Il poeta dell’anima: Nazim Hikmet

(di Nadia Kasa)

La mia poesia preferita recita così:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Nazim Hikmet è a mio modesto parere il più grande poeta turco del secolo scorso. Biografia e poesia si intrecciano nella vita di questo poeta, diventa quindi fondamentale avere dei dati indicativi su quanto ha vissuto per comprendere le tappe della sua opera.
Nato a Salonicco il 20 novembre 1901 (all’anagrafe 1902 perché registrato in ritardo), crebbe in una famiglia in cui si respirava aria di poesia: suo nonno era un poeta, sua madre una pittrice che amava la poesia francese e suo padre un diplomatico.
Durante la frequentazione dell’Accademia di marina a Istanbul – che poi lasciò – iniziò a scrivere le sue prime poesie. La svolta nella sua vita avvenne quando scoprì i libri di Marx, infatti andò a Mosca, si iscrisse all’Università comunista dei lavoratori d’Oriente e divenne amico di Lenin.
Il suo coinvolgimento con il comunismo influenzò molto la sua vita, tanto che nel 1938 una commissione lo accusò di incitare alla rivolta i marinai, attraverso i suoi scritti, così fu condannato a ventotto anni di carcere. Scontò la sua pena in Anatolia, nel carcere di Bursa, durante la quale venne colpito dal primo infarto. Furono gli anni più ricchi da un punto di vista letterario, scrisse molte poesie tra le quali: Alla vita.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Grazie all’amicizia di un gruppo di artisti e intellettuali guidati da Tristan Tzara uscì dal carcere nel 1950, dopo aver scontato dodici anni. La sua fama, ormai, oltrepassava le frontiere della Turchia. Era considerato un martire e un poeta di grande sensibilità.
Le sue poesie vanno dal lirismo classico della poesia alla narrazione del reale: dalla sofferenza umana al rispetto per la propria dignità, fino all’amore per la patria. Uno dei temi più frequenti delle poesie di Nazim – lo chiamo per nome perché ormai è un caro amico – è la nostalgia, che non viene affrontata nella consueta chiave malinconica. Certo, la malinconia è una costante, ma le parole di Nazim presagiscono speranza, anche quando la corrente non è dalla nostra parte e remare diventa arduo.
Uscito dal carcere e tenuto sotto stretta sorveglianza, lui che rappresenta l’anima libera per eccellenza non ci sta. Espatria in Unione Sovietica, da solo. Infatti, la moglie incinta non ha il permesso per seguirlo. Morirà solo, in una dacia di Mosca, colpito da un infarto. Una delle sue poesie più belle, è l’Ultima lettera al figlio o Prima di tutto l’uomo, un inno all’amore per il prossimo che dedica a suo figlio.

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

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