Lezioni di scrittura: la danza dei Cinque

(di Luciano Sartirana)

Ogni testo di narrativa è composto da cinque elementi…
sono stili, punti di vista, situazioni, forme della realtà da narrare!

L’azione è ciò che accade all’Io narrante, al protagonista,
alle persone attorno, alle città dove ambientiamo la storia o al pianeta tutto.
Chi è implicato nell’azione può avere un ruolo attivo, cioè la provoca, la decide, la fa accadere, la
interpreta; oppure passivo, nel senso che gli capita, lo aggredisce o gli succede accanto.
Azione è l’acquisto di un biglietto del tram, il lungo viaggio, una sparatoria, la corsa a casa sotto
il temporale.
Descrivi l’azione in modo chiaro, fai capire cosa succede senza lasciare dubbi, non mettere troppi
particolari.

Il dialogo porta avanti gli eventi, aggiunge informazioni, descrive i rapporti fra le persone e il loro
mondo interiore.
Il dialogo diretto avvicina moltissimo la narrazione ai personaggi
e al lettore, come il primissimo piano nel cinema.
Evita il più possibile il dialogo indiretto.
Chiediti qual è il tema della conversazione e vai dritto al punto.
Assegna cinque battute per dialogante, poi ne aggiungi o ne togli.
Evita i convenevoli, i normali saluti a inizio e fine dialogo.
Rileggi i tuoi dialoghi a voce alta, così capirai se sono noiosi.
Fai parlare ciascuno dei tuoi personaggi in modo diverso.

La descrizione sembra un’arte passata di moda. In realtà, è sempre importante dare un’occhiata
alle stanze, agli oggetti, alle auto, ai monti e ai cartelli pubblicitari, al taglio di luce,
alla meteorologia… completano l’atmosfera del racconto, ci collocano i personaggi in un
preciso posto e con determinate cose fra le mani.
Crea la scenografia dove succedono gli eventi, e aiuta perfino a descrivere come i personaggi
stessi si sentono.
Non accumulare troppe cose nella descrizione, ma individua i pochi tratti che risultano
più significativi per la tua storia.

L’interiorità appare spesso come segno
di grande letteratura, ma devi renderla più concreta possibile.
Evita espressioni generiche: vago, un senso, un qualcosa, un vuoto; quasi, un po’, appena, avere l’impressione;
non usare mai gli aggettivi strano e squallido, o la forma impersonale.
Parla dello stato d’animo attraverso oggetti, piccole situazioni, ricordi, stati
fisici (es.: la solitudine è un telefono che non squilla).
Racconta come e quando è iniziato quel sentimento, lo sviluppo, cosa si è aggiunto,
se qualcuno vi è intervenuto.
Riporta le azioni anche piccole che il personaggio compie, soprattutto il suo monologo interiore.

La riflessione sei tu autrice o autore che dici la tua sulla storia, i personaggi e il loro carattere
e ciò che fanno, riassumi la trama o inserisci spunti filosofici o psicologici, persino su come va il mondo stesso.
Puoi essere pensoso o ironico, cinico e disincantato come divertito, affettuoso, nostalgico.
Puoi accostarti a uno dei tuoi personaggi e dire chiaramente ciò che pensi di lui.
Affrontare grandi temi che importunano l’umanità da millenni o brontolare per il prezzo della benzina nella tua storia.
Devi solo evitare di essere prolisso, presuntuoso, artificiale.
Scrivi ciò che pensi nel modo più diretto, sintetico, comprensibile; lima le parole, togline un po’.
O anche attribuisci la tua opinione a un personaggio minore.
Una riflessione fatta bene arricchisce e dà spessore alla trama che stai raccontando.

Una volta finito di raccontare ciò che vuoi con uno di questi elementi, prosegui scegliendo uno degli altri quattro.
Tutti e cinque ti stupiranno!

Il bar sotto il mare

(di Marcella Valvo)

La prima opera di Stefano Benni che ho letto è stata Margherita Dolcevita, romanzo del 2005, la cui lettura risale ormai ai miei dodici-tredici anni. Purtroppo, benché sia stato subito amore a prima lettura, non ho più letto niente di suo – rimproverandomi regolarmente per il misfatto. Poi finalmente, pochi giorni fa, mi è capitato tra le mani Il Bar sotto il Mare, una raccolta di racconti in puro stile Decameron: e come un marinaio attirato dal canto della sirena, non ho potuto non afferrare il libro al volo e divorarlo.
Il genere dei racconti brevi si presta in realtà agevolmente a diversi ritmi di lettura: si può leggere tutto d’un fiato, o un racconto al giorno, magari prima di andare a dormire oppure durante qualche spostamento in treno o in metro. Questo, tuttavia, non sono riuscita a diluirlo. Ogni racconto mi chiamava inesorabilmente a quello successivo. Una ciliegia tira l’altra, si dice: in tal caso, Stefano Benni scrive ciliegie.
La cornice fin da subito porta il lettore a immergersi – in tutti i sensi – nella dimensione surreale, assurda, ricreata dall’autore e dominante nei diversi racconti. Non solo la voce narrante esordisce dicendo “Non so se mi crederete”, generando subito l’allerta, ma prosegue con la descrizione di un vecchio signore elegante, con una gardenia all’occhiello, che lo supera lungo la riva del mare con un inchino e sparisce poi nelle acque. Naturalmente, il narratore non può che seguirlo, tuffandosi anch’egli e ritrovandosi davanti a un bar dall’insegna luminosa sospesa a pochi metri dal fondale.

