Lezioni di scrittura: la danza dei Cinque

(di Luciano Sartirana)

Ogni testo di narrativa è composto da cinque elementi…
sono stili, punti di vista, situazioni, forme della realtà da narrare!

L’azione è ciò che accade all’Io narrante, al protagonista,
alle persone attorno, alle città dove ambientiamo la storia o al pianeta tutto.
Chi è implicato nell’azione può avere un ruolo attivo, cioè la provoca, la decide, la fa accadere, la
interpreta; oppure passivo, nel senso che gli capita, lo aggredisce o gli succede accanto.
Azione è l’acquisto di un biglietto del tram, il lungo viaggio, una sparatoria, la corsa a casa sotto
il temporale.
Descrivi l’azione in modo chiaro, fai capire cosa succede senza lasciare dubbi, non mettere troppi
particolari.

Il dialogo porta avanti gli eventi, aggiunge informazioni, descrive i rapporti fra le persone e il loro
mondo interiore.
Il dialogo diretto avvicina moltissimo la narrazione ai personaggi
e al lettore, come il primissimo piano nel cinema.
Evita il più possibile il dialogo indiretto.
Chiediti qual è il tema della conversazione e vai dritto al punto.
Assegna cinque battute per dialogante, poi ne aggiungi o ne togli.
Evita i convenevoli, i normali saluti a inizio e fine dialogo.
Rileggi i tuoi dialoghi a voce alta, così capirai se sono noiosi.
Fai parlare ciascuno dei tuoi personaggi in modo diverso.

La descrizione sembra un’arte passata di moda. In realtà, è sempre importante dare un’occhiata
alle stanze, agli oggetti, alle auto, ai monti e ai cartelli pubblicitari, al taglio di luce,
alla meteorologia… completano l’atmosfera del racconto, ci collocano i personaggi in un
preciso posto e con determinate cose fra le mani.
Crea la scenografia dove succedono gli eventi, e aiuta perfino a descrivere come i personaggi
stessi si sentono.
Non accumulare troppe cose nella descrizione, ma individua i pochi tratti che risultano
più significativi per la tua storia.

L’interiorità appare spesso come segno
di grande letteratura, ma devi renderla più concreta possibile.
Evita espressioni generiche: vago, un senso, un qualcosa, un vuoto; quasi, un po’, appena, avere l’impressione;
non usare mai gli aggettivi strano e squallido, o la forma impersonale.
Parla dello stato d’animo attraverso oggetti, piccole situazioni, ricordi, stati
fisici (es.: la solitudine è un telefono che non squilla).
Racconta come e quando è iniziato quel sentimento, lo sviluppo, cosa si è aggiunto,
se qualcuno vi è intervenuto.
Riporta le azioni anche piccole che il personaggio compie, soprattutto il suo monologo interiore.

La riflessione sei tu autrice o autore che dici la tua sulla storia, i personaggi e il loro carattere
e ciò che fanno, riassumi la trama o inserisci spunti filosofici o psicologici, persino su come va il mondo stesso.
Puoi essere pensoso o ironico, cinico e disincantato come divertito, affettuoso, nostalgico.
Puoi accostarti a uno dei tuoi personaggi e dire chiaramente ciò che pensi di lui.
Affrontare grandi temi che importunano l’umanità da millenni o brontolare per il prezzo della benzina nella tua storia.
Devi solo evitare di essere prolisso, presuntuoso, artificiale.
Scrivi ciò che pensi nel modo più diretto, sintetico, comprensibile; lima le parole, togline un po’.
O anche attribuisci la tua opinione a un personaggio minore.
Una riflessione fatta bene arricchisce e dà spessore alla trama che stai raccontando.

Una volta finito di raccontare ciò che vuoi con uno di questi elementi, prosegui scegliendo uno degli altri quattro.
Tutti e cinque ti stupiranno!

La vegetariana

Ovvero l’efficacia onirica

(di Federica Tosadori)

Una curiosità profonda, come non mi accadeva da tempo, mi ha fatto avvicinare di soppiatto a questo libro. Ci siamo osservati da lontano, come due gatti che studiano i rispettivi occhi luminosi, lui dal suo scaffale da libreria di stazione, in alto, io poco più in basso, timidamente. Era una mattina di dicembre nebbiosa e io aspettavo un treno per Mantova girovagando tra i volumi poco lontano dai binari. Lo stavo cercando ma lui non c’era in nessun reparto, e non volevo chiedere aiuto perché faccio fatica a trovare una gioia migliore di quella di scovare tra mille, il libro che si sta ardentemente aspettando di trovare. Perse le speranze mi sono recata allo scaffale delle riviste, decisa e rassegnata… a quel punto è stato lui ad ammiccarmi dalla sua posizione di “libri più letti”. D’altronde La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang è vincitore del premio Man Booker International Prize 2016, il premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito, dunque potevo proprio aspettarmelo che l’avrei trovato lì, subito all’ingresso.

Ma ormai non ci pensavo più. Mi ero già innamorata della sua copertina panna Adelphi, del suo fiore bianco ferito di rosso in copertina, della delicatezza sottile del suo essere. E la forza del suo titolo La vegetariana. Niente a che vedere con le mode, le credenze, le scelte prese, criticate, seguite oggi. Quel titolo prescindeva, era qualcosa di più. Si è soliti affermare, che è necessario amare se stessi prima di poter amare l’altro, ma secondo me prima bisognerebbe amare un libro e poi apprezzare tutta la realtà circostante. Questo è uno di quei testi che silenziosamente urla tutta la bellezza dell’esistenza. Tutta la bellezza del dolore consapevole.

