Omero in Irlanda (del Nord)

(di Andrea Lionetti)

Nel primo canto dell’Iliade si assiste a una scena fortemente drammatica, carica di tensione: Atena che interviene in tempo per fermare Achille – tenendolo per i capelli – prossimo a sguainare la spada contro Agamennone. L’antefatto è noto: costretto a restituire la giovane schiava Criseide al padre Crise, per volontà di Apollo che avrebbe altrimenti appestato l’accampamento greco riunito presso la spiaggia della Troade, Agamennone, capo dei Greci venuti a Ilio, non vuole rinunciare alla sua parte di bottino, alla sua parte di onore; è perfino disposto a prendersi con la forza Briseide, schiava di Achille, il più talentuoso degli eroi di parte achea.
E così accade. Un conflitto nel conflitto, dunque. Non solo la guerra tra Achei e Troiani, ma un dissidio nella stessa fazione, che scompiglia i già precari equilibri di una società dove la forza è tutto. Come nell’Irlanda insanguinata dalla guerra civile.
È questo lo scenario storico che chiarisce l’importanza di un incontro fortuito, avvenuto nel 2006, tra il reverendo Ian Paisley leader del Partito Unionista Democratico e Martin McGuinnes del Sinn Féin, acerrimi nemici politici, figure spigolose che si portano addosso ferite mai risanate. Ognuno con le proprie ragioni dalla sua, come Achille e Agamennone, in fin dei conti. Ciononostante sapranno, nell’arco di un paio d’ore, arrivare a un’intesa in grado di cambiare la storia del proprio paese, impartendo al mondo una lezione politica sempre valida. Il regista belfastiano Nick Hamm ha voluto raccontare questo evento attraverso la macchina da presa, portandolo sul grande schermo grazie anche all’interpretazione di due veterani del cinema britannico: Colm Meaney e Timothy Spall.
Il percorso che li porterà a mettere fine alla guerra civile, quella che i Greci chiamavano stàsis, cancro della comunità politica, avviene in modo tortuoso, attraverso scontri diretti e fantasmi del passato che riemergono con la funziona di impedire l’innescarsi di una riflessione razionale.

Nell’Iliade, in realtà, non accade nulla di tutto questo: Achille si ritira dall’esercito giurando di non combattere e supplicando la madre (la ninfa Teti) di chiedere a Zeus una punizione tale da spingere al pentimento Agamennone, il quale, però, a parte l’ambasceria di doni che occupa gran parte del nono canto, mai presenterà segni convincenti di un pentimento reale. L’Atride sa di avere ragione, il Pelide non è da meno. Hanno tutti ragione. Come si esce da questa situazione?
L’Iliade, a ben vedere, è l’epos dell’ira di Achille, che si consuma (e che lo consuma) in una cinquantina di giorni.
Omero, attraverso le vicende degli eroi dominati dalla logica dell’onore e della vergogna, spinti alla reciproca hybris dalla volontà di sconfiggere la morte (le gesta epiche si sottraggono, con il canto degli aedi, all’oblio del tempo, e con esse i nomi di chi le compie), ci impartisce una lezione politica quanto mai attualissima: il compromesso tra le parti è vita, per buona pace di chi in esso vede solo una forma di debolezza; la capacità di una pacificazione è ciò che rende coesa una comunità. Lo sapeva Nestore, l’eroe più anziano, il solo che provi a fermare i due litiganti prima dell’intervento di Atena, senza successo.
Ma si può andare ancor più in profondità. La guerra di Troia pone l’uomo di fronte all’assurdo della condizione umana, priva di senso. Stirpi di uomini che scompaiono come foglie. L’esistenza è crudele e la morte è ciò che annulla tutto. Achille è convinto di questo, ma solo quando scopre il dolore dovuto alla morte del caro Patroclo. Non esistono patti tra uomini e leoni, ed Ettore ne fa le spese.
Il Pelide, furia vendicatrice, è il simbolo della guerra, del radicalismo che anche l’irlanda del Nord ha conosciuto nelle parole del pastore presbiteriano Presley e nell’attivismo del cattolico McGuinness.
Posizioni irriducibili. Di nuovo la domanda ritorna: come uscirne?
Tradendo i propri sostenitori, venendo meno a quanto promesso ai propri elettori, ingannarli per dare loro finalmente la pace. Sembra paradossale, ma è proprio questo in realtà ciò che ci vuole dire Omero, 3000 anni prima dell’I.R.A., ed è anche la soluzione intrapresa dai due irlandesi.
Il film narra del cambiamento di entrambi – simili ad Achille per temperamento ed estremismo – che alla fine del giorno, rinchiusi nella Mercedes nera in cui erano stati costretti a viaggiare (dopo 30 anni senza un confronto diretto), non possono far altro che prendere atto dell’insostenibilità di un conflitto ormai troppo lungo, troppo logorante.