Il barista mi fece segno di avvicinarmi. Aveva un’espressione ironica e il suo volto ricordava quello di un famoso interprete di film dell’orrore. Mi offrì un bicchiere di vino e mi appuntò una gardenia all’occhiello.
– Siamo lieti di averla tra noi – disse sottovoce. – La prego di accomodarsi, perché questa è la notte in cui ognuno dei presenti racconterà una storia.
(Prologo)

Sempre all’interno del prologo che introduce la cornice, assistiamo a una rottura della quarta parete, con il narratore che si rivolge al lettore segnalandogli la copertina del libro stesso, cui far riferimento per capire l’eccentricità dei ventitré avventori del bar. E in effetti l’illustrazione di Giovanni Mulazzani ci rende un perfetto quadro del gruppo: dall’uomo col cappello al vecchio con la gardenia, dal bambino serio al nano, dall’uomo invisibile a quello con la cicatrice, dal cane nero alla pulce che abita il suo pelo… come se non bastasse, i ritratti di tutti questi personaggi si ispirano chiaramente a protagonisti del cinema e della letteratura (vediamo John Belushi in The Blues Brothers, Agatha Christie, Sigmund Freud, Marilyn Monroe, Braccio di Ferro…) e questo anticipa un altro particolare interessante dell’opera, ossia la sua ricchezza di riferimenti intertestuali. Ogni racconto, infatti, si caratterizza per un differente genere e una diversa modalità di narrazione, così che si passi dall’assurdo alla satira, dall’horror al giallo, con plurimi richiami a specifici autori e opere.

– Come lo sai?
– Me lo hai detto tu. Ti vanti spesso delle tue parentele, dottor Lollis. Ecco un altro sassolino che mi è tornato in mente. Due settimane fa tu leggevi questo libro, nell’intervallo in giardino. Allora non mi sembrò strano. Anch’io mi porto a scuola Poe e la zia Agatha… lo hai preso in prestito dalla biblioteca della scuola, vero?
(Priscilla Mapple e il delitto della II C)

Il risultato è un’opera eterogenea che lascia in bocca un sapore differente per ogni racconto, con il retrogusto di un risvolto moraleggiante che tuttavia non si impone mai. Questo perché Benni, pur spingendo alla riflessione, riesce sempre a mantenersi ironico e leggero, sottile e divertente.
Non posso che consigliare a voi questa lettura e promettere a me stessa di non far passare più così tanto tempo prima di rileggere qualcos’altro di suo.

Nonno Celso disse che ne avremmo viste di belle.
Bene, a febbraio era già primavera. Tutte le margherite spuntarono in una sola mattina. Si sentì un rumore come se si aprisse un gigantesco ombrello, ed eccole tutte al loro posto.
Dagli alberi cominciò a cadere il polline a mucchi. Tutto il paese starnutiva, e arrivò un’epidemia di allergie stranissime: ad alcuni si gonfiava il naso, ad altri spuntava una maniglia. La frutta maturava di colpo: ti addormentavi sotto un albero di mele acerbe e ti svegliavi coperto di marmellata.
(L’anno del tempo matto)

Lezioni di scrittura: ovunque nel tempo

(di Luciano Sartirana)

Di cosa parlare parlando di sé?
Di chi? In che luogo? Lungo quale periodo, da che data a che data?
Queste sono naturalmente domande essenziali, e ciascuno di noi che intende scrivere conosce già le risposte anche se a volte è necessario rifletterci, scegliere, scartare, avvicinarsi.

Ricordati un dato essenziale: nonostante le apparenze, il vero protagonista del racconto di sé non siamo noi, o chi dei nostri parenti e amici mettiamo al centro.
Il protagonista è il tempo stesso, perché ciò che in realtà interessa è il suo influsso su tutti noi sotto forma di mutamenti interiori, di domicilio, di frequentazioni, di stato di salute… anni addosso e nostalgia, oppure nuove relazioni e tanto spazio davanti, a qualsiasi età.

Prima di affrontare alcuni dettagli, troviamo fondamentale suggerire le opere di due grandissimi autori contemporanei, che hanno parlato del tempo e di sé in maniera mirabile.
Da loro impariamo il punto di vista e l’azione del mutamento:
– l’italiana Elena Ferrante, con L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta;
– il norvegese Karl Ove Knausgård, con La morte del padre, Un uomo innamorato, L’isola dell’infanzia, Ballando al buio.

Inizia ora a scrivere, o meglio a progettare la tua opera.

Per primo, considera l’idea di spaccato di vita nel tempo: qual è il periodo che ti interessa?
Può riguardare te stesso, naturalmente: l’infanzia, il liceo o un altro corso di studi, quando hai vissuto in quella città, quando hai avuto una storia d’amore; puoi raccontare tutto ciò che succedeva, oppure limitarti appunto a quell’aspetto (lavoro, studi, affetti, etc.)
Oppure puoi narrare di persone vicine a te, o che hanno vissuto prima di te e con le quali tu hai comunque un legame, come nonni e genitori e, per esempio, come hanno passato gli anni della guerra fra 1940 e 1945; oppure siano emigrati da altre parti d’Italia per trovare lavoro.

È importante – per allargare la prospettiva e le cose da raccontare – chiederti perché tu voglia raccontare quel periodo: per capire meglio alcune cose o svelare segreti di vario tipo, per nostalgia dei molti ricordi, come debito verso persone che ti hanno dato tanto, per la curiosità verso un periodo da raccontare attraverso di te.

La cosa più immediata da fare è raccogliere e scrivere i fatti più importanti o che ritieni tali – su di essi puoi cambiare idea, man mano che scrivi – o quelli che semplicemente ti sono restati meglio in mente.