Sta di fatto che me lo sono portata a Mantova e l’ho tenuto fermo lì immobile, non-letto, presa da altri impegni di letture studiose, per più di un mese. Ma ci pensavo spesso e ne pregustavo il sapore che sentivo essere agrodolce. Quante storie personali girano al di fuori dei libri senza che loro lo sappiano. Pazienti aspettano che arrivi il loro turno mentre i lettori vivono. Quando infatti, dopo un Natale fugace, ho sentito che ne avevo fortemente bisogno l’ho ripreso tra le mie mani, come quella prima volta in libreria, e l’ho aperto. Una settimana, nei viaggi in treno e in metro, in tram e nella notte, e l’ho richiuso estasiata. Ogni cosa ha più senso quando si legge il libro esatto. E quando dico esatto intendo inevitabile.

Estremamente crudo e violento, dietro il velo di pacatezza oltre il quale sembra riposare, La vegetariana è un libro capace di far riaffiorare con delicatezza una pesantezza esistenziale. I personaggi escono dalle pagine lentamente, come dei fantasmi vaporosi che prendono corpo senza fare troppi capricci, danzando coraggiosamente davanti ai nostri occhi lettori. Apparentemente la trama è molto semplice: una donna, comune, decide improvvisamente, dopo aver fatto un sogno, come ripete lei, di diventare vegetariana, avendo fino al giorno prima cucinato qualsiasi tipo di carne per il marito, un uomo altrettanto comune, così come sono comuni la sorella di lei e la sua stessa famiglia. Insieme intrecciati i personaggi ruotano intorno a Yeong-hye, la vegetariana appunto, e alla sua rinuncia, lasciando che dentro di loro si dilatino i confini rigidi all’interno dei quali avevano abitato fino a quel momento.

Sogno un omicidio.

Uccido qualcuno o vengo ammazzata… le distinzioni sono confuse, i confini si erodono. La familiarità sfuma nell’estraneità, ogni certezza diventa impossibile. Solo la violenza è abbastanza vivida da rimanere. Un rumore, l’elasticità dell’istante in cui il metallo colpiva la testa della vittima… l’ombra che si accasciava e cadeva, un baluginio freddo nell’oscurità.

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinsesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita.

Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando.

Quella sensazione raccapricciante, sordida, orrenda, brutale. Non resta nient’altro. Omicida o vittima, un’esperienza troppo nitida per non essere reale. Determinata, disillusa. Tiepida, come sangue appena raffreddato.

Comincia a sembrarmi tutto insolito, quasi mi fossi accostata al rovescio di qualcosa. Chiusa dentro una porta senza maniglia. Forse solo ora mi ritrovo faccia a faccia con qualcosa che è sempre stato qui. È buio. Tutto si spegne nell’oscurità più nera.

La voce della protagonista è relegata a dei singoli brevi frammenti, che svaniscono dopo la fine della prima parte della storia, che è divisa in tre punti di vista. Sappiamo e vediamo di lei solo quello che sanno e vedono gli altri personaggi, di cui invece indaghiamo l’intimità, in un climax profondo e inaspettato. Ogni pagina è una sorpresa in questo testo così semplice e fluido alla lettura, come se toccasse solo obliquamente sofferenze individuali insanabili. La sensazione è quella di una passeggiata tra la folla in cui ci si ritrova continuamente a rimbalzare da uno sguardo all’altro, chiedendosi: ma cosa c’è che non va in questi occhi? E in questi altri?

Senza avere risposte si prosegue a camminare, e a leggere. Seul è diventata Milano, Milano diventa una città qualunque. Il coreano diventa italiano, l’italiano diventa una lingua qualsiasi, immagini di fiori violentemente colorati spuntano dalle parole del libro. Dal luogo più lontano dell’universo al minimo pensiero umano, tutto viene racchiuso nella pace aspra di queste pagine. Ogni battaglia personale, anche quella più insensata, ha la stessa dignità naturale di una foglia che si aggrappa al suo ramo durante una tempesta. Quindi anche una rinuncia, un allontanamento, un rifiuto deciso di ogni tipo di violenza rappresentano una guerra senza armi che è inevitabile in questo caso e in chissà quanti altri. La decisione della protagonista è un grido di vita, anche se si presenta come un’autodistruzione, dato che subito dopo la carne la protagonista si troverà a eliminare altro cibo, sempre di più, compiendo un percorso che la avvicina al suo nucleo vegetale. La resistenza che ci imponiamo ogni giorno, perché in fondo il libro parla di noi, è qualcosa che può essere trasformato in positivo. Come una fotosintesi clorofilliana, che risucchia tutto generando nuova energia.

E pensare che è stata tutta colpa di un incubo.

I corti. Jazz.

(un racconto di Monica Frigerio)

– Davvero suoni la batteria?
– Sì.
Mi sorrise come le stessi chiedendo la cosa più assurda del mondo.
– Che bello. Mi piacerebbe sentirti ogni tanto.
– Stasera volevo andare in quel locale sulla Gribojedova, fanno jam sessions ogni martedì sera, vieni?

Lo stereo sputava nell’aria le conversazioni di If I had you, veleno per ricordi addormentati.
Dima si vestì in fretta e decise di uscire. Le acque del fiume erano nere nei tratti dove il sole ormai al tramonto non le illuminava. Le isole incombevano come morti che si risvegliano da un lungo sonno mentre i lavoratori facevano ritorno nelle loro case traballanti.
Percorse il ponte ondeggiando sui suoi piedi, vedeva le colonne di fabbriche davanti a sé come barriere scagliate nel paesaggio.
Se gli fosse stato concesso di rinchiudere in una scatola quella malinconia lo avrebbe fatto, ma sapeva che era suo dovere lasciarla andare. Avrebbe per sempre ricordato solo le lenzuola bianche, spiegazzate e poi due occhi azzurro fradicio che gli raccontavano cos’era successo.

Si gettò in una tavola calda prendendo posto vicino alla finestra. Studiò l’ambiente, quasi circospetto, e mentre ordinava alla cameriera sentiva le risate degli altri clienti intorno che mostravano, digrignando, i loro denti perfetti.
Calò la testa penitente sul tavolo a maioliche e si concentrò nello sforzo non voluto di ripercorrere la loro geometria.

