“I vagabondi”, di Olga Tokarczuk

(di Luciano Sartirana)

Ho letto I vagabondi, di Olga Tokarczuk

La prima cosa che si può dire è che ha una qualità non comune: mette voglia di scrivere a tua volta!
Molti libri sono bellissimi, coinvolgono e appagano per lo stile, la trama o i personaggi; suscitano ammirazione, che però è parente stretta e compagna di banco dell’inarrivabilità e del senso di minoranza rispetto a essi… si resta lettori, ci si inchina e ci si ferma lì.
Olga invece ha una tale libertà di direzioni, di registri narrativi, di dimenticarsi un personaggio per riprenderlo molto dopo con intatta lucentezza, di inserire riflessioni, di lanciare un programma quasi filosofico e negarlo per via fingendo il nulla. Hai troppe idee, hai confusione nella testa? Olga ti mostra come puoi tranquillamente inseguire tutto, e tirare le fila con semplicità perché quelle fila sono già dentro di te e in ciò che scrivi.
Scrivere con anarchia: una maieutica, signorile, generosa anarchia.

La dovizia del suo immaginare ci scodella più storie, una più singolare dell’altra.

Una giovane coppia con pargola va in vacanza sull’isola croata di Lissa, ma madre e figlia scompaiono in un luogo da cui è impossibile andarsene od occultarsi senza essere visti; marito, polizia, enti locali e gente le cercano senza risultato.
Una donna torna in Polonia dopo tantissimi anni, solo per aiutare il suo primo amore a morire.
La sorella di Chopin, appresa la morte di Chopin, va a Parigi e prende il cuore di Chopin per seppellirlo a Varsavia.
Nel ‘600, un ossessionato anatomista olandese scopre il tendine di Achille facendo a pezzi la propria gamba amputata, dalla quale seguitava a sentire dolore.
Nel ‘700, un bambino africano viene rapito e portato alla corte di Vienna come attrazione; quando muore viene addirittura impagliato e messo in mostra, ma la figlia scrive all’imperatore perché suo padre abbia degna sepoltura.

Storie che afferrano subito l’attenzione da tanto sono eccentriche, se la rimbalzano l’un l’altra, spariscono e riemergono come sogni o ruscelli sotterranei, ti riportano a loro quando meno te la aspetti. E con quali rivelazioni su ciò che avevamo già considerato una storia esaurita! Non ci si acquieta in finali banali, con Olga. Non ci si acquieta e basta.

C’è infine un filo sottile di riflessione, più volte dichiarato dall’autrice: approfondire la psicologia del viaggio… i luoghi di partenza e di arrivo e gli intermedi, le motivazioni di tutti coloro che si spostano, le modalità di incontro o di fuga, l’attesa, il respiro e le suggestioni dell’andare di qua e di là. E ce n’è un altro, non dichiarato da Olga ma svolto anche più a fondo del primo, addirittura in aperta contrapposizione con esso: fermare il corpo… l’opposto del viaggio, appunto; attraverso l’antica mummificazione e la moderna plastinazione, un’umanità ossessivamente curiosa del guardarsi dentro nel senso degli organi, delle singolari tecniche di un desiderio così particolare. Quasi a riconoscere che non possiamo mai conoscere davvero la nostra interiorità (infatti fuggiamo di continuo da esso attraverso il viaggio), ma la materia, gli organi o i colori di cui siamo composti sì.

Un libro che cattura con stile fibrillante, e ti porta dentro confini mai davvero immaginati da nessuno. Unico! Unica Olga…!

“Snaturati”, di Marco Morosini

Un libro incandescente per riflettere sulla metamorfosi del Movimento 5 Stelle.
(di Luciano Sartirana)

È possibile capire il Movimento 5 Stelle, le sue scelte che fanno discutere come i punti di forza, le sue fessure, le sue incongruenze?
La risposta è in un libro di Marco Morosini, già ispiratore e ghostwriter di Beppe Grillo, e – come scrive Il Fatto quotidiano – uno dei tre padri del Movimento 5 Stelle: Snaturati. Dalla social-ecologia al populismo. (Auto-)biografia non autorizzata del Movimento Cinque Stelle, uscito da poco per l’editore Castelvecchi.

L’autore è lo scienziato e umorista che dal 1992 ha fornito a Grillo quello che poi sarebbe diventato il substrato culturale del Movimento 5 Stelle dei primi tempi: la critica al consumismo, alla pubblicità e alle merci, la denuncia dei danni ambientali spesso nascosti, le conseguenze dello strapotere delle grandi multinazionali. E insieme a questo, innumerevoli trovate di scena capaci di informare e far riflettere il pubblico: lo spazzolino a testina cambiabile, il furgone a idrogeno, la tosaerba a pannelli solari, i due cavi dell’energia e dell’informazione gettati addosso al pubblico.

Marco Morosini, di fatto, ha messo il primo carburante nel motore della maggiore novità politica del dopoguerra. Insegna Politiche ambientali al Politecnico federale di Zurigo e ha lavorato in Germania come al Center of Technology Assessment di Stoccarda, dove ha diretto un progetto sugli indicatori di sviluppo sostenibile, e come chimico analista ambientale all’Università di Ulm; sua è la prima mappatura mondiale della contaminazione dell’aria in regioni remote. Infito è stato chiamato al Politecnico di Zurigo per un progetto della Commissione europea sul principio di precauzione.