Nel racconto personale, un problema molto concreto che può sorgere è: non è che qualcuno se la prenda?
Se zio Casimiro lo descrivi come un farabutto, è probabile che i rapporti si guastino…!
Di fronte a questo, Elena Ferrante ha costruito una fitta ma agile trama di nomi, relazioni, personaggi dove difficilmente persone ben precise possono essere riconosciute nonostante i tanti riferimenti… ha lavorato sul mimetismo.
Karl Ove Knausgård ha fatto l’opposto, citando persone vere per nome, cognome e circostanze… alcuni parenti lo hanno infatti querelato.
Fai tu…!

Un problema simile può riguardare te stesso: devo essere sincero fino in fondo, parlare di situazioni che mi hanno imbarazzato, le mie crisi esistenziali, i miei sentimenti più intimi?
No, ovviamente; ma chi affronta anche i lati oscuri di se stesso (il lavoro con l’Ombra) offre un livello di autenticità più alto, e troverà molti lettori che hanno vissuto le stesse cose e apprezzeranno come tu hai avuto il coraggio di raccontare.
Di certo, devi trovare il tuo stile per questo.

Di meraviglia e inutilità: il “Repertorio dei matti della città di Genova”

(di Marcella Valvo)

Quattordici autori diversi hanno collaborato per stendere questa raccolta di brevi ed eccentriche storie, aneddoti che sanno un po’ di leggenda. E ciascuno di loro ha saputo rinunciare alla propria personale voce – o meglio, alla propria parlata – per esser parte di questo gruppo di “cronisti medievali” dei nostri giorni.
Ed è proprio così, ogni aneddoto segue quello precedente con continuità, la voce di ogni autore risulta perfettamente uniformata a quella dei propri compagni. È Genova che parla. E parlando ci racconta delle vite che l’hanno popolata, la stanno popolando e – perché no – la popoleranno.

Cerchiamo allora di capire quali sono, queste vite che ci vengono raccontate: forse non ciò che a una prima occhiata definiremmo vite normali. Tant’è che Paolo Nori, curatore di questa extra-ordinaria raccolta, nell’introduzione al volume ci parla degli “squinternati” di Genova: non alcuni, ma la gente.
Quindi, ripeto, a una prima occhiata ci sembrerebbero anormali. Mi ha fatto riflettere la differenza di termini utilizzati. “Matti” e “squinternati”. Qual è la differenza, se ce n’è una?
Facciamo un esperimento. Chiudete gli occhi e immaginate un matto. Poi riapriteli, bene, ora richiudeteli e immaginate uno squinternato. Appare la stessa figura? Perché a me no, in realtà. Allora sono andata a controllare sul dizionario Treccani: matto è definito prima di tutto colui che è stupido, privo di discernimento, che non possiede (interamente) l’uso della ragione; mentre squinternata è una persona sregolata nelle abitudini e nel comportamento.
Prendiamo la prima storia che ci viene narrata:

Uno anziano non buttava via niente, in particolare gli spaghi.
Aveva tre scatoloni pieni di spaghi. Sul primo aveva scritto: “SPAGHI LUNGHI-UTILI”. Sul secondo “SPAGHI MEDI-UTILIZZABILI”. Sul terzo “PEZZI DI SPAGO-INUTILI”.
Quando gli chiedevano perché almeno quelli non li buttava via, rispondeva “Non si sa mai”.

Mi chiedo come identificheremmo noi questo anziano previdente.
Leggendo queste storie ho finito per soffermarmi su questo dilemma: ma i matti, alla fine, chi sono?

C’era una che, siccome era a dieta, mangiava la focaccia solo a piccoli pezzi.

Un matto non è per forza qualcuno di diverso da me… Magari sono proprio io. Perché non potrei essere io?
Giusto a questo proposito. L’altro giorno un amico, il buon Carlo, mi ha mostrato il gancio rotto di una zip del suo zaino. Serviva un attacco nuovo per tirare meglio la zip, allora io gli ho dato un pezzo di spago che tenevo nella tasca del mio zainetto. Al che lui, cui avevo dato da leggere questo libro, mi ha chiesto a bruciapelo di quale gruppo di spaghi facesse parte il mio. Abbiamo concordato che rientrasse tra i “MEDI-UTILIZZABILI”.
Ci abbiamo riso su, ovviamente.
Però poi ci ho pensato: tante, o almeno qualcuna, delle cose che faccio potrebbe tranquillamente finire su questo Repertorio dei matti. Quindi torno a chiedermi: chi è il matto?

In un’intervista del 2017, Paolo Nori cita Giorgio Manganelli per rispondere alla domanda sui tratti comuni tra i matti di tutte le città (perché sì, di raccolte ne hanno scritte tante!): “un matto è un capolavoro inutile”.
Meraviglia e inutilità.
Quindi il matto è chi sa suscitare meraviglia, pur rimanendo inutile? O chi abbraccia la propria inutilità ma mantenendo la capacità di meravigliarsi? O tutte queste cose insieme?
Certo, ogni città ha i suoi matti, tuttavia credo sarebbe meglio dire che ogni città ha le sue storie. Allora questi matti, o squinternati, sono più normali di quanto possiamo pensare. Forse, ancora, siamo noi stessi più matti di quanto vorremmo credere.
E in fondo mi dico: non è meglio così?

 

Lezioni di Scrittura: scrivere di sé

(di Luciano Sartirana)

Parliamo del racconto di se stessi e di ciò che si è vissuto, della propria o dell’altrui esistenza, di un luogo o un periodo storico particolari. Un’avventura di scrittura e di pensiero che può migliorare il tuo stile, la tua capacità di narrare, la bontà della lingua che utilizzi. L’eterno enigma e l’incantesimo dello scorrere del tempo attraverso il tuo personalissimo sguardo. Ciò che oggi alcuni chiamano autofiction, che ha però una tradizione antichissima.

