Il poeta dell’anima: Nazim Hikmet

(di Nadia Kasa)

La mia poesia preferita recita così:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Nazim Hikmet è a mio modesto parere il più grande poeta turco del secolo scorso. Biografia e poesia si intrecciano nella vita di questo poeta, diventa quindi fondamentale avere dei dati indicativi su quanto ha vissuto per comprendere le tappe della sua opera.
Nato a Salonicco il 20 novembre 1901 (all’anagrafe 1902 perché registrato in ritardo), crebbe in una famiglia in cui si respirava aria di poesia: suo nonno era un poeta, sua madre una pittrice che amava la poesia francese e suo padre un diplomatico.
Durante la frequentazione dell’Accademia di marina a Istanbul – che poi lasciò – iniziò a scrivere le sue prime poesie. La svolta nella sua vita avvenne quando scoprì i libri di Marx, infatti andò a Mosca, si iscrisse all’Università comunista dei lavoratori d’Oriente e divenne amico di Lenin.
Il suo coinvolgimento con il comunismo influenzò molto la sua vita, tanto che nel 1938 una commissione lo accusò di incitare alla rivolta i marinai, attraverso i suoi scritti, così fu condannato a ventotto anni di carcere. Scontò la sua pena in Anatolia, nel carcere di Bursa, durante la quale venne colpito dal primo infarto. Furono gli anni più ricchi da un punto di vista letterario, scrisse molte poesie tra le quali: Alla vita.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Grazie all’amicizia di un gruppo di artisti e intellettuali guidati da Tristan Tzara uscì dal carcere nel 1950, dopo aver scontato dodici anni. La sua fama, ormai, oltrepassava le frontiere della Turchia. Era considerato un martire e un poeta di grande sensibilità.
Le sue poesie vanno dal lirismo classico della poesia alla narrazione del reale: dalla sofferenza umana al rispetto per la propria dignità, fino all’amore per la patria. Uno dei temi più frequenti delle poesie di Nazim – lo chiamo per nome perché ormai è un caro amico – è la nostalgia, che non viene affrontata nella consueta chiave malinconica. Certo, la malinconia è una costante, ma le parole di Nazim presagiscono speranza, anche quando la corrente non è dalla nostra parte e remare diventa arduo.
Uscito dal carcere e tenuto sotto stretta sorveglianza, lui che rappresenta l’anima libera per eccellenza non ci sta. Espatria in Unione Sovietica, da solo. Infatti, la moglie incinta non ha il permesso per seguirlo. Morirà solo, in una dacia di Mosca, colpito da un infarto. Una delle sue poesie più belle, è l’Ultima lettera al figlio o Prima di tutto l’uomo, un inno all’amore per il prossimo che dedica a suo figlio.

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

La fanciulla del quadro perduto

(di Nadia Kasa)

Camminando per le sale della mostra Dentro Caravaggio – esposta a Palazzo Reale e ormai a Milano per ancora tre giorni – pare manifestarsi la mancanza di un dipinto, forse poco noto, ma di grande valore.
Un ritratto di donna, databile intorno al 1597, esposto prima al Kaiser Friedrich Museum di Berlino e poi andato distrutto con i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il dipinto rappresentava Filide Melandroni, una modella che si presume Caravaggio abbia fatto posare anche per altri dipinti come Santa Caterina d’Alessandria e Giuditta e Oloferne. La ragazza, proveniva da una famiglia benestante di Siena, e secondo i documenti storici, fu battezzata nel 1582, aveva quindi dieci anni in meno rispetto a Caravaggio. Quando giunse a Roma, all’età di tredici anni, per non si sa quale ragione – forse avvicinata da prostitute già note in città – iniziò a fare la prostituta. Presto, entrò a far parte del racket della prostituzione gestito dalla famiglia Tomassoni e da quel famoso Ranuccio Tomassoni, acerrimo nemico di Caravaggio.