Se solo ogni tanto ci fosse un vago alone di stabilità in quello che stiamo facendo, forse… forse sarei felice. Ma può anche darsi che durerebbe poco, poi mi tornerebbe la nausea, ricomincerebbe tutto da capo, mi troverei seduto di nuovo qui o da qualche altra parte a rimuginare su cosa mi abbia trascinato fino a questo punto.

Ricordò il loro piccolo viaggio in treno per arrivare a Helsingør, quell’estate che sembrava dicembre quando era andato a trovarla in Danimarca. Le foreste dietro i finestrini e la testa sempre appoggiata lì, sulla sua spalla.
Faceva freddo, il cielo non aveva ancora smesso di lamentarsi e scagliare a terra i suoi pianti eppure, concentrandosi, si vedevano le coste sfumate della Svezia dall’altra parte.
Durante il viaggio di ritorno non si scambiarono una parola, ma non gli lasciò mai la mano. Era stato forse il giorno seguente, quando, dopo averlo fatto andare fino a lì, lei gli aveva detto che le dispiaceva immensamente, ma ormai…  non aveva potuto sopportare le distanze e non aveva avuto cuore di dirglielo al telefono.
“C’è del marcio in Danimarca…”, gli passò per la mente con noncurante ironia.

Le ragazze a fianco avevano ordinato dei pancake e li stavano ricoprendo di marmellata ai frutti rossi, il rumore del coltello che si intingeva nel vasetto gli riempì le orecchie.

Basterebbe farsi amici dell’imprevedibilità… tenere gli occhi chiusi, anzi no uno meglio lasciarlo aperto. Girarle intorno, all’imprevedibilità, ma circospetti. Per non trovarsi maceria degli eventi. Hai maggiori possibilità di sopravvivere se sopporti la perdita senza diventare cinico.

Pensò a tutte quelle volte in cui il suo cuore si era ridotto a un organo isterico e irrequieto. Ai tentativi malriusciti di lei, di catturarlo su un foglio da disegno, quell’estate che era venuta a San Pietroburgo per frequentare un corso all’accademia.
Quella sera, per lo più, avrebbe voluto scivolare per le vie anestetizzate della sua città, fra le spirali di luci, invisibile.
Oppure essere una macchia di colore informe. Rosso come, non la passione, ma la tenerezza, perché è quasi sempre colpa sua.

La cameriera tornò con il piatto che aveva ordinato.
– Anche un whiskey per favore.

Animali notturni

(di Monica Frigerio)

Ogni tanto, quando alle sei del mattino suona la sveglia che ci chiama al lavoro, ci si chiede se, per caso, la nostra schiena si sia indurita, il torso si sia allargato e le membra tutte abbiano perso un po’ della loro sensibilità. Ci si chiede, insomma, se si sia stati trasformati in un Ungeziefer, quel grande insetto parassitario che nelle fantasie di Kafka diventa Gregor Samsa.

Ma no, tutto sembra a posto, scherzi di quel genere avvengono solo in quegli stretti cunicoli tenebrosi dove quel ragazzo esile e spigoloso trascina chi legge la sua opera.

Noi siamo ancora relegati alla nostra essenza umana.

Si dice che sia letteratura tutto ciò che possa venire riletto almeno due volte, ebbene di Franz Kafka noi possiamo rileggere le pagine anche decine e decine di volte e ancora trovarci nuovi significati, sia nei romanzi di più ampio respiro quanto nei racconti, che, anche tralasciando i primi, riescono a imprimere quale sia il giusto valore artistico della prosa kafkiana.

Una cosa in particolare continua a stupire, la natura del suo metodo compositivo. Ci fu un momento nella sua vita che fu particolarmente significativo in questo senso, fu la notte tra il 22 e il 23 settembre 1912. Kafka aveva passato il pomeriggio in tediosa compagnia, con dei parenti che erano venuti a trovare la famiglia. Terminato il momento di socialité, verso le dieci di sera, tornò nella sua camera, si mise alla scrivania e da lì non si mosse fino alle sei del mattino quando la domestica entrò in casa pronta a intraprendere il suo lavoro quotidiano.

Fino a quel momento Kafka era stato preso da una sorta di blocco, il comporre non gli riusciva facile e si legge nei suoi diari che «quasi nessuna delle parole che scrivo è adatta alle altre, sento come le consonanti stridono tra di loro con suono di latta e le vocali le accompagnano col canto come negri all’esposizione. I miei dubbi stanno in cerchio attorno ad ogni parola e li vedo prima della parola».

Finalmente quella notte tutto questo venne a cadere e in quelle ore cruciali Kafka fissò per sempre quale fosse la sua concezione di letteratura, la sua ispirazione poetica, che tanto si discosta da quel lavorio artigianale che contraddistingue l’operato della maggior parte degli scrittori. Lui era in grado di creare solo così: di notte, da solo, avvolto nel più totale silenzio, in una pace imperturbabile che non conosce contatto umano, simile alla morte. Correggeva pochissimo i suoi manoscritti, per lui «il problema dell’architettura narrativa non esisteva […] questa ispirazione notturna possedeva tutta la sapienza strutturale di cui aveva bisogno»[1].

E così nacque La condanna, un invito nelle profondità dell’animo umano, un racconto incredibile di usurpazione e sacrifici, tra padri e figli, in cui la materia del racconto ci scivola tra le mani e sotto gli occhi, e la cosa che più sconcerta e rende incredulo il lettore è il fatto che non ci sia psicologia, non ci siano spiegazioni o ragioni, come se una lampadina fosse stata accesa sul palcoscenico dell’inconscio, semplicemente mettendocelo in mostra.