Intanto, qualche suggerimento generale:

  • Ascoltati quando parli! Cura la tua lingua parlata, deve diventare buona come quella scritta: può costare tempo e sforzi, ma facilita la scrittura stessa, che ti nascerà già pronta in testa.
  • Leggi molto, autrici e autori diversi e di ogni epoca e paese, non chiuderti in un solo genere o nei soliti scrittori.
  • Scrivi qualcosa ogni giorno – fossero anche tre righe sul brutto tempo – e alla stessa ora: fa disciplina e favorisce un flusso costante di immaginazione.
  • Se hai iniziato a scrivere, fissa una data entro cui finire il tuo testo: crea sfida ed energia, la tua attenzione eviterà di sfilacciarsi nel tempo.
  • Non deprimerti se ciò che hai scritto non ti piace! Ci sono sempre due fasi: a) prima scrittura; b) revisione e arricchimento.
  • Cura i tuoi ricordi, annotali da qualche parte, chiedi altri dettagli a genitori, parenti, amici o persone che c’erano; saranno la tua materia prima, più ricchi e più vividi se sono anche quelli di altri e secondo il punto di vista di altri.
  • Associa ciò che ricordi a delle date precise… questo li collocherà nel tempo di tutti e acquisiranno autenticità.
  • In ogni caso, non avere l’ansia della precisione o della completezza: alcuni dei tuoi ricordi saranno vaghi o contraddittori… scrivine lo stesso, la tua immaginazione li renderà ugualmente interessanti.
  • Racconta fatti, non solo stati d’animo o riflessioni.
  • Avvicinati a quelle scene lontane più che puoi, non raccontare tutto come narratore esterno, immagina le emozioni di quell’istante se non te le ricordi. Anche se parli del passato, tutto deve avere la forza del presente e della vicinanza.
  • Privilegia il dialogo diretto rispetto a quello indiretto.
  • Salta pure avanti e indietro nel tempo, ma poni la massima attenzione affinché il lettore sappia sempre e immediatamente in che momento e in che anno siamo.
  • Non accontentarti del piccolo mondo quotidiano degli affetti, ma parla anche dei viaggi, del lavoro, di come erano fatte le case e le città, degli eventi storici che accadevano in contemporanea con le tue scene più intime… delle canzoni, dei cortili, degli sport.
  • Fatti una scaletta temporale di ciò che vuoi raccontare, suddivisa per anno, mese, giorno… il calendario di quelle vicende lontane; è affascinante, e aiuta a non fare errori nel citare avvenimenti o far accadere cose.
  • Anche se pensi di conoscerlo bene per esperienza diretta, studia il periodo nel quale vuoi ambientare il tuo racconto, scoprirai comunque cose che non sapevi.

Siate ribelli, praticate gentilezza

(di Marcella Valvo)

Già il titolo di questo libro è uno di quelli che parla da sé: “ribelli” e “gentilezza” in una stessa frase, ha un sapore apparente di contrasto, eppure se ci si sofferma appena un pochino si sente che forse no, non sono poi così lontani.
Quanto è ordinaria la gentilezza oggi? Quanto è scontata la cura per il prossimo?
Saverio Tommasi affronta queste tematiche scrivendo una lettera alle sue due bambine, Caterina e Margherita, perché non si sa mai cosa il domani riserverà a ciascuno di noi e soprattutto perché il tempo dedicato ai propri figli non è mai abbastanza.
E sicuramente è un messaggio che può far bene a tutti.

Ogni capitolo è dedicato a un tema differente, arricchito dagli episodi di vita quotidiana con le figlie – che sono sempre il fondamentale punto di partenza –, dall’esperienza personale dell’autore, e dal messaggio più universale che vuole lasciar trasparire. Il risultato è una lettera che parla direttamente al cuore del lettore, intercettandone il vissuto e aiutandolo a soffermarcisi qualche minuto in più, per riviverlo e – perché no – forse comprenderlo un po’ più a fondo.
La semplicità delle parole di Tommasi, che vuole farsi capire a ogni età, unita alla sua capacità di mostrarsi integralmente, senza maschere e a volte senza troppi filtri – proprio come i bambini – diventano le armi della sua battaglia. Una lotta per i sogni, il rispetto, la vita; e una lotta contro tante forme di ingiustizia: dal bullismo al razzismo, dall’omofobia al fascismo (moderno e non).

Credo che questo libro possa rientrare a tutti gli effetti in una rubrica sui “Libri per stare allegri”: non perché io mi sia sempre sentita così alla fine di un capitoletto, anzi… alcuni mi hanno lasciata pensierosa, altri malinconica, forse arrabbiata, altri sorridente e divertita, altri ancora intenerita. Ma credo che qui stia bene perché quando ci si guarda intorno con gli occhi dei bambini, il mondo ha sempre un po’ più di luce… e la luce a me mette molta gioia. Come spero anche a voi.

In questo, nel mostrare il mondo attraverso gli occhi del bambino, Tommasi riesce bene.

Così, la reazione di Caterina al servizio al telegiornale su uno sbarco o alle foto di un amico del papà sulle migrazioni forzate diventa il bellissimo pretesto per affermare che “il razzismo è un’invenzione degli adulti”:

Mentre eravamo lì, io con le mie foto e tu con i tuoi pupazzetti, ti sei voltata a guardare un’immagine sul mio computer, per due secondi o tre. Era la foto di un bambino su un autobus mentre guarda da un finestrino chiuso. Il bambino era in collo alla mamma, che aveva un velo in testa. Accanto a loro un uomo, penso il babbo. Tu, Caterina, ti concentri sul bambino e mi chiedi l’ovvio: “È un bambino?”
“Sì.”
“È un amico mio?” (sorriso).
“Proprio amico no, non lo conosci.”
“Ah, peccato”

