Gatti molto speciali

(di Isabella Gavazzi)

Gatti molto speciali è un libro di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007. L’autrice, vissuta in una prima infanzia in Iran, per poi spostarsi con la famiglia nell’allora Rhodesia – ora Zimbabwe – e successivamente a Londra, racconta il rapporto con i gatti che hanno costellato la sua vita, ricordando soprattutto quelli che più le sono rimasti impressi per atteggiamenti e avventure.

Non si tratta di un libro in cui gli animali vengono descritti e sono protagonisti della storia, anzi, in realtà non ha una vera e propria trama: come un diario, essi vengono ricordati dalla Lessing, in un testo-confessione di tutto ciò che nella sua vita ha comportato la parola “gatto”.

È un libro sicuramente diverso da ciò che ci si aspetta mentre ci si accinge ad aprirlo, perché rivela, già dalle sue prime pagine, una crudezza che difficilmente si potrebbe abbinare al tema.
L’autrice, infatti, rivive la quantità di gatti che ha posseduto con la famiglia nella tenuta di campagna in Africa, in cui questi, non sterilizzati e lasciati quasi allo stato selvatico, erano molto diversi dalla nostra immagine di felino domestico.
Questo pullulare di animali era controllato, dalla madre della protagonista – descritta in poche frasi come una donna decisa e austera – attraverso soppressioni di intere cucciolate . Si è riportati, quindi, in un contesto di vita contadina a noi lontana, in cui il gatto non è altro che un predatore per i topi e che, quando la riproduzione è considerata esagerata, deve essere eliminato. Una visione cruda che rispecchia il passato, ma che la donna vive come se fosse una cosa normale, essendo cresciuta in questo clima. I loro gatti non avevano nomi, non erano particolarmente affettuosi e se sparivano era normale farsene una ragione e continuare la vita di tutti i giorni.

Il cambiamento avviene quando si trasferisce nei sobborghi di Londra, dove non mancano i gatti: questi però sono uno o al massimo due, e l’attenzione data loro è completamente diversa, così come il rapporto con gli umani. Sono animali ben tenuti, curati e portati spesso dal veterinario, con i quali la Lessing parla, dialoga e li umanizza.

Sono compagni di casa e di vita che lei descrive come se fossero a tutti gli effetti delle persone: i suoi amici a quattro zampe sono gelosi, educati, vigliacchi come se fossero umani, gli stessi che non compaiono mai direttamente nel libro.

Gatti, solo gatti o al massimo persone che hanno aiutato la vita del gatto, quindi veterinari, il tutto non in toni sdolcinati e mielosi tipici di chi si rapporta con un animale, anzi.
La sua è un’analisi che muove da basi quasi antropologiche, in modo scientifico e analitico. Ogni azione del gatto viene da lei spiegata con fare meticoloso e attento, senza mai lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza: è una spettatrice della vita dei suoi amici gatti fin dalla più tenera età e riesce ad interpretare le esigenze e i bisogni dei gatti.

“Durante il giorno sedeva sul marciapiedi, guardando il traffico, oppure entrava e usciva dai negozi: un vecchio gatto di città, un gatto gentile, un gatto senza pretese.”

Solo nel finale si può trovare un lato melanconico e affettuoso, rivolto a un gatto di nome Rufus, trovatello malconcio accolto nella sua casa, curato e accudito per quattro anni:

“Una volta, mentre dormiva, io lo accarezzai per svegliarlo e fargli prendere la medicina, lui emerse dal sonno con quell’affettuoso gorgoglio di saluto, carico di affetto e di fiducia, che i gatti riserbano a coloro che amano, ai gatti che amano. Ma quando si accorse che ero io tornò a essere il se stesso di sempre, educato e pieno di gratitudine, e io mi accorsi che quella era stata la sola volta in cui lo avevo sentito emettere quel verso particolare. È il verso con cui le mamme salutano i loro gattini, e i gattini salutano le loro mamme. Forse aveva sognato di quando era cucciolo? O forse aveva addirittura sognato quegli umani che lo avevano posseduto da gattino o giovane gatto, ma poi se n’erano andati e lo avevano abbandonato. Sentito così, alla fine, quel verso turbava e faceva male, perché non lo aveva mai fatto nemmeno quando faceva le fusa come un motorino, per dimostrare la sua gratitudine. […] La fiducia, l’amore che aveva riposto in qualcuno, una volta erano stati così profondamente traditi, che quel gatto non aveva potuto consentirsi mai più di voler bene di nuovo”.

Un libro intero sull’analisi del gatto in tutte le sue sfaccettature comportamentali, in cui l’autrice non è altro che una spettatrice al pari del lettore: le parti si invertono e l’uomo diventa osservatore silenzioso di un animale con sentimenti che ricordano tutti noi.