Il titolo del libro, Snaturati – Dalla social-ecologia al populismo, dice già molto di come Morosini veda il percorso del Movimento 5 Stelle, anche al di là dei due governi ai quali esso ha partecipato.
Il blog di Grillo e il Movimento sono nati ecologisti, razionalisti nell’individuare soluzioni radicali perché necessarie, critici verso certe tecnologie e verso la crescita economica divoratrice di risorse e di tessuto sociale. Una sorta di preistoria del Movimento, se pensiamo poi alle generalizzazioni facili “”tutti a casa!”), alla denigrazione degli avversari, considerati nemici, alla volgarità dei Vaffa-day, l’adesione alla pratica di politiche disumane sull’immigrazione, alle votazioni in rete a volte disoneste e sempre non verificabili.
Secondo Morosini “il Movimento 5 Stelle è un’automobile con il motore di sinistra ecologista e il volante di destra populista”. Al di là di questa formulazione didascalica “alla Grillo”, il libro affronta però la duplicità con rigore di studioso, seppure con un linguaggio molto accessibile.

Un nodo è quello dell’ambiguità destra-sinistra. Il Movimento 5 Stelle è cresciuto nel tempo proclamandosi “oltre” questa distinzione, da esso definita superata. Questo ha permesso di portare avanti indifferentemente temi fra i più disparati, presentarsi come una novità mai vista, attirare elettori di ogni provenienza. E di stare al governo sia con la destra estrema di Salvini che con la sinistra riformista di Zingaretti. Ma chiunque conosce la politica sa che non dire di non essere di destra né di sinistra significa stare a destra.

Un altro è la visione che la centrale del Movimento ha delle tecnologie. L’incontro con il messianismo digitale di Casaleggio ha fatto sposare a Grillo il digitalismo più spinto. La democrazia diretta tramite il voto on-line, un fideismo tecnocratico e un invaghimento giovanilistico per l’informatica che porta, come già oggi vediamo, a conseguente inquietanti. Riflette Morosini:”le tecnologie digitali permettono di creare una struttura politica privata, diretta da una persona non eletta, inamovibile […] Tra la centrale e l’iscritto la trasparenza è a senso unico, la centrale sa molto dell’iscritto, ma l’iscritto non sa niente della centrale”. Ne conseguono diverse storture, tra le quali la diffusione di falsità, l’eliminazione del dibattito, sostituito dalle votazioni on-line, la riduzione della complessità delle cose a tecnica empirica. L’autore riporta un esempio illuminante: nel 2012, in un forum 5 Stelle dove chiunque poteva proporre iniziative per il programma elettorale, lui e altri proposero una quota uguale di donne e uomini nelle liste. La proposta prese poche decine di voti, mentre quella di riaprire le case chiuse ne raccolse 4.058.

Un terzo nodo (ma primigenio nel determinare i difetti del Movimento) riguarda la presenza – amzi la assenza – femminile ai vertici del partito. Nello stato maggiore del Movimento e ai livelli intermedi importanti non ci sono donne. Le uniche eccezioni sono le due coraggiose sindache di Torino e Roma, Chiara Appendino e Virginia Raggi. Presenze che Marco Morosini commenta così: “Esse sono fusibili, pronte ad essere sacrificate appena necessario, senza chance a livello nazionale. Malgrado la loro nuova preziosa esperienza di amministratrici sul campo, il divieto 5 Stelle di interrompere un mandato per un altro le mette fuori gioco per ulteriori e più alti incarichi, lasciando così spazio al vertice a chi non ha esperienza nell’amministrare. Quando avranno una buona esperienza di governo locale, l’altra regola 5 Stelle, quella del massimo di due mandati, causerà la loro uscita dalla politica attiva”.
Come conseguenza di questo assoluto dominio maschile, prevalgono nel Movimento linguaggio e atteggiamenti grevi verso gli avversari. Le ministre del governo Renzi furono chiamate “veline”. Le aggressioni al di sotto della cintura alla Presidente della Camera Laura Boldrini non ci sarebbero state se al suo posto ci fosse stato un uomo. Citiamo ancora Morosin: “La dominanza maschile nel Movimento ha un caro prezzo. Essa infatti tiene lontane molte donne di valore. L’avversione di molte donne per i modi aggressivi e volgari dei capi 5 Stelle danneggia sia il Movimento sia la comunità. Sotto l’egemonia maschile, infatti, l’azione e lo stile del Movimento attirano molti più uomini che donne, in una spirale mascolina che aggrava il problema. La presenza femminile, evanescente salendo nella gerarchia politica 5 Stelle, mi colpisce specialmente se la comparo con quella della Svizzera. Qui le donne sono passate in quarant’anni dal non avere diritto di voto, fino al 1971, a ricoprire contemporaneamente sette delle dieci più alte cariche della Confederazione nel 2011”.

Snaturati non si limita però a evidenziare i vizi originari del Movimento. Con profondità, competenza e dovizia di particolari, Marco Morosini ripercorre i due primi temi che lo hanno spinto a rendersi utile nel M5S nel 2012: il contrasto del dominio maschile (di cui abbiamo parlato) e la riduzione del tempo di lavoro, dapprima a una settimana lavorativa di 30 ore, poi anche a meno. Questo sarebbe il primo provvedimento per fare respirare sia i lavoratori sia la natura (con meno produzione e meno inquinamento). Un tempo di lavoro retribuito più breve, però, permetterebbe soprattutto di dedicare altrettanto tempo al lavoro di cura nella famiglia e al lavoro sociale volontario. Ci si accorgerebbe quindi che questi due ultime forme di lavoro sono la grande parte immersa dell’iceberg del lavoro, senza la quale la piccola parte emersa – il lavoro retribuito – non starebbe in piedi.