E questo è solo un esempio di come uno sguardo spontaneo e puro sul mondo, così naturale nell’infanzia, si rivela sempre un tesoro prezioso, da proteggere a spada tratta. Perché ci aiuta a tenere in circolo l’amore, a riceverlo e donarlo, a moltiplicarlo. È lo sguardo che ci permette di vedere nel prossimo non un estraneo ma un amico. Ed è lo stesso sguardo che Tommasi riesce non solo a evocare ma anche ad adottare, in una lettera che vorrebbe (forse) insegnare qualcosa alle sue bimbe e finisce per raccontare ciò che le sue bimbe hanno insegnato a lui. Guardare il mondo così non è facile. Serve essere un po’ ribelli. Serve andare contro corrente, come la ragazza sulla copertina del volume, che naviga su un mare di ombrelli grigi con il proprio ombrello multicolore e rovesciato. Un ombrello che la pioggia non la fa scivolare via, ma la accoglie e se la fa amica.

SCHIANTO – Compagnia ÒYES

(di Federica Tosadori)


Ideazione e regia Stefano Cordella | drammaturgia collettiva | con Francesca Gemma, Dario Merlini, Umberto Terruso, Fabio Zulli | disegno luci Stefano Capra | sound design Gianluca Agostini | scene e costumi Maria Paola Di Francesco | assistente alla regia Noemi Radice | organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti.

Produzione ÒYES, con il sostegno di Mibac, Fondazione Cariplo, Next laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo 2018/2019, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Teatro in-folio/Residenza Carte Vive | Menzione speciale Forever Young 2017/2018, La Corte Ospitale.

Spunto di riflessione tematica: Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone, 1986

Prossima replica:
5 aprile 2019 | Teatro dei Segni, Modena
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In scena quattro attori. E un animale. L’animale è uno di loro, è una maschera di gomma, ma ha due occhi neri che sono due specchi. Come i vetri della scenografia, che è minima, semplice, rotta. Tutto sul palco ha subito uno schianto e tutto è diventato frammento, perfino le parole dei protagonisti, le scene, la storia. Il linguaggio è contemporaneo, con una presa forte sulla realtà, ma l’immediatezza è solo apparente.

Esiste nella distruzione un fascino disarmante: quando le situazioni, le storie, le persone, non sono più aggiustabili, allora si è davvero liberi di lasciarsi andare, di rotolare via, di smettere di trattenere, di avere coraggio. Così i personaggi – un uomo in carriera, sempre in controllo, scopertosi gravemente malato, un tassista pieno di vita al punto di diventare logorroico, una donna senza più alcuno stimolo vitale, un ragazzino che si crede un super eroe, ma non di quelli convenzionali, perché lui è Robin, non Batman, Robin! – giungono nel cosiddetto “punto più basso”, quello da cui si può solo risalire. Ma si può risalire? Si deve volerlo, forse, e non tutti ne sono così sicuri. Prima riposarsi un po’ sul fondale può essere salutare, disperato, ma salutare. Ed è così che si sente lo spettatore: come se stesse guardando sul fondo di una bottiglia vuota, caduta e dimenticata per terra in cantina qualche anno prima. Il luogo più lontano e buio dell’universo, quell’angolo dietro all’unico mobile di casa che non si è mai spostato prima: c’è polvere, c’è sporco, c’è vuoto, c’è un insettino che cammina veloce. Sono i personaggi, che si muovono veloci, affannati, in preda al panico, che tentano di studiare la prossima mossa.

E l’animale? Eh, qui la cosa si fa complicata. Mentre l’uomo in carriera si sta facendo accompagnare il più lontano possibile dal tassista che non smette di parlare – sua moglie è incinta, e lui ne è molto felice, nonostante la responsabilità che si sente cadere addosso da questa nuova circostanza – avviene un incidente. Uno strano animale viene investito dall’auto e rimane ferito, in punto di morte. I due decidono di portarselo dietro, fino a che non incontrano per la strada un altro essere altrettanto strano. Umano stavolta, ma travestito da Robin, un ragazzino che vuole uccidere Jocker. L’animale guarda i loro movimenti, li osserva, si lascia osservare e muto interagisce con gli altri. Anche con il pubblico, che viene inglobato da quegli occhi enormi: quando la maschera si volta sulla platea sono tutti coinvolti, nessuno escluso. I tre umani arrivano in un locale, un pub, un autogrill, un luogo senza luogo; qui una donna li accoglie, e con la sua voce li strega, si fa ascoltare e ascolta. Ma forse non è vera comunicazione quella che avviene tra loro, perché sono tutti lo specchio di tutti, e i protagonisti si avvertono inevitabilmente soli.

L’animale nel frattempo dov’è finito? È mai esistito davvero? È ognuno di loro forse, parte di ognuno di loro, ognuno di noi. È un agglomerato delle loro paure, delle loro voglie, delle loro pulsioni. È il loro desiderio morente. Una voce della coscienza che urla da dentro cosa fare, dove puntare, l’ultima aspirazione. Ma viene ignorata, se non da tutti da almeno il 75% dei quattro. Non c’è possibilità di 100% in quest’opera, nemmeno a livello formale – stiamo parlando inoltre di scrittura collettiva, dunque il lavoro di riscrittura e rimontaggio è potenzialmente infinito. Niente e nessuno può arrivare alla propria completezza, lo spettacolo stesso rimane sospeso sul finale, manca qualcosa, ma è inevitabile. Perché non si può parlare della meta quando si sta raccontando di un viaggio, per di più se si tratta di un viaggio dalle atmosfere oniriche, notturne, surreali. I sogni non sono mai totali, ti risvegliano sempre attraverso una domanda. Senza quei dubbi probabilmente non ci alzeremmo nemmeno dal letto. E allora il dubbio è l’animale, è la pulsione ancestrale che ci mantiene in vita.