Con il tempo, la condizione sociale della donna migliorò, fino a quando riuscì ad abbandonare il mestiere per dedicarsi a opere di carità. Filide, si innamorò di un uomo aristocratico, Giulio Strozzi, divenendo la sua amante. Quelli dal 1604 al 1618 furono gli anni di un amore passionale e turbolento, impossibilitato dalla famiglia di lui che non permise l’unione tra i giovani, a causa del passato scandaloso di Filide.
La famiglia Strozzi chiese addirittura l’intervento di Papa Paolo V e la giovane venne allontana da Roma. Insieme ai suoi bagagli, vi era un quadro, un ritratto che Filide aveva chiesto al suo amico, Caravaggio. L’artista l’aveva ritrattata su uno sfondo scuro – come era solito fare – a mezzo busto, con i capelli raccolti, bruni, gli orecchini di perle a grappolo e un fiore tenuto tra le dita, un bergamotto, spesso legato alle prostitute. Nel 1618, Filide, si tolse la vita, scelse di non vivere senza quell’amore che l’aveva fatta sentire viva e nel suo testamento scrisse che il ritratto, dipinto anni prima dal suo amico artista, fosse donato all’uomo che non aveva potuto sposare, Giulio Strozzi.

Quella fanciulla nata da una famiglia per bene e finita inconsapevolmente nel giro della prostituzione, a cui l’amore era stato negato da tutti, alla fine, decise di togliersi la vita, testimoniando con la sua morte quanto il giudizio possa ferire più di una lama acuminata.
Camminando per le sale della mostra, pare manifestarsi sulle pareti la presenza di un dipinto, il volto di una donna che tiene un bergamotto nella mano destra, come a voler offrire la sua anima a chi incroci il suo sguardo.

Io l’ho vista.

Milano raccontata da Luigi Vergallo

(recensione di Nadia Kasa)

Milano frammenti è la storia di un ragazzo; di una piccola banda criminale; di un amore sofferto. Il protagonista è Marco Corbacci, ha trentacinque anni, abita nel quartiere Ticinese e per vivere “si arrangia”. Così come si arrangiano i suoi amici: Francesco e Giovanni. È insieme a loro che progetta i furti. In principio, piccole cose – Marco iniziò con un martello – poi, furti più consistenti. Nonostante la vita in apparenza sbandata, Marco e i suoi amici hanno valori, ideali e un rispetto che li caratterizzano. È questo il focus che convince il lettore a proseguire la lettura: la volontà di vedere che tipo di scelte faranno i personaggi.

La malavita rappresenta, in qualche modo, il demone da cui sono fatalmente attratti i protagonisti. Un demone che consente loro di “tirare avanti”. Ma oltre a questo, si intrecciano anche gli episodi personali. Marco è infatti coinvolto in un amore poco equilibrato, fatto di litigi e conflitti interni. Si percepisce la volontà di stare insieme, ma allo tempo le difficoltà appaiono insuperabili.

Nella storia vengono rappresentati due modelli di realtà. Il primo è il crimine, da cui tutti i giovani e non, almeno una volta nella vita, sono stati attratti, perché accorcia le strade e pare rendere tutto possibile, in primis il raggiungimento del benessere. Tutti noi dovremmo essere dei piccoli antropologi per comprendere da dove nasce tutto ciò: famiglie disgregate, valori sbagliati, violenza, quartieri dove un giovane può farsi un’idea sbagliata del mondo. E poi, quel mondo ti punta il dito chiamandoti: delinquente. Quando invece, è quello stesso mondo che ti ha reso quello che sei. Non è una giustificazione ad azioni sbagliate, illegali, immorali. Ma, tutto ciò porta a una riflessione: comodamente dalle nostre poltrone, puntiamo il dito contro il tale assassino e il tale ladro di borse. Ma è giusto giudicare così, senza remore? Perché qualche volta invece – in modo più costruttivo – non proviamo a ragionare sulle cause che hanno portato a quell’azione?