La pars costruens di Morosini, ossia ciò che poteva essere, e che forse potrebbe essere) prosegue toccando reddito universale di base, il divario salariale, la riforma ecologica fiscale, il 100% di energie rinnovabili. Temi fondamentali che Marco Morosini portò avanti nel 2012 sulla piattaforma Import-Idee del Meetup Europa.
Snaturati è un libro stimolante, che pone idee mai scontate quasi a ogni pagina. Un libro che aiuta a comprendere una delle più importanti novità politiche italiane ma anche internazionali. Che parla del Movimento 5 Stelle, ma anche dei temi più urgenti delle società d’oggi e specialmente dei danni e dei rischi ecologici e umani associati con la dilagante “digitalizzazione di tutto” (DDT).
Snaturati è un testo godibilissimo, che narra una complessa avventura politica e di pensiero con uno stile appassionato, personale, onesto. La parte più deliziosa è fatta di ottanta sapidi aforismi di Morosini. Questi sono sparsi nel libro, così come avviene per dici ritratti d’autore, che Morosini chiama polaroid, che raccontano con brio e non celata emozione altrettanti momenti del sodalizio quasi trentennale tra l’autore e Beppe Grillo. Da dentro, sempre con intelligenza.

Lezioni di scrittura: la danza dei Cinque

(di Luciano Sartirana)

Ogni testo di narrativa è composto da cinque elementi…
sono stili, punti di vista, situazioni, forme della realtà da narrare!

L’azione è ciò che accade all’Io narrante, al protagonista,
alle persone attorno, alle città dove ambientiamo la storia o al pianeta tutto.
Chi è implicato nell’azione può avere un ruolo attivo, cioè la provoca, la decide, la fa accadere, la
interpreta; oppure passivo, nel senso che gli capita, lo aggredisce o gli succede accanto.
Azione è l’acquisto di un biglietto del tram, il lungo viaggio, una sparatoria, la corsa a casa sotto
il temporale.
Descrivi l’azione in modo chiaro, fai capire cosa succede senza lasciare dubbi, non mettere troppi
particolari.

Il dialogo porta avanti gli eventi, aggiunge informazioni, descrive i rapporti fra le persone e il loro
mondo interiore.
Il dialogo diretto avvicina moltissimo la narrazione ai personaggi
e al lettore, come il primissimo piano nel cinema.
Evita il più possibile il dialogo indiretto.
Chiediti qual è il tema della conversazione e vai dritto al punto.
Assegna cinque battute per dialogante, poi ne aggiungi o ne togli.
Evita i convenevoli, i normali saluti a inizio e fine dialogo.
Rileggi i tuoi dialoghi a voce alta, così capirai se sono noiosi.
Fai parlare ciascuno dei tuoi personaggi in modo diverso.

La descrizione sembra un’arte passata di moda. In realtà, è sempre importante dare un’occhiata
alle stanze, agli oggetti, alle auto, ai monti e ai cartelli pubblicitari, al taglio di luce,
alla meteorologia… completano l’atmosfera del racconto, ci collocano i personaggi in un
preciso posto e con determinate cose fra le mani.
Crea la scenografia dove succedono gli eventi, e aiuta perfino a descrivere come i personaggi
stessi si sentono.
Non accumulare troppe cose nella descrizione, ma individua i pochi tratti che risultano
più significativi per la tua storia.

L’interiorità appare spesso come segno
di grande letteratura, ma devi renderla più concreta possibile.
Evita espressioni generiche: vago, un senso, un qualcosa, un vuoto; quasi, un po’, appena, avere l’impressione;
non usare mai gli aggettivi strano e squallido, o la forma impersonale.
Parla dello stato d’animo attraverso oggetti, piccole situazioni, ricordi, stati
fisici (es.: la solitudine è un telefono che non squilla).
Racconta come e quando è iniziato quel sentimento, lo sviluppo, cosa si è aggiunto,
se qualcuno vi è intervenuto.
Riporta le azioni anche piccole che il personaggio compie, soprattutto il suo monologo interiore.

La riflessione sei tu autrice o autore che dici la tua sulla storia, i personaggi e il loro carattere
e ciò che fanno, riassumi la trama o inserisci spunti filosofici o psicologici, persino su come va il mondo stesso.
Puoi essere pensoso o ironico, cinico e disincantato come divertito, affettuoso, nostalgico.
Puoi accostarti a uno dei tuoi personaggi e dire chiaramente ciò che pensi di lui.
Affrontare grandi temi che importunano l’umanità da millenni o brontolare per il prezzo della benzina nella tua storia.
Devi solo evitare di essere prolisso, presuntuoso, artificiale.
Scrivi ciò che pensi nel modo più diretto, sintetico, comprensibile; lima le parole, togline un po’.
O anche attribuisci la tua opinione a un personaggio minore.
Una riflessione fatta bene arricchisce e dà spessore alla trama che stai raccontando.

Una volta finito di raccontare ciò che vuoi con uno di questi elementi, prosegui scegliendo uno degli altri quattro.
Tutti e cinque ti stupiranno!