Su “La malasorte”, di Daniela Grandinetti

(di Luciano Sartirana)

Ho letto La malasorte, della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti, uscito nel 2018.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, circa cento anni fa. La poco più che adolescente Cosma entra nella casa del notabile del posto come domestica. A casa sua regna la povertà più assoluta, quel passo pare essere una cosa buona. Non lo sarà; e nei decenni successivi il suo fantasma pare essere la causa di tempeste, disastri e appunto malasorte.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, oggi. La giovane Cettina è partita per Milano anni fa, per intraprendere studi di arte. Partita è un eufemismo: in realtà è una fuga senza prospetto di ritorno. Ma a Milano combina molto poco, e a un certo punto deve tornare a Sovara per questioni famigliari. Anche qui siamo all’eufemismo, perché ciò che l’aveva allontanata non è mutato di un centimetro… violenza fra le mura, nessun affetto vero, un paese abbandonato fuori e dentro di sé. È solo grazie all’affettuosa pervicacia dell’amica d’infanzia Tilde che Cettina riesce a raccontarsi, ammettendo le menzogne che ha raccontato a Tilde stessa e che le facevano però da scudo a tutto. Solo da qui, nel riconoscere e guardare in faccia ciò che di arido e di violento si porta dentro, Cettina inizia a uscire dal circolo vizioso della malasorte che invece aveva abbattuto Cosma.
I temi affrontati sono molti, uno più affascinante e complesso dell’altro: il parallelo fra la vicenda di Cosma e quella di Cettina, dove nulla è facile per nessuna delle due; l’idea di lasciarsi tutto dietro andando lontano, ma fallendo perché ci si sente comunque osservati e impreparati di fronte alle aspettative, per cui si mente e ci si nasconde; la lotta con se stessa che è lotta con rapporti pietrificati nel tempo, come e più del territorio stesso.
Soprattutto, ciò che in famiglia e della famiglia non si può dire: la violenza.
Rispetto alla solitudine infinita di Cosma, i decenni non sono però passati invano. Oggi Cettina ha l’opportunità di una relazione positiva con un’altra donna, Tilde, a significare che è solo ricostruendo una genealogia femminile di consapevolezza e sostegno che si può uscire da un patriarcato da paleolitico. Una relazione faticosa ma che muove dei passi importanti, quella fra Tilde e Cettina; comunque ostacolata da un senso di ritrosia, di rispetto umano, di chiusura verso chi ci sta attorno, nonostante tutto.
“La malasorte” è un libro di un’intelligenza sottile, un’attenzione millimetrata al moto d’animo, l’attraversamento di una terra e di una cultura, una lingua da costruire e delle cose di sé da capire. Di Calabria da cui si fugge e magari si torna. Di donne cui non basta rispecchiarsi in una leggenda lontana, ma vogliono essere vive oggi.
Tante cose, tanti significati… e uno stile agile ed elegante, preciso, profondo, lucente, che ti accompagna e fa venire voglia che arrivi sera per riprendere la lettura. Apre anche scorci di te, di me, sui copioni di vita ereditati e dai quali è bene uscire. Un libro e una scrittrice importanti.

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa

(di Marcella Valvo)

Non mi sento esattamente la persona più competente del mondo per poter recensire un libro. Ma se ci spostiamo su un altro piano – quello dell’esprimere ciò che il libro mi ha dato – allora riesco a trovare uno spazio davvero per me.
E questo ci porta al senso di questa rubrica, dedicata ai libri che ci aiutano a “stare allegri”. In fondo, per ciascuno significa qualcosa di diverso, e anche per una stessa persona possono essere diverse le cose che la fanno stare allegra. Giusto?
Per questo cercherò di spaziare il più possibile, lasciandomi trascinare dall’intuizione e, perché no, dai consigli degli amici. 
Partendo dall’ultimo libro che ho letto, si è trattata proprio di un’intuizione aiutata – bisogna ammetterlo – da un titolo quantomeno evocativo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa. Coincidenza ha voluto che, dopo aver rimuginato sul comprare o meno questo libro per circa un mese, un’amica me lo abbia prestato. Inutile dire che, appena terminato, me ne sono procurata una copia tutta mia…

Perché questo titolo? Cos’ha di speciale questo libro? Perché dovreste correre a comprarlo anche voi?
Risponderò a tutte queste domande raccontandovi nel mentre la storia che fa da colonna portante ai capitoli: una storia di speranza e di fede, di scelte fatte con la consapevolezza di mille contro e un solo pro, di desiderio di equità e giustizia sociale. Una storia alla quale fanno da corollario altre piccole storie di giovani italiani che, come recita il sottotitolo, «non hanno avuto paura di diventare grandi».
A riportarle è Mario Calabresi, al tempo della stesura del libro ancora direttore de La Stampa (attualmente direttore di Repubblica, dal gennaio 2016), e personalmente coinvolto dal racconto, dal momento che vede protagonisti i suoi stessi zii.
Gigi Rho e Mirella Capra, entrambi medici, decidono di trasferirsi in Africa dopo il loro matrimonio. La lista di nozze, una serie di articoli e strumentazione per l’ospedale che stanno aprendo a Matany, Uganda.
Vi rimarranno cinque anni, il tempo di avviare la clinica e lasciarla nelle mani di medici e infermieri locali, tutti in gamba e desiderosi di rimboccarsi le maniche per il proprio villaggio. Primi fra tutti, i cosiddetti “vaccinatori in bicicletta”, dodici ragazzi formati da Gigi e Mirella, per andare nei centri più piccoli e periferici a distribuire i farmaci e fare sensibilizzazione. Perché non basta aprire una clinica e lasciarla lì a disposizione: è importante che si colga il valore, prima di tutto, di una cura personale, indipendente da ciò che può essere trattato in ospedale.