Si tratta di un racconto ricco di motivi archetipici, e anche biografici. Non è un caso che a quel tempo avesse da poco conosciuto la signorina Felice Bauer – nome che certo richiama la fittizia Frieda Brandenfeld del racconto, fidanzata del protagonista Georg Bendemann – a casa dell’amico Max Brod, e avesse appena iniziato con lei quella che sarebbe stata nei cinque anni successivi una fittissima corrispondenza. Il motivo del fidanzamento è sicuramente una delle colonne portanti di «questo parto di muco e lordura», così Kafka, che fa scaturire l’ineluttabile condanna da parte del padre verso un figlio che ha osato gareggiare con lui peccando di hybris e finisce con l’infliggersi da solo la peggiore delle punizioni. Conoscendo i difficili rapporti che Franz aveva col padre Hermann Kafka sembrerebbe obbligata l’interpretazione psicoanalitica, si veda il famoso «Sono coperto bene ora?», zugedeckt, che in tedesco vuol dire sia ‘coprire’ che ‘seppellire’.

Tuttavia ridurre tutto alla psicoanalisi non è possibile. Solo suggerimenti sparsi nel testo, egli fece in realtà qualcosa di ben più grande, da identificarsi nella lotta che intraprese con la propria esistenza, la sua capacità di estraniarsi dalla realtà circostante per creare «quella sostanza pura, translucida, assente, vuota, che si chiama letteratura»[2] e rifugge da ogni schema.

Queste caverne, che Kafka si limita a indicarci, restano lì per noi da esplorare, se solo non si ha troppa paura.

[1] Pietro Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

Intervista ai SIC

(di Federica Tosadori)

Ho avvertito recentemente il bisogno di saperne di più sul macrotema della scrittura collettiva. Se ne parla da quasi un secolo, probabilmente la si pratica da molto prima. Di gruppi ne nascono continuamente e io ho avuto il piacere di imbattermi in uno di questi: i SIC.
La sigla sta per Scrittura Industriale Collettiva e indica un metodo ma anche la comunità stessa di scrittori, come apprendo dal sito ufficiale.
L’idea è nata e si è sviluppata nel 2007 con Vanni Santoni e Gregorio Magini, i quali sono anche autori di libri individuali. Il metodo in breve si basa sul principio del “tutti scrivono tutto” e si sviluppa a partire dalla compilazione di schede che poi vengono accorpate dai direttori artistici.
Nel 2013, dopo qualche anno di lavoro, i SIC hanno pubblicato il romanzo a tante mani, duecentotrenta per la precisione, In territorio nemico, sul tema della lotta partigiana, basato su veri aneddoti raccolti dagli scrittori precedentemente e poi rielaborati a formare una trama.
Un progetto decisamente intrigante!

Lascio ora a voi le risposte dei SIC alle mie domande:

Buongiorno SIC! Esattamente: quanti siete? Come funzionano i vostri gruppi di scrittori? Quanto è importante la pre – organizzazione e la pre – definizione del soggetto? Ciascuno di voi ha un ruolo preciso e diverso, oppure no?

Se parliamo del progetto SIC, siamo due. Gregorio Magini e Vanni Santoni, ideatori del metodo e coordinatori dei progetti ufficiali, su tutti il romanzo In territorio nemico. Se parliamo delle opere, vanno dai sei autori del primo racconto ai centoquindici del romanzo. Senza contare le molte opere non ufficiali scritte comunque col nostro metodo, che è a sorgente aperta e liberamente utilizzabile. I ruoli di ciascuno possono cambiare a seconda della singola opera, per approfondire si può leggere il metodo qui.

In Territorio Nemico

Cosa ci dite del libro In territorio nemico? Siete soddisfatti? Nel leggerlo mi sono subito resa conto che si tratta di un testo che non poteva essere scritto da un singolo autore; il lavoro di ricerca è approfondito e accurato, i personaggi analizzati nel profondo… un vero lavoro di squadra! Mi sbaglio?

Grazie per l’apprezzamento. Il libro è stato un successo sia a livello di pubblico che di critica, come si può riscontrare da qui, e ci rallegra molto saperlo ancora letto nelle scuole e studiato nei dipartimenti di italianistica – a oggi sono quattordici le tesi di laurea o di dottorato dedicate a In territorio nemico e alla SIC – ma soprattutto è stato un successo perché ha mostrato l’efficacia del metodo anche in un’opera ambiziosa e di un certo respiro.

Potete raccontarci i pro e i contro dello scrivere collettivamente? Quali difficoltà e quali piacevoli sorprese avete riscontrato?

La scrittura collettiva è un’arte differente dalla scrittura individuale, ha più a che fare col cinema o col montaggio. Sicuramente ha un enorme potenziale nel trovare buone idee, perché mette a frutto, a patto di usare un vero metodo di scrittura e non limitarsi a far ”staffette”, il lavoro di più menti. Dall’altro lato ovviamente, richiede molto lavoro perché si producono molti più materiali che poi vengono ”distillati”, senza contare l’impegno richiesto dal coordinamento di tanti autori.

Come vi rapportate con la tradizione letteraria della scrittura collettiva – Futurismo, Surrealismo…? Con il presente, gli altri gruppi on-line e off-line? E con i social?

Il nostro obiettivo era portare allo stato maturo la scrittura collettiva tramite l’ideazione, il rodaggio e il perfezionamento di un metodo univoco che potesse essere usato da chiunque. Ci siamo riusciti. Ovviamente per farlo abbiamo tenuto conto della tradizione, molto forte in Italia, in cui andavamo a inserirci, tema di cui il nostro fondatore Vanni Santoni ha scritto qui.

Cosa vi aspettate dal vostro progetto in futuro? Un’ulteriore pubblicazione? Qualche miglioramento da apportare?