Il secondo modello di realtà è l’amore malato, sofferto, possessivo, da cui tutti – o quasi – siamo stati attratti, con una forma di masochismo tipica dell’essere umano. Ma questa volontà, di far funzionare le cose a ogni modo, pare caratteristica di generazioni lontane dalla mia, di generazioni abituate alla sofferenza, alla povertà, al bisogno di avere di più. Forse è uno stereotipo o forse una grande verità: sembra che oggi più di ieri, le coppie abbiano l’attitudine a lasciarsi per un nulla. Alla prima difficoltà il palazzetto costruito con leggere assi di legno crolla, talvolta si incendia. E così, ci si ritrova ad avere questo bisogno inesauribile di essere amati, ma si è incapaci, in prima di persona, di amare. Si dimostra un’incapacità di andare oltre le parole buttate a caso in un momento di rabbia o le azioni fatte superficialmente. Questo porta a una solitudine che si ama – più che altro si giustifica – e si odia.

Nella prima pagina di Milano frammenti viene trascritto: i personaggi e i fatti narrati sono frutto di pura fantasia e non hanno alcun rapporto con persone e realtà esistenti o esistite. Ed è vero di sicuro. Ma io ci ho visto solo estratti di realtà.

Paolo Cognetti – La sua New York e le sue montagne

(di Nadia Kasa)

Dai primi racconti al romanzo Premio Strega 2017, passando per New York

Paolo Cognetti, classe 1978, vincitore del Premio Strega 2017 con il romanzo Le otto montagne. Ieri sera, lo scrittore è stato ospite del talk Vite parallele presso il Museo del Novecento di Milano, che ospita la mostra New York New York. Lo scrittore infatti è anche un esperto della città di New York e ha scritto diverse guide e racconti su di essa. Tra i più importanti New York è una finestra senza tende e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest.

Diplomatosi nel 1999 alla Civica scuola cinematografica di Milano, per diverso tempo si dedica alla realizzazione di documentari sulla città di New York. Ne rimane affascinato. La New York di Cognetti non è quella scintillante della Fifth Avenue, dell’Empire o di Times Square, ma quella degli edifici con mattoncini rossi e scale antincendio, quella dagli odori poco piacevoli e dalle zone ancora in cantiere. Si tratta di una visione che non è quella del turista, preso a visitare le classiche attrazioni, ma di un vivere la città in maniera vera. Come lo farebbe un qualsiasi americano. Tanti gli scrittori americani citati da Cognetti, tra questi Wallace, Moody e Carver, che lo hanno influenzato e fatto innamorare della letteratura.

La mia esperienza, da europea che visita New York per la prima volta è stata di sbalordimento. Nessuna città è come questa, macchine enormi – da capire che a mio avviso le macchine sono piccole, grandi, enormi, colorate, bianche e nere – edifici altissimi, bar ad ogni angolo, dove puoi trovare tutto ciò che hai almeno una volta sognato di mangiare nella vita – torte al cioccolato, uova strapazzate, ovviamente bacon ovunque, toast di tutti i tipi, muffin… ripeto, muffin. Ciò che ho pensato e che ieri sera Cognetti ha confermato è che: a New York trovi tutto quello che vuoi. Tutti i tipi di confessioni religiose, quartieri dedicati – vedi Little Italy, Chinatown, ma anche di meno famosi – aree per lo sport, musei di ogni tipo.

La città di cui si è parlato ieri sera ti accoglie a braccia aperta. Nonostante abbia un alto numero di abitanti, non si riscontra la frenesia di Milano. Forse marciapiedi più grandi, una ventina di linee della metropolitana e bar a ogni angolo agevolano molto i lavoratori e gli studenti. Cognetti ha fatto riferimento a quanto in una città del genere ci si possa isolare, questo sembra un paradosso, ma è possibile girare New York per settimane senza parlare con nessuno, dice. Una solitudine che lo scrittore conosce bene, vista la sua passione per la montagna.