Il bar sotto il mare

(di Marcella Valvo)

La prima opera di Stefano Benni che ho letto è stata Margherita Dolcevita, romanzo del 2005, la cui lettura risale ormai ai miei dodici-tredici anni. Purtroppo, benché sia stato subito amore a prima lettura, non ho più letto niente di suo – rimproverandomi regolarmente per il misfatto. Poi finalmente, pochi giorni fa, mi è capitato tra le mani Il Bar sotto il Mare, una raccolta di racconti in puro stile Decameron: e come un marinaio attirato dal canto della sirena, non ho potuto non afferrare il libro al volo e divorarlo.
Il genere dei racconti brevi si presta in realtà agevolmente a diversi ritmi di lettura: si può leggere tutto d’un fiato, o un racconto al giorno, magari prima di andare a dormire oppure durante qualche spostamento in treno o in metro. Questo, tuttavia, non sono riuscita a diluirlo. Ogni racconto mi chiamava inesorabilmente a quello successivo. Una ciliegia tira l’altra, si dice: in tal caso, Stefano Benni scrive ciliegie.
La cornice fin da subito porta il lettore a immergersi – in tutti i sensi – nella dimensione surreale, assurda, ricreata dall’autore e dominante nei diversi racconti. Non solo la voce narrante esordisce dicendo “Non so se mi crederete”, generando subito l’allerta, ma prosegue con la descrizione di un vecchio signore elegante, con una gardenia all’occhiello, che lo supera lungo la riva del mare con un inchino e sparisce poi nelle acque. Naturalmente, il narratore non può che seguirlo, tuffandosi anch’egli e ritrovandosi davanti a un bar dall’insegna luminosa sospesa a pochi metri dal fondale.

Il barista mi fece segno di avvicinarmi. Aveva un’espressione ironica e il suo volto ricordava quello di un famoso interprete di film dell’orrore. Mi offrì un bicchiere di vino e mi appuntò una gardenia all’occhiello.
– Siamo lieti di averla tra noi – disse sottovoce. – La prego di accomodarsi, perché questa è la notte in cui ognuno dei presenti racconterà una storia.
(Prologo)

Sempre all’interno del prologo che introduce la cornice, assistiamo a una rottura della quarta parete, con il narratore che si rivolge al lettore segnalandogli la copertina del libro stesso, cui far riferimento per capire l’eccentricità dei ventitré avventori del bar. E in effetti l’illustrazione di Giovanni Mulazzani ci rende un perfetto quadro del gruppo: dall’uomo col cappello al vecchio con la gardenia, dal bambino serio al nano, dall’uomo invisibile a quello con la cicatrice, dal cane nero alla pulce che abita il suo pelo… come se non bastasse, i ritratti di tutti questi personaggi si ispirano chiaramente a protagonisti del cinema e della letteratura (vediamo John Belushi in The Blues Brothers, Agatha Christie, Sigmund Freud, Marilyn Monroe, Braccio di Ferro…) e questo anticipa un altro particolare interessante dell’opera, ossia la sua ricchezza di riferimenti intertestuali. Ogni racconto, infatti, si caratterizza per un differente genere e una diversa modalità di narrazione, così che si passi dall’assurdo alla satira, dall’horror al giallo, con plurimi richiami a specifici autori e opere.

– Come lo sai?
– Me lo hai detto tu. Ti vanti spesso delle tue parentele, dottor Lollis. Ecco un altro sassolino che mi è tornato in mente. Due settimane fa tu leggevi questo libro, nell’intervallo in giardino. Allora non mi sembrò strano. Anch’io mi porto a scuola Poe e la zia Agatha… lo hai preso in prestito dalla biblioteca della scuola, vero?
(Priscilla Mapple e il delitto della II C)

Il risultato è un’opera eterogenea che lascia in bocca un sapore differente per ogni racconto, con il retrogusto di un risvolto moraleggiante che tuttavia non si impone mai. Questo perché Benni, pur spingendo alla riflessione, riesce sempre a mantenersi ironico e leggero, sottile e divertente.
Non posso che consigliare a voi questa lettura e promettere a me stessa di non far passare più così tanto tempo prima di rileggere qualcos’altro di suo.

Nonno Celso disse che ne avremmo viste di belle.
Bene, a febbraio era già primavera. Tutte le margherite spuntarono in una sola mattina. Si sentì un rumore come se si aprisse un gigantesco ombrello, ed eccole tutte al loro posto.
Dagli alberi cominciò a cadere il polline a mucchi. Tutto il paese starnutiva, e arrivò un’epidemia di allergie stranissime: ad alcuni si gonfiava il naso, ad altri spuntava una maniglia. La frutta maturava di colpo: ti addormentavi sotto un albero di mele acerbe e ti svegliavi coperto di marmellata.
(L’anno del tempo matto)

Lezioni di scrittura: ovunque nel tempo

(di Luciano Sartirana)

Di cosa parlare parlando di sé?
Di chi? In che luogo? Lungo quale periodo, da che data a che data?
Queste sono naturalmente domande essenziali, e ciascuno di noi che intende scrivere conosce già le risposte anche se a volte è necessario rifletterci, scegliere, scartare, avvicinarsi.

Ricordati un dato essenziale: nonostante le apparenze, il vero protagonista del racconto di sé non siamo noi, o chi dei nostri parenti e amici mettiamo al centro.
Il protagonista è il tempo stesso, perché ciò che in realtà interessa è il suo influsso su tutti noi sotto forma di mutamenti interiori, di domicilio, di frequentazioni, di stato di salute… anni addosso e nostalgia, oppure nuove relazioni e tanto spazio davanti, a qualsiasi età.

Prima di affrontare alcuni dettagli, troviamo fondamentale suggerire le opere di due grandissimi autori contemporanei, che hanno parlato del tempo e di sé in maniera mirabile.
Da loro impariamo il punto di vista e l’azione del mutamento:
– l’italiana Elena Ferrante, con L’amica geniale, Storia del nuovo cognome, Storia di chi fugge e di chi resta, Storia della bambina perduta;
– il norvegese Karl Ove Knausgård, con La morte del padre, Un uomo innamorato, L’isola dell’infanzia, Ballando al buio.

