Su “La malasorte”, di Daniela Grandinetti

(di Luciano Sartirana)

Ho letto La malasorte, della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti, uscito nel 2018.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, circa cento anni fa. La poco più che adolescente Cosma entra nella casa del notabile del posto come domestica. A casa sua regna la povertà più assoluta, quel passo pare essere una cosa buona. Non lo sarà; e nei decenni successivi il suo fantasma pare essere la causa di tempeste, disastri e appunto malasorte.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, oggi. La giovane Cettina è partita per Milano anni fa, per intraprendere studi di arte. Partita è un eufemismo: in realtà è una fuga senza prospetto di ritorno. Ma a Milano combina molto poco, e a un certo punto deve tornare a Sovara per questioni famigliari. Anche qui siamo all’eufemismo, perché ciò che l’aveva allontanata non è mutato di un centimetro… violenza fra le mura, nessun affetto vero, un paese abbandonato fuori e dentro di sé. È solo grazie all’affettuosa pervicacia dell’amica d’infanzia Tilde che Cettina riesce a raccontarsi, ammettendo le menzogne che ha raccontato a Tilde stessa e che le facevano però da scudo a tutto. Solo da qui, nel riconoscere e guardare in faccia ciò che di arido e di violento si porta dentro, Cettina inizia a uscire dal circolo vizioso della malasorte che invece aveva abbattuto Cosma.
I temi affrontati sono molti, uno più affascinante e complesso dell’altro: il parallelo fra la vicenda di Cosma e quella di Cettina, dove nulla è facile per nessuna delle due; l’idea di lasciarsi tutto dietro andando lontano, ma fallendo perché ci si sente comunque osservati e impreparati di fronte alle aspettative, per cui si mente e ci si nasconde; la lotta con se stessa che è lotta con rapporti pietrificati nel tempo, come e più del territorio stesso.
Soprattutto, ciò che in famiglia e della famiglia non si può dire: la violenza.
Rispetto alla solitudine infinita di Cosma, i decenni non sono però passati invano. Oggi Cettina ha l’opportunità di una relazione positiva con un’altra donna, Tilde, a significare che è solo ricostruendo una genealogia femminile di consapevolezza e sostegno che si può uscire da un patriarcato da paleolitico. Una relazione faticosa ma che muove dei passi importanti, quella fra Tilde e Cettina; comunque ostacolata da un senso di ritrosia, di rispetto umano, di chiusura verso chi ci sta attorno, nonostante tutto.
“La malasorte” è un libro di un’intelligenza sottile, un’attenzione millimetrata al moto d’animo, l’attraversamento di una terra e di una cultura, una lingua da costruire e delle cose di sé da capire. Di Calabria da cui si fugge e magari si torna. Di donne cui non basta rispecchiarsi in una leggenda lontana, ma vogliono essere vive oggi.
Tante cose, tanti significati… e uno stile agile ed elegante, preciso, profondo, lucente, che ti accompagna e fa venire voglia che arrivi sera per riprendere la lettura. Apre anche scorci di te, di me, sui copioni di vita ereditati e dai quali è bene uscire. Un libro e una scrittrice importanti.

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa

(di Marcella Valvo)

Non mi sento esattamente la persona più competente del mondo per poter recensire un libro. Ma se ci spostiamo su un altro piano – quello dell’esprimere ciò che il libro mi ha dato – allora riesco a trovare uno spazio davvero per me.
E questo ci porta al senso di questa rubrica, dedicata ai libri che ci aiutano a “stare allegri”. In fondo, per ciascuno significa qualcosa di diverso, e anche per una stessa persona possono essere diverse le cose che la fanno stare allegra. Giusto?
Per questo cercherò di spaziare il più possibile, lasciandomi trascinare dall’intuizione e, perché no, dai consigli degli amici. 
Partendo dall’ultimo libro che ho letto, si è trattata proprio di un’intuizione aiutata – bisogna ammetterlo – da un titolo quantomeno evocativo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa. Coincidenza ha voluto che, dopo aver rimuginato sul comprare o meno questo libro per circa un mese, un’amica me lo abbia prestato. Inutile dire che, appena terminato, me ne sono procurata una copia tutta mia…

Perché questo titolo? Cos’ha di speciale questo libro? Perché dovreste correre a comprarlo anche voi?
Risponderò a tutte queste domande raccontandovi nel mentre la storia che fa da colonna portante ai capitoli: una storia di speranza e di fede, di scelte fatte con la consapevolezza di mille contro e un solo pro, di desiderio di equità e giustizia sociale. Una storia alla quale fanno da corollario altre piccole storie di giovani italiani che, come recita il sottotitolo, «non hanno avuto paura di diventare grandi».
A riportarle è Mario Calabresi, al tempo della stesura del libro ancora direttore de La Stampa (attualmente direttore di Repubblica, dal gennaio 2016), e personalmente coinvolto dal racconto, dal momento che vede protagonisti i suoi stessi zii.
Gigi Rho e Mirella Capra, entrambi medici, decidono di trasferirsi in Africa dopo il loro matrimonio. La lista di nozze, una serie di articoli e strumentazione per l’ospedale che stanno aprendo a Matany, Uganda.
Vi rimarranno cinque anni, il tempo di avviare la clinica e lasciarla nelle mani di medici e infermieri locali, tutti in gamba e desiderosi di rimboccarsi le maniche per il proprio villaggio. Primi fra tutti, i cosiddetti “vaccinatori in bicicletta”, dodici ragazzi formati da Gigi e Mirella, per andare nei centri più piccoli e periferici a distribuire i farmaci e fare sensibilizzazione. Perché non basta aprire una clinica e lasciarla lì a disposizione: è importante che si colga il valore, prima di tutto, di una cura personale, indipendente da ciò che può essere trattato in ospedale.

«Non ho mai smesso di onorare l’impegno che avevo preso con tuo padre. Io, che avevo studiato l’inglese nella speranza di andarmene, sono rimasto qui tutta la vita e ho continuato a fare quello che ci aveva insegnato: sono andato in pensione questo mese, esattamente dopo quarant’anni. Ci sono stati giorni faticosi, ma sono orgoglioso della fiducia che era stata investita su di me.»

Queste le parole di Joseph, uno di quei dodici ragazzi, a Stefano, figlio di Gigi Rho.
Nonostante il ritorno in Italia dopo cinque anni, il richiamo di quella terra lontana rimarrà sempre vivo nel cuore dei due medici, tanto che decideranno di tornarci altri due anni – proprio dopo quella lista di pro e contro richiesta dal padre di Mirella – prima di rendersi conto che per i loro tre figli era davvero troppo dura.
Lo sapevano, prima di ripartire, che poteva non durare: eppure di fronte a tutti quei “ma” ciò che ha vinto è stato un unico “sì”, dettato da ciò che hanno chiamato “uno slancio del cuore”.
In Uganda, la loro vicenda ha finto per intrecciarsi a quella di tanti altri medici e infermieri, anche italiani, che hanno dato il loro contributo al sistema sanitario del paese in un modo silenzioso ma fedele, acceso dal fuoco della passione e della volontà di mettersi al servizio degli ultimi.
E quella passione ha scavato man mano il proprio solco su quella terra, animando le fiamme dei giovani del posto che attendevano solo che si ricordasse loro che sognare è possibile: certo non facile, ma una fatica per cui vale la pena, sempre.

Questa ad esempio la storia di Peter Lochoro, che ha cinque anni quando vede nascere e svilupparsi il Saint Kizito Hospital. Destinato a fare il pastore, la sventura decide di mettersi in mezzo e cambiargli la vita, perché l’allevamento della sua famiglia viene razziato da un gruppo di guerrieri e a lui non resta che andare a studiare.
Da lì, una borsa di studio dietro l’altra, conquistate con impegno e dedizione, gli hanno permesso di frequentare un master a Londra.
Oggi Peter è direttore di tutti i progetti CUAMM (Medici con l’Africa) in Uganda. E ancora, Matthew Lukwiya, che ha lavorato con Mirella Capra e Lucille Corti per il suo tirocinio post-laurea ed è diventato il primo direttore ugandese del Lacor Hospital, Gulu.
Qui nel libro, si fa riferimento alla testimonianza della suora comboniana Dorina Tadiello, che lavorò a lungo con lui e lo accompagnò negli ultimi istanti di vita, interrotta troppo presto a causa dell’epidemia di Ebola scoppiata nei primi anni 2000 in Uganda. Sono andata a leggere quella testimonianza, e una frase in particolare di Matthew mi è rimasta in testa:

«Mi piacerebbe che la generosità, lo spirito di dedizione, non fossero solo una scelta dei primi anni di professione, ma uno stile di lavoro e di impegno che si protrae nel tempo. Le motivazioni al servizio non sono né scontate né automatiche, sono frutto di un processo di crescita che va coltivato…»

Perché è qualcosa su cui mi sono soffermata a riflettere spesso, soprattutto di recente, da quando mi sono laureata e ho iniziato a guardare più da vicino il mondo del lavoro. Matthew parla di stile di lavoro, che è qualcosa di indipendente dal lavoro in sé, o almeno in parte. Posso svolgere qualsiasi mestiere, ma ciò che mi definisce non dev’essere l’uniforme che indosso, quanto il modo in cui la indosso. Mario Calabresi racconta di un altro suo incontro in Uganda, quello con Giovanni dall’Oglio, medico romano per anni responsabile dei progetti CUAMM in Uganda, e parlando di lui e della sua ecletticità, dice: “non ci dobbiamo condannare a vivere solo nel nostro camice”.

Come tante altre storie narrate in questo libro, ciò che davvero conta è sognare, andare oltre, “immaginare oltre quello che ci hanno detto sia consentito”. Così ce l’ha fatta Elia Orecchia, che ha ereditato il mestiere paterno ed è riuscito a resuscitare l’ultima lampara di Genova.
Così Aldo Bongiovanni ha riportato in vita il mulino di famiglia nel Cuneese, ascoltando le nuove esigenze del mondo in cambiamento e reinventandosi senza lasciarsi frenare dall’ignoto.

Perché Non temete per noi mi mette allegria? Si parla di fatiche, certo.
Di sofferenza, di lotta. Di vicende difficili che non possiamo ignorare.
Ma anche di energie spese senza rimpianti, di decisioni prese col cuore, di pienezza di vita.
Di speranza. Non so voi, ma a me la speranza mette allegria, e questo libro mi ha dato una grande carica di speranza.
Il mio consiglio è questo: lasciamoci contagiare.

Carlo Carrà, l’intimità ritrovata

(di Federica Tosadori)

“Insomma la mia pittura non vuole essere né naturalista né solo mentale,
pur affermando l’esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall’immaginazione.

Se poi le mie parole a qualcuno sembrassero poco singolari,
dirò che mai mi sono proposto di fare il singolare.
Di gente singolare il mondo è pieno.”

 

Due abissi chiusi, neri, gli occhi di Carlo Carrà. C’è un video, più o meno a metà percorso, in cui l’artista viene intervistato nel suo studio, ormai anziano, quando le sue opere potevano infine essere catalogate, definite… Carrà è stato sicuramente un uomo molto scherzoso, in un secolo oscuro come il ‘900, e in un certo senso le gocce liquide dei suoi occhi ne dimostrano entrambi gli aspetti: della sua personalità, del suo tempo. Mancano pochi giorni alla fine della mostra su Carlo Carrà curata da Maria Cristina Bandera presso il Palazzo Reale di Milano, piano terra per la precisione – ché sopra c’è Picasso. Le opere esposte sono 130, molte delle quali prestate da collezionisti privati, aspetto che rende la visita ancora più preziosa. Eppure, che senso ha recensire una mostra che sta per finire, quando non c’è più tempo per correre a vederla? Nessuno, ma ho anche pensato che forse così è ancora più spontaneo quello che sto per dire: la mia non è pubblicità. È solo un racconto.

Devo specificare subito che alla mostra ci lavoro. Questo cambia tutto, o meglio caratterizza tutto, definisce il mio modo stesso di fruire dell’arte. Fruire è un’azione – oltre che una parola – meravigliosa, a cui non viene mai riconosciuta la potenza adeguata. Osservare in silenzio, cercare di capire, ascoltare. Prima di tutto si fruisce delle cose e poi si prendono delle decisioni. Io me ne sto nel mio Bookshop, tranquilla, seduta dietro allo schermo della cassa, a impilare cataloghi insieme ai miei colleghi, a cercare di capire come esporre quei libri che vendono meno – che tanto non serve a niente perché il libro più venduto resta sempre Come si seducono le donne di Filippo Tommaso Marinetti (e stiamo parlando del 1916 e di Futurismo, velocità guerra macchina, ma alle persone piace pensare che in quel libricino sia svelato l’unico segreto che non verrà mai rivelato al mondo…) – dicevo, me ne sto circondata dai libri, e da dietro la tenda nera che delimita lo spazio atemporale dell’esposizione da quello consumistico della realtà, spuntano i visitatori un po’ sconvolti, con occhi giganti, sorpresi dalla luce, e tutti, tutti veramente contenti.

«Che mostra bellissima!», «Che esposizione meravigliosa!», «Ne è valsa proprio la pena!», «Sono davvero soddisfatta!», «Ma come mai c’è così poca gente?» e via dicendo. Ecco, la mia visita alla mostra è cominciata così. Allora un giorno, dopo svariati tentativi e giri veloci in brevi archi di tempo, mi sono decisa e mi sono tenuta libera solo ed esclusivamente per visitarla: una pausa da ogni cosa. Avevo deciso di farlo da sola. Ma poi un’amica mi ha scritto: ‘Andiamo insieme oggi, anche io sono libera!’ – dal lavoro, anche il suo, nella soprastante mostra di Picasso. ‘Certo!’. Quindi ho capito. Che è sempre una questione di persone, di relazioni. Non potevo visitarla da sola, perché l’avevo già vissuta con ogni visitatore con cui avevo scambiato due parole al Bookshop. E dentro anche, in ogni sala un “ciao” al guardia-sala presente, e una condivisione di pareri perfino, gli stessi colori osservati da altri sguardi. Lavorare a Palazzo Reale è un’occasione che augurerei a molti. È una chance di incontro che si moltiplica ogni giorno: conoscere persone presenti attraverso persone passate.

Carlo Carrà è stato un pittore coraggioso, che dal Futurismo più puro è passato alla metafisica più asciutta e dolorosa per poi decidere che basta, avrebbe fatto di testa sua, e la testa sua gli diceva natura, forme geometriche all’interno dei paesaggi, contatto diretto con il suolo, con il mare, con l’umano, che a un certo punto sparisce dai suoi dipinti, ma solo perché in fondo ci è appena passato e ha lasciato un panno piegato, sotto a un pino marittimo, una barchetta vuota, un tendone da circo abbandonato. Ha lasciato una casa, è salito sulla montagna ed è già andato oltre, là dietro, dietro al quadro, oppure davanti al tavolo di un natura morta con coltello e libro. Un quadro di Carrà si potrebbe osservare delle ore intere, per assaporarne tutti i vuoti, tutte le mancanze, per considerarle parte delle cose, spazi nulli che riempiono il mondo. Fuori tutti – amici, colleghi, baristi, comunali, ex studenti, dispersi, senegal boys, venditori di rose, pompieri e perfino il nipote del pittore, visi incrociati mille volte, pezzettini di relazione – dentro ai quadri nessuno. La mostra di Carrà è stata una compensazione meravigliosa.

Poi l’umano è ricomparso, dopo l’abbandono, ritorna, compensa. A un certo punto nei quadri di Carrrà gli esseri umani diventano giganti, imponenti, delle statue di muscoli, dei veri monumenti di carne. Spesso ancora vicino all’acqua, seminudi, di schiena, solitari. Un’interiorità pura traspare da queste figure di bagnanti e nuotatori; intimità nel mare verde sullo sfondo, nel cielo quasi in tempesta. La mostra in sé è molto intima, questa sensazione mi è vorticata dentro per tutto il tempo, il contrario perfetto delle parole in libertà futuriste, dove si urlava, si sbraitava, da cui tutto è cominciato. Dalla rabbia espressa a colori del Futurismo, Carrà è tornato indietro, nella storia dell’arte, nelle emozioni. Si è ricostruito una sensibilità primitiva, ancora più profonda proprio perché filtrata da arti categoriche come il Futurismo e la Metafisica. Le forme si sono fatte semplici, simboliche e per questo misteriose: giocattoli, carrozze, sospesi su uno sfondo arancio scuro. E poi l’azzurro e il verde dei paesaggi. La mostra di Carrà è un percorso nella sua testa, nella mente di un uomo che ha trasformato la natura in uno spazio mitico, un luogo dove tutti vorremmo tornare, perché è da lì che veniamo. L’origine, il centro, un contatto cordiale con la terra.

…Forse siete ancora in tempo: manca una settimana!

Kiss and Fly

(di Federica Tosadori)

Sarah Brown
Maurice, weep not, I am not here under this pine tree.
The balmy air for spring whispers through the sweet grass,
The stars sparkle, the whippoorwill calls,
But thou grievest, while my soul lies rapturous
In the blest Nirvana of eternal light !
Go to the good heart that is my husband,
Who broods upon what he calls our guilty love : –
Tell him that my love for you, no less than my love for him,
Wrought out my destiny – that thtough the flesh
I won spirit, and through spirit, peace.
There is no marriage in heaven,
but there is love.

Spoon River Anthology – E.L.Masters

 

Siamo quasi in aeroporto. Calcutta canta di tachipirina e paracetamolo alla radio, mi giro verso Diego e gli sorrido. Sento dolore dietro agli occhi, come se mi avessero infilato una lastra di vetro sottile tra il cervello e le pupille. Una tachipirina farebbe bene anche a me in questo momento. Il sorriso che ho fatto a Diego è come una conversazione, come se lo amassi solo adesso che, finalmente, me ne vado.
Che la realtà prenda consistenza giusto nell’allontanamento, era una cosa che avevo già notato. O forse mia sorella me ne aveva parlato, qualche teoria dell’assenza e del distacco. Lei studia filosofia, se ne intende. Diego, anche lui mi sorride. Forse è felice davvero con me, forse è contento che, finalmente, me ne vado, o forse ancora, ipotesi più plausibile, sorride tanto per farlo, un riflesso incondizionato che fa rispondere sorriso a sorriso.
«Cos’ha detto il tuo fidanzatino quando ha saputo che ti accompagnava tuo fratello all’aeroporto?»
Mi chiede dal nulla, mentre Calcutta ascolta un canto di gabbiano dentro la sua mano. Ha preso a chiamare Pietro, “fidanzatino”, con aria dispregiativa, come se non fossi io quella a dover essere disprezzata. Sgualdrina, per la morale comune, ovviamente. Io certo così non mi ci sento. A Diego però piace tanto categorizzare, perfino se stesso. Ci tiene a essere l’amante.
«Mah, niente, ha detto ok. Sembrava un po’ triste, ma sai non lo capisco mai cosa pensa.»
Tralascio il fatto che per salutarci abbia voluto vedermi nuda per l’ultima volta, prima del mio viaggio lungo e lontano, «Così mi stampo in testa quest’immagine, amore mio» ha detto, poco prima che Diego mi passasse a prendere sotto casa di mio fratello, dove fingevo di aspettare il mio passaggio. A Diego dà davvero tanto fastidio quando si rende conto che io con Pietro, ho un rapporto molto sereno, anzi soddisfacente. Per me è normale, ma secondo lui, tra i due, la mia preferenza sarebbe palese. Si sbaglia. La parola “preferenza” non la uso, per via di quel pre davanti che mi ricorda troppo tutti gli altri termini che iniziano allo stesso modo: pregiudizio, precisare, previsione, pretendere…

Partenze. Pazienze. Gli aeroporti mi piacciono da morire. Diego posteggia nella zona verde, quella dei saluti veloci. Degli ultimi baci, o dei primi. Scende e tira fuori dal baule il mio bagaglio: una valigia enorme, rosa, il mio armadio portatile. Poi mi guarda, si avvicina, mi bacia. Io ho osservato tutti i suoi movimenti, come se lo vedessi da fuori, come se non fossi stata lì. Ma al bacio rispondo con gioia.
«Ti amo» dice.
«Anche io.»
«I nostri ultimi dieci minuti insieme… Vuoi che passi anche al ritorno?»
«No, ma va, figurati, viene mio fratello.»
Diego finge una faccia sospettosa, ma si immobilizza davvero, per un attimo.
«È una scusa per dirmi che verrà il tuo amante?»
Rido. Sì. Per questo fa ridere. L’amante dell’amante, per stare alle categorie di Diego, ma io non etichetto. I miei fratelli sono gli unici a saperlo. Certo, mi conoscono da sempre, mi vogliono bene. Forse sono le uniche persone al mondo che mi capiscono veramente. Quando viaggio, per andare a trovare Carlos, si ripresenta sempre il solito problema del chi ti porta e chi ti viene a prendere ecc. Con tre uomini che si propongono è sempre difficile scegliere. Fosse per me non sceglierei, li vorrei tutti. Almeno là, dall’altra parte delle montagne, da quando Sofia è partita per l’Africa, c’è solo Carlos.
«Dài tesoro vai, che sennò paghi.»
Mi dà un altro bacio, sale in auto, clacson, saluto, sorriso, bacio soffiato e via. Non ho mai paura di perderli, i miei amori. Non ho mai paura di lasciarli andare, che mi scoprano, che mi lascino. Sono tranquilla. Perché proprio quando mi allontano da loro so che i miei sentimenti sono veri, verso tutti, che nessuno può dirmi come comportarmi al meglio, impormi una scelta, farmi sentire in colpa. Non mento mai, o comunque lo faccio molto poco, e soltanto per le cose pratiche. Tengo solo nascosta la mia capacità di saper amare più persone contemporaneamente. E mi sento felice per questo, fortunata. Sono gli altri a essere limitati. Per questo mi auguro sempre che Pietro, Diego, Carlos, Sofia, Luca amino qualcun altro oltre a me. Sarebbe triste altrimenti. Sofia per esempio, lei è come me.

Sono ancora nell’area kiss and fly, con il mio bagaglio rosa e il cellulare in mano e un sorriso implicito, incondizionato, come un riflesso.
Da lontano puoi osservare tutto insieme, ogni persona, ogni avvenimento, ogni sentimento, come parte di un’unità. Allontanarsene è come morire. Niente ha più importanza e tutto diventa importante. E in fondo mi sembra che siamo già tutti abbastanza morti, tutti abbastanza dispersi e incorporei. Non credo in effetti che la morte sia molto diversa dalla vita che viviamo, secondo me è solo un’esistenza parallela, anzi di più, perché da quella parte siamo tutti insieme, senza restrizioni e paure e regole… È questo ciò che spaventa tanto i vivi della morte: essere liberi incondizionatamente.
Mi sembra di avere mia sorella, che mi parla nella testa, vorrei che fosse qui. Le mando un cuoricino su WhatsApp, tanto lo so che tempo cinque minuti me ne manda uno più grande.
Mi guardo intorno. C’è un ragazzo con la coda e gli auricolari bianchi e sottili nelle orecchie. Canticchia. Lo faccio anche io. Quest’estate mi piace Calcutta, la sua voce lamentosa che urla di un cuore che va a mille, di call center, di notti al pesto. Tutti si baciano intorno a me. Kiss and fly, che hanno tradotto in italiano con saluta e vai, ma non è la stessa cosa. Ci sono quattro uomini che si abbracciano incrociandosi, e poi pullmini che fanno scendere famiglie intere con intere valigie, ragazze con finti veli da sposa e peni fuxia stampati sulle magliette tutte uguali, e bambini con peluches in mano, che si dimenticano di avere dei genitori preoccupati di perderli, che gli aeroporti sono posti molto pericolosi e confusionari, persone che vanno in vacanza, ma sempre con l’ansia degli orari, delle borse che non arrivano. Ho visto persone piangere di fronte a quella pedana mobile vuota. Valigia perduta, e chissà quante cose con quella: ricordi che solo in quel momento si scoprono fondamentali. E gli aerei cadono, anche. E tutti partono con la speranza di non precipitare. Almeno all’andata, così si fa la vacanza e poi si può anche morire. C’è una donna che ha uno sguardo tristissimo, accanto a me, ha appena salutato il suo compagno. O chiunque quell’uomo fosse. Si sono lasciati lì, nella zona atemporale del saluta e vola. Bacia e vai. Lascia e via. Lontano. Vorrei dirle che da lontano è tutto più bello, ma non lo faccio.
Vibra il cellulare, più di una volta. Carlos che non vede l’ora di vedermi, il cuore di mia sorella e mio fratello che mi chiede se alla fine, ci sono arrivata davvero in aeroporto. Sì, e forse dovrei entrare. Luca mi chiama. «Tutto bene? Arrivata?»
No, non sono arrivata da nessuna parte, ma sono lontano. Saluto e vado. Già mentalmente su quell’aereo, in mezzo alle nuvole, vicino a un cielo che è solo bianco, vuoto, senza occhi. Che non fa preferenze.

 

Sarah Brown
Maurice, non piangere, non sono qui sotto il pino.
L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,
le stelle scintillano, la civetta chiama,
ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia
nel nirvana beato della luce eterna!
Va dal cuore buono che è mio marito,
che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –
digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,
hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne,
raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.
Non ci sono matrimoni in cielo,
ma c’è l’amore.

 

Promemoria per un anno di libri

(di Isabella Gavazzi)

È vero, la lista dei buoni propositi per migliorare le nostre abitudini giornaliere, da che mondo è mondo, si fa il primo di gennaio, dopo i bagordi di capodanno, ma all’atto pratico il vero momento in cui la vita intera ricomincia è settembre. Sarà per un retaggio legato alle tempistiche scolastiche, o forse perché, dopo il mare, il sole e le giornate lunghe, l’idea di tornare uguali a prima non convince molto. La questione dei buoni propositi si può declinare anche all’ambito della lettura, per evitare di arrivare a marzo dicendo “ecco, non ho letto ciò che volevo leggere in questi mesi!”.
La vita frenetica non aiuta, ma con una buona pianificazione vedrete che riuscirete a far tutto, lettura compresa.

1. Fare una scaletta di cosa si vuole leggere

Tutti abbiamo titoli che ci girano per la testa e che da sempre vogliamo leggere… Scriveteli nel planning di lettura! L’importante è essere onesti con voi stessi e chiedervi se è realistico che possiate leggere dieci libri al mese facendo un lavoro full time e seguendo il personal trainer tutte le sere. Se la risposta è no, scegliete uno o due titoli. Per rendere il tutto più ufficiale, sull’agenda create una tabella con i titoli, quando li avrete letti e in quanto, più una zona per le annotazioni di cosa vi ha lasciato, cosi sarà più facile ricordarli a distanza di tempo.

2. Ritagliare dei momenti per leggere

C’è chi legge prima di dormire, chi in bagno, chi sui mezzi di trasporto. I momenti per prendere in mano un libro possono essere innumerevoli durante la giornata, l’importante è volerlo fare, altrimenti lo smartphone, tablet e mail avranno il sopravvento. Datevi dei tempi e dei paletti: se leggete fate solo quello, via cellulare e TV spenta, così vi godrete appieno il momento.

3. Partecipate a eventi legati alla letteratura

Non sembra ma circondarsi di persone e attività stimolanti invoglia a continuare su questa strada, quindi iscrivetevi alle newsletter di biblioteche, comuni e circoli culturali, andate a presentazione di libri o conferenze sul settore. In questo modo farete sicuramente fruttare una serata e verrete in contatto con persone nuove ma al tempo stesso accomunate dalla stessa passione.

4. Parlate di libri

Vi è piaciuto molto l’ultimo romanzo letto? Ditelo al collega, alla moglie o al vicino di casa! Condividere ciò che ci è piaciuto aiuta la memoria a ricordare e a sviluppare un pensiero critico, oltre che interessare gli altri alla cultura!

5. Comprate qualsiasi editore

Va bene la comodità delle grandi catene di librerie, ma così facendo ignorerete molti libri che sono dei gioielli nascosti. Andate alle fiere dell’editoria, perdetevi tra i tanti banchetti dai nomi nuovi e fermatevi a chiacchierare con chi li gestisce. Scoprirete che dietro ai libri di sono persone che possono consigliarvi, guidarvi e farvi conoscere testi stupendi. Il rapporto umano e di amicizia che si può creare sarà un valore aggiunto impagabile.

Quali sono le vostre tattiche per leggere durante l’anno? Avete già fatto la lista di libri da leggere? Commentate numerosi e…buona lettura!

Tu l’hai detto, la storia d’amore tra Ted Hughes e Sylvia Plath

(di Monica Frigerio)

Tu l’hai detto, sesto romanzo dell’autrice olandese Connie Palmen ed edito in Italia da Iperborea (2018), riporta alla ribalta una delle storie d’amore più discusse, straziante e coinvolgente, del Novecento letterario: quella tra il poeta inglese Ted Hughes e la poetessa americana Sylvia Plath.

L’intento è quello di dare voce anche alla versione della storia di Hughes, che dopo la morte della consorte per suicidio nel febbraio del 1963, all’età di soli trent’anni, fu spesso tacciato di essere il mostro e l’assassino colpevole dell’accaduto. Il poeta aveva infatti iniziato nel ’62 una relazione con un’altra donna, la bellissima Assia Wevill, amica di famiglia, evento che, senza bisogno di dirlo, sconvolse i nervi già poco stabili della Plath e trovò testimonianza in alcune delle poesie che compongono la raccolta Ariel, pubblicata postuma nel 1965.

Riguardo questa coppia è stato detto tanto, il pregio di questo libro è saperne parlare tramite un punto di vista assolutamente inedito. Si tratta infatti di un unico, lungo monologo recitato da Ted Hughes, il quale negli anni non fece molto per volere dissipare pettegolezzi e insinuazioni fatti sul conto dei due. Mentre il mondo eleggeva Sylvia Plath a eroina e martire femminista, la voce di Hughes si fece sentire poco, mantenendo egli stesso un basso profilo. Questo libro è il tentativo di restituire equilibrio a una storia spesso distorta da chi poté vederla solo dal di fuori o giudicarla a posteriori. E uno sforzo di toglierlo dall’ombra in cui la morte della sposa l’aveva cacciato, dando il giusto peso anche al suo lavoro, alla sua poesia, al suo amore spesso impotente.

I fatti, non c’è niente di più ostinato dei fatti. E i fatti ci dicono che dopo neanche un anno dalla scoperta da parte della Plath della relazione extra-coniugale del marito e della conseguente separazione dei due, lei decise di porre fine alla sua vita con la morte più dolce che potesse immaginare, quella con il gas. Una mattina presto di un gelido inverno, dopo avere lasciato ai due figli piccoli un bicchiere di latte nella loro stanza chiusa a chiave. Qui però si racconta anche altro, viene ripercorsa la loro relazione fin dagli albori, quando dal primo incontro tra i due, nel 1956, scaturì un amore folle e intenso l’uno per l’altra che li portò a sposarsi di nascosto di lì a poco, si parla del primo tentativo di suicidio della Plath quando era poco più che ragazzina, si parla della passione incontenibile tra loro due non appena conosciuti, delle loro lotte poetiche, delle lotte della mente della Plath alla ricerca della propria Voce e del proprio padre scomparso, si parla dei suoi malumori, della sua energia, della sua femminilità nella quale si alternavano aspetti materni e violenti insieme, di quanto era difficile a volte starle accanto.

Un monologo così ben costruito che spesso ci si dimentica del fatto che non sia stato davvero Ted Hughes a scrivere queste parole, ma qualcun altro, grazie a uno studio fitto e certosino di documenti, diari dei due, delle loro poesie. In particolare la raccolta Birthday Letters, pubblicata nel 1988 poco prima della morte di Hughes e che rappresenta uno dei suoi pochi tentativi di dare davvero risposta al suicidio della Plath. L’unico suo esempio di poesia confessionale per un poeta che ne era sempre rimasto alla larga, al contrario della sua sposa. La sua sposa, come sempre definisce Sylvia Plath in tutto il libro, senza mai chiamarla per nome, come se quest’ultimo fosse già stato usato e abusato troppe volte. O forse per tornare a mettere in primo piano quel grande legame che li univa, perché lei dall’inizio alla fine sarà sempre la sua sposa, nonostante tutto.

Un libro ben scritto, coinvolgente e intenso, proprio come fu la storia d’amore tra i due, due persone che “sottomesse ad abissali anormalità psichiche” non furono capaci di medietà né nella felicità, né nel dolore.

Citazioni dal libro:

“Naturalmente mi rendevo conto anch’io che gli attacchi d’ansia, le guerre silenziose e le crisi di pianto – benché prendessi sul serio la ferita da cui scaturivano ­– erano manipolazioni della mia mente, ma rimasi troppo a lungo attaccato alla meravigliosa idea che lei non potesse fare a meno di me nemmeno per un istante, perché per lei ero troppo importante”

“Il giorno di Venerdì Santo era scesa in cucina dove io stavo dando a mia figlia una ciotola di pappa d’avena. Senza dire una parola, con un enigmatico sorriso, lasciò una poesia davanti a me, prese Nicholas dalla culla e uscì di casa con lui. Dopo aver messo a letto Frieda per il pisolino pomeridiano, lessi Olmo e ricordo che mi si raggrinzì la pelle e mi si rizzarono i capelli in testa, che la lessi e rilessi come se nel farlo potessi cambiarne il significato, placare la tempesta scatenata, smorzare il fragore, ma lì dentro c’era quel che c’era, e lo presi per un addio annunciato. Aveva liberato il suo io poetico, stava nel solco delle sue vecchie mancanze, e conduceva una battaglia solitaria con la Morte”

Always Happy Hour

(recensione di Monica Frigerio)

Happy Hour è una raccolta di racconti della scrittrice statunitense Mary Miller, pubblicata in Italia nel 2017 dalla casa editrice Black Coffee, che si occupa in particolare di letteratura americana contemporanea.

La raccolta arriva dopo il fortunato esordio Last Days of California e con i suoi diciassette racconti fa un ritratto impietoso di giovani donne dai venti ai trent’anni che abitano l’America calda, asfissiante, conservatrice, per gran parte ancora rurale, color grigio e terra di Siena degli stati del Sud.

Impietoso non perché si accanisca contro le sue giovani protagoniste, incolpandole di chissà che cosa se la loro vita si trascina di attimo in attimo tra lavori precari e amori altrettanto instabili e loro sembra non solo non trovino nessuno stimolo per reagire, per fare qualcosa che le aiuti a uscire fuori da questa stasi che nella sua immobilità le fagocita a velocità preoccupanti. Non trovano uno stimolo, in ciò del tutto simili alla famosa Eveline di Joyce, ma neanche lottano troppo per andare a cercarlo. A parte momenti fugaci di presa di coscienza, le donne di Mary Miller sembrano accettare pacatamente un ruolo non particolarmente grandioso che il destino gli ha assegnato, o se non proprio accettarlo almeno cercare di metterlo in secondo piano scolandosi lattine e lattine di birra a poco prezzo presa al supermercato.

Se una volontà c’è è quella di volere dimenticare, di rendersi conto di come stanno le cose ma non troppo a lungo, altrimenti diventerebbe insostenibile.

“Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista”, questa citazione è tratta dal racconto Verso l’alto in cui una ragazza viene coinvolta dal suo fidanzato, che vive in un camper, in un affare ben poco legale al solo scopo di raccogliere qualche soldo e giustamente è stata posta in evidenza in quarta di copertina perché ben coglie lo spirito di tutta la raccolta, vale a dire la sensazione di essere intrappolate in un’esistenza in cui non ci si riconosce, ma dalla quale davvero non si conoscono i mezzi per uscirne. Oppure si fa finta di non conoscerli, questo accade alla protagonista di La bella gente che parlando con una sua amica che non se la passa troppo bene ma che dice di stare facendo di tutto per rimanere a galla si trova a riflettere con sé stessa: “So che potrei fare di meglio, che è nelle mie facoltà, e che anche Aggie potrebbe, ma per qualche motivo abbiamo deciso di concederci il lusso di trascinare il nostro potenziale, di illuderci che stiamo facendo il nostro meglio. Apro la bocca e la richiudo, scelgo di tenere per me questa considerazione”.

La realtà è soffocante e opprimente come le infinite giornate estive del Sud degli Stati Uniti in cui il sudore non ti dà tregua e ti ritrovi su un autobus con gente brutta che sembra uscita di casa solo per andare a prendere altro pollo fritto o fare un giro al Walmart e ti ritrovi a chiederti come sia possibile essere finita proprio lì, in quel momento e in quella situazione, ma tra le mani hai solo un aggettivo indefinito, un qualche, che pesa, ma nello stesso tempo rende tutto più leggero.

La Miller è molto brava nel restituire tramite le sue narrazioni di vita quotidiana il senso di impotenza e disillusione verso il futuro provato dalle sue protagoniste. Nonostante la dedica “Ai miei ex”, questi racconti non parlano principalmente di amore o relazioni finite, c’è anche quello, ma è solo una parte di un quadro più ampio. La sua inquadratura è particolare, non parte mai da dove il problema è sorto e neanche si spinge a esaminare il fallimento nella sua essenza, la camera rimane fissa in un momento che non è né il prima né il dopo, ma un limbo esistenziale pantanoso nel quale le sue ragazze prendono coscienza di essere decontestualizzate, di avere sbagliato qualcosa di indefinito nel passato che le ha portate lì in quella che sembra essere una confort zone, ma che è in realtà solo un modo per defilarsi. È fortissima questa sensazione di non appartenere, di non essere qualcosa di ben messo a fuoco e definito, di avere paura per il proprio futuro, c’è Darcie del racconto Hamilton Pool che “si ricorda che non appartiene al mondo di Terry [il suo fidanzato], che non appartiene a nessun posto tranne forse la casa dei suoi genitori, ma neanche a quello”, c’è la protagonista di Prima classe che ci dice “non mi piace mai la persona che sembro. Non sono né una tipa sportiva né una secchiona. Non sono mai né bella né brutta, né grassa né magra. A un certo punto smetterò di sforzarmi di sembrare qualcosa e sarò semplicemente vecchia”.

Le donne della Miller si preoccupano del loro peso, di come staranno in bikini, si chiedono se avranno mai bambini, non vogliono essere chiamate ‘signore’, si chiedono se rischiano di risultare troppo appiccicate ai loro fidanzati. Ma fanno tutto questo nel modo meno lezioso che si possa immaginare. Non sappiamo cosa ne sarà di loro – come abbiamo detto la camera si ferma sempre sullo stesso punto –, anzi è molto probabile che non gli succeda proprio niente ed è proprio sul niente che spesso si costruisce la buona letteratura.

Se ami leggere libri di empowerment che ti motivino in maniera straordinaria a costruirti mattone per mattone una vita brillante e piena di successi, piena di muri sfondati, questo libro non fa per te. Non perché il self empowerment e il girl power e tutto ciò che si sono inventati non vadano bene, ma perché sappiamo che in fondo la vita assomiglia molto di più a quello scritto qui e l’unica cosa da fare è riderne un po’ insieme.

Un’ancora di Salvezza

(di Alice Borghi)

Salvezza ha preso un posto particolare in casa mia, da quando ci è entrato. Sta lì, sopra il calorifero in bagno, tanto per ora è spento, e ogni volta che entro lo vedo e sì, quando sono seduta sul water lo sfoglio. Ma non pensate che sia perché è un brutto libro, tutt’altro. E’ un libro importante, per questo mi piace averlo sempre davanti, a portata di mano.

Salvezza è un bell’esempio di graphic journalism, pubblicato da Feltrinelli per la sua nuova collana di fumetti (Feltrinelli Comics) a maggio di quest’anno (2018). Racconta un fenomeno di cui sentiamo parlare in continuazione (l’immigrazione e gli sbarchi nel Mediterraneo) attraverso un’esperienza potente (alcune settimane passate sull’Aquarius – nave della ONG Sos Mediterranee) tramite un medium insolito (il fumetto). Di reportage se ne vedono alcuni (e se non ne avete visti, vi consiglio quello di Diego “Zoro” Bianchi fatto sempre sull’Aquarius), ma più che altro arrivano foto di persone, di gommoni, di barconi e di navi. Il fumetto è un medium nuovo per raccontare questa situazione di perenne emergenza umanitaria, e, a mio parere, è un medium davvero privilegiato (come sostenevano anche gli autori durante la presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano – Duomo). Da una parte consente una presa pressoché diretta sui fatti, perché tutti i disegni sono abbozzati sul momento e quindi naturalmente restituiscono le emozioni dell’artista e dei soggetti. Dall’altra parte però, dato che parliamo di graphic journalism, il volume così com’è viene composto in un secondo momento, quando l’esperienza può essere valutata al meglio e strutturata per la fruizione del lettore. In più il fumetto ormai è un medium privilegiatissimo del mercato editoriale: raggiunge tutti, grandi e piccini.

Come se non bastasse, Salvezza è bello, davvero. Ben disegnato, ben scritto, non è retorico, è vero: racconta fatti, persone, che rischiano troppo spesso di diventare numeri nelle crisi politiche, o pedine nelle relazioni internazionali. Però Salvezza non è solo un appello umanitario: è anche journalism, quindi il fenomeno delle migrazioni è affrontato con riferimento alla recente legislazione italiana rispetto alle ONG (il decreto Minniti), alla situazione in Libia (con l’instabilità politica che favorisce terroristi e trafficanti di esseri umani).

Insomma, Salvezza dimostra che si può restare umani avendo davanti la realtà. Anzi, tendendole le braccia.

Un viaggio nelle borgate romane a metà Novecento

(di Marcella Valvo)

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna, ma si spostò frequentemente a causa della vita allo sbando del padre. La storia dello scrittore e della sua terra è una storia di arrivi e ripartenze. Anche la regione in cui trascorse la maggior parte del tempo, il Friuli, venne abbandonata, per sfuggire alle accuse di omosessualità.

E così Roma divenne la sua nuova casa, dopo un impatto con la città che lo segnò per la vita. Le tracce di questo incontro sconvolgente, impresse a fuoco nel suo animo, sono riversate in un romanzo (nonché il primo) fortemente sperimentale dell’autore: Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955.
Non solo un libro che racconta una storia di ragazzi qualunque. Non solo un insieme di avventure, all’apparenza frammenti di esistenze. Ma anche un grido d’odio, anche una denuncia necessaria e inevitabile. Cosa, o chi, denuncia Pasolini? Lo scrittore si erge in lotta alle costrizioni della vita quotidiana e ai condizionamenti della società: tutto ciò che non gli permette di essere chi è e da cui sente di essersi liberato proprio lì, in quella città bellissima e disperata. Tramite una serie di racconti che vedono protagonisti i giovani borgatari romani – tutt’altro che bravi ragazzi! – Ragazzi di vita vuole rappresentare la realtà sociale della periferia della capitale, negli anni seguenti al regime fascista. Anni neri che hanno segnato indelebilmente la città e i suoi abitanti. Non c’è un protagonista soltanto: protagonisti sono i ‘ragazzi di vita’, ciascuno portatore di vita, o meglio di una ‘vitalità disperata’.

Il romanzo in realtà, si apre con un punto d’osservazione particolare: come una telecamera, le pagine inseguono il giovane Riccetto nelle sue imprese, mostrandoci la sua fame di vita e allo stesso tempo la paura che si nasconde dietro di essa. Le corse a perdifiato nelle strade di periferia, i furti più o meno riusciti ai Mercati Generali, i bottini racimolati al Ferrobedò, i sogni ad occhi aperti in riva al fiume. Il Riccetto fa parte a pieno titolo della realtà della borgata. Solo in seguito, quando deciderà di voltare le spalle a quel mondo e al mondo dell’infanzia (l’unico a noi raccontato), solo allora l’obiettivo della telecamera si sposterà da lui per inseguire più da vicino gli altri ragazzi del gruppo: il Caciotta, il Lenzetta, Alduccio…
Ma ciò che leggiamo in questo romanzo non è solo la gioia del vivere liberi, senza costrizioni. La vitalità di questi ragazzi è profondamente, indissolubilmente, intrecciata alla violenza e, in ultima istanza, alla morte. Come a voler rappresentare la reazione repressiva della società, già dalle prime pagine troviamo la morte accidentale di una donna ai Mercati Generali, e a questa seguirà il suicidio di Amerigo, così come la tragica fine del povero Piattoletta, piccola figura tragica la cui fine ingiusta e crudele spezza il cuore al lettore, senza scampo.
Di momenti di ‘strappo’ è colmo il romanzo: momenti fugaci, spesso troppo brevi, che lasciano intravedere una tenerezza di fondo nello sguardo con cui questi ragazzi sono osservati. Certo non sono santi, ma nemmeno demoni. Sono giovani e in balia di una realtà che li culla come la madre o il padre che spesso non hanno conosciuto. Così Marcello, intenerito dai cagnolini di Zambuia, ne prende con sé uno: immensa è la dolcezza con cui se ne prende cura. E poi una delle scene più significative del romanzo: il Riccetto che si getta in acqua, durante una gita in barca sul Tevere, per salvare una rondine che rischiava di annegare. L’assenza di una risposta a Marcello, che avrebbe preferito vederla morire, non fa che confermare l’estremo bisogno (e desiderio) sepolto nel cuore di prendersi cura di se stessi e dell’altro.

Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondinella tra le mani.
– E che l’hai sarvata a ffà, – gli disse Marcello, – era così bello vedella che se moriva!
Il Riccetto non gli rispose subito.
– È tutta fracica, – disse dopo un po’, – aspettiamo che s’asciughi!
Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti era là che rivolava tra le compagne, sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva più dalle altre.

Per questo non si può che concordare con le parole di Gianfranco Contini, un grande amico di Pasolini, che nella recensione a questo romanzo scrisse: ‘Non è un romanzo? Infatti è un’imperterrita dichiarazione d’amore’.

Gatti molto speciali

(di Isabella Gavazzi)

Gatti molto speciali è un libro di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007. L’autrice, vissuta in una prima infanzia in Iran, per poi spostarsi con la famiglia nell’allora Rhodesia – ora Zimbabwe – e successivamente a Londra, racconta il rapporto con i gatti che hanno costellato la sua vita, ricordando soprattutto quelli che più le sono rimasti impressi per atteggiamenti e avventure.

Non si tratta di un libro in cui gli animali vengono descritti e sono protagonisti della storia, anzi, in realtà non ha una vera e propria trama: come un diario, essi vengono ricordati dalla Lessing, in un testo-confessione di tutto ciò che nella sua vita ha comportato la parola “gatto”.

È un libro sicuramente diverso da ciò che ci si aspetta mentre ci si accinge ad aprirlo, perché rivela, già dalle sue prime pagine, una crudezza che difficilmente si potrebbe abbinare al tema.
L’autrice, infatti, rivive la quantità di gatti che ha posseduto con la famiglia nella tenuta di campagna in Africa, in cui questi, non sterilizzati e lasciati quasi allo stato selvatico, erano molto diversi dalla nostra immagine di felino domestico.
Questo pullulare di animali era controllato, dalla madre della protagonista – descritta in poche frasi come una donna decisa e austera – attraverso soppressioni di intere cucciolate . Si è riportati, quindi, in un contesto di vita contadina a noi lontana, in cui il gatto non è altro che un predatore per i topi e che, quando la riproduzione è considerata esagerata, deve essere eliminato. Una visione cruda che rispecchia il passato, ma che la donna vive come se fosse una cosa normale, essendo cresciuta in questo clima. I loro gatti non avevano nomi, non erano particolarmente affettuosi e se sparivano era normale farsene una ragione e continuare la vita di tutti i giorni.

Il cambiamento avviene quando si trasferisce nei sobborghi di Londra, dove non mancano i gatti: questi però sono uno o al massimo due, e l’attenzione data loro è completamente diversa, così come il rapporto con gli umani. Sono animali ben tenuti, curati e portati spesso dal veterinario, con i quali la Lessing parla, dialoga e li umanizza.

Sono compagni di casa e di vita che lei descrive come se fossero a tutti gli effetti delle persone: i suoi amici a quattro zampe sono gelosi, educati, vigliacchi come se fossero umani, gli stessi che non compaiono mai direttamente nel libro.

Gatti, solo gatti o al massimo persone che hanno aiutato la vita del gatto, quindi veterinari, il tutto non in toni sdolcinati e mielosi tipici di chi si rapporta con un animale, anzi.
La sua è un’analisi che muove da basi quasi antropologiche, in modo scientifico e analitico. Ogni azione del gatto viene da lei spiegata con fare meticoloso e attento, senza mai lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza: è una spettatrice della vita dei suoi amici gatti fin dalla più tenera età e riesce ad interpretare le esigenze e i bisogni dei gatti.

“Durante il giorno sedeva sul marciapiedi, guardando il traffico, oppure entrava e usciva dai negozi: un vecchio gatto di città, un gatto gentile, un gatto senza pretese.”

Solo nel finale si può trovare un lato melanconico e affettuoso, rivolto a un gatto di nome Rufus, trovatello malconcio accolto nella sua casa, curato e accudito per quattro anni:

“Una volta, mentre dormiva, io lo accarezzai per svegliarlo e fargli prendere la medicina, lui emerse dal sonno con quell’affettuoso gorgoglio di saluto, carico di affetto e di fiducia, che i gatti riserbano a coloro che amano, ai gatti che amano. Ma quando si accorse che ero io tornò a essere il se stesso di sempre, educato e pieno di gratitudine, e io mi accorsi che quella era stata la sola volta in cui lo avevo sentito emettere quel verso particolare. È il verso con cui le mamme salutano i loro gattini, e i gattini salutano le loro mamme. Forse aveva sognato di quando era cucciolo? O forse aveva addirittura sognato quegli umani che lo avevano posseduto da gattino o giovane gatto, ma poi se n’erano andati e lo avevano abbandonato. Sentito così, alla fine, quel verso turbava e faceva male, perché non lo aveva mai fatto nemmeno quando faceva le fusa come un motorino, per dimostrare la sua gratitudine. […] La fiducia, l’amore che aveva riposto in qualcuno, una volta erano stati così profondamente traditi, che quel gatto non aveva potuto consentirsi mai più di voler bene di nuovo”.

Un libro intero sull’analisi del gatto in tutte le sue sfaccettature comportamentali, in cui l’autrice non è altro che una spettatrice al pari del lettore: le parti si invertono e l’uomo diventa osservatore silenzioso di un animale con sentimenti che ricordano tutti noi.