Carlo Carrà, l’intimità ritrovata

(di Federica Tosadori)

“Insomma la mia pittura non vuole essere né naturalista né solo mentale,
pur affermando l’esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall’immaginazione.

Se poi le mie parole a qualcuno sembrassero poco singolari,
dirò che mai mi sono proposto di fare il singolare.
Di gente singolare il mondo è pieno.”

 

Due abissi chiusi, neri, gli occhi di Carlo Carrà. C’è un video, più o meno a metà percorso, in cui l’artista viene intervistato nel suo studio, ormai anziano, quando le sue opere potevano infine essere catalogate, definite… Carrà è stato sicuramente un uomo molto scherzoso, in un secolo oscuro come il ‘900, e in un certo senso le gocce liquide dei suoi occhi ne dimostrano entrambi gli aspetti: della sua personalità, del suo tempo. Mancano pochi giorni alla fine della mostra su Carlo Carrà curata da Maria Cristina Bandera presso il Palazzo Reale di Milano, piano terra per la precisione – ché sopra c’è Picasso. Le opere esposte sono 130, molte delle quali prestate da collezionisti privati, aspetto che rende la visita ancora più preziosa. Eppure, che senso ha recensire una mostra che sta per finire, quando non c’è più tempo per correre a vederla? Nessuno, ma ho anche pensato che forse così è ancora più spontaneo quello che sto per dire: la mia non è pubblicità. È solo un racconto.

Devo specificare subito che alla mostra ci lavoro. Questo cambia tutto, o meglio caratterizza tutto, definisce il mio modo stesso di fruire dell’arte. Fruire è un’azione – oltre che una parola – meravigliosa, a cui non viene mai riconosciuta la potenza adeguata. Osservare in silenzio, cercare di capire, ascoltare. Prima di tutto si fruisce delle cose e poi si prendono delle decisioni. Io me ne sto nel mio Bookshop, tranquilla, seduta dietro allo schermo della cassa, a impilare cataloghi insieme ai miei colleghi, a cercare di capire come esporre quei libri che vendono meno – che tanto non serve a niente perché il libro più venduto resta sempre Come si seducono le donne di Filippo Tommaso Marinetti (e stiamo parlando del 1916 e di Futurismo, velocità guerra macchina, ma alle persone piace pensare che in quel libricino sia svelato l’unico segreto che non verrà mai rivelato al mondo…) – dicevo, me ne sto circondata dai libri, e da dietro la tenda nera che delimita lo spazio atemporale dell’esposizione da quello consumistico della realtà, spuntano i visitatori un po’ sconvolti, con occhi giganti, sorpresi dalla luce, e tutti, tutti veramente contenti.

«Che mostra bellissima!», «Che esposizione meravigliosa!», «Ne è valsa proprio la pena!», «Sono davvero soddisfatta!», «Ma come mai c’è così poca gente?» e via dicendo. Ecco, la mia visita alla mostra è cominciata così. Allora un giorno, dopo svariati tentativi e giri veloci in brevi archi di tempo, mi sono decisa e mi sono tenuta libera solo ed esclusivamente per visitarla: una pausa da ogni cosa. Avevo deciso di farlo da sola. Ma poi un’amica mi ha scritto: ‘Andiamo insieme oggi, anche io sono libera!’ – dal lavoro, anche il suo, nella soprastante mostra di Picasso. ‘Certo!’. Quindi ho capito. Che è sempre una questione di persone, di relazioni. Non potevo visitarla da sola, perché l’avevo già vissuta con ogni visitatore con cui avevo scambiato due parole al Bookshop. E dentro anche, in ogni sala un “ciao” al guardia-sala presente, e una condivisione di pareri perfino, gli stessi colori osservati da altri sguardi. Lavorare a Palazzo Reale è un’occasione che augurerei a molti. È una chance di incontro che si moltiplica ogni giorno: conoscere persone presenti attraverso persone passate.

Carlo Carrà è stato un pittore coraggioso, che dal Futurismo più puro è passato alla metafisica più asciutta e dolorosa per poi decidere che basta, avrebbe fatto di testa sua, e la testa sua gli diceva natura, forme geometriche all’interno dei paesaggi, contatto diretto con il suolo, con il mare, con l’umano, che a un certo punto sparisce dai suoi dipinti, ma solo perché in fondo ci è appena passato e ha lasciato un panno piegato, sotto a un pino marittimo, una barchetta vuota, un tendone da circo abbandonato. Ha lasciato una casa, è salito sulla montagna ed è già andato oltre, là dietro, dietro al quadro, oppure davanti al tavolo di un natura morta con coltello e libro. Un quadro di Carrà si potrebbe osservare delle ore intere, per assaporarne tutti i vuoti, tutte le mancanze, per considerarle parte delle cose, spazi nulli che riempiono il mondo. Fuori tutti – amici, colleghi, baristi, comunali, ex studenti, dispersi, senegal boys, venditori di rose, pompieri e perfino il nipote del pittore, visi incrociati mille volte, pezzettini di relazione – dentro ai quadri nessuno. La mostra di Carrà è stata una compensazione meravigliosa.