Kitchen: Una delicatezza struggente

(di Francesca Ferrara)

Io non sono del mestiere. Non ho studiato lettere e non ho propriamente trascorso l’adolescenza a divorare i classici della letteratura. Alle medie e alle superiori ero più vicina alla definizione di otaku, il corrispondente giapponese del nerd.

Considerando la maggior fruibilità del mezzo (almeno per me) e la biblioteca sterminata di traduzioni in inglese disponibile online, devo aver sfogliato più manga che romanzi nella mia vita. Perciò Kitchen (Feltrinelli, 1991) mi ha subito incuriosito per la sua quarta di copertina:  “una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti giapponesi”.

In effetti, il libro d’esordio di Banana Yoshimoto può sembrare piatto e vuoto a chi non ha dimestichezza con i manga e con il genere shoujo in particolare. Una categoria rivolta ad un giovanissimo pubblico femminile e riconoscibile da alcuni ingredienti: amicizia, primi amori, ambientazione scolastica, uso raffinato di retini per chiaroscuri e per sfondi soffusi, linea di contorno sottile e uniforme, per figure senza peso.

Nonostante la componente romantica e sentimentale, Kitchen si distingue certamente per la sua forte carica drammatica: terreno comune dei personaggi, primari e secondari, è il lutto insieme alla solitudine che ne consegue. Una condizione vissuta in maniera diversa da Mikage e Satsuki, protagoniste rispettivamente di Kitchen e Plenilunio (o Kitchen 2) e di Moonlight Shadow, terzo capitolo e racconto di chiusura. Per la prima la solitudine è una condanna quasi custodita, per la seconda un’apatia da cui evadere.

Gli elementi shoujo però trionfano nell’estetica, nelle inquadrature e nella leggerezza della penna dell’autrice.

La luce è la regina dell’intero libro. Descritta in qualsiasi scena, che sia naturale o artificiale, e mai uguale. Su di essa vengono spese ben più parole che sull’ambientazione fisica, soltanto accennata, a marcare così l’atmosfera surreale e di sospensione che permea la lettura.

La luce è nutrimento agognato per chi non la possiede. Proprio così, è un attributo personale. Ci sono personaggi che irradiano luce propria, come Eriko, figura genitoriale e di supporto, e altri che possono solo vestirne il riflesso, come Mikage e Yuichi, ultimi superstiti delle rispettive famiglie. A loro non resta che muoversi nell’ombra, incontrandosi nella notte o nel tessuto onirico.

Allo studio minuzioso della luce si accompagna l’assenza di contatto. Con l’eccezione di una sola scena, i personaggi del libro non si toccano mai l’un l’altro. Così Mikage spiega il suo rapporto con Yuichi:

“Per ognuno dei due l’altro era sicuramente la persona più vicina al mondo, l’amico insostituibile. Tuttavia non ci tenevamo per mano. La nostra natura ci spinge a reggerci in piedi da soli, per quanto disperati possiamo essere.” (Pag. 63)

Quando presente, il contatto è aggressione, è morte; come nell’omicidio di Eriko o nell’incidente stradale che in Moonlight Shadow ha ucciso Hitoshi e Yumiko.

In questo racconto l’assenza della persona amata viene descritta in modo chirurgico – con quello che si offre, a mio parere, come un’infodump rispetto alla discrezione e al perfetto bilanciamento dei primi due capitoli – e il tocco fisico può esistere soltanto nei ricordi.

L’apice si raggiunge quando, in occasione del Tanabata (congiuntura astrale carissima ai lettori di shoujo), a Satsuki è concesso di rivedere l’amato, Hitoshi. I due non possono toccarsi né parlarsi, ma solo guardarsi per una manciata di secondi.

Banana Yoshimoto lascia raccontare ai suoi personaggi la desolazione e la silente disperazione del sopravvissuto che si trascina in ogni nuovo giorno. Eppure riesce a farlo importando e traducendo in parole il tratto distintivo del genere shoujo: la delicatezza.

Ci rendiamo conto che questa scelta di stile non ha intaccato la drammaticità del testo quando, in piedi sul ponte accanto a Satsuki, anche noi ci commuoviamo alla vista del suo compagno. Proiezione nella foschia sopra l’acqua del fiume, che la guarda “preoccupato, come sempre quando facevo qualcosa di irragionevole”, prima di sbiadire nell’alba e sorriderle “agitando la mano molte, molte volte” per salutarla (pagg. 128-129).

Banana Yoshimoto è una di quelle autrici che piace o non piace, senza vie di mezzo. Ma se leggendola vi ritrovate a nascondere occhi gonfi e labbro tremulo dietro la copertina, mentre tornate dal lavoro su un treno gremito, probabilmente rientrate nella prima categoria.

Il coraggio della parola

(di Nadia Kasa)

Era un pomeriggio come tutti gli altri quando una bambina pakistana di 11 anni, di nome Malala, prese il pullman per tornare a casa. Tutto sembrava procedere seguendo la stessa routine quotidiana, ma una sosta inaspettata cambiò ogni cosa.

In molte culture antiche è presente una teoria del destino, secondo la quale tutto accade secondo uno schema ben preciso. La storia di Malala sembra seguire questa logica.

Quel pomeriggio degli uomini armati fermarono il bus e spararono dei colpi di arma da fuoco in testa a Malala. I talebani non ci stavano che venisse fuori la verità.

Malala aveva avuto il coraggio di parlare attraverso il suo blog, di denunciare i soprusi dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Grazie al soccorso prestato dai medici la bambina si salvò e si trasferì in Gran Bretagna dove iniziò a far conoscere la sua storia. Il suo obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sul tema del diritto delle bambine all’istruzione e a una pari dignità dei sessi, in particolare nel mondo islamico.

Nel 2014 Malala è diventata la più giovane laureata nella storia ad aver ricevuto il Nobel per la pace.

Questa giovane donna è diventata il simbolo del diritto all’istruzione, della parità dei sessi e del coraggio delle donne: tutto grazie alle sue parole.

Omaggio a un poeta

 (di Monica Frigerio)

Spontaneo e intenso, drammatico e spaventoso. Tutti aggettivi che potrebbero descrivere la figura di Boris Ryzhy, poeta molto conosciuto in Russia e poco tradotto in Italia che il 7 maggio del 2001, nel suo ventisettesimo anno di vita, decise di suicidarsi impiccandosi al balcone di casa, lasciandoci questi ultimi versi: «Io ho vissuto qui. Esercitando delle libertà alla morte, all’autunno e alle lacrime. Vi ho amati tutti. E sul serio».

Qui cioè Sverdlovsk (Ekaterinburg dal 1991), dove Ryzhy studiò e crebbe e sviluppò il suo talento poetico, la sua incredibile emotività ed empatia verso le persone che popolavano questo microcosmo nel cuore degli Urali.

La Russia negli anni Settanta e Ottanta del Novecento stava attraversando un momento di cui possiamo leggere in qualsiasi libro di storia con la esse maiuscola. Ryzhy ci parla di un’altra storia, di un altro mondo, che da descrivere, se vogliamo, è molto più complesso del primo tipo di storia, impraticabile se non hai un dono speciale e una relazione privilegiata con la parola.

Quello che maggiormente colpisce – mi colpisce – nel leggere i suoi versi è l’immediatezza che restituiscono e il senso di necessità che li ha creati. Ryzhy mi dà l’impressione di una persona che, sebbene si fosse laureata alla facoltà di Geofisica e Geoecologia dell’Accademia mineraria degli Urali e avesse perseguito con successo quella carriera nei pochi anni che rimase sulla terra, non poteva fare a meno di essere un poeta perché contenere tutta quella sensibilità dentro, non darle una via d’uscita, gli sarebbe stato semplicemente impossibile.

Cresciuto in un ambiente fedele agli ideali sovietici, pronto a vedere maturare i frutti di una guerra fredda (ma bollente) al capitalismo, ad avvalorare quanto promesso nella perestroika, ci racconta di come tutto lasciò spazio invece solo a un futuro incerto e poco seducente, di come molti dei ragazzi con cui crebbe si lasciarono ingoiare dalle maglie della malavita per avere qualche entrata sicura e possibilità di sopravvivenza.

Ryzhy iniziò a scrivere poesie quando aveva quattordici anni e andò avanti a vivere, fisicamente e metaforicamente, finché fu in grado di cantare, di parlare, di mettere in versi il mondo che lo circondava. Finché lo “scalpiccio operoso delle labbra” (nelle parole di Mandel’štam), cioè il processo di scrittura spontanea – qualcosa di simile all’ispirazione ­– non si guastò.

L’esistenza poetica di Boris Ryzhy è stata determinata non da quanto visse, ma dalla quantità (1300 versi) e dalla qualità dell’energia poetica e linguistica presente nei suoi componimenti.

Questa esuberanza di sensibilità divenne forse per lui, negli anni, un peso insostenibile, ma in fondo la definizione di “poeta tragico” non è altro che una tautologia, il poeta stesso è tragedia. Tragedia intesa come sintesi di perniciose antinomie quali uomo-oggetto, vita quotidiana e un’esistenza più alta, la lingua e i suoi usi più prosaici, musica e silenzio, luce e ombre… tutti motivi che ricorrono a più riprese nei suoi versi. In particolare due aggettivi, due colori: il bianco e il blu, sembrano ritornare ossessivamente. Il blu gelido dei suoi occhi legato a un’idea di durezza, di irrigidimento nei confronti dell’esistenza e la purezza del bianco. La purezza dei sentimenti, dell’affetto in cui nonostante la tragicità del tutto, o meglio, proprio in virtù di questa, Ryzhy si lascia annegare. Sembra che le sue parole siano state messe su carta allo scopo preciso di convincere se stesso, in primis, che in mezzo al buio ci sia almeno qualche porto sicuro che possa dissipare la caducità che è in noi.

Ryzhy, come tutti i poeti autentici, rimase sempre dubbioso riguardo l’autenticità della sua poesia, se non addirittura del proprio talento nonostante venisse riconosciuto in importanti pubblicazioni, e questa fu una cosa che lo tormentò fino alla fine dei suoi giorni. Ma – come spiegato da Kazarin, poeta e critico russo contemporaneo – la questione dell’autenticità poetica rimane un nodo insolubile, proprio perché i poeti continuamente vi rimangono impantanati e il loro destino è quello di vivere in uno stato di perenne terrore e insieme perenne gioia, gioia febbricitante, nei confronti di quella cosa ineffabile che viene definita espressione poetica.

L’unica via d’uscita è nel suono, nell’intonazione, nella musica che come disperato grido Ryzhy nomina spessissimo nella sua poesia. Una musica che risuona dentro e fuori di noi, quasi impercettibile nonostante rappresenti tutto ciò che siamo, che è noi, come noi: insignificante, geniale e mortale.

Questa semplice vita privata si abbraccia a una musica eterna. In particolare, anzi, in generale questo gioco si è rivelato essere serio. Io e te moriremo insieme: mi aggrappo a un semplice motivo

 

Sopra case, case e case

Stanno sospese nuvole blu –

E lì resteranno con noi

Nei secoli, nei secoli, nei secoli.

 

Solo vapore, solo bianco nel blu

Sopra mucchi di lapidi…

Non scompariremo mai, da nessuna parte

Siamo più resistenti e più morbidi del granito.

 

Che si frantumino pure i nostri gusci,

geometria della vita terrena –

senti, baciami sulle labbra,

dammi la mano, stai con me.

 

E quando ci lasceremo

Abbandonati sulle tue ali

Solo vapore, solo bianco nell’azzurro

Blu e bianco nell’azz…

 

*

 

7 NOVEMBRE

…Nevosa e fragile sino al dolore

Questa mattina, il cuore sensibile

Si mette in guardia, coglie i suoni.

 

Una distesa bianca oltre la finestra –

Mi ci fiondavo da ragazzo

Dentro al mio cappotto indossato in fretta.

 

Con la mia sciarpa azzurra mangiata dalle tarme

Ho gonfiato palloncini colorati.

… risuonavano slogan e discorsi…

 

Dove sono le vostre canzoni, le bandiere rosse

E voi, ubriachi, bellissimi,

che mi portate sulle spalle?

 

*

 

Che cosa tacciono le pietre grigie?

Perché è sorda al silenzio

La terra? La loro pesantezza mi è così familiare.

E per quanto riguarda il verso –

Nel verso la cosa più importante è il silenzio, –

Se le rime sono giuste, non sono giuste.

Cos’è la parola? Solo l’attesa

Di una quiete eloquente.

Il verso si differenzia dalla prosa

Non solo perché è piccolo e solo.

Io, la mattina presto, dalla pietra

Asciugo le lacrime con una mano calda.

 

*

 

È passata la sbronza, ma il mondo non è cambiato.

È iniziata la musica, sono finite le parole.

Un motivo con un altro si amalgama

(strofa davvero ambiziosa).

 

… Ma forse le parole non servono affatto

per dei tali – che tali? – cretini…

 

Sotto nuvole blu e azzurre

Mi alzo in piedi e allargo stupidamente le braccia

Ricolmo di musica.

 

(Le versioni dal russo sono mie; la citazione di Kazarin nel testo si riferisce a un’introduzione ad alcuni versi di Ryzhy pubblicati sulla rivista Урал 2001, 8)

 

 

Intervista sul cadavere

(di Luciano Sartirana)

Ci avete convocati qui in tutta fretta. Cosa avete scoperto questa volta?
Una cosa più che epocale, glielo assicuro!

Non lo dubitiamo, visto che la sua équipe ha già vinto sei Nobel. Venga al dunque.
Abbiamo visto il cadavere di Dio.

Prego?
Esattamente ciò che avete sentito: abbiamo rinvenuto il cadavere di Dio, a venti miliardi di anni luce. Una massa di luce bianca ondeggiante nello spazio, addirittura con i lineamenti che gran parte di noi gli attribuisce. Ma la domanda prima che ci siamo fatti da scienziati è stata: se il nostro universo ha quattordici miliardi di anni luce di età e di grandezza, come è stato possibile osservare qualcosa sei miliardi di anni luce più in là?

Glielo stavo per chiedere.
Come sa anche un criceto, il nostro ultratelescopio spaziale Ipazia9000 ha già osservato il Big Bang qualche anno fa. Oggi siamo riusciti a entrare nel Big Bang, che è un buco nero come tanti altri. La velocità aumentata al suo interno ha portato presto il nostro obbiettivo fino dall’altra parte, nell’universo che c’era prima del nostro e che è collassato nel Big Bang medesimo. E vorrei dirvi di più…

Siamo tutto orecchi.
Non sappiamo ancora quanto fosse grande l’universo precedente, ma dalle dimensioni della salma (non l’abbiamo ancora visto tutto quanto) possiamo arguire che Dio lo occupasse quasi tutto. A differenza del nostro, zeppo di materia oscura e di vuoto. E forse questo faceva stare molto meglio tutti quelli che vivevano di là…!

Non faccia della metafisica. Invece: se Dio lo occupava quasi tutto, nel poco spazio dove non c’era, cosa c’era?
Non lo sappiamo ancora. Forse qualcosa che qualcuno di noi ha già battezzato “materia atea”. Ah, ah…! Ma al vostro posto avrei fatto un’altra domanda…

Sentiamo, se la canti e se la suoni pure.
Se abbiamo visto il cadavere di Dio a venti miliardi di anni luce e il Big Bang è stato sei miliardi di anni luce dopo, c’è forse un rapporto fra i due – chiamiamoli così – eventi?

C’è forse un rapporto?
La ringrazio della domanda. Abbiamo due ipotesi: la prima è che il Big Bang sia stato l’ultimo atto della sua putrefazione, dove ciò che costituiva la sua vita è schizzato via come un insieme infinito di spore; la seconda è molto più complessa: che il Big Bang sia stato in effetti il momento preciso del trapasso, ma ciò che abbiamo visto a venti miliardi di anni luce ne sia stato un auto-ologramma rivolto all’indietro, quasi ad avvisare l’universo precedente dove si stesse andando a finire.

Saltando a tutt’altro discorso… e tutto quello che abbiamo creduto riguardo a Dio nella nostra storia?
Nella migliore delle ipotesi sono echi sconnessi di un messaggio dolente, qualcosa che prima di morire il grande Costui ha lanciato al suo universo e magari agli universi successivi.
Nell’ipotesi peggiore sono scarti impazziti, frattaglie insanguinate di un essere vivente agli ultimi, addirittura frammenti di abiti o di appunti su un notes.
Sta di fatto che questi suoi messaggi – compreso l’invio del Figlio e dello Spirito Santo, Siddharta, Quetzalcoatl e tutti gli altri – sono echeggiati per miliardi di anni prima di arrivare a noi. Ma chi li aveva inviati non ne sapeva più nulla. Adoravamo qualcuno che solo la distanza ci faceva vedere vivo e presente. Pensate che nell’universo di là mandasse a morte certa un poveraccio di animo buono (che se n’era accorto, sia pure all’ultimo… “Perché mi hai abbandonato?”… ma il Padre non lo poteva più sentire da un bel po’)?

Il suo cinismo mi sconcerta.
Guardate il lato buono… pur credendo in qualcuno defunto da venti miliardi di anni, milioni di uomini sono riusciti a comportarsi bene grazie a questa fede. Per non dire che ci siamo circondati di chiese e templi bellissimi, di letteratura e di teologia, di arte come di pensiero.

Altri hanno compiuto cose orrende, su quella base.
Non lo dica a me. Cosa pretende da un universo nato da un decesso?

Nine journeys through time

(di Federica Tosadori)

Alcantara e l’Arte nell’Appartamento del Principe
A cura di Davide Quadrio e Massimo Torrigiani
Dal 5 aprile al 13 maggio, Palazzo Reale
Ingresso gratuito
I dieci artisti: Aaajiao, Andrea Anastasio, Caterina Barbieri, Krijn de Koning, Li Shurui, Chiharu Shiota, Esther Stocker e Iris van Herpen, Zeitguised, Zimoun.

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo;
in alcuni esiste lei e io no;
in altri io, e non lei;
in altri entrambi.
In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia;
in un altro, attraversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere;
in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma
Il giardino dei sentieri che si biforcano – J.L. Borges

Più o meno all’altezza della quarta sala ci ho provato, a percepire il tempo. O meglio, ho tentato di non percepirlo, di disconnettermi, di perderne i legami che, nel bene e nel male, mi tengono ancorata qui. Per qualche secondo ho viaggiato nei ricordi: mio nonno, dove abitava, le estati, la mia migliore amica e quando andavamo a scuola insieme la mattina, il tatuaggio che ora sta per fare, il ragazzo che ho amato anni fa… tutto come fosse insieme in quell’istante, come se stesse riaccadendo, ma poi si allontanava. I suoni in quella sala, ipnotici, digitali, per un po’ mi hanno aiutato, a non stare nel presente. Ho anche tentato di finire nel futuro e prolungare i minuti. Beh, un esperimento. Ma non è colpa mia. È che la mostra Nove viaggi nel tempo, nella sua enigmaticità, ha risvegliato in me quella curiosità bramosa di rendere meno spaventoso il perdere tempo. Eterno ritorno, eterno presente, nostalgia e impossibilità di fermare e fermarsi. Pausa.

Nella sala successiva potevo camminare a piedi scalzi su un’installazione morbida, e in quella dopo ancora entrare in un cubo blu pieno di finestre e porte, in quella prima invece accarezzare una superficie di Alcantara setosa e diseguale. Ero sola. E questa cosa mi è piaciuta. Come se gli artisti avessero creato quelle opere solo per me: me le sono godute, come una bambina.

Alcantara è un tessuto, per chi non lo sapesse – io non lo sapevo. Quando ho chiesto ai miei colleghi se lo conoscessero mi hanno risposto: «Ma certo! È quel materiale che usano per ricoprire i sedili delle auto!». Questa informazioni mi è bastata, però non ha risolto il mio vero interrogativo: perché questi dieci artisti hanno usato proprio l’Alcantara per le loro creazioni? Forse non è una domanda lecita. I più saggi direbbero: perché l’azienda ne ha finanziato l’uso artistico. Io, che non mi sento saggia, preferisco rimanere nel dubbio, credere che ci siano motivi più profondi, che è meglio non conoscere. L’arte è un po’ libera di usare i materiali che vuole, no?

Ho comunque scoperto che l’esposizione è addirittura il terzo episodio di un ciclo di mostre che dal 2016 esplora le qualità di questa microfibra, e il rapporto con il tempo e lo spazio che, come i curatori tengono a sottolineare, scaturisce dal luogo: le stanze dell’Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Il passato, per noi s’intende, che ne è rimasto impregnato in rapporto con la Milano di oggi, con l’andirivieni di turisti che entrano ed escono da queste sale per poi tornare a casa, comodi sulle proprie auto rivestite di Alcantara.

Le opere rappresentate sono delle riflessioni: i fiocchi di Alcantara, l’origine che riguarda ogni essere vivente nella prima installazione Desiderio; la musica, il suono, il tempo che batte per 156 motori DC, cavi, scatole in MDF di 30x30x30cm; un abito scultura, il design della moda che sembra sempre arrivare dal futuro, un corsa al raggiungimento dell’essere fashion che non finisce mai per Indefinitamente estesa; tutti gli oggetti di uso comune delle nostre vite rivestiti in Alcantara pitonata, per l’opera Eden, che rappresenta il lusso onnivoro dei nostri tempi e dei nostri spazi; Riflessione di spazio e tempo, ancora abiti sculture bianchi intrappolati in una ragnatela nera, le gabbie in cui viviamo, forse; Oltre il giardino nucleare in due sale diverse, opere ispirate alla sintesi digitale che ci rappresenta; esplora la quarta dimensione, i regni dell’esistenza che oltrepassano la nostra coscienza il Tempio di reverenza per la conoscenza oltre la comprensione umana; e chiude il percorso l’Opera per Alcantara (sedia blu) che mette in scena la nostra percezione fittizia di tempo e spazio, una camera dentro la camera, fatta di finestre, porte, pavimenti e sedie rivestire di Alcantara blu, la spiritualità che ci riguarda come singoli, come se esistessimo noi soli, e ogni altro individuo fosse soltanto la nostra proiezione specchiata.

Il poeta dell’anima: Nazim Hikmet

(di Nadia Kasa)

La mia poesia preferita recita così:

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.

E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

Nazim Hikmet è a mio modesto parere il più grande poeta turco del secolo scorso. Biografia e poesia si intrecciano nella vita di questo poeta, diventa quindi fondamentale avere dei dati indicativi su quanto ha vissuto per comprendere le tappe della sua opera.
Nato a Salonicco il 20 novembre 1901 (all’anagrafe 1902 perché registrato in ritardo), crebbe in una famiglia in cui si respirava aria di poesia: suo nonno era un poeta, sua madre una pittrice che amava la poesia francese e suo padre un diplomatico.
Durante la frequentazione dell’Accademia di marina a Istanbul – che poi lasciò – iniziò a scrivere le sue prime poesie. La svolta nella sua vita avvenne quando scoprì i libri di Marx, infatti andò a Mosca, si iscrisse all’Università comunista dei lavoratori d’Oriente e divenne amico di Lenin.
Il suo coinvolgimento con il comunismo influenzò molto la sua vita, tanto che nel 1938 una commissione lo accusò di incitare alla rivolta i marinai, attraverso i suoi scritti, così fu condannato a ventotto anni di carcere. Scontò la sua pena in Anatolia, nel carcere di Bursa, durante la quale venne colpito dal primo infarto. Furono gli anni più ricchi da un punto di vista letterario, scrisse molte poesie tra le quali: Alla vita.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla è più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

Grazie all’amicizia di un gruppo di artisti e intellettuali guidati da Tristan Tzara uscì dal carcere nel 1950, dopo aver scontato dodici anni. La sua fama, ormai, oltrepassava le frontiere della Turchia. Era considerato un martire e un poeta di grande sensibilità.
Le sue poesie vanno dal lirismo classico della poesia alla narrazione del reale: dalla sofferenza umana al rispetto per la propria dignità, fino all’amore per la patria. Uno dei temi più frequenti delle poesie di Nazim – lo chiamo per nome perché ormai è un caro amico – è la nostalgia, che non viene affrontata nella consueta chiave malinconica. Certo, la malinconia è una costante, ma le parole di Nazim presagiscono speranza, anche quando la corrente non è dalla nostra parte e remare diventa arduo.
Uscito dal carcere e tenuto sotto stretta sorveglianza, lui che rappresenta l’anima libera per eccellenza non ci sta. Espatria in Unione Sovietica, da solo. Infatti, la moglie incinta non ha il permesso per seguirlo. Morirà solo, in una dacia di Mosca, colpito da un infarto. Una delle sue poesie più belle, è l’Ultima lettera al figlio o Prima di tutto l’uomo, un inno all’amore per il prossimo che dedica a suo figlio.

Non vivere su questa terra
come un estraneo
e come un vagabondo sognatore.

Vivi in questo mondo
come nella casa di tuo padre:
credi al grano, alla terra, al mare,
ma prima di tutto credi all’uomo.

Ama le nuvole, le macchine, i libri,
ma prima di tutto ama l’uomo.
Senti la tristezza del ramo che secca,
dell’astro che si spegne,
dell’animale ferito che rantola,
ma prima di tutto senti la tristezza
e il dolore dell’uomo.

Ti diano gioia
tutti i beni della terra:
l’ombra e la luce ti diano gioia,
le quattro stagioni ti diano gioia,
ma soprattutto, a piene mani,
ti dia gioia l’uomo!

L’orologio sul polso balla

(un racconto di Monica Frigerio)

Io e mia figlia andremo in Florida per le vacanze di Natale. Niente di nuovo. Lo facciamo sempre. Il vecchio Lenny Bambace dà una festa e noi ci andiamo ogni anno. Mia madre e mio padre lo conoscono da quando emigrarono qui in un passato che sembra ormai lontano come una stella nana nel cielo. Lo faccio per compiacerli. Da una ventina d’anni a questa parte ho imparato a farlo e in questo ultimo la cosa mi viene tanto bene che ogni volta che me ne rendo conto provo un brivido lungo la schiena e mi pizzicano gli occhi. Ma lascio che tutto finisca lì. Mi costringo. Pratico autodisciplina. Per forza.

Abbiamo deciso di prendere il treno. Io ed Emma amiamo il treno. Amiamo la pizza con tripla mozzarella, ascoltare Miles David, ordinare i libri in casa in maniera maniacale e viaggiare in treno. Ho quarantadue anni, lei tredici, spero di non averle dato fin troppo di me.

«Mamma dammi anche la tua borsa, la porto io sulle scale.»
«No tesoro, non ce n’è bisogno, hai già il tuo zaino.»
«Dammi la borsa.»

È inutile provare a dirle ancora di no, me la strapperebbe con la forza, piccolo coyote selvaggio, la lascio fare, la lascio arrampicare su per le scale in mezzo a centinaia di teste che nemmeno all’inferno. Mi abbandono alla mia stanchezza, alla mia leggerezza. Mi costringo. Per forza.

Quando Emma era più piccola c’è stato un periodo in cui Billy fu trasferito per lavoro in un posto sperduto dell’Ohio. A noi piaceva fare i bagagli quasi ogni fine settimana e andare a trovarlo. Emma è un’attrice nata, si metteva nel mezzo della carrozza e declamava tutto quello che aveva imparato per le recite scolastiche finché non era sazia di complimenti e dolciumi da parte degli altri passeggeri. Mai niente e nessuno poteva farla desistere da questo compito. Ci sono rimasti bei ricordi.

Il medico, poi, dice che mi farà bene spostarmi per un po’ a sud, passare del tempo in famiglia, senza pensieri.
Senza pensieri. Ho sempre il suo numero per le emergenze nel portafoglio.

«Vuoi mangiare qualcosa?» chiedo.
«Sìsìsì!» mi risponde entusiasta, iniziando a frugare nella borsa frigo. Si ferma un attimo, a pensare, smorza subito l’entusiasmo e dice «Magari dopo».
Quante volte questa scena, ogni volta mi fa infuriare, mi detesto, so che non è colpa mia, ma contro qualcuno dovrò pure prendermela.
Non conosco più zone grigie, solo rabbia alternata a stati d’animo in cui mi sento un santone orientale pronto a riversare pace e amore su qualsiasi essere vivente. Non riesco neanche più a schiacciare una zanzara senza provare subdoli sentimenti contraddittori.
«Mangiamo qualcosa quando arriviamo dai nonni, mamma», chiude gli occhi e mi appoggia la testa sulla spalla. Ultimamente il cibo mi dà nausea e ora, guarda un po’, anche a lei. Le stampo un bacio sulla testa, «Va bene Emma».
Intorno gente che parla al telefono, sfoglia il giornale, tossisce, ride.

Mi guardo allo specchio, ho un viso pallido, il mio vestito rosso da occasioni speciali non si intona con i cerchi neri intorno agli occhi, gli orecchini di perla stonano sui miei capelli rarefatti, l’orologio sul polso balla.
Il mio piccolo coyote femmina è dietro la porta a spiarmi, vorrebbe già chiedermi se va tutto bene. Le vado incontro e lascio che le sue braccine energiche mi circondino la vita sottile, mi stringano le ossa, e restiamo così per un po’. Sono pronta, ora, a dire a tutti Buon Natale.

(Nell’immagine Girl in bed di Lucian Freud)

Chi perturba chi

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Il perturbante, di Giuseppe Imbrogno, e posso parlare di un romanzo intelligente, originale, coraggioso e ben scritto.
Il protagonista, di mestiere, è analista del mercato e della società: è uno dei più bravi, lavora per un società leader del settore capeggiata da un guru del settore… gente che sa cosa davvero ciascuno di noi compra, muove e pensa ogni giorno.
Una figura dell’oggi che guarda all’interno di esso, tracciando linee dalla carta di credito alla spazzatura; un personaggio che esiste al di sopra dell’attualità e che di letterario pare avere poco. Soprattutto perché delinea un’antropologia obliqua quanto inquietante: l’umanità non lotta, ama, odia, lavora, progetta, mette su casa; l’umanità compra, e solo sul comprare viene definita come umanità.

Il protagonista non ha limiti morali, politici, etici. Ne ha uno solo, l’imperativo categorico del suo mondo di guardoni high tech, ripetuto di continuo dal guru: osservare solamente, raccogliere dati, non entrare in contatto con l’oggetto. Distacco, perché se intervieni o ti fai prendere troppo da ciò che leggi nel mondo lo influenzi, quello cambia e tu devi cominciare da capo.
Oggettività. Metodo. Disciplina intellettuale e interiore.
Il protagonista si sente onnipotente e, forte della sua esperienza e dell’imperativo categorico, ritiene di poter conoscere ancora più a fondo l’oggetto umano che ha di fronte. Un salto di qualità professionale e fin filosofico, noumenico, kantiano: cosa c’è al centro dei dati, dell’oggetto, della società che studia?

Si sceglie come oggetto un tizio che l’ha incuriosito e che conosce appena. Ne nasce uno stalking thriller di sottile suspense, un blues metropolitano dalla dizione lenta ma con in sottofondo un ritmo di basso febbrile quanto frenetico. Vi tiene lì dal primo minuto all’ultimo, questo Thelonious Monk della parola che è Giuseppe Imbrogno.
L’analista scende sulla terra, si fa uomo, si incarna nell’oggetto, passeggia come l’oggetto, mangia le stesse cose dell’oggetto (per esempio, ingurgita a forza barbabietole che odia), va in palestra con la moglie dell’oggetto senza che questo implichi chissà che romanticismo… la moglie dell’oggetto diventa a sua volta oggetto.

Leggetelo, Il perturbante. È uno dei rari testi di narrativa contemporanea che si pone il compito di leggere l’attualità – quella vera, quella tre passi avanti di ciò che discorriamo come quotidiano, politica, esistenza – e lo fa senza cadere in luoghi comuni.
Il centro dell’oggetto umano cui l’analista arriva non è tranquillizzante… cosa siamo veramente, oltre a ciò che acquistiamo?

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.