Siamo troppo impegnati con i nostri romanzi individuali, al punto che abbiamo rifiutato anche offerte di scrivere nuovi romanzi col metodo SIC. Esso però continua in molte sedi, ad esempio alla NABA Dimitri Chimenti lo utilizza con i suoi studenti per la produzione di sceneggiature. Il metodo è di per sé modulare e a sorgente aperta, è strutturato in modo che chiunque possa adattarlo o aggiungere ”patch” a seconda delle esigenze specifiche della storia che vuole scrivere.

Come pensate possa cambiare la letteratura alla luce delle ultime novità metodologiche di scrittura?

La scrittura collettiva pone questioni e apre scenari interessanti, di cui abbiamo scritto in particolare in due articoli: Letteratura come network e Solve e coagula.

Perché il Nobel a Bob Dylan?

(di Monica Frigerio)

Il Nobel per la letteratura 2016 è finito tra le mani di Bob Dylan.

La motivazione ufficiale al momento dell’assegnazione del Premio è stata la seguente: “Per avere dato vita a una nuova poetica espressiva all’interno della tradizione della canzone americana”.

Quale è stata questa poetica?

Nelle note di copertina del suo quinto album, Bringing it all back home, Bob Dylan scrive: «Mi chiamano autore di canzoni. / Una poesia è una persona nuda. /C’è chi dice / che io sia un poeta».

In realtà ricevere o meno questo appellativo non gli è mai importato molto, è nota la sua maleducata fragilità spesso sfociata in aperto snobismo, tanto quanto la sua arte camaleontica di trasformarsi e di aggiungere negli anni sempre nuove sfumature alla sua scrittura, una caratteristica propria di quelle persone che rinchiuse dentro un’etichetta non stanno troppo bene. Lo testimonia bene il celebre verso: «Senza casa, senza meta / come una pietra scalciata».

Possiamo definirlo e non definirlo poeta, ma certo è che il linguaggio di Bob Dylan ha aperto al mondo del rock una dimensione conoscitiva che non gli era mai appartenuta.

Dylan il trovadore, colui che nella sua veste di menestrello del folk, in un clima di generale decadenza della poesia, ha saputo riavvicinarla alle persone, riportarla alla sua forma primigenia che era quella cantata.

La sua opera, soprattutto nei primi tempi, a partire dall’omonimo album d’esordio del ’62, è fortemente radicata al momento storico da lui vissuto, ossia l’America delle proteste giovanili che infuriavano dopo un decennio di congelamento e aperta censura nei confronti di tutte le arti che osavano più del dovuto superando i confini della comune decenza e dei gusti delle persone “perbene”.

Dylan è stato un interprete efficace dei fermenti culturali che hanno caratterizzato i Sessanta e li ha riprodotti nei suoi brani arricchendoli di numerose citazioni letterarie di autori a lui affini.

In primis i legami con la Beat Generation. Dylan si trasferisce nel ’61 nel Greenwich Village a New York e qui inizia una serie di fortunati incontri con diversi autori, tra i più importanti Allen Ginsberg.

Fino a quel momento la poesia beat si era modellata sui ritmi sincopati del jazz di Monk o Gillespie, con l’emergere del folk questo stile riesce a trovare nuovi sbocchi inserendo la parola cantata a una musica che era solo strumentale e ritmica, e quindi trovando il naturale collegamento con la letteratura.

Fernanda Pivano e Ginsberg si ritrovano insieme a un concerto di Bob Dylan e questo è il ricordo di lei: «I ragazzi ripetevano i versi e Ginsberg mi diceva che quella era la nuova generazione, quello era il nuovo poeta; e mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formidabile di diffusione disponesse adesso “il messaggio” grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i jukeboxes e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l’establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della moralità e della censura».

La poetica beat era alla ricerca di mezzi espressivi primordiali, di valori morali sinceri, liberi dall’automazione imposta dai tempi.

Dylan grazie alla sua arte li declina attraverso una nuova forma espressiva, la musica, che riesce a trovare un’eco incredibile.

Tante sono le affinità anche con Jack Kerouac, non solo per la figura dell’hobo incarnata dall’artista stesso, personaggio solitario e senza meta (di nuovo like a rolling stone), ma anche per il metodo compositivo: Kerouac voleva tornare a un modo di scrivere che fosse flusso spontaneo, poco controllato, scrisse del resto Sulla strada per tre settimane, ininterrottamente e sotto l’effetto di anfetamine; Dylan allo stesso modo componeva per lo più seguendo il suo impulso creativo, spesso stava seduto per ore sullo stesso tavolo di un caffè e riempiva pagine e pagine di qualsiasi pensiero gli passasse per la testa.

A ciò si unì la fascinazione per mondi artificiali, di visioni e sinestesie, raggiunti anche tramite l’uso di sostanze stupefacenti che richiamano il dérèglement de tous les sens del giovane Rimbaud, i cui influssi iniziano a farsi sentire in brani che compaiono nel secondo album di studio, The freewheelin’ Bob Dylan e si faranno più evidenti a partire da Another side of Bob Dylan. Al mondo del rock si apre un mondo di conoscenza che nella poetica dell’autore può essere raggiunta solo attraverso l’intuizione poetica, allo stesso modo del poeta francese, e che non teme di mettere sottosopra i nessi logici che regolano la società.

Qui il discorso potrebbe essere approfondito o estendersi oltre, si potrebbe parlare di William Blake e della Bibbia – si pensi a un brano impregnato di agitazioni profetiche come Desolation Row di cui De André fece una splendida cover  in italiano–, e tanto altro, ma questo poco basti per rispondere, almeno in parte, alla domanda di quelli che si chiedono: «Cosa c’entra Bob Dylan con la letteratura?».

La breve citazione riportata tra virgolette è tratta da Fernanda Pivano, Beat Hippie yippie, Bompiani, Milano 1977; si possono invece trovare tutti i testi delle canzoni e delle poesia di Dylan tradotte in italiano nella collana Mr. Tambourine edita da Arcana Editrice.