L’immagine dei due uomini, prima ostili poi quasi amici, richiama quella di Achille e Priamo, re di Troia e padre di Ettore, a sua volta ucciso e insultato dal Pelide, il quale, però, di fronte alla supplica di Priamo di restituirgli il cadavere del figlio, non può che raggiungere una nuova consapevolezza sull’esistenza umana: oltre alla forza c’è altro, la capacità di costruire. Anche tra nemici esiste la possibilità di un accordo. Il funerale di Ettore e la tregua di pochi giorni che ne seguirà sono un modo per esorcizzare l’assenza di senso della condizione umana, così come avviene tra Ian e Martin, uomini che si riscoprono uomini nonostante le avversità (ma senza rinunciare alla fede e alla visione dell’Uomo che ne deriva).
La politica inizia da qui: un braccio di ferro può diventare una stretta di mano. Vale la pena tentare.

Nei musei

(di Luciano Sartirana)

Entrare in un museo è bello per due motivi: per l’arte, e per chi è lì a vedere l’arte.

I francesi si muovono attenti ma rilassati, quasi riconoscessero dei vecchi amici. Hanno familiarità con l’arte – si vede – Manet e Monet e tutti gli altri del mucchio sono francesi; e Picasso, Picabia e via andare hanno studiato e vinto in Francia. I francesi sono a casa loro in qualsiasi museo del mondo, perché le radure con le signore in crinolina, le monadi di sole tra gli alberi, la campagna del Midi e Parigi sono ciò che osservano fin da piccoli. Talvolta in questi quadri a Parigi piove, e allora sembra Bruxelles. Noi abbiamo dovuto imparare; loro ammirano le immagini viste fin dai loro nonni, perché la campagna francese è rimasta come appariva a Manet, Monet e tutti gli altri del mucchio.

Gli italiani ondeggiano fra il rispetto eccessivo, religioso, attonito e timido di fronte a dei monumenti inarrivabili (quasi non respirano, per rispetto a ciò che guardano) e il distacco scomposto di chi francamente si annoia. Non hanno via di mezzo. Impongono ai figli di guardare i quadri. Solo agli italiani squilla il cellulare in un museo. Stanno come in chiesa: perché si deve. Sono gli unici che si preoccupano di come gli altri li osservino guardare l’arte, per cui assumono un contegno. Ma un italiano può innamorarsi di un quadro come nessun altro, e la sua personale estasi si fonde con i colori e i volti… quasi ogni italiano è cresciuto con bei palazzi e belle piazze nella sua stessa città; ma, in un museo, ciascun italiano coglie finalmente la bellezza nei volti e nei paesaggi. E comunque si stupisce.

Scandinavi e tedeschi hanno un’attenzione silente, si lasciano convincere per osmosi dall’energia del dipinto, vi restano davanti a lungo, il colore viaggia lento verso di loro in un flusso di calma zen. Luci che paiono immagazzinare per i loro autunni tenui e i loro inverni diafani. Sanno che l’arte è parte di una civiltà. E – soprattutto – che necessitiamo di una civiltà.

I giapponesi hanno verso l’arte un’attenzione primigenia, sono gli unici a cui osservare l’arte disegna il volto e lo rende arte esso stesso. I loro occhi si spalancano come quelli delle ragazzine dei loro manga. La loro bocca resta aperta e priva di respiro di fronte alla beltà universale delle opere. Si fermano in pose cubiste, volgono gli occhi e le anche, la loro borsa si contorce con loro… a un giapponese cade l’audioguida per terra perché – ormai a metà museo – ancora non se l’è messa al collo da tanto è rapito dalle opere.