Poi l’umano è ricomparso, dopo l’abbandono, ritorna, compensa. A un certo punto nei quadri di Carrrà gli esseri umani diventano giganti, imponenti, delle statue di muscoli, dei veri monumenti di carne. Spesso ancora vicino all’acqua, seminudi, di schiena, solitari. Un’interiorità pura traspare da queste figure di bagnanti e nuotatori; intimità nel mare verde sullo sfondo, nel cielo quasi in tempesta. La mostra in sé è molto intima, questa sensazione mi è vorticata dentro per tutto il tempo, il contrario perfetto delle parole in libertà futuriste, dove si urlava, si sbraitava, da cui tutto è cominciato. Dalla rabbia espressa a colori del Futurismo, Carrà è tornato indietro, nella storia dell’arte, nelle emozioni. Si è ricostruito una sensibilità primitiva, ancora più profonda proprio perché filtrata da arti categoriche come il Futurismo e la Metafisica. Le forme si sono fatte semplici, simboliche e per questo misteriose: giocattoli, carrozze, sospesi su uno sfondo arancio scuro. E poi l’azzurro e il verde dei paesaggi. La mostra di Carrà è un percorso nella sua testa, nella mente di un uomo che ha trasformato la natura in uno spazio mitico, un luogo dove tutti vorremmo tornare, perché è da lì che veniamo. L’origine, il centro, un contatto cordiale con la terra.

…Forse siete ancora in tempo: manca una settimana!

Il coraggio della parola

(di Nadia Kasa)

Era un pomeriggio come tutti gli altri quando una bambina pakistana di 11 anni, di nome Malala, prese il pullman per tornare a casa. Tutto sembrava procedere seguendo la stessa routine quotidiana, ma una sosta inaspettata cambiò ogni cosa.

In molte culture antiche è presente una teoria del destino, secondo la quale tutto accade secondo uno schema ben preciso. La storia di Malala sembra seguire questa logica.

Quel pomeriggio degli uomini armati fermarono il bus e spararono dei colpi di arma da fuoco in testa a Malala. I talebani non ci stavano che venisse fuori la verità.

Malala aveva avuto il coraggio di parlare attraverso il suo blog, di denunciare i soprusi dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Grazie al soccorso prestato dai medici la bambina si salvò e si trasferì in Gran Bretagna dove iniziò a far conoscere la sua storia. Il suo obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sul tema del diritto delle bambine all’istruzione e a una pari dignità dei sessi, in particolare nel mondo islamico.

Nel 2014 Malala è diventata la più giovane laureata nella storia ad aver ricevuto il Nobel per la pace.

Questa giovane donna è diventata il simbolo del diritto all’istruzione, della parità dei sessi e del coraggio delle donne: tutto grazie alle sue parole.

Omaggio a un poeta

 (di Monica Frigerio)

Spontaneo e intenso, drammatico e spaventoso. Tutti aggettivi che potrebbero descrivere la figura di Boris Ryzhy, poeta molto conosciuto in Russia e poco tradotto in Italia che il 7 maggio del 2001, nel suo ventisettesimo anno di vita, decise di suicidarsi impiccandosi al balcone di casa, lasciandoci questi ultimi versi: «Io ho vissuto qui. Esercitando delle libertà alla morte, all’autunno e alle lacrime. Vi ho amati tutti. E sul serio».

Qui cioè Sverdlovsk (Ekaterinburg dal 1991), dove Ryzhy studiò e crebbe e sviluppò il suo talento poetico, la sua incredibile emotività ed empatia verso le persone che popolavano questo microcosmo nel cuore degli Urali.

La Russia negli anni Settanta e Ottanta del Novecento stava attraversando un momento di cui possiamo leggere in qualsiasi libro di storia con la esse maiuscola. Ryzhy ci parla di un’altra storia, di un altro mondo, che da descrivere, se vogliamo, è molto più complesso del primo tipo di storia, impraticabile se non hai un dono speciale e una relazione privilegiata con la parola.

Quello che maggiormente colpisce – mi colpisce – nel leggere i suoi versi è l’immediatezza che restituiscono e il senso di necessità che li ha creati. Ryzhy mi dà l’impressione di una persona che, sebbene si fosse laureata alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali e avesse perseguito con successo quella carriera nei pochi anni che rimase sulla terra, non poteva fare a meno di essere un poeta perché contenere tutta quella sensibilità dentro, non darle una via d’uscita, gli sarebbe stato semplicemente impossibile.

Cresciuto in un ambiente fedele agli ideali sovietici, pronto a vedere maturare i frutti di una guerra fredda (ma bollente) al capitalismo, ad avvalorare quanto promesso nella perestroika, ci racconta di come tutto lasciò spazio invece solo a un futuro incerto e poco seducente, di come molti dei ragazzi con cui crebbe si lasciarono ingoiare dalle maglie della malavita per avere qualche entrata sicura e possibilità di sopravvivenza.