Intervista a Marco Marsullo

(di Andrea Lionetti)

Narratore, autore di numerose pubblicazioni, Marco Marsullo, classe 1985, è una delle più giovani e talentuose voci della letteratura italiana.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato, nel 2015, il romanzo I miei genitori non hanno figli, dove un giovane diciottenne prende la parola e fa a pezzi il mondo degli adulti, e i propri genitori, smascherando la fragilità di una generazione che non è mai davvero cresciuta.

I tuoi romanzi sono una miscela di comicità e tenerezza, ma anche di situazioni drammatiche, e spesso affrontano temi scomodi, come la solitudine, la realtà della provincia campana (penso ad Atletico Minaccia Football Club) o le contraddizioni degli adulti. Come si conciliano le due cose?

In ogni autore si miscelano più forze. Come in ogni essere umano. I miei libri di questi anni sono lo specchio di ciò su cui ho posato gli occhi. Alcuni mi riguardano da vicino o riguardano da vicino i luoghi che conosco meglio. Altri toccano tematiche più universali, più lontane da me. Penso che la comicità, l’ironia, vada di pari passo con la tenerezza. L’occhio sarcastico è un occhio indulgente con le cose che riguardano gli umani. Altrimenti è un mero attacco, un’inchiesta, e non qualcosa che ti strappa una risata, perché simile a te.

I miei genitori non hanno figli ha riscontrato fin da subito un meritato successo. Si vedono molte belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citarne una: «penso che quello che conta è provare a rimediare agli errori di fabbricazione tra genitori e figli. Metterci impegno».
Mi sembra un pezzo di notevole autenticità. Questa volontà di adattarsi per fare in modo che non si sparisca del tutto ha un valore universale. Ad esempio, Darwin ha scritto che è la specie che si adatta meglio a sopravvivere, un po’ come cercano di fare i personaggi del romanzo. E non lasci intendere se effettivamente ne valga la pena, se abbia o meno senso questo desiderio di adattamento.
Si può dire qualcosa a riguardo o basta la constatazione che le cose alla fine vanno così?

I miei genitori non hanno figli è un romanzo un po’ atipico rispetto a tutti gli altri che ho scritto, e atipico rispetto a quelli che scriverò negli anni a venire. È in parte autobiografico, non che importi in sé, ma è un affresco dei dolori delle famiglie. Perché credo che sia proprio il nucleo familiare il posto in cui si subiscono più dolori e ferite, a volte permanenti, a volte no. Non so, infine, se si possa porre un vero rimedio, né mi interessava raccontando la storia del ragazzo protagonista del libro. Il mio compito, anzi, la mia volontà era quella di dare voce, a volte confusa, a volte decisa, a un ragazzo di diciotto anni. E a diciotto anni le soluzioni agli enigmi non le hai quasi mai.

Parlando del giovane protagonista, nonostante i suoi diciotto anni dimostra spesso e volentieri una maturità superiore a quella dei suoi genitori. Una situazione paradossale ma più diffusa di quanto si possa credere. Ci si chiede come sia possibile che adulti inadeguati a coltivare loro stessi possano prendersi cura di adolescenti, aiutarli a orientarsi nella vita.
Anche tu ti sei posto questa domanda?

È il nocciolo più duro da digerire, questo, tra quelli presenti nel romanzo. La situazione non è poi così distante dalla realtà, spesso. E spesso quegli adulti adolescenti fanno dei danni che i loro figli pagheranno nel futuro. E li faranno pagare ai loro figli, e così via. La risposta, per me, è nei ruoli. Sono importanti, sono fondamentali per la crescita di un ragazzo. Se no rischierà di mischiarli a sua volta, creando disastri e confusioni per sé e per chi verrà.

Quanto ha influito la tua esperienza biografica nella stesura del romanzo?

Tanto, mi sono rifatto, più che ai fatti, ai sentimenti provati e che, tutt’ora, provo. Alla fine i lato autobiografico è un dato del tutto trascurabile, ai fini della lettura. La mia storia familiare è simile a tantissime altre.

Marco, a trentun anni hai già sei pubblicazioni alle spalle. Non è una realtà che si riscontra facilmente nell’attuale panorama editoriale italiano. Quali sono le tue abitudini di scrittura, e quali consigli daresti a chi volesse cimentarsi con la narrativa?

Sto scrivendo tanto e pubblicando tanto, questo mi ha portato a sviluppare un controllo marziale del mio lavoro. Non sono uno che scrive tutti i giorni, non ci penso nemmeno, se riducessi la scrittura a un lavoro quotidiano perderei i privilegi divertenti del mio lavoro, il tempo libero, a libera disposizione, su tutti. Riesco a ricaricarmi una volta finito un libro e poi catapultarmi sulla nuova storia in un lasso di tempo variabile, del tutto soggettivo e inspiegabile. Scrivo per lo più di notte, ma ho imparato (per fortuna) a mettermi a lavoro anche di pomeriggio. La mattina mai, odio fare cose la mattina. I consigli sono sempre gli stessi, fino alla nausea: leggere tantissimo, imparare dai più bravi e studiarli fino alla nausea, studiare le loro strutture, i loro aggettivi, i loro dialoghi. Poi, chiaramente, farli propri, e non imitarli. Poi scrivere. E se le cose non dovessero decollare subito con belle pubblicazioni, scrivere lo stesso. Se vi rendete conto che, alla fine, la cosa non prende forma, ragazzi, cambiate strada. Ma fino a quel punto: mai mollare.

Quali autori hanno influenzato maggiormente la tua formazione letteraria?

Niccolò Ammaniti è l’autore che mi ha fatto iniziare a scrivere. Leggendo “Branchie!” ho capito che volevo fare lo scrittore, di mestiere. Poi tanti altri, Roth, Soriano, Diego De Silva, Christopher Moore, McCarthy, Pahlaniuk quando ero più piccolino, insieme ad Aldo Nove, Dave Eggers, e via dicendo. Dài, sono troppi.