Le otto montagne 

Le otto montagne è un romanzo uscito nel 2016, pubblicato da Einaudi. Ha avuto fin da subito un ottimo riscontro da parte della critica e dei lettori, tanto da portarlo, quest’anno, a essere premiato al Premio Strega. Ma a fare la differenza, oltre che la qualità del romanzo, credo abbia avuto un gran ruolo anche il personaggio Cognetti. Il suo rappresentare, in prima persona, ciò che scrive lo rende autentico e di valore agli occhi del pubblico. Da molti che non ne conoscevano l’aspetto ho sentito dire: «È proprio come lo immaginavo!».

Il romanzo narra la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno. Il primo vive a Milano, il secondo in montagna, dove appunto Pietro trascorre le sue vacanze. I due crescono insieme, tra passeggiate, escursioni con il padre di Pietro, bagni in ruscelli ed esplorazioni di case abbandonate. Con il tempo crescono, ma l’amicizia rimane. A ogni ritorno di Pietro in montagna sembra che il tempo non sia mai trascorso. Bruno è sempre lì ad aspettarlo.

La storia pone due riflessioni: la prima è sull’amicizia, la seconda sulla montagna. L’amicizia tra Pietro e Bruno non conosce tempo e confini. Entrambi hanno le loro vite, Pietro studia e poi dopo il diploma alla scuola di cinema fa diversi viaggi; Bruno lavora in montagna. Tutto sembra fermarsi quando però si rincontrano ogni anno. Si pone attenzione sul tempo trascorso insieme, non su quello “mancato”. Il secondo aspetto è ovviamente la montagna. Entrambi i personaggi hanno un attaccamento nei confronti di questa, come se rappresentasse una forza vitale da cui prendere energia.
Lo stile di Cognetti è semplice, diretto, sintetico, senza giri di parole. Ne usa poche che arrivano al significato tangibile, eliminando il superfluo, in un attento lavoro di scrittura e revisione.

La trama – apparentemente semplice – si rivela poi piena di significato. E di fatto, pare domandare al lettore: cosa conta davvero nella vita?

La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

Un classico insormontabile!

(di Nadia Kasa)

Attuale come non mai, anche se pubblicato per la prima volta nel 1847, Cime tempestose rimane uno dei romanzi più letti di sempre, dal pubblico femminile e non. Si tratta dell’unico romanzo della scrittrice Emily Brontë – sorella della famosa Charlotte Brontë ideatrice di Jane Eyre – che scrive in circa due anni. La storia presenta una trama apparentemente semplice che si sviluppa poi in maniera più complessa attraverso i sentimenti perpetuati da parte dei personaggi. Il protagonista, Heathcliff, è un ragazzo che viene adottato da un nobiluomo, Mr. Earnshaw, che vive a Wuthering Heights, da cui il nome del libro. Mr. Earnshaw ha due figli: Hindley e Catherine, che si presentano entrambi come bambini viziati e dispettosi nei confronti del nuovo arrivato. Il sentimento nei confronti di Heathcliff muta con il tempo, Catherine se ne innamora – amore che viene ricambiato – mentre Hindley alimenta un profondo odio nei suoi confronti, con tutta probabilità maturato dall’affetto che suo padre nutre per il ragazzo. La situazione cambia quando subentra nell’equilibrio di questo trio la famiglia Linton. Il primogenito della famiglia Linton nutre una simpatia nei confronti della signorina Catherine che affascinata dal ragazzo cede alle sue lusinghe. L’avvicinamento di Catherine a Linton porterà Heathcliff ad allontanarsi dalla tenuta di Wuthering Heights e a pianificare un progetto di vendetta nei confronti della famiglia Earnshaw e della famiglia Linton. Il suo ritorno dopo diversi anni porterà grande scompiglio nella vita di Catherine che è ormai sposata, e in quella di suo fratello Hindley, depresso per la precoce perdita della moglie. Heathcliff è pronto e pian piano attua la sua vendetta. È la storia di un grande amore quindi, con radici profonde, insradicabili, ma anche di un odio che è più forte di ogni altra cosa.