Inizia ora a scrivere, o meglio a progettare la tua opera.

Per primo, considera l’idea di spaccato di vita nel tempo: qual è il periodo che ti interessa?
Può riguardare te stesso, naturalmente: l’infanzia, il liceo o un altro corso di studi, quando hai vissuto in quella città, quando hai avuto una storia d’amore; puoi raccontare tutto ciò che succedeva, oppure limitarti appunto a quell’aspetto (lavoro, studi, affetti, etc.)
Oppure puoi narrare di persone vicine a te, o che hanno vissuto prima di te e con le quali tu hai comunque un legame, come nonni e genitori e, per esempio, come hanno passato gli anni della guerra fra 1940 e 1945; oppure siano emigrati da altre parti d’Italia per trovare lavoro.

È importante – per allargare la prospettiva e le cose da raccontare – chiederti perché tu voglia raccontare quel periodo: per capire meglio alcune cose o svelare segreti di vario tipo, per nostalgia dei molti ricordi, come debito verso persone che ti hanno dato tanto, per la curiosità verso un periodo da raccontare attraverso di te.

La cosa più immediata da fare è raccogliere e scrivere i fatti più importanti o che ritieni tali – su di essi puoi cambiare idea, man mano che scrivi – o quelli che semplicemente ti sono restati meglio in mente.

Nel racconto personale, un problema molto concreto che può sorgere è: non è che qualcuno se la prenda?
Se zio Casimiro lo descrivi come un farabutto, è probabile che i rapporti si guastino…!
Di fronte a questo, Elena Ferrante ha costruito una fitta ma agile trama di nomi, relazioni, personaggi dove difficilmente persone ben precise possono essere riconosciute nonostante i tanti riferimenti… ha lavorato sul mimetismo.
Karl Ove Knausgård ha fatto l’opposto, citando persone vere per nome, cognome e circostanze… alcuni parenti lo hanno infatti querelato.
Fai tu…!

Un problema simile può riguardare te stesso: devo essere sincero fino in fondo, parlare di situazioni che mi hanno imbarazzato, le mie crisi esistenziali, i miei sentimenti più intimi?
No, ovviamente; ma chi affronta anche i lati oscuri di se stesso (il lavoro con l’Ombra) offre un livello di autenticità più alto, e troverà molti lettori che hanno vissuto le stesse cose e apprezzeranno come tu hai avuto il coraggio di raccontare.
Di certo, devi trovare il tuo stile per questo.

Di meraviglia e inutilità: il “Repertorio dei matti della città di Genova”

(di Marcella Valvo)

Quattordici autori diversi hanno collaborato per stendere questa raccolta di brevi ed eccentriche storie, aneddoti che sanno un po’ di leggenda. E ciascuno di loro ha saputo rinunciare alla propria personale voce – o meglio, alla propria parlata – per esser parte di questo gruppo di “cronisti medievali” dei nostri giorni.
Ed è proprio così, ogni aneddoto segue quello precedente con continuità, la voce di ogni autore risulta perfettamente uniformata a quella dei propri compagni. È Genova che parla. E parlando ci racconta delle vite che l’hanno popolata, la stanno popolando e – perché no – la popoleranno.

Cerchiamo allora di capire quali sono, queste vite che ci vengono raccontate: forse non ciò che a una prima occhiata definiremmo vite normali. Tant’è che Paolo Nori, curatore di questa extra-ordinaria raccolta, nell’introduzione al volume ci parla degli “squinternati” di Genova: non alcuni, ma la gente.
Quindi, ripeto, a una prima occhiata ci sembrerebbero anormali. Mi ha fatto riflettere la differenza di termini utilizzati. “Matti” e “squinternati”. Qual è la differenza, se ce n’è una?
Facciamo un esperimento. Chiudete gli occhi e immaginate un matto. Poi riapriteli, bene, ora richiudeteli e immaginate uno squinternato. Appare la stessa figura? Perché a me no, in realtà. Allora sono andata a controllare sul dizionario Treccani: matto è definito prima di tutto colui che è stupido, privo di discernimento, che non possiede (interamente) l’uso della ragione; mentre squinternata è una persona sregolata nelle abitudini e nel comportamento.
Prendiamo la prima storia che ci viene narrata:

Uno anziano non buttava via niente, in particolare gli spaghi.
Aveva tre scatoloni pieni di spaghi. Sul primo aveva scritto: “SPAGHI LUNGHI-UTILI”. Sul secondo “SPAGHI MEDI-UTILIZZABILI”. Sul terzo “PEZZI DI SPAGO-INUTILI”.
Quando gli chiedevano perché almeno quelli non li buttava via, rispondeva “Non si sa mai”.

Mi chiedo come identificheremmo noi questo anziano previdente.
Leggendo queste storie ho finito per soffermarmi su questo dilemma: ma i matti, alla fine, chi sono?

C’era una che, siccome era a dieta, mangiava la focaccia solo a piccoli pezzi.

Un matto non è per forza qualcuno di diverso da me… Magari sono proprio io. Perché non potrei essere io?
Giusto a questo proposito. L’altro giorno un amico, il buon Carlo, mi ha mostrato il gancio rotto di una zip del suo zaino. Serviva un attacco nuovo per tirare meglio la zip, allora io gli ho dato un pezzo di spago che tenevo nella tasca del mio zainetto. Al che lui, cui avevo dato da leggere questo libro, mi ha chiesto a bruciapelo di quale gruppo di spaghi facesse parte il mio. Abbiamo concordato che rientrasse tra i “MEDI-UTILIZZABILI”.
Ci abbiamo riso su, ovviamente.
Però poi ci ho pensato: tante, o almeno qualcuna, delle cose che faccio potrebbe tranquillamente finire su questo Repertorio dei matti. Quindi torno a chiedermi: chi è il matto?