Oggi in Italia le statistiche ci dicono che si legge sempre meno, ma anche la qualità della lettura ha la sua importanza. Vorrei concludere l’intervista domandandoti che cosa significa per te la parola “letteratura”.

Significa che se hai fatto letteratura, alla fine del percorso, i libri di antologia nelle scuole e nelle università, parleranno di te. L’etichetta di scrittore letterario o di narratore, alla mia età soprattutto, non fa alcuna differenza. La strada è lunga. La letteratura è fatta di uomini e donne che hanno cambiato la storia della narrativa. Hanno creato sentieri ed esempi. Poi, l’importante è leggere e godere della lettura: il resto sono chiacchiere.

Uscirne Vivi – Alice Munro

(di Federica Tosadori)

C’è sempre una mattina in particolare in cui ti accorgi che tutti gli uccelli sono volati via.
Dal racconto Corrie

Autore, o meglio Autrice: Alice Munro

Titolo in italiano: Uscirne vivi

Titolo originale: Dear life

Casa editrice: Einaudi

Anno di pubblicazione: 2012

Genere: Racconti
1. Che arrivi in Giappone
2. Amundsen
3. Lontano da Maverley
4. Ghiaia
5. Focolare
6. Orgoglio
7. Corrie
8. Treno
9. In vista del lago
10. Dolly
11. L’occhio
12. Notte
13. Voci
14. Uscirne vivi

Sì, da questo libro in qualche modo se ne esce vivi, giusto un po’ diversi, o forse un po’ più uguali a se stessi, ma come riconfermati, con tutte le accezioni positive che questo termine più nascondere.

Alice Munro è una donna, e si sente. Forse non direi così se non lo sapessi – decido di fare questa obiezione a me stessa; eppure la stratificata delicatezza dei suoi personaggi femminili non può che essere nata da una stessa femminile finezza. Ne sentivo la mancanza senza rendermene nemmeno conto, di racconti e di autrici. Si sente in generale.

Si tratta dunque di un libro di racconti, dieci per la precisione, dieci più quattro, perché le ultime pagine sono dedicate a brevi stralci romanzati, ma in parte autobiografici. Non mi dilungherò sull’ingrato trattamento che viene spesso riservato a questo genere letterario, ma mi limiterò a dire che chiunque consideri il racconto inferiore rispetto al romanzo dovrebbe provare ad accostarsi a questa narratrice formidabile, che ha vinto il premio Nobel per la letteratura giusto l’anno dopo aver pubblicato il testo di cui stiamo parlando.

Si ha l’impressione, trovandosi improvvisamente al culmine centrale di uno di questi racconti, di aver già letto un tomo intero e che ancora si possa andare avanti all’infinito, in quella storia che ci troviamo sviscerata di fronte, quando in realtà abbiamo appena letto otto pagine e ne mancano giusto dieci alla fine. Non si risparmia Alice Munro nel mettere in scena i suoi, o meglio le sue, protagoniste: tutto quello che dobbiamo sapere lo sappiamo dopo poche righe. Ci sembra in così poco spazio di avere davanti una persona completa, qualcuno che è come se avessimo già conosciuto, eppure se razionalmente proviamo ad andare indietro per vedere che cosa ci ha davvero svelato l’autrice, ci rendiamo conto che non ha fatto altro che raccontarci dei dettagli apparentemente insignificanti: un modo di guardare fuori da una finestra, il pensiero fugace di un fastidio quotidiano. Da un nulla esce fuori un mondo interiore che altrimenti non avremmo colto. E subito ci pare di non poterne fare più a meno, di quel tocco sui capelli, di un movimento furtivo, di un ricordo che abbiamo già inconsapevolmente fatto nostro.

Si spezzano di continuo le vicende, che non sono mai lineari nel loro svolgersi, che si mescolano, soppesandosi le une con le altre, in un girotondo temporale che ci fa vedere ogni volta le cose sotto una luce differente. Il passato pesa modificando incessantemente il presente, ma anche il presente ha il suo incredibile potere sul passato. Quello che è stato è cangiante, questo sembrano dirci le voci di ogni personaggio, principalmente donne.

Apparentemente semplice nello stile, la scrittura della Munro nasconde piccole spigolature acute che rendono le già agrodolci sensazioni, ancora più acide da assorbire. C’è sempre qualcosa di irrisolto nelle vite che ci racconta, che si raccontano con coraggio e si affidano alle nostre mani. I periodi sono essenziali ma densi, sgocciolanti tensione.

Dear life e Uscirne vivi: la differenza nella traduzione non è da sottovalutare.
Dear Life sembra l’inizio di una lunga lettera, un elogio alla sopravvivenza vittoriosa. Ma Uscirne vivi non è una lettera, è un pericolo scampato miracolosamente, un periodo difficile di cui ora si possono finalmente raccogliere i resti, sublimarli e sublimarsi. Oltre la nudità percepita, passando attraverso la naturalezza con cui ci vengono raccontate tristezze acute e incomunicabilità mortali, finalmente uscirne vivi.

Saltare giù dal treno doveva comportare un annullamento. Allertare il corpo, preparare le ginocchia a introdurti in un blocco d’aria diverso. Non vedevi l’ora di sperimentare il vuoto. E che cosa ti tocca, invece? Uno stormo immediato di altre cose intorno, decise a reclamare la tua attenzione come non avevano mai fatto mentre eri seduto in treno e ti limitavi a guardarle dal finestrino. Che ci fai qui? ti domandano. Dove stai andando? Hai la sensazione di essere osservato da cose di cui non conoscevi l’esistenza. Di essere tu, l’elemento di disturbo. La sensazione che la vita intorno stia formulando sul tuo conto un giudizio a partire da punti di osservazione a te ignoti.
Dal racconto Treno.

I corti. La soffitta.

(un racconto di Monica Frigerio)

Aveva compiuto trentasei anni.