Gli aspetti interessanti riscontrabili, che rendono la storia avvincente sono parecchi, partendo dall’incipit del romanzo, che è una bomba. Al principio del racconto la storia è già compiuta, troviamo infatti Heathcliff che vive depresso nella sua tenuta. La descrizione dell’uomo è resa in maniera efficace da Mr. Lockwood che ha modo di conoscerlo durante una bufera di neve scoprendo il suo nuovo vicino di casa. Dopo aver conosciuto la bizzarra famiglia di Heathcliff il vicino introduce la storia chiedendo maggiori informazioni alla governante che all’ora prestava servizio nella tenuta di Wuthering Heighs, Nelly, e che ora lavora per lui.

L’intero racconto dunque viene narrato da parte della governante Nelly. La donna spiega tutti gli avvenimenti dal punto di vista esterno, come una sorta di spettatore vivente all’interno della storia.

I personaggi sono abilmente costruiti. Nella storia vi è un crescendo di amore e odio, in particolare da parte dei due protagonisti, Catherine e Heathcliff, fatalmente attratti l’uno dall’altro. Catherine prova un profondo affetto nei confronti di Heathcliff, ma allo stesso tempo respinge il suo carattere irruento. Heathcliff da parte sua è il vero diavolo, la ama ma allo stesso tempo cerca in tutti i modi di recare dei danni alle persone care a Catherine: al fratello Hindley e a suo marito Linton. D’altro canto, colui che si mostra come una vera perla è Linton, legato a sua moglie da profondo affetto e disposto a tutto per avere il suo favore.

La natura è un altro personaggio, infatti occupa un posto centrale, dalle descrizioni delle bufere di neve alle grandi praterie percorse a cavallo dai personaggi. Emily Brontë descrive Wuthering Heights come un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un mondo in cui ci si può perdere nella nebbia che fa da sfondo.

A ogni lettura questo racconto fornisce nuovi spunti di riflessione, ma l’aspetto centrale credo sia la volontà da parte dell’autrice di far comprendere quanto sentimenti come l’odio e la vendetta portino all’annientamento di colui che li nutre a lungo. L’amore non muore mai, ma neppure l’odio.

Per ultimo arriva un finale inaspettato. Purtroppo o per fortuna spesso molti lettori si aspettano che le vicende finiscano al meglio. Fin da bambini ci vengono raccontate storie che hanno un lieto fine e in un certo senso questo aspetto permane dentro di noi fino all’età adulta. Inoltre, sapere che i personaggi che abbiamo seguito con tanto entusiasmo hanno avuto un lieto fine, diciamo la verità, rallegra la nostra giornata! Ma come è giusto che sia, non può essere sempre così. Emily Brontë non vuole impressionare o soddisfare il lettore, ma raccontare un’esperienza, vera o fantasiosa che sia, e spiattella al lettore la verità. Una verità universale, fatta di donne impertinenti, isteriche, contraddittorie, ma anche capaci di un legame profondo; uomini rancorosi, gelosi, frustrati, ma anche tolleranti e amabili. Una verità, con protagonisti attuali nell’Ottocento, così come in ogni altro periodo della storia. Cambiano i racconti e coloro che li narrano insieme al loro stile di scrittura (che è ciò che rende ogni volta sorprendente la lettura!), ma i personaggi rimangono gli stessi perché gli uomini rimangono gli stessi! Quindi, voto dieci e lode per Cime tempestose, che rimane nella lista dei cento libri da leggere almeno una volta nella vita!

 

Il realismo magico di Murakami

Kafka sulla spiaggia – Murakami

(di Nadia Kasa)

Una delle opere più celebri dello scrittore giapponese Haruki Murakami. Il romanzo viene definito del genere “realismo magico”. La storia infatti, si sviluppa tra il reale e il fantastico ed è caratterizzata da: cultura popolare, suspense, umorismo. Murakami è da tempo considerato uno dei favoriti al premio Nobel per la Letteratura.