In un’intervista del 2017, Paolo Nori cita Giorgio Manganelli per rispondere alla domanda sui tratti comuni tra i matti di tutte le città (perché sì, di raccolte ne hanno scritte tante!): “un matto è un capolavoro inutile”.
Meraviglia e inutilità.
Quindi il matto è chi sa suscitare meraviglia, pur rimanendo inutile? O chi abbraccia la propria inutilità ma mantenendo la capacità di meravigliarsi? O tutte queste cose insieme?
Certo, ogni città ha i suoi matti, tuttavia credo sarebbe meglio dire che ogni città ha le sue storie. Allora questi matti, o squinternati, sono più normali di quanto possiamo pensare. Forse, ancora, siamo noi stessi più matti di quanto vorremmo credere.
E in fondo mi dico: non è meglio così?

 

Lezioni di Scrittura: scrivere di sé

(di Luciano Sartirana)

Parliamo del racconto di se stessi e di ciò che si è vissuto, della propria o dell’altrui esistenza, di un luogo o un periodo storico particolari. Un’avventura di scrittura e di pensiero che può migliorare il tuo stile, la tua capacità di narrare, la bontà della lingua che utilizzi. L’eterno enigma e l’incantesimo dello scorrere del tempo attraverso il tuo personalissimo sguardo. Ciò che oggi alcuni chiamano autofiction, che ha però una tradizione antichissima.

Intanto, qualche suggerimento generale:

  • Ascoltati quando parli! Cura la tua lingua parlata, deve diventare buona come quella scritta: può costare tempo e sforzi, ma facilita la scrittura stessa, che ti nascerà già pronta in testa.
  • Leggi molto, autrici e autori diversi e di ogni epoca e paese, non chiuderti in un solo genere o nei soliti scrittori.
  • Scrivi qualcosa ogni giorno – fossero anche tre righe sul brutto tempo – e alla stessa ora: fa disciplina e favorisce un flusso costante di immaginazione.
  • Se hai iniziato a scrivere, fissa una data entro cui finire il tuo testo: crea sfida ed energia, la tua attenzione eviterà di sfilacciarsi nel tempo.
  • Non deprimerti se ciò che hai scritto non ti piace! Ci sono sempre due fasi: a) prima scrittura; b) revisione e arricchimento.
  • Cura i tuoi ricordi, annotali da qualche parte, chiedi altri dettagli a genitori, parenti, amici o persone che c’erano; saranno la tua materia prima, più ricchi e più vividi se sono anche quelli di altri e secondo il punto di vista di altri.
  • Associa ciò che ricordi a delle date precise… questo li collocherà nel tempo di tutti e acquisiranno autenticità.
  • In ogni caso, non avere l’ansia della precisione o della completezza: alcuni dei tuoi ricordi saranno vaghi o contraddittori… scrivine lo stesso, la tua immaginazione li renderà ugualmente interessanti.
  • Racconta fatti, non solo stati d’animo o riflessioni.
  • Avvicinati a quelle scene lontane più che puoi, non raccontare tutto come narratore esterno, immagina le emozioni di quell’istante se non te le ricordi. Anche se parli del passato, tutto deve avere la forza del presente e della vicinanza.
  • Privilegia il dialogo diretto rispetto a quello indiretto.
  • Salta pure avanti e indietro nel tempo, ma poni la massima attenzione affinché il lettore sappia sempre e immediatamente in che momento e in che anno siamo.
  • Non accontentarti del piccolo mondo quotidiano degli affetti, ma parla anche dei viaggi, del lavoro, di come erano fatte le case e le città, degli eventi storici che accadevano in contemporanea con le tue scene più intime… delle canzoni, dei cortili, degli sport.
  • Fatti una scaletta temporale di ciò che vuoi raccontare, suddivisa per anno, mese, giorno… il calendario di quelle vicende lontane; è affascinante, e aiuta a non fare errori nel citare avvenimenti o far accadere cose.
  • Anche se pensi di conoscerlo bene per esperienza diretta, studia il periodo nel quale vuoi ambientare il tuo racconto, scoprirai comunque cose che non sapevi.

Siate ribelli, praticate gentilezza

(di Marcella Valvo)

Già il titolo di questo libro è uno di quelli che parla da sé: “ribelli” e “gentilezza” in una stessa frase, ha un sapore apparente di contrasto, eppure se ci si sofferma appena un pochino si sente che forse no, non sono poi così lontani.
Quanto è ordinaria la gentilezza oggi? Quanto è scontata la cura per il prossimo?
Saverio Tommasi affronta queste tematiche scrivendo una lettera alle sue due bambine, Caterina e Margherita, perché non si sa mai cosa il domani riserverà a ciascuno di noi e soprattutto perché il tempo dedicato ai propri figli non è mai abbastanza.
E sicuramente è un messaggio che può far bene a tutti.

Ogni capitolo è dedicato a un tema differente, arricchito dagli episodi di vita quotidiana con le figlie – che sono sempre il fondamentale punto di partenza –, dall’esperienza personale dell’autore, e dal messaggio più universale che vuole lasciar trasparire. Il risultato è una lettera che parla direttamente al cuore del lettore, intercettandone il vissuto e aiutandolo a soffermarcisi qualche minuto in più, per riviverlo e – perché no – forse comprenderlo un po’ più a fondo.
La semplicità delle parole di Tommasi, che vuole farsi capire a ogni età, unita alla sua capacità di mostrarsi integralmente, senza maschere e a volte senza troppi filtri – proprio come i bambini – diventano le armi della sua battaglia. Una lotta per i sogni, il rispetto, la vita; e una lotta contro tante forme di ingiustizia: dal bullismo al razzismo, dall’omofobia al fascismo (moderno e non).