Fu pugnalato da un raggio di sole che penetrava dalle persiane semichiuse e fu un grande colpo. Un altro.

Poteva vedere tutta la polvere che ristagnava sulla superficie illuminata dal bagliore improvviso.

Sentì delle portiere sbattute, dalla strada, e gli sembrò che fosse un incitamento a lasciare perdere, che lo incoraggiassero; ma poi la macchina ripartì e lui andò a pestare il piede nello stipite della porta. Era buio.

Non aveva più niente da dire, non sapeva raccontare storie come gli sarebbe piaciuto.

Erano circa vent’anni che ci provava e adesso si era stancato di correre dietro alle parole, provare a combinarle insieme, tramite un ordine logico per creare un’immagine che a qualcuno avrebbe potuto interessare. Non ne era capace.

Estrasse dalla cartelletta che stava sulla scrivania tutti i suoi marci tentativi di dire qualcosa al mondo. Continuavano a tacere. Per poco non si era messo a scrivere di una storia d’amore tormentata tra due ragazzini… poi una notte, in preda al panico, si disse: “Ma cosa sto facendo?”.

Cancellò tutto dal computer e la pagina tornò a essere vergine, di quell’aspetto familiare che lo calmava e lo rendeva nervoso.

Quel giorno era tornato dal lavoro un po’ più tardi. Sebbene gli imponessero di uscire esattamente quando il suo turno finiva, né minuto più né minuto meno, una persona l’aveva chiamato al telefono dieci minuti prima che staccasse e non lo aveva lasciato per trenta minuti. Si chiamava Aldo Piscinas. Aveva delle lagnanze, diceva che avrebbe presto contattato un legale, che avrebbe denunciato tutti. Sì, contattato un legale. Federico era abituato, non si lasciò impressionare, pensò solo “Dovevo fare l’avvocato”.

Si trascinò in macchina il pensiero di Aldo Piscinas, c’erano trentaquattro gradi e l’asfalto era una trappola per topi. Il signor Piscinas gli ricordò il mormorio dell’acqua in una calda giornata estiva.

Salì di corsa le rampe verso la sua soffitta, la vista gli si annebbiò e vide grandi macchie nere balenargli davanti agli occhi. Si chiuse la porta alle spalle, velocemente, come se fosse di fretta; si chiuse la porta alle spalle e si chiese: “Adesso che faccio?”.

Poco dopo il raggio di sole lo colpì. Federico era stanco.

Tolse le chiavi dalla serratura, le gettò dalla finestra senza guardare dove andassero a finire e decise che da lì non sarebbe più uscito.

Jerome K. Jerome, un ozioso che oziosamente spiega i dilemmi della vita

(di Isabella Gavazzi)

Jerome K. Jerome (1859-1927) è il maestro dello humor letterario inglese. Famoso per l’opera Tre uomini in barca – per non parlare del cane (1889) e Tre uomini a zonzo (1900), divertenti taccuini di viaggio in cui ai protagonisti accade di tutto, poche volte viene ricordato per una delle sue prime – e a mio parere migliore – opere: I pensieri oziosi di un ozioso.

Questo breve volumetto, che si legge tranquillamente in un pomeriggio di pioggia o in spiaggia sotto l’ombrellone, è un continuo richiamo a situazioni che tutti, nella loro vita, hanno avuto modo di incontrare; l’autore li analizza a tratti in modo serio, a tratti in chiave parodistica. Dedicato alla sua grande amica e compagna di molte ore solitarie, la sua pipa, Jerome passa da argomenti metafisici quale la vanità, la timidezza e la memoria ad altri più concreti, come il cibo, i bambini o gli animali. Questa breve descrizione non gli rende appieno giustizia, rischiando di cadere nel banale facendolo passare per un normalissimo pamphlet di ordinaria fattura, noioso nella media e originale come tanti altri. La novità che Jerome aggiunge, volontariamente o meno, è l’abilità di riuscire a rendere sempre attuale tutto ciò che scrive, sia esso serio, sia divertente, contando che il libro è stato completato nel 1886, cioè un secolo e mezzo fa.

[…] “A me piacciono i gatti. Sono tanto divertenti senza saperlo. Hanno una tal comica dignità, una tale aria da: «Come osate!», «Fatevi in là e non mi toccate!». Nei cani non c’è nulla di altezzoso invece. Sono tutti: «Salve amico, ben trovato!», con ogni Tom, Dick o Harry nel quale s’imbattono. […] Quando volete conquistarvi l’approvazione di un felino, dovete stare attento a quello che fate, e aprirvi la strada con cautela. Se non lo conoscete personalmente, vi conviene cominciare dicendogli «povero micino». Dopo di che aggiungete «mucci mucci» in tono di comprensiva simpatia. Voi non sapete cosa significhi, e tanto meno lo sa il gatto, ma l’espressione sembra indicare un conveniente atteggiamento da parte vostra, e in genere tocca i sentimenti del felino a tal punto che, se siete ben educato e vi presentate discretamente, inarcherà il dorso e vi soffregherà il naso addosso.”

Una vena umoristica che non nasce dalla vita agiata sua o di parenti: Jerome trascorse un’infanzia di povertà nel quartiere dell’East End londinese, in situazioni economiche e familiari più che precarie. Riuscì a raggiungere la tranquillità finanziaria solo da adulto grazie ai suoi volumi che, con garbo e buon gusto, criticavano proprio le abitudini di vita della classe media, la stessa a cui lui apparteneva e che acquistava con interesse e divertimento i suoi testi.

Quindi un ozioso in cui anche noi, da oziosi contemporanei, possiamo immedesimarci, oziando di tanto in tanto.

Un detto diceva “l’ozio è il padre dei vizi”, ma nel caso di Jerome, che grazie a questo peccato ha scritto un libro, possiamo affermare che l’autore sia l’eccezione che conferma la regola.