Ryzhy iniziò a scrivere poesie quando aveva quattordici anni e andò avanti a vivere, fisicamente e metaforicamente, finché fu in grado di cantare, di parlare, di mettere in versi il mondo che lo circondava. Finché lo “scalpiccio operoso delle labbra” (nelle parole di Mandel’štam), cioè il processo di scrittura spontanea – qualcosa di simile all’ispirazione ­– non si guastò.

L’esistenza poetica di Boris Ryzhy è stata determinata non da quanto visse, ma dalla quantità (1300 versi) e dalla qualità dell’energia poetica e linguistica presente nei suoi componimenti.

Questa esuberanza di sensibilità divenne forse per lui, negli anni, un peso insostenibile, ma in fondo la definizione di “poeta tragico” non è altro che una tautologia, il poeta stesso è tragedia. Tragedia intesa come sintesi di perniciose antinomie quali uomo-oggetto, vita quotidiana e un’esistenza più alta, la lingua e i suoi usi più prosaici, musica e silenzio, luce e ombre… tutti motivi che ricorrono a più riprese nei suoi versi. In particolare due aggettivi, due colori: il bianco e il blu, sembrano ritornare ossessivamente. Il blu gelido dei suoi occhi legato a un’idea di durezza, di irrigidimento nei confronti dell’esistenza e la purezza del bianco. La purezza dei sentimenti, dell’affetto in cui nonostante la tragicità del tutto, o meglio, proprio in virtù di questa, Ryzhy si lascia annegare. Sembra che le sue parole siano state messe su carta allo scopo preciso di convincere se stesso, in primis, che in mezzo al buio ci sia almeno qualche porto sicuro che possa dissipare la caducità che è in noi.

Ryzhy, come tutti i poeti autentici, rimase sempre dubbioso riguardo l’autenticità della sua poesia, se non addirittura del proprio talento nonostante venisse riconosciuto in importanti pubblicazioni, e questa fu una cosa che lo tormentò fino alla fine dei suoi giorni. Ma – come spiegato da Kazarin, poeta e critico russo contemporaneo – la questione dell’autenticità poetica rimane un nodo insolubile, proprio perché i poeti continuamente vi rimangono impantanati e il loro destino è quello di vivere in uno stato di perenne terrore e insieme perenne gioia, gioia febbricitante, nei confronti di quella cosa ineffabile che viene definita espressione poetica.

L’unica via d’uscita è nel suono, nell’intonazione, nella musica che come disperato grido Ryzhy nomina spessissimo nella sua poesia. Una musica che risuona dentro e fuori di noi, quasi impercettibile nonostante rappresenti tutto ciò che siamo, che è noi, come noi: insignificante, geniale e mortale.

Questa semplice vita privata si abbraccia a una musica eterna. In particolare, anzi, in generale questo gioco si è rivelato essere serio. Io e te moriremo insieme: mi aggrappo a un semplice motivo

 

Sopra case, case e case

Stanno sospese nuvole blu –

E lì resteranno con noi

Nei secoli, nei secoli, nei secoli.

 

Solo vapore, solo bianco nel blu

Sopra mucchi di lapidi…

Non scompariremo mai, da nessuna parte

Siamo più resistenti e più morbidi del granito.

 

Che si frantumino pure i nostri gusci,

geometria della vita terrena –

senti, baciami sulle labbra,

dammi la mano, stai con me.

 

E quando ci lasceremo

Abbandonati sulle tue ali

Solo vapore, solo bianco nell’azzurro

Blu e bianco nell’azz…

 

*

 

7 NOVEMBRE

…Nevosa e fragile sino al dolore

Questa mattina, il cuore sensibile

Si mette in guardia, coglie i suoni.

 

Una distesa bianca oltre la finestra –

Mi ci fiondavo da ragazzo

Dentro al mio cappotto indossato in fretta.

 

Con la mia sciarpa azzurra mangiata dalle tarme

Ho gonfiato palloncini colorati.

… risuonavano slogan e discorsi…

 

Dove sono le vostre canzoni, le bandiere rosse

E voi, ubriachi, bellissimi,

che mi portate sulle spalle?

 

*

 

Che cosa tacciono le pietre grigie?

Perché è sorda al silenzio

La terra? La loro pesantezza mi è così familiare.

E per quanto riguarda il verso –

Nel verso la cosa più importante è il silenzio, –

Se le rime sono giuste, non sono giuste.

Cos’è la parola? Solo l’attesa

Di una quiete eloquente.

Il verso si differenzia dalla prosa

Non solo perché è piccolo e solo.

Io, la mattina presto, dalla pietra

Asciugo le lacrime con una mano calda.

 

*

 

È passata la sbronza, ma il mondo non è cambiato.

È iniziata la musica, sono finite le parole.