Credo che questo libro possa rientrare a tutti gli effetti in una rubrica sui “Libri per stare allegri”: non perché io mi sia sempre sentita così alla fine di un capitoletto, anzi… alcuni mi hanno lasciata pensierosa, altri malinconica, forse arrabbiata, altri sorridente e divertita, altri ancora intenerita. Ma credo che qui stia bene perché quando ci si guarda intorno con gli occhi dei bambini, il mondo ha sempre un po’ più di luce… e la luce a me mette molta gioia. Come spero anche a voi.

In questo, nel mostrare il mondo attraverso gli occhi del bambino, Tommasi riesce bene.

Così, la reazione di Caterina al servizio al telegiornale su uno sbarco o alle foto di un amico del papà sulle migrazioni forzate diventa il bellissimo pretesto per affermare che “il razzismo è un’invenzione degli adulti”:

Mentre eravamo lì, io con le mie foto e tu con i tuoi pupazzetti, ti sei voltata a guardare un’immagine sul mio computer, per due secondi o tre. Era la foto di un bambino su un autobus mentre guarda da un finestrino chiuso. Il bambino era in collo alla mamma, che aveva un velo in testa. Accanto a loro un uomo, penso il babbo. Tu, Caterina, ti concentri sul bambino e mi chiedi l’ovvio: “È un bambino?”
“Sì.”
“È un amico mio?” (sorriso).
“Proprio amico no, non lo conosci.”
“Ah, peccato”

E questo è solo un esempio di come uno sguardo spontaneo e puro sul mondo, così naturale nell’infanzia, si rivela sempre un tesoro prezioso, da proteggere a spada tratta. Perché ci aiuta a tenere in circolo l’amore, a riceverlo e donarlo, a moltiplicarlo. È lo sguardo che ci permette di vedere nel prossimo non un estraneo ma un amico. Ed è lo stesso sguardo che Tommasi riesce non solo a evocare ma anche ad adottare, in una lettera che vorrebbe (forse) insegnare qualcosa alle sue bimbe e finisce per raccontare ciò che le sue bimbe hanno insegnato a lui. Guardare il mondo così non è facile. Serve essere un po’ ribelli. Serve andare contro corrente, come la ragazza sulla copertina del volume, che naviga su un mare di ombrelli grigi con il proprio ombrello multicolore e rovesciato. Un ombrello che la pioggia non la fa scivolare via, ma la accoglie e se la fa amica.

Il paradiso degli animali

(recensione di Monica Frigerio)

Il paradiso degli animali
David James Poissant
NN Editore 2015
Traduzione di Gioia Guerzoni

Una raccolta di racconti in cui su tutto sembra aleggiare l’ombra della fine. La fine di un rapporto, la fine di una vita, la fine persino del mondo. Con mano sicura Poissant mette insieme una serie di storie per molti versi spietate, ma verso le quali è difficile non provare una calda empatia.

Circostanze piuttosto bizzarre aiutano a dare il via a movimenti di perdono ritardato per troppo tempo, succede già nel primo racconto, L’uomo lucertola, nel quale un padre che si era macchiato in passato di violenza contro il figlio omosessuale riscopre la volontà e il bisogno di riavvicinarsi a quest’ultimo solo grazie a un viaggio allucinato insieme a un amico che li porterà a rimettere in libertà un alligatore in fin di vita.

Molti dei protagonisti di questi racconti sono tormentati da errori che non è più possibile riparare (vedi Io & James Dean, Nudisti, Il ragazzo che sparisce), ma rimane sempre in sottofondo la speranza che la semplice, stupefacente capacità umana di andare avanti possa almeno parzialmente lenire il dolore.

Alcune storie sono dominate dalla tristezza, ed è tanto più così perché i personaggi che vi incontriamo sono descritti con estrema tenerezza, grondanti d’amore. È il caso per esempio del racconto La fine di Aaron, in cui una giovane ragazza si prende cura del fidanzato che soffre di pericolose crisi di panico e pensa che l’Apocalisse sia vicina, oppure Come aiutare tuo marito a morire in cui una moglie ripercorre tutti i momenti passati accanto al marito malato di cancro in quella che diventa anche una riflessione generale sulla propria relazione e sul senso della vita.

Poissant riesce a ricavare un buon equilibrio tra realismo e allegoria, quasi in ogni racconto compare a un certo punto un animale – da un gatto, a una mandria di bufali o uno sciame d’api – che in qualche modo ricalcano un aspetto, una condizione di uno dei protagonisti, ma l’introduzione di questo elemento ferino non è mai troppo azzardata od ostentatamente metaforica, inserendosi invece nella narrazione con estrema naturalezza e maestria.

Con questo suo sostare dalla parte dei deboli, degli imperfetti, la raccolta di Poissant si inserisce nella tradizione americana dei racconti sui vinti che ha in Carver il suo portabandiera.

I suoi protagonisti, così come fanno gli animali, una volta sconfitti e caduti cercano di rialzarsi, alcuni ci riescono meglio di altri, alcuni decidono semplicemente di non farcela. Tutti ci sollevano importanti domande sulla natura brutale della vita e dell’amore, in cui speranza e sconforto si mescolano in egual misura.