Kafka sulla spiaggia narra le vicende di due personaggi che vivono in Giappone: un quindicenne, Tamura, che scappa di casa, e un anziano, Nakata, che parla con i gatti. Tamura è un ragazzo solitario, non ha molti amici e vive da solo con il padre – dato che sua madre se n’è andata quando lui aveva solo quattro anni, portando con sé la sorellina adottiva. Egli decide di scappare di casa per sfuggire a una terribile profezia che gli ha lanciato suo padre: ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella. Tamura possiede una sorta di alter ego che gli dà la forza di compiere le sue decisioni: il ragazzo chiamato corvo. Kafka infatti – cioè il modo in cui si fa chiamare da chi non conosce il suo vero nome – in céco significa corvo.

Nakata è un anziano che vive solo, come Tamura, anche lui a Nakano. Ma il quartiere è grande, i due non si conoscono. Da bambino fu vittima di un misterioso incidente per il quale perse la memoria. Da allora venne considerato stupido e vive con un sussidio del governatore. Per arrotondare cerca i gatti che si sono perduti nel quartiere e li riporta ai loro proprietari.

Le vicende dei due appaiono legate, ma non si incontrano mai. Tamura scappa di casa e incontra nel suo percorso diversi personaggi. Il primo di questi è Sekura, che conosce nel pullman che lo sta portando nello Shikoku. Dopo un primo pernottamento in hotel Tamura si mette nei guai, una notte si trova davanti a un tempio macchiato di sangue senza capire come esserci arrivato. Spaventato, cerca l’aiuto della sola persona che conosce in quel posto: Sekura. Il secondo personaggio è Oshima, che rappresenta una guida per il ragazzo. Il signor Oshima lavora nella biblioteca Komura, dove Tamura legge tutti i giorni libri di diverso genere. Oshima sembra sapere tutto di ogni cosa. Il terzo personaggio è la Signora Saeki, la direttrice della biblioteca da cui Tamura è attratto fatalmente. Saeki è una donna sulla cinquantina, bella e intelligente, ma ha un passato doloroso, e Tamura osservandola, ha l’impressione di conoscerla da sempre. Quella donna ha qualcosa di particolare. Intanto, anche Nakata si trova nello Shikoku alla ricerca di una pietra (che pare essere magica) e ha fatto la conoscenza di un camionista, Hoshino, che lo aiuta nella sua impresa.

Nelle sue cinquecento pagine, la storia tiene incollato il lettore sul libro, come una sorta di calamita. La curiosità di leggere il capitolo seguente è sempre forte. Lo scrittore possiede la capacità di creare la suspense nel momento più adatto della narrazione. I personaggi vengono descritti in maniera minuziosa nelle loro caratteristiche più intime, come un pittore fiammingo a cui nulla sfugge. Alcuni temi ricorrenti dei libri di Murakami si presentano anche in questa storia: l’adolescenza, come momento di transizione e periodo crudele; l’amore per la musica classica; l’interazione con una dimensione fantastica alternativa distinta dalla realtà, ma coesistente; la solitudine dei personaggi.

La vicenda, avendo del fantastico, fa domandare al lettore di continuo quali siano i punti fermi della realtà, e mano a mano che si procede con la lettura, questi si assottigliano sempre di più. Il messaggio del libro è chiaro, come in molte leggende della cultura giapponese: il personaggio deve andare incontro al suo destino, affrontarlo a prescindere da ciò che di terribile potrà accadere. Murakami lascia scegliere il finale della storia al lettore – che, perplesso – cerca di dare una sua interpretazione ai fatti. Solo il personaggio della storia, nel suo intimo, conosce la verità su ciò che è accaduto. Colui che legge può solo cercare di apprendere la lezione che Murakami vuole dare, cioè, quella di affrontare le situazioni così come vengono, come vuole il destino, senza fare alcuna resistenza.