglie e una madre, frutto della penna di Brooks, che ha voluto intaccare l’aura di santità del personaggio originale. Intento apprezzabile, esito che lascia contrariati.

Finché… March perde conoscenza e, fino al suo risveglio, proprio Marmee è la nuova voce narrante. Primo colpo di scena. Mentre raggiunge Washington, nel suo monologo interiore, l’unico spazio in cui possa parlare apertamente, smonta una dopo l’altra tutte le brillanti iniziative del marito. Non è mai stata d’accordo con il voto alla povertà per scelta e tantomeno con la sua decisione di partire come cappellano di guerra (!). Secondo colpo di scena. Marmee parla per appena quattro capitoli, ma sono bastati per farmi rivalutare questo romanzo.

Qual è il suo cuore, dunque? Ebbene, a conti fatti, tutto ciò che March dava per scontato, nel suo sistema di valori quanto nella sfera domestica, è stato ribaltato. Si è recato al fronte per portare conforto e insegnare agli schiavi liberati, ma ha causato, in modo più o meno diretto, la morte delle persone con cui ha interagito. Che cosa resta? L’accettazione dei propri limiti a scapito di qualsiasi eroica intraprendenza, ma soprattutto i legami. Con i vivi che hanno sacrificato la propria libertà per dargli la salvezza e con quelli che lo reclamano a casa. Con i morti che continuano a stargli accanto, memento del suo fallimento ma riconoscenti per avere incrociato il suo cammino.

 

Milano raccontata da Luigi Vergallo

(recensione di Nadia Kasa)

Milano frammenti è la storia di un ragazzo; di una piccola banda criminale; di un amore sofferto. Il protagonista è Marco Corbacci, ha trentacinque anni, abita nel quartiere Ticinese e per vivere “si arrangia”. Così come si arrangiano i suoi amici: Francesco e Giovanni. È insieme a loro che progetta i furti. In principio, piccole cose – Marco iniziò con un martello – poi, furti più consistenti. Nonostante la vita in apparenza sbandata, Marco e i suoi amici hanno valori, ideali e un rispetto che li caratterizzano. È questo il focus che convince il lettore a proseguire la lettura: la volontà di vedere che tipo di scelte faranno i personaggi.

La malavita rappresenta, in qualche modo, il demone da cui sono fatalmente attratti i protagonisti. Un demone che consente loro di “tirare avanti”. Ma oltre a questo, si intrecciano anche gli episodi personali. Marco è infatti coinvolto in un amore poco equilibrato, fatto di litigi e conflitti interni. Si percepisce la volontà di stare insieme, ma allo tempo le difficoltà appaiono insuperabili.

Nella storia vengono rappresentati due modelli di realtà. Il primo è il crimine, da cui tutti i giovani e non, almeno una volta nella vita, sono stati attratti, perché accorcia le strade e pare rendere tutto possibile, in primis il raggiungimento del benessere. Tutti noi dovremmo essere dei piccoli antropologi per comprendere da dove nasce tutto ciò: famiglie disgregate, valori sbagliati, violenza, quartieri dove un giovane può farsi un’idea sbagliata del mondo. E poi, quel mondo ti punta il dito chiamandoti: delinquente. Quando invece, è quello stesso mondo che ti ha reso quello che sei. Non è una giustificazione ad azioni sbagliate, illegali, immorali. Ma, tutto ciò porta a una riflessione: comodamente dalle nostre poltrone, puntiamo il dito contro il tale assassino e il tale ladro di borse. Ma è giusto giudicare così, senza remore? Perché qualche volta invece – in modo più costruttivo – non proviamo a ragionare sulle cause che hanno portato a quell’azione?

Il secondo modello di realtà è l’amore malato, sofferto, possessivo, da cui tutti – o quasi – siamo stati attratti, con una forma di masochismo tipica dell’essere umano. Ma questa volontà, di far funzionare le cose a ogni modo, pare caratteristica di generazioni lontane dalla mia, di generazioni abituate alla sofferenza, alla povertà, al bisogno di avere di più. Forse è uno stereotipo o forse una grande verità: sembra che oggi più di ieri, le coppie abbiano l’attitudine a lasciarsi per un nulla. Alla prima difficoltà il palazzetto costruito con leggere assi di legno crolla, talvolta si incendia. E così, ci si ritrova ad avere questo bisogno inesauribile di essere amati, ma si è incapaci, in prima di persona, di amare. Si dimostra un’incapacità di andare oltre le parole buttate a caso in un momento di rabbia o le azioni fatte superficialmente. Questo porta a una solitudine che si ama – più che altro si giustifica – e si odia.

Nella prima pagina di Milano frammenti viene trascritto: i personaggi e i fatti narrati sono frutto di pura fantasia e non hanno alcun rapporto con persone e realtà esistenti o esistite. Ed è vero di sicuro. Ma io ci ho visto solo estratti di realtà.