Ritroviamo diversi elementi drammatici e teatrali in questa raccolta, elementi che aiutano a esplorare il familiare proprio spingendo la narrazione oltre il territorio del banale quotidiano. Questi espedienti melodrammatici contribuiscono ad aggiungere urgenza alle situazioni, spingendo i personaggi all’azione, mettendoli a confronto con i loro istinti più animali.

Una tensione che si declina in modi diversi storia dopo storia, senza essere mai scontata.

Poissant, alla fine di tutto, porta a termine un compito fondamentale della letteratura: non rassicura su niente, ma trova bellezza nell’umana, imperfetta, continua ricerca verso l’amore e la nostra ricerca di legami.

SCHIANTO – Compagnia ÒYES

(di Federica Tosadori)


Ideazione e regia Stefano Cordella | drammaturgia collettiva | con Francesca Gemma, Dario Merlini, Umberto Terruso, Fabio Zulli | disegno luci Stefano Capra | sound design Gianluca Agostini | scene e costumi Maria Paola Di Francesco | assistente alla regia Noemi Radice | organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti.

Produzione ÒYES, con il sostegno di Mibac, Fondazione Cariplo, Next laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo 2018/2019, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Teatro in-folio/Residenza Carte Vive | Menzione speciale Forever Young 2017/2018, La Corte Ospitale.

Spunto di riflessione tematica: Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone, 1986

Prossima replica:
5 aprile 2019 | Teatro dei Segni, Modena
info evento fb


In scena quattro attori. E un animale. L’animale è uno di loro, è una maschera di gomma, ma ha due occhi neri che sono due specchi. Come i vetri della scenografia, che è minima, semplice, rotta. Tutto sul palco ha subito uno schianto e tutto è diventato frammento, perfino le parole dei protagonisti, le scene, la storia. Il linguaggio è contemporaneo, con una presa forte sulla realtà, ma l’immediatezza è solo apparente.

Esiste nella distruzione un fascino disarmante: quando le situazioni, le storie, le persone, non sono più aggiustabili, allora si è davvero liberi di lasciarsi andare, di rotolare via, di smettere di trattenere, di avere coraggio. Così i personaggi – un uomo in carriera, sempre in controllo, scopertosi gravemente malato, un tassista pieno di vita al punto di diventare logorroico, una donna senza più alcuno stimolo vitale, un ragazzino che si crede un super eroe, ma non di quelli convenzionali, perché lui è Robin, non Batman, Robin! – giungono nel cosiddetto “punto più basso”, quello da cui si può solo risalire. Ma si può risalire? Si deve volerlo, forse, e non tutti ne sono così sicuri. Prima riposarsi un po’ sul fondale può essere salutare, disperato, ma salutare. Ed è così che si sente lo spettatore: come se stesse guardando sul fondo di una bottiglia vuota, caduta e dimenticata per terra in cantina qualche anno prima. Il luogo più lontano e buio dell’universo, quell’angolo dietro all’unico mobile di casa che non si è mai spostato prima: c’è polvere, c’è sporco, c’è vuoto, c’è un insettino che cammina veloce. Sono i personaggi, che si muovono veloci, affannati, in preda al panico, che tentano di studiare la prossima mossa.

E l’animale? Eh, qui la cosa si fa complicata. Mentre l’uomo in carriera si sta facendo accompagnare il più lontano possibile dal tassista che non smette di parlare – sua moglie è incinta, e lui ne è molto felice, nonostante la responsabilità che si sente cadere addosso da questa nuova circostanza – avviene un incidente. Uno strano animale viene investito dall’auto e rimane ferito, in punto di morte. I due decidono di portarselo dietro, fino a che non incontrano per la strada un altro essere altrettanto strano. Umano stavolta, ma travestito da Robin, un ragazzino che vuole uccidere Jocker. L’animale guarda i loro movimenti, li osserva, si lascia osservare e muto interagisce con gli altri. Anche con il pubblico, che viene inglobato da quegli occhi enormi: quando la maschera si volta sulla platea sono tutti coinvolti, nessuno escluso. I tre umani arrivano in un locale, un pub, un autogrill, un luogo senza luogo; qui una donna li accoglie, e con la sua voce li strega, si fa ascoltare e ascolta. Ma forse non è vera comunicazione quella che avviene tra loro, perché sono tutti lo specchio di tutti, e i protagonisti si avvertono inevitabilmente soli.

L’animale nel frattempo dov’è finito? È mai esistito davvero? È ognuno di loro forse, parte di ognuno di loro, ognuno di noi. È un agglomerato delle loro paure, delle loro voglie, delle loro pulsioni. È il loro desiderio morente. Una voce della coscienza che urla da dentro cosa fare, dove puntare, l’ultima aspirazione. Ma viene ignorata, se non da tutti da almeno il 75% dei quattro. Non c’è possibilità di 100% in quest’opera, nemmeno a livello formale – stiamo parlando inoltre di scrittura collettiva, dunque il lavoro di riscrittura e rimontaggio è potenzialmente infinito. Niente e nessuno può arrivare alla propria completezza, lo spettacolo stesso rimane sospeso sul finale, manca qualcosa, ma è inevitabile. Perché non si può parlare della meta quando si sta raccontando di un viaggio, per di più se si tratta di un viaggio dalle atmosfere oniriche, notturne, surreali. I sogni non sono mai totali, ti risvegliano sempre attraverso una domanda. Senza quei dubbi probabilmente non ci alzeremmo nemmeno dal letto. E allora il dubbio è l’animale, è la pulsione ancestrale che ci mantiene in vita.