Le scolaresche delle elementari sono infanzia di vari colori, seduti sul pavimento di fronte a un quadro. Una ragazza indica loro parti del dipinto, sorride, invita a indovinare cosa il personaggio possa pensare. Si alzano otto o nove mani… forse è la prima volta che quei piccoli entrano in un museo, e con la perspicacia ottimista di quell’età sentono che è importante stare in quel mondo. Poi rispondono con due o tre parole, sperando siano quelle giuste e se in quel mondo sono stati ammessi.
Le scolaresche delle medie hanno fogli davanti a sé, cercano di riprodurre l’opera; tre su venti disegnano senza guardare il foglio.

Una scolaresca delle superiori, quasi tutta di maschi, prende ordini da una ragazza altera e con la bocca rivolta in alto, studente anche lei… sosta davanti a un quadro e tutti gli altri lo fanno. I due prof osservano quattro opere avanti, in totale disinteresse del discepolato. La ragazza altera dice qualcosa sul dipinto; i più vicini annuiscono, senza osare parole loro. Lei riprende il cammino – nei suoi passi un potere immenso – salta un’intera sala, si ferma davanti a un dipinto piccolissimo; avvicina gli occhi a un pelo dal far suonare l’allarme, resta in silenzio. Tutti – va da sé – fanno lo stesso dietro di lei.

Un’anziana critica d’arte – si capisce da ciò che appropriatamente dice, e dalla serenità del passo – è accompagnata da una nipote sui vent’anni. Un sapere e una passione stanno migrando nel tempo.

Ognuno potrebbe essere un’attrice o un attore. Nei musei i lineamenti delle persone cambiano, si dimenticano di sé e si ricordano della bellezza e della storia.
Chi scrive vi trova fonte continua di immaginazione. Le parole sembrano scivolare dai colori, dai volumi, dalle intersezioni dei volti e delle prospettive dei dipinti, e quello che vedi di inaudito trova più facilmente la via delle frasi. La sotterranea civiltà della mente, la spontanea unità fra le persone grazie allo sguardo e al silenzio, il bisogno enorme dell’arte e di coloro che guardano l’arte.

Cadere

(di Alice Borghi)

Chi mi conosce lo sa, il mio primo grande amore è stato (ed è ancora) Albert Camus. Ho letto praticamente tutto quello che ha pubblicato: saggi, articoli, opere per il teatro, anche opere postume. Romanzi, naturalmente.

La caduta (La chute) è uno dei suoi romanzi più spettacolari. Pubblicato dopo la fine della Resistenza francese, è il primo romanzo della “nuova età”. Un racconto-confessione di delusione e disillusione per le grandi promesse di giustizia e progresso, così nuove e già così amare.
Protagonista è l’alter ego dell’autore, un importante avvocato della Parigi più in vista, intellettuale pare, così immerso nella sua vita di successi da non presentire nemmeno la falsità di cui sono ammantate le sue buone azione e il suo prodigarsi per il prossimo.
Finché un’epifania squarcia il velo di ipocrisia dietro al quale è sempre vissuto, sul quale vive tutta la nostra società: una notte Jean-Baptiste Clemence (questo il nome del protagonista) sta tornando a casa, quando su un ponte che attraversa la Senna vede una giovane donna che fa per sporgersi dal parapetto e buttarsi. L’avvocato non ha il coraggio di avvicinarsi. Al contrario si allontana quasi correndo finché non sente un tonfo: la donna si è gettata nel fiume ed è morta.
A questa prima caduta segue quella di Clemence: la morte apre la mente alla riflessione, ma cosa può fare quando capita accanto a te, quando potresti combatterla e non lo fai, perché non riesci a riconoscerla in tempo? L’avvocato lascia tutto e diventa giudice. Ora può giudicare, da un malfamato bar di Amsterdam, dove il suo racconto incomincia. E ci giudica, perché sa che tutti siamo colpevoli ma non vogliamo vederlo.

Primavere

(di Federica Tosadori)

Premessa
A volte i libri sono noiosi.
No. Non fraintendetemi. Non parlo di contenuti. Anche se, in effetti… a volte anche i contenuti sono noiosi. Molto.
Ma non è questo il punto. Io parlavo di forma. L’oggetto-libro a volte è noioso: pesante, uniforme, rigido, sempre uguale a se stesso.
Istintivamente si impara a usarlo, un libro. Forse questa copertina va sollevata? Sì! Forse devo guardare tutti questi segni neri fino a che non ne colgo il significato? Sì! Forse devo voltare questa pagina sottile e giallina per poter trovare nuovi segni e carpirne ancora il senso, magari è tutto collegato? Sì! Forse devo compiere questo meccanismo fino in fondo? Sì! Hey, sono in fondo, e ora? Devo girare di nuovo la copertina? L’ho chiuso? …e ora? Ne compro un altro, sarà uguale, anche perché ora che ho imparato sento uno strano vuoto poco sopra la pancia senza un libro da sfogliare. E non è fame perché ho appena trangugiato un pacchetto di biscotti mentre leggevo…
Insomma. Fogli e parole. Parole e fogli. Sì è vero, si sono inventati gli ebook, sono un po’ diversi, nella loro impalpabilità, ma anche loro sono molto simili l’uno con l’altro, in quello spazio magico in cui esistono (ma dove vivono gli ebook? Bha).

Poi però, per fortuna, mentre ci interroghiamo sui massimi sistemi dei libri elettronici e non, ci torna alla mente un ricordo dal nulla, un pensiero pop-up: il cappello della strega disegnato sul quel libro che mi aveva regalato la zia… poi c’era un dinosauro verde, bellissimo, si poteva accarezzare. Ma era in un libro! E la fata che incontrava il gigante? Mi sembra di averla davanti agli occhi quella sagoma dormiente sotto l’albero di mele rosse. Ah, per fortuna che esistono i libri per bambini!
Hey aspetta ma io sono adulto. Cioè, credo. Allora da dove arriva questa voglia di comprare un libro per bambini? Ma certo perché… perché ogni testo è una sorpresa! Probabilmente non dovrò nemmeno sfogliarlo come tutti gli altri… magari si apre dalla fine, forse avrà delle pagine accartocciate e dei ritagli appiccicati sopra! E poi le immagini… le immagini! Quale gioia.

Esempio
Ecco, ve ne faccio vedere uno:
Primavere, testi di Alessio Di Simone, illustrazioni di Alessandro Di Sorbo, casa editrice VerbaVolant.

“Dispiegando le pagine si segue la storia fino a scoprire l’ultima tavola: un poster da incorniciare e appendere a parete.”
Appendere a parete, capite! Questo è un libro appendibile?! E poi ce ne sono tanti diversi, in questa collana di “Libri da parati”: quello che racconta di una principessa scrittrice, quello che si illumina al buio, quello che parla di caffè! Questo in particolare, è la storia di un bacio. Un bacio delicato, vaporoso, inaspettato.
Si tratta di un foglio unico, che lentamente si apre, sempre di più, sempre di più…
Svelando nuove pagine, che sono soltanto nascoste dietro. Un mondo alla fine appare sotto gli occhi di noi lettori mezzi adulti mezzi bambini. Curiosiamo. Impariamo nuovi modi di leggere un oggetto-libro che sta proprio qui, tra le nostre mani, appeso alla parete, mentre gli ebook svolazzano ancora nel loro spazio invisbile.
Questa magnifica idea ha il copyright VerbaVolant, una casa editrice siciliana di Fausta di Falco

p.s. L’affermazione iniziale non corrisponde per niente al vero pensiero dell’autrice.

Il Signor Fenicottero

(di Isabella Gavazzi)

C’era una volta, nei pressi dei grandi laghi africani, uno stormo molto numeroso di fenicotteri rosa. La loro vita gravitava intorno ai grandi bacini di acqua dolce: pescavano il buon pesce che lì viveva, facevano lunghe passeggiate sulle spiagge sassose e riposavano nei pressi degli affluenti, dove erano presenti delle pozze basse stagnanti e un flebile vento fresco a raffreddare le calde notti estive. Costruivano dei nidi con ciuffi di erba morbida su tronchi bianchi lasciati dalle piene, in modo da rimanere asciutti e puliti.

Il capo del gruppo era il Signor Fenicottero, molto fiero, con un cilindro nero e un paio di piccoli occhiali dalle lenti rotonde sul becco. Non era il più anziano, ma di certo il più dotto di tutti.
Era lui che li guidava durante le migrazioni, che lanciava il segnale d’allarme all’arrivo delle iene e che istruiva i piccoli.
Tutti si sentivano in dovere di seguirlo, intelligente com’era. Il suo giaciglio era sul tronco più alto, in modo da poter osservare tutti i suoi compagni.

Un giorno accadde che il Signor Fenicottero si ferì ad una zampa mentre volava quasi raso terra durante un’esercitazione di fuga: gli faceva molto male e continuava a ripeterlo pur di avere l’appoggio di qualcuno.
«Oh il mio povero arto, rimarrò mutilato a vita!» sussurrava al passaggio di ogni fenicottero.
Tutti lo ignoravano, non capendo il significato della parola “arto” e “mutilato”.
«Ma cosa ha detto il Signor Fenicottero?» chiese un piccolo nato da qualche mese.
«Non saprei, forse non ha digerito il pesce.» gli rispose la madre, con il padre a lato che annuiva.

Arrivò il crepuscolo, il lago divenne una superficie arancione screziata di giallo e tutti si preparavano per andare a riposare: tutti tranne il Signor Fenicottero, che continuava a camminare per far vedere quanto gli facesse male quel piccolo graffio.
Comparve la Luna, grande e maestosa, contornata da migliaia di stelle. Il Signor Fenicottero provò a coricarsi, ma la zampa gli faceva male: così si alzò e, per trovare un po’ di frescura, camminò nelle basse pozze stagnanti. Appena trovò un punto con il suolo morbido si fermò, tirando su la gamba malata e si addormentò.

Nel frattempo sui bianchi tronchi decine e decine di fenicotteri cominciavano a preoccuparsi, non vedendo più il Signor Fenicottero.
Guarda a destra, guarda a sinistra ma nulla. I maschi si alzarono in volo e iniziarono a perlustrare il lago simile ad uno specchio; nel frattempo le femmine rassicuravano i piccoli.
Si alzò un grido:
«L’ho trovato, venite!»
Tutti si precipitarono nel punto da cui proveniva l’urlo, rimanendo sbigottiti nel vedere il modo in cui dormiva il Signor Fenicottero.
«Se lui dorme così, allora anche io farò in questo modo.» disse un fenicottero maschio in prima fila: immerse le sue zampe palmate nei pochi centimetri di acqua, alzò uno dei due arti e appoggiò il lungo collo vicino alle ali.
Uno ad uno tutti fecero allo stesso modo, riempiendo in poco tempo le pozze lì vicino.

Arrivò l’alba e il Signor Fenicottero, animale molto mattiniero, si svegliò, si stiracchiò un momento e aprì gli occhi: era completamente circondato da fenicotteri che dormivano esattamente come aveva fatto lui la notte precedente.
Uno vicino a lui si svegliò e gli disse:
«Abbiamo visto che dormiva in questo modo ed essendo lei il più intelligente di tutti sicuramente l’ha fatto perché faceva bene alla nostra salute.»
Il Signor Fenicottero era incredulo e, cogliendo la palla al balzo, disse:
«Certo che è per il vostro bene, così non vi si piegano le penne e non vi fanno male le ali.»
Da quel giorno tutti i fenicotteri dormirono in quel modo, spinti dalla volontà di imitare la loro guida in parte per ignoranza, in parte – coloro che se ne erano accorti – per riconoscenza nei confronti di colui che, pazientemente, li aveva protetti e ascoltati.

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.

 

L’effetto Caleb-Bethia

(di Francesca Ferrara)

Un nativo americano che studia per entrare ad Harvard. Nel 1660.

In poche parole, la potenza di questo romanzo. Un romanzo storico, perché Caleb Cheeshahteaumauk è esistito davvero. No, niente Google, niente Wikipedia: non cercatelo online. L’ignoranza in questo frangente è vantaggiosa. Non conoscere nulla di Caleb vi permetterà di camminare davvero accanto a lui, anzi con lui, come amano dire i nativi. Usando una preposizione che indica ben più di una mera prossimità spaziale.

Di Caleb ci sono pervenