La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

Un classico insormontabile!

(di Nadia Kasa)

Attuale come non mai, anche se pubblicato per la prima volta nel 1847, Cime tempestose rimane uno dei romanzi più letti di sempre, dal pubblico femminile e non. Si tratta dell’unico romanzo della scrittrice Emily Brontë – sorella della famosa Charlotte Brontë ideatrice di Jane Eyre – che scrive in circa due anni. La storia presenta una trama apparentemente semplice che si sviluppa poi in maniera più complessa attraverso i sentimenti perpetuati da parte dei personaggi. Il protagonista, Heathcliff, è un ragazzo che viene adottato da un nobiluomo, Mr. Earnshaw, che vive a Wuthering Heights, da cui il nome del libro. Mr. Earnshaw ha due figli: Hindley e Catherine, che si presentano entrambi come bambini viziati e dispettosi nei confronti del nuovo arrivato. Il sentimento nei confronti di Heathcliff muta con il tempo, Catherine se ne innamora – amore che viene ricambiato – mentre Hindley alimenta un profondo odio nei suoi confronti, con tutta probabilità maturato dall’affetto che suo padre nutre per il ragazzo. La situazione cambia quando subentra nell’equilibrio di questo trio la famiglia Linton. Il primogenito della famiglia Linton nutre una simpatia nei confronti della signorina Catherine che affascinata dal ragazzo cede alle sue lusinghe. L’avvicinamento di Catherine a Linton porterà Heathcliff ad allontanarsi dalla tenuta di Wuthering Heights e a pianificare un progetto di vendetta nei confronti della famiglia Earnshaw e della famiglia Linton. Il suo ritorno dopo diversi anni porterà grande scompiglio nella vita di Catherine che è ormai sposata, e in quella di suo fratello Hindley, depresso per la precoce perdita della moglie. Heathcliff è pronto e pian piano attua la sua vendetta. È la storia di un grande amore quindi, con radici profonde, insradicabili, ma anche di un odio che è più forte di ogni altra cosa.

Gli aspetti interessanti riscontrabili, che rendono la storia avvincente sono parecchi, partendo dall’incipit del romanzo, che è una bomba. Al principio del racconto la storia è già compiuta, troviamo infatti Heathcliff che vive depresso nella sua tenuta. La descrizione dell’uomo è resa in maniera efficace da Mr. Lockwood che ha modo di conoscerlo durante una bufera di neve scoprendo il suo nuovo vicino di casa. Dopo aver conosciuto la bizzarra famiglia di Heathcliff il vicino introduce la storia chiedendo maggiori informazioni alla governante che all’ora prestava servizio nella tenuta di Wuthering Heighs, Nelly, e che ora lavora per lui.

L’intero racconto dunque viene narrato da parte della governante Nelly. La donna spiega tutti gli avvenimenti dal punto di vista esterno, come una sorta di spettatore vivente all’interno della storia.

I personaggi sono abilmente costruiti. Nella storia vi è un crescendo di amore e odio, in particolare da parte dei due protagonisti, Catherine e Heathcliff, fatalmente attratti l’uno dall’altro. Catherine prova un profondo affetto nei confronti di Heathcliff, ma allo stesso tempo respinge il suo carattere irruento. Heathcliff da parte sua è il vero diavolo, la ama ma allo stesso tempo cerca in tutti i modi di recare dei danni alle persone care a Catherine: al fratello Hindley e a suo marito Linton. D’altro canto, colui che si mostra come una vera perla è Linton, legato a sua moglie da profondo affetto e disposto a tutto per avere il suo favore.

La natura è un altro personaggio, infatti occupa un posto centrale, dalle descrizioni delle bufere di neve alle grandi praterie percorse a cavallo dai personaggi. Emily Brontë descrive Wuthering Heights come un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un mondo in cui ci si può perdere nella nebbia che fa da sfondo.

A ogni lettura questo racconto fornisce nuovi spunti di riflessione, ma l’aspetto centrale credo sia la volontà da parte dell’autrice di far comprendere quanto sentimenti come l’odio e la vendetta portino all’annientamento di colui che li nutre a lungo. L’amore non muore mai, ma neppure l’odio.

Per ultimo arriva un finale inaspettato. Purtroppo o per fortuna spesso molti lettori si aspettano che le vicende finiscano al meglio. Fin da bambini ci vengono raccontate storie che hanno un lieto fine e in un certo senso questo aspetto permane dentro di noi fino all’età adulta. Inoltre, sapere che i personaggi che abbiamo seguito con tanto entusiasmo hanno avuto un lieto fine, diciamo la verità, rallegra la nostra giornata! Ma come è giusto che sia, non può essere sempre così. Emily Brontë non vuole impressionare o soddisfare il lettore, ma raccontare un’esperienza, vera o fantasiosa che sia, e spiattella al lettore la verità. Una verità universale, fatta di donne impertinenti, isteriche, contraddittorie, ma anche capaci di un legame profondo; uomini rancorosi, gelosi, frustrati, ma anche tolleranti e amabili. Una verità, con protagonisti attuali nell’Ottocento, così come in ogni altro periodo della storia. Cambiano i racconti e coloro che li narrano insieme al loro stile di scrittura (che è ciò che rende ogni volta sorprendente la lettura!), ma i personaggi rimangono gli stessi perché gli uomini rimangono gli stessi! Quindi, voto dieci e lode per Cime tempestose, che rimane nella lista dei cento libri da leggere almeno una volta nella vita!

 

Il realismo magico di Murakami

Kafka sulla spiaggia – Murakami

(di Nadia Kasa)

Una delle opere più celebri dello scrittore giapponese Haruki Murakami. Il romanzo viene definito del genere “realismo magico”. La storia infatti, si sviluppa tra il reale e il fantastico ed è caratterizzata da: cultura popolare, suspense, umorismo. Murakami è da tempo considerato uno dei favoriti al premio Nobel per la Letteratura.

Kafka sulla spiaggia narra le vicende di due personaggi che vivono in Giappone: un quindicenne, Tamura, che scappa di casa, e un anziano, Nakata, che parla con i gatti. Tamura è un ragazzo solitario, non ha molti amici e vive da solo con il padre – dato che sua madre se n’è andata quando lui aveva solo quattro anni, portando con sé la sorellina adottiva. Egli decide di scappare di casa per sfuggire a una terribile profezia che gli ha lanciato suo padre: ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella. Tamura possiede una sorta di alter ego che gli dà la forza di compiere le sue decisioni: il ragazzo chiamato corvo. Kafka infatti – cioè il modo in cui si fa chiamare da chi non conosce il suo vero nome – in céco significa corvo.

Nakata è un anziano che vive solo, come Tamura, anche lui a Nakano. Ma il quartiere è grande, i due non si conoscono. Da bambino fu vittima di un misterioso incidente per il quale perse la memoria. Da allora venne considerato stupido e vive con un sussidio del governatore. Per arrotondare cerca i gatti che si sono perduti nel quartiere e li riporta ai loro proprietari.

Le vicende dei due appaiono legate, ma non si incontrano mai. Tamura scappa di casa e incontra nel suo percorso diversi personaggi. Il primo di questi è Sekura, che conosce nel pullman che lo sta portando nello Shikoku. Dopo un primo pernottamento in hotel Tamura si mette nei guai, una notte si trova davanti a un tempio macchiato di sangue senza capire come esserci arrivato. Spaventato, cerca l’aiuto della sola persona che conosce in quel posto: Sekura. Il secondo personaggio è Oshima, che rappresenta una guida per il ragazzo. Il signor Oshima lavora nella biblioteca Komura, dove Tamura legge tutti i giorni libri di diverso genere. Oshima sembra sapere tutto di ogni cosa. Il terzo personaggio è la Signora Saeki, la direttrice della biblioteca da cui Tamura è attratto fatalmente. Saeki è una donna sulla cinquantina, bella e intelligente, ma ha un passato doloroso, e Tamura osservandola, ha l’impressione di conoscerla da sempre. Quella donna ha qualcosa di particolare. Intanto, anche Nakata si trova nello Shikoku alla ricerca di una pietra (che pare essere magica) e ha fatto la conoscenza di un camionista, Hoshino, che lo aiuta nella sua impresa.

Nelle sue cinquecento pagine, la storia tiene incollato il lettore sul libro, come una sorta di calamita. La curiosità di leggere il capitolo seguente è sempre forte. Lo scrittore possiede la capacità di creare la suspense nel momento più adatto della narrazione. I personaggi vengono descritti in maniera minuziosa nelle loro caratteristiche più intime, come un pittore fiammingo a cui nulla sfugge. Alcuni temi ricorrenti dei libri di Murakami si presentano anche in questa storia: l’adolescenza, come momento di transizione e periodo crudele; l’amore per la musica classica; l’interazione con una dimensione fantastica alternativa distinta dalla realtà, ma coesistente; la solitudine dei personaggi.

La vicenda, avendo del fantastico, fa domandare al lettore di continuo quali siano i punti fermi della realtà, e mano a mano che si procede con la lettura, questi si assottigliano sempre di più. Il messaggio del libro è chiaro, come in molte leggende della cultura giapponese: il personaggio deve andare incontro al suo destino, affrontarlo a prescindere da ciò che di terribile potrà accadere. Murakami lascia scegliere il finale della storia al lettore – che, perplesso – cerca di dare una sua interpretazione ai fatti. Solo il personaggio della storia, nel suo intimo, conosce la verità su ciò che è accaduto. Colui che legge può solo cercare di apprendere la lezione che Murakami vuole dare, cioè, quella di affrontare le situazioni così come vengono, come vuole il destino, senza fare alcuna resistenza.