«Non ho mai smesso di onorare l’impegno che avevo preso con tuo padre. Io, che avevo studiato l’inglese nella speranza di andarmene, sono rimasto qui tutta la vita e ho continuato a fare quello che ci aveva insegnato: sono andato in pensione questo mese, esattamente dopo quarant’anni. Ci sono stati giorni faticosi, ma sono orgoglioso della fiducia che era stata investita su di me.»

Queste le parole di Joseph, uno di quei dodici ragazzi, a Stefano, figlio di Gigi Rho.
Nonostante il ritorno in Italia dopo cinque anni, il richiamo di quella terra lontana rimarrà sempre vivo nel cuore dei due medici, tanto che decideranno di tornarci altri due anni – proprio dopo quella lista di pro e contro richiesta dal padre di Mirella – prima di rendersi conto che per i loro tre figli era davvero troppo dura.
Lo sapevano, prima di ripartire, che poteva non durare: eppure di fronte a tutti quei “ma” ciò che ha vinto è stato un unico “sì”, dettato da ciò che hanno chiamato “uno slancio del cuore”.
In Uganda, la loro vicenda ha finto per intrecciarsi a quella di tanti altri medici e infermieri, anche italiani, che hanno dato il loro contributo al sistema sanitario del paese in un modo silenzioso ma fedele, acceso dal fuoco della passione e della volontà di mettersi al servizio degli ultimi.
E quella passione ha scavato man mano il proprio solco su quella terra, animando le fiamme dei giovani del posto che attendevano solo che si ricordasse loro che sognare è possibile: certo non facile, ma una fatica per cui vale la pena, sempre.

Questa ad esempio la storia di Peter Lochoro, che ha cinque anni quando vede nascere e svilupparsi il Saint Kizito Hospital. Destinato a fare il pastore, la sventura decide di mettersi in mezzo e cambiargli la vita, perché l’allevamento della sua famiglia viene razziato da un gruppo di guerrieri e a lui non resta che andare a studiare.
Da lì, una borsa di studio dietro l’altra, conquistate con impegno e dedizione, gli hanno permesso di frequentare un master a Londra.
Oggi Peter è direttore di tutti i progetti CUAMM (Medici con l’Africa) in Uganda. E ancora, Matthew Lukwiya, che ha lavorato con Mirella Capra e Lucille Corti per il suo tirocinio post-laurea ed è diventato il primo direttore ugandese del Lacor Hospital, Gulu.
Qui nel libro, si fa riferimento alla testimonianza della suora comboniana Dorina Tadiello, che lavorò a lungo con lui e lo accompagnò negli ultimi istanti di vita, interrotta troppo presto a causa dell’epidemia di Ebola scoppiata nei primi anni 2000 in Uganda. Sono andata a leggere quella testimonianza, e una frase in particolare di Matthew mi è rimasta in testa:

«Mi piacerebbe che la generosità, lo spirito di dedizione, non fossero solo una scelta dei primi anni di professione, ma uno stile di lavoro e di impegno che si protrae nel tempo. Le motivazioni al servizio non sono né scontate né automatiche, sono frutto di un processo di crescita che va coltivato…»

Perché è qualcosa su cui mi sono soffermata a riflettere spesso, soprattutto di recente, da quando mi sono laureata e ho iniziato a guardare più da vicino il mondo del lavoro. Matthew parla di stile di lavoro, che è qualcosa di indipendente dal lavoro in sé, o almeno in parte. Posso svolgere qualsiasi mestiere, ma ciò che mi definisce non dev’essere l’uniforme che indosso, quanto il modo in cui la indosso. Mario Calabresi racconta di un altro suo incontro in Uganda, quello con Giovanni dall’Oglio, medico romano per anni responsabile dei progetti CUAMM in Uganda, e parlando di lui e della sua ecletticità, dice: “non ci dobbiamo condannare a vivere solo nel nostro camice”.

Come tante altre storie narrate in questo libro, ciò che davvero conta è sognare, andare oltre, “immaginare oltre quello che ci hanno detto sia consentito”. Così ce l’ha fatta Elia Orecchia, che ha ereditato il mestiere paterno ed è riuscito a resuscitare l’ultima lampara di Genova.
Così Aldo Bongiovanni ha riportato in vita il mulino di famiglia nel Cuneese, ascoltando le nuove esigenze del mondo in cambiamento e reinventandosi senza lasciarsi frenare dall’ignoto.

Perché Non temete per noi mi mette allegria? Si parla di fatiche, certo.
Di sofferenza, di lotta. Di vicende difficili che non possiamo ignorare.
Ma anche di energie spese senza rimpianti, di decisioni prese col cuore, di pienezza di vita.
Di speranza. Non so voi, ma a me la speranza mette allegria, e questo libro mi ha dato una grande carica di speranza.
Il mio consiglio è questo: lasciamoci contagiare.

Carlo Carrà, l’intimità ritrovata

(di Federica Tosadori)

“Insomma la mia pittura non vuole essere né naturalista né solo mentale,
pur affermando l’esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall’immaginazione.

Se poi le mie parole a qualcuno sembrassero poco singolari,
dirò che mai mi sono proposto di fare il singolare.
Di gente singolare il mondo è pieno.”

 

Due abissi chiusi, neri, gli occhi di Carlo Carrà. C’è un video, più o meno a metà percorso, in cui l’artista viene intervistato nel suo studio, ormai anziano, quando le sue opere potevano infine essere catalogate, definite… Carrà è stato sicuramente un uomo molto scherzoso, in un secolo oscuro come il ‘900, e in un certo senso le gocce liquide dei suoi occhi ne dimostrano entrambi gli aspetti: della sua personalità, del suo tempo. Mancano pochi giorni alla fine della mostra su Carlo Carrà curata da Maria Cristina Bandera presso il Palazzo Reale di Milano, piano terra per la precisione – ché sopra c’è Picasso. Le opere esposte sono 130, molte delle quali prestate da collezionisti privati, aspetto che rende la visita ancora più preziosa. Eppure, che senso ha recensire una mostra che sta per finire, quando non c’è più tempo per correre a vederla? Nessuno, ma ho anche pensato che forse così è ancora più spontaneo quello che sto per dire: la mia non è pubblicità. È solo un racconto.

Devo specificare subito che alla mostra ci lavoro. Questo cambia tutto, o meglio caratterizza tutto, definisce il mio modo stesso di fruire dell’arte. Fruire è un’azione – oltre che una parola – meravigliosa, a cui non viene mai riconosciuta la potenza adeguata. Osservare in silenzio, cercare di capire, ascoltare. Prima di tutto si fruisce delle cose e poi si prendono delle decisioni. Io me ne sto nel mio Bookshop, tranquilla, seduta dietro allo schermo della cassa, a impilare cataloghi insieme ai miei colleghi, a cercare di capire come esporre quei libri che vendono meno – che tanto non serve a niente perché il libro più venduto resta sempre Come si seducono le donne di Filippo Tommaso Marinetti (e stiamo parlando del 1916 e di Futurismo, velocità guerra macchina, ma alle persone piace pensare che in quel libricino sia svelato l’unico segreto che non verrà mai rivelato al mondo…) – dicevo, me ne sto circondata dai libri, e da dietro la tenda nera che delimita lo spazio atemporale dell’esposizione da quello consumistico della realtà, spuntano i visitatori un po’ sconvolti, con occhi giganti, sorpresi dalla luce, e tutti, tutti veramente contenti.

«Che mostra bellissima!», «Che esposizione meravigliosa!», «Ne è valsa proprio la pena!», «Sono davvero soddisfatta!», «Ma come mai c’è così poca gente?» e via dicendo. Ecco, la mia visita alla mostra è cominciata così. Allora un giorno, dopo svariati tentativi e giri veloci in brevi archi di tempo, mi sono decisa e mi sono tenuta libera solo ed esclusivamente per visitarla: una pausa da ogni cosa. Avevo deciso di farlo da sola. Ma poi un’amica mi ha scritto: ‘Andiamo insieme oggi, anche io sono libera!’ – dal lavoro, anche il suo, nella soprastante mostra di Picasso. ‘Certo!’. Quindi ho capito. Che è sempre una questione di persone, di relazioni. Non potevo visitarla da sola, perché l’avevo già vissuta con ogni visitatore con cui avevo scambiato due parole al Bookshop. E dentro anche, in ogni sala un “ciao” al guardia-sala presente, e una condivisione di pareri perfino, gli stessi colori osservati da altri sguardi. Lavorare a Palazzo Reale è un’occasione che augurerei a molti. È una chance di incontro che si moltiplica ogni giorno: conoscere persone presenti attraverso persone passate.

Carlo Carrà è stato un pittore coraggioso, che dal Futurismo più puro è passato alla metafisica più asciutta e dolorosa per poi decidere che basta, avrebbe fatto di testa sua, e la testa sua gli diceva natura, forme geometriche all’interno dei paesaggi, contatto diretto con il suolo, con il mare, con l’umano, che a un certo punto sparisce dai suoi dipinti, ma solo perché in fondo ci è appena passato e ha lasciato un panno piegato, sotto a un pino marittimo, una barchetta vuota, un tendone da circo abbandonato. Ha lasciato una casa, è salito sulla montagna ed è già andato oltre, là dietro, dietro al quadro, oppure davanti al tavolo di un natura morta con coltello e libro. Un quadro di Carrà si potrebbe osservare delle ore intere, per assaporarne tutti i vuoti, tutte le mancanze, per considerarle parte delle cose, spazi nulli che riempiono il mondo. Fuori tutti – amici, colleghi, baristi, comunali, ex studenti, dispersi, senegal boys, venditori di rose, pompieri e perfino il nipote del pittore, visi incrociati mille volte, pezzettini di relazione – dentro ai quadri nessuno. La mostra di Carrà è stata una compensazione meravigliosa.

Poi l’umano è ricomparso, dopo l’abbandono, ritorna, compensa. A un certo punto nei quadri di Carrrà gli esseri umani diventano giganti, imponenti, delle statue di muscoli, dei veri monumenti di carne. Spesso ancora vicino all’acqua, seminudi, di schiena, solitari. Un’interiorità pura traspare da queste figure di bagnanti e nuotatori; intimità nel mare verde sullo sfondo, nel cielo quasi in tempesta. La mostra in sé è molto intima, questa sensazione mi è vorticata dentro per tutto il tempo, il contrario perfetto delle parole in libertà futuriste, dove si urlava, si sbraitava, da cui tutto è cominciato. Dalla rabbia espressa a colori del Futurismo, Carrà è tornato indietro, nella storia dell’arte, nelle emozioni. Si è ricostruito una sensibilità primitiva, ancora più profonda proprio perché filtrata da arti categoriche come il Futurismo e la Metafisica. Le forme si sono fatte semplici, simboliche e per questo misteriose: giocattoli, carrozze, sospesi su uno sfondo arancio scuro. E poi l’azzurro e il verde dei paesaggi. La mostra di Carrà è un percorso nella sua testa, nella mente di un uomo che ha trasformato la natura in uno spazio mitico, un luogo dove tutti vorremmo tornare, perché è da lì che veniamo. L’origine, il centro, un contatto cordiale con la terra.

…Forse siete ancora in tempo: manca una settimana!