Un motivo con un altro si amalgama

(strofa davvero ambiziosa).

 

… Ma forse le parole non servono affatto

per dei tali – che tali? – cretini…

 

Sotto nuvole blu e azzurre

Mi alzo in piedi e allargo stupidamente le braccia

Ricolmo di musica.

 

(Le versioni dal russo sono mie; la citazione di Kazarin nel testo si riferisce a un’introduzione ad alcuni versi di Ryzhy pubblicati sulla rivista Урал 2001, 8)

 

 

Nine journeys through time

(di Federica Tosadori)

Alcantara e l’Arte nell’Appartamento del Principe
A cura di Davide Quadrio e Massimo Torrigiani
Dal 5 aprile al 13 maggio, Palazzo Reale
Ingresso gratuito
I dieci artisti: Aaajiao, Andrea Anastasio, Caterina Barbieri, Krijn de Koning, Li Shurui, Chiharu Shiota, Esther Stocker e Iris van Herpen, Zeitguised, Zimoun.

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo;
in alcuni esiste lei e io no;
in altri io, e non lei;
in altri entrambi.
In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia;
in un altro, attraversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere;
in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma
Il giardino dei sentieri che si biforcano – J.L. Borges

Più o meno all’altezza della quarta sala ci ho provato, a percepire il tempo. O meglio, ho tentato di non percepirlo, di disconnettermi, di perderne i legami che, nel bene e nel male, mi tengono ancorata qui. Per qualche secondo ho viaggiato nei ricordi: mio nonno, dove abitava, le estati, la mia migliore amica e quando andavamo a scuola insieme la mattina, il tatuaggio che ora sta per fare, il ragazzo che ho amato anni fa… tutto come fosse insieme in quell’istante, come se stesse riaccadendo, ma poi si allontanava. I suoni in quella sala, ipnotici, digitali, per un po’ mi hanno aiutato, a non stare nel presente. Ho anche tentato di finire nel futuro e prolungare i minuti. Beh, un esperimento. Ma non è colpa mia. È che la mostra Nove viaggi nel tempo, nella sua enigmaticità, ha risvegliato in me quella curiosità bramosa di rendere meno spaventoso il perdere tempo. Eterno ritorno, eterno presente, nostalgia e impossibilità di fermare e fermarsi. Pausa.

Nella sala successiva potevo camminare a piedi scalzi su un’installazione morbida, e in quella dopo ancora entrare in un cubo blu pieno di finestre e porte, in quella prima invece accarezzare una superficie di Alcantara setosa e diseguale. Ero sola. E questa cosa mi è piaciuta. Come se gli artisti avessero creato quelle opere solo per me: me le sono godute, come una bambina.

Alcantara è un tessuto, per chi non lo sapesse – io non lo sapevo. Quando ho chiesto ai miei colleghi se lo conoscessero mi hanno risposto: «Ma certo! È quel materiale che usano per ricoprire i sedili delle auto!». Questa informazioni mi è bastata, però non ha risolto il mio vero interrogativo: perché questi dieci artisti hanno usato proprio l’Alcantara per le loro creazioni? Forse non è una domanda lecita. I più saggi direbbero: perché l’azienda ne ha finanziato l’uso artistico. Io, che non mi sento saggia, preferisco rimanere nel dubbio, credere che ci siano motivi più profondi, che è meglio non conoscere. L’arte è un po’ libera di usare i materiali che vuole, no?

Ho comunque scoperto che l’esposizione è addirittura il terzo episodio di un ciclo di mostre che dal 2016 esplora le qualità di questa microfibra, e il rapporto con il tempo e lo spazio che, come i curatori tengono a sottolineare, scaturisce dal luogo: le stanze dell’Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Il passato, per noi s’intende, che ne è rimasto impregnato in rapporto con la Milano di oggi, con l’andirivieni di turisti che entrano ed escono da queste sale per poi tornare a casa, comodi sulle proprie auto rivestite di Alcantara.

Le opere rappresentate sono delle riflessioni: i fiocchi di Alcantara, l’origine che riguarda ogni essere vivente nella prima installazione Desiderio; la musica, il suono, il tempo che batte per 156 motori DC, cavi, scatole in MDF di 30x30x30cm; un abito scultura, il design della moda che sembra sempre arrivare dal futuro, un corsa al raggiungimento dell’essere fashion che non finisce mai per Indefinitamente estesa; tutti gli oggetti di uso comune delle nostre vite rivestiti in Alcantara pitonata, per l’opera Eden, che rappresenta il lusso onnivoro dei nostri tempi e dei nostri spazi; Riflessione di spazio e tempo, ancora abiti sculture bianchi intrappolati in una ragnatela nera, le gabbie in cui viviamo, forse; Oltre il giardino nucleare in due sale diverse, opere ispirate alla sintesi digitale che ci rappresenta; esplora la quarta dimensione, i regni dell’esistenza che oltrepassano la nostra coscienza il Tempio di reverenza per la conoscenza oltre la comprensione umana; e chiude il percorso l’Opera per Alcantara (sedia blu) che mette in scena la nostra percezione fittizia di tempo e spazio, una camera dentro la camera, fatta di finestre, porte, pavimenti e sedie rivestire di Alcantara blu, la spiritualità che ci riguarda come singoli, come se esistessimo noi soli, e ogni altro individuo fosse soltanto la nostra proiezione specchiata.

Il poeta dell’anima: Nazim Hikmet

(di Nadia Kasa)

La mia poesia preferita recita così:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Nazim Hikmet è a mio modesto parere il più grande poeta turco del secolo scorso. Biografia e poesia si intrecciano nella vita di questo poeta, diventa quindi fondamentale avere dei dati indicativi su quanto ha vissuto per comprendere le tappe della sua opera.
Nato a Salonicco il 20 novembre 1901 (all’anagrafe 1902 perché registrato in ritardo), crebbe in una famiglia in cui si respirava aria di poesia: suo nonno era un poeta, sua madre una pittrice che amava la poesia francese e suo padre un diplomatico.
Durante la frequentazione dell’Accademia di marina a Istanbul – che poi lasciò – iniziò a scrivere le sue prime poesie. La svolta nella sua vita avvenne quando scoprì i libri di Marx, infatti andò a Mosca, si iscrisse all’Università comunista dei lavoratori d’Oriente e divenne amico di Lenin.
Il suo coinvolgimento con il comunismo influenzò molto la sua vita, tanto che nel 1938 una commissione lo accusò di incitare alla rivolta i marinai, attraverso i suoi scritti, così fu condannato a ventotto anni di carcere. Scontò la sua pena in Anatolia, nel carcere di Bursa, durante la quale venne colpito dal primo infarto. Furono gli anni più ricchi da un punto di vista letterario, scrisse molte poesie tra le quali: Alla vita.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Grazie all’amicizia di un gruppo di artisti e intellettuali guidati da Tristan Tzara uscì dal carcere nel 1950, dopo aver scontato dodici anni. La sua fama, ormai, oltrepassava le frontiere della Turchia. Era considerato un martire e un poeta di grande sensibilità.
Le sue poesie vanno dal lirismo classico della poesia alla narrazione del reale: dalla sofferenza umana al rispetto per la propria dignità, fino all’amore per la patria. Uno dei temi più frequenti delle poesie di Nazim – lo chiamo per nome perché ormai è un caro amico – è la nostalgia, che non viene affrontata nella consueta chiave malinconica. Certo, la malinconia è una costante, ma le parole di Nazim presagiscono speranza, anche quando la corrente non è dalla nostra parte e remare diventa arduo.
Uscito dal carcere e tenuto sotto stretta sorveglianza, lui che rappresenta l’anima libera per eccellenza non ci sta. Espatria in Unione Sovietica, da solo. Infatti, la moglie incinta non ha il permesso per seguirlo. Morirà solo, in una dacia di Mosca, colpito da un infarto. Una delle sue poesie più belle, è l’Ultima lettera al figlio o Prima di tutto l’uomo, un inno all’amore per il prossimo che dedica a suo figlio.

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

I limiti della libertà

(di Andrea Lionetti)

Quando pensiamo alla parola “libertà”, le prime cose che vengono in mente sono l’autonomia di pensiero e di azione; l’idea di prendere decisioni, convinti di essere i migliori giudici di noi stessi. Sono libero, dunque dico e faccio ciò che voglio. Lo stesso accade quando si pensa alla parola “creatività”. La creatività deve vivere un rapporto antitetico rispetto ai vincoli, alle limitazioni e restrizioni di ogni sorta. La creatività è libertà: un’equazione diffusa che non può permettersi ostacoli. Ma è davvero così?

Un uomo greco di condizione libera si sarebbe limitato a vedere la libertà nel semplice fatto di non essere un servo; ancor prima dei diritti politici era la coscienza di non essere proprietà altrui a definire la libertà. E questo bastava, almeno in una società arcaica. Ma senza andare troppo indietro nel tempo mi è capitato qualche giorno fa di avere una conversazione con uno studente di Architettura a Milano, il quale mi raccontava di non sopportare alcuni atteggiamenti diffusi presso la gente della propria città di origine, Ragusa. In particolare mi ha colpito ciò che ha affermato a proposito dell’impatto psicologico avuto dalla raccolta differenziata su sua zia, che infastidita dalle troppe regole impostele avrebbe detto: “Mi hanno tolto la libertà di buttare l’immondizia”. “No, zia, ti hanno tolto la libertà di inquinare”.
L’impressione immediata che ne deriva è che siffatte idee di libertà non siano altro che forme di arbitrarietà, il “fare il comodo proprio” da cui Platone mette in guardia nelle celebri pagine della Repubblica dedicate alla critica del sistema democratico (ateniese), ben diverso da quel “vivere a modo proprio” (nel rispetto delle leggi e della libertà altrui) che Pericle esalta nell’Epitaffio tucidideo.
Dirò di più: la libertà è una forma di limite all’arbitrario. Lo si può osservare in diversi ambiti: scientifico, politico e artistico.

Si può dire ciò che si vuole parlando di fisica? Ovviamente no. Dobbiamo dedurre un carattere dogmatico della scienza come diretta conseguenza? Sempre no.
La scienza non ammette la dittatura di un solo paradigma; al contrario, lascia sempre spazio al dissenso. Qualora sia supportato da argomentazioni razionali basate sul metodo sperimentale, dunque convincenti. Non esistono ortodossie, ma verità sempre passibili di rettifica. Allo stesso tempo la scienza non può sostituirsi né alla filosofia né alla religione. Il darwinismo spiega l’evoluzione della vita ma non il perché di essa; possiamo parlare della teoria del Big Bang ma non sapere la ragione per cui nacque l’universo. E il bello è che la scienza non solo non pretende di farlo ma non ha mai lanciato nemmeno il guanto di sfida.

La scienza non è democratica è il titolo del libro di un noto medico che sta vivendo una seconda vita, quella della celebrità social, Roberto Burioni, salito alla ribalta come strenuo difensore delle tesi anti-NO VAX, o più semplicemente della conoscenza scientifica. Siamo liberi in una società libera, quindi nulla di male se decidiamo di non vaccinare i nostri figli in nome della libertà. Non occorre argomentare la scelta, né vedere l’attendibilità delle ragioni proposte, ammesso che esistano. Qualunque imposizione, anche quella razionale basata sulla disciplina medica, è un nemico che mina la nostra libertà.
Il titolo del libro di Burioni afferma una verità scomoda che necessita comunque di una precisazione: la democrazia contribuisce più di ogni altro regime politico alla diffusione del sapere e permette a chi lo voglia di accedervi, ma non è detto che tutti ci riescano, quindi se per democrazia intendiamo “la tirannia della maggioranza” (i social network ne sono un esempio), allora la scienza non è democratica, così come l’intero sapere umano. La maggioranza è sempre stata un’arma a doppio taglio: previene da forme di assolutismo ma può anche condurci verso di esse. Hitler arrivò al potere grazie a elezioni democratiche, non attraverso l’uso della forza; e i colpi di stato della storia ateniese avvennero tutti entro i limiti della legalità. Come? Manipolando il dèmos. È la forza della demagogia.

Il sociologo Arnold Hauser ha scritto: “Ogni opera d’arte scaturisce dalla tensione fra i propositi dell’artista e le resistenze che egli incontra – da parte dei motivi vietati, dei pregiudizi sociali; […] Interamente libero l’artista non è nemmeno nelle più liberali democrazie: anche qui lo vincolano innumerevoli riguardi estranei all’arte. In linea di principio non c’è differenza fra il diktat di un despota e le convenzioni della società più liberale”.

In tal senso, la differenza fondamentale tra un sistema totalitarista e uno liberale riguarda solo la circolazione della cultura. Niente di più. Conosciamo capolavori dell’arte e della letteratura ispirati ad atrocità e che sono fioriti grazie a insopportabili sistemi di repressione. L’Unione sovietica ha prodotto Pasternak. Dalla Berlino nazista è fuggito Brecht, la cui opera è pervasa dal ricordo di quegli anni bui. E persino l’arte di regime ha arricchito il patrimonio umano. La Riefenstahl e le sue pellicole ne sono un esempio.
La creatività nasce dal confronto tra i vincoli e noi stessi: senza limiti un uomo non è tale, e i vincoli rendono la libertà degna del nome che porta. Intorno vi è solo l’arbitrario, alibi per chi alla libertà non dedica nemmeno un istante di riflessione.

Eppure la nozione di arbitrarietà è marcata da una componente soggettiva non indifferente. Per chi ci crede, la magia può risultare migliore della scienza. Questo esempio richiama ancor di più la necessità di porre vincoli al fine di attuare il passaggio alla libertà. Credo che noi europei, in virtù delle nostre radici greche, dovremmo sentire maggiormente il peso della salvaguardia della libertà. In fin dei conti deriviamo da un popolo giovane, che ai libri sacri ha preferito la poesia, ai sacerdoti i filosofi, al dogma delle monarchie assolute il confronto sulla migliore costituzione e il disprezzo verso l’autocrate.

La fanciulla del quadro perduto

(di Nadia Kasa)

Camminando per le sale della mostra Dentro Caravaggio – esposta a Palazzo Reale e ormai a Milano per ancora tre giorni – pare manifestarsi la mancanza di un dipinto, forse poco noto, ma di grande valore.
Un ritratto di donna, databile intorno al 1597, esposto prima al Kaiser Friedrich Museum di Berlino e poi andato distrutto con i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il dipinto rappresentava Filide Melandroni, una modella che si presume Caravaggio abbia fatto posare anche per altri dipinti come Santa Caterina d’Alessandria e Giuditta e Oloferne. La ragazza, proveniva da una famiglia benestante di Siena, e secondo i documenti storici, fu battezzata nel 1582, aveva quindi dieci anni in meno rispetto a Caravaggio. Quando giunse a Roma, all’età di tredici anni, per non si sa quale ragione – forse avvicinata da prostitute già note in città – iniziò a fare la prostituta. Presto, entrò a far parte del racket della prostituzione gestito dalla famiglia Tomassoni e da quel famoso Ranuccio Tomassoni, acerrimo nemico di Caravaggio.

Con il tempo, la condizione sociale della donna migliorò, fino a quando riuscì ad abbandonare il mestiere per dedicarsi a opere di carità. Filide, si innamorò di un uomo aristocratico, Giulio Strozzi, divenendo la sua amante. Quelli dal 1604 al 1618 furono gli anni di un amore passionale e turbolento, impossibilitato dalla famiglia di lui che non permise l’unione tra i giovani, a causa del passato scandaloso di Filide.
La famiglia Strozzi chiese addirittura l’intervento di Papa Paolo V e la giovane venne allontana da Roma. Insieme ai suoi bagagli, vi era un quadro, un ritratto che Filide aveva chiesto al suo amico, Caravaggio. L’artista l’aveva ritrattata su uno sfondo scuro – come era solito fare – a mezzo busto, con i capelli raccolti, bruni, gli orecchini di perle a grappolo e un fiore tenuto tra le dita, un bergamotto, spesso legato alle prostitute. Nel 1618, Filide, si tolse la vita, scelse di non vivere senza quell’amore che l’aveva fatta sentire viva e nel suo testamento scrisse che il ritratto, dipinto anni prima dal suo amico artista, fosse donato all’uomo che non aveva potuto sposare, Giulio Strozzi.

Quella fanciulla nata da una famiglia per bene e finita inconsapevolmente nel giro della prostituzione, a cui l’amore era stato negato da tutti, alla fine, decise di togliersi la vita, testimoniando con la sua morte quanto il giudizio possa ferire più di una lama acuminata.
Camminando per le sale della mostra, pare manifestarsi sulle pareti la presenza di un dipinto, il volto di una donna che tiene un bergamotto nella mano destra, come a voler offrire la sua anima a chi incroci il suo sguardo.

Io l’ho vista.

Story of a cham: uno spazio per i diritti umani

(di Nadia Kasa)

Il Blog Story of a cham, nasce con l’obiettivo di far conoscere la questione cham e di condividere uno spazio il cui tema sia quello dei diritti umani.

Per tutti coloro che non sapessero che cosa fosse la questione cham – io l’ho scoperto solo qualche anno fa – è una vicenda che riguarda la minoranza albanese cham che chiede invano i propri diritti alla Grecia da più di sessant’anni.

Ma che cosa è successo? Cercando di essere breve (potete trovare ulteriori approfondimenti storici e culturali sul blog) la questione cham ha le sue origini più di un secolo fa, quando la Chameria, regione meridionale dell’Albania, viene assegnata alla Grecia durante la Conferenza di Londra del 1913 – in cui vennero ridefiniti i confini dei Paesi balcanici, dopo quasi cinque secoli di dominio ottomano.
Così, per più di un secolo – e non è ancora finita – lo Stato greco cerca di allontanare in tutti i modi questa minoranza che abbraccia una cultura lontana: la religione islamica, la lingua albanese, degli usi e costumi differenti. E dire che cristiani ortodossi e musulmani convivevano pacificamente in Chameria!

Ma ecco la beffa delle beffe, dopo le persecuzioni, dopo il genocidio degli anni 1944-45, dopo la confisca delle terre, dopo dopo dopo, oggi, non essendoci un Trattato di Pace tra Albania e Grecia, i chams non possono entrare nel Paese. Infatti i greci, attaccandosi a cavilli burocratici non permettono agli albanesi, con nascita in una città della Chameria, di entrare nello Stato.
La domanda spontanea è: ma la Grecia non fa parte dell’Unione Europea!?! Lo Stato greco non si prende alcuna responsabilità riguardo a ciò che è successo in Chameria e riguardo ai diritti della gente cham, l’unica soluzione rimasta pare sia quella di attendere che l’Unione Europea accetti l’entrata dell’Albania all’interno della Comunità Europea. La richiesta è stata fatta dall’Albania il 28 aprile 2009 e il riconoscimento della candidatura è stato ufficializzato il 27 giugno 2014 (cinque anni per riconoscere una richiesta?).
Si spera non debbano passare altri dieci anni affinché si esamini la richiesta e la si accetti, ma soprattutto si spera che la gente cham – tutti coloro che sono scappati dalla Chameria sono oggi anziani – riesca a rivedere la propria Terra per un’ultima volta.

 

Per visitare il blog:
www.storyofacham.com

Sul senso della storia

(di Andrea Lionetti)

Di fronte alla battaglia di Gaugamela, all’incoronazione di Carlo Magno, alla redazione della Bill of Rights, all’atomica su Hiroshima e a migliaia di altri fatti nessuno avrebbe difficoltà a riconoscervi la storia. Ma alla domanda “che cos’è la storia?”, come spesso accade davanti a quesiti dello stesso tipo, inerenti a parole e concetti che abitualmente usiamo, non c’è studente che non dimostri almeno un minimo di titubanza prima di azzardare una risposta, qualunque essa sia.

Eppure esiste un’altra certezza da cui partire: la storia (e la storiografia) è nata in Grecia, nella seconda metà del V secolo, quando un greco di Alicarnasso decise che “le imprese meravigliose compiute sia dai Greci sia dai barbari” non rimanessero prive di fama.
Che la storia sia un’esposizione di fatti conseguente a una ricerca condotta con una ben precisa serie di metodi è ormai assodato da secoli. Ne era persuaso Erodoto, non da meno furono i suoi successori, in particolare Tucidide, il primo autore della storiografia occidentale a interessarsi di fatti a lui contemporanei, la guerra del Peloponneso.
Basterebbe questa definizione, per quanto esaustiva, a colmare la vastità del problema?
Si provi a rispondere con un’altra domanda: perché questa esigenza di raccontare? Erodoto tace a riguardo, probabilmente non aveva bisogno di pronunciarsi su un argomento ormai chiaro e assimilato da una riflessione secolare posta alle sue spalle. Ciò che gli importava era mettere sul piatto l’obiettivo del suo lavoro (le imprese dei Greci e dei barbari) e i metodi usati nel suo laboratorio di storico.

Nell’incipit delle sue Storie c’è una parola che sfugge alla nostra attenzione, perché piuttosto ovvia ai nostri occhi, e spesso legata a contesti culturali avvilenti: “fama”.

La fama, o la gloria, era per i Greci una cosa seria: nell’Iliade è la forza che tutto muove, nell’epitafio di Tucidide che lo storico attribuisce a Pericle è la ricompensa per aver servito Atene nel migliore dei modi, perdendo la vita, o sacrificandola in battaglia, per meglio dire.
È la morte che la gloria tenta di sconfiggere, senza riuscirci dice Achille ormai cadavere, nell’Ade, in uno dei passi più commoventi dell’Odissea. Nella celebre orazione di Pericle, tutta protesa verso un’immagine idealizzata della democrazia ateniese, l’illusione riprende vita, fino a quando la polis uscirà devastata dallo scontro con Sparta, e umiliata dall’esperienza tirannica dei Trenta.
Ma cosa ha a che fare tutto questo con le ragioni dietro alla ricerca e alla narrazione storica?

La scelta di citare Omero e poi uno storico, Tucidide, non è casuale.

La storia e la poesia hanno la stessa matrice, entrambe sono figlie della presa di coscienza della nostra condizione, della precarietà dell’esistenza che ci ha condannato alla memoria. Come scrisse il Mazzarino: “il pensiero storico dei Greci si connette anche con la loro poesia, in un certo senso è nato come poesia”.

Le imprese su cui si tace muoiono, e questo valeva sia per Omero che per Erodoto. Vogliamo ricordare. Dobbiamo ricordare, perché non c’è scelta. La memoria è lo strumento che poesia epica e storiografia hanno usato fin dal principio per andare contro il tempo, per contrastare la sua opera di corrosione. Lo scorrere del tempo, le trasformazioni che esso implica (il “divenire” dei filosofi), fanno in modo che le cose nascano e tramontino, per sempre. La straziante consapevolezza che tutto ciò implica è per l’Uomo fonte di angoscia e di forza. Non essere indispensabile ma voler vivere, e la ricerca del senso diventa così menzogna o del tutto inutile, a seconda delle prese di posizioni che si tendono a occupare.
Settantamila anni dopo le prime manifestazioni del ricordare, i riti funebri europei del Neanderthal, ingiustamente discriminato per il suo aspetto, capace in realtà di complessi comportamenti simbolici, guardando negli occhi “la catastrophe irrémédiable” ­ – come l’ha definita il filosofo francese Edgar Morin – abbiamo elaborato un nuovo sistema fondato sulla memoria: la narrazione, prima nella forma dell’esametro epico, poi in quella della prosa.
La storia non è quindi un insieme di date e di fatti da memorizzare, non solo quello, almeno, ma è il frutto di un’esigenza profonda, tanto nel tempo quanto nella dimensione umana. Spesso diciamo (e ne siamo convinti) che Dio è morto, che nulla ha più senso, eppure ci ritroviamo sempre qui, alla ricerca di quel senso o di tutto ciò che ne provi l’assenza, secondo la sensibilità di ciascuno. Forse venire al mondo, venire dal nulla, è un atto del tutto casuale e privo di significato, ma una volta qui non ci resta altro da fare che ricercare, “historìai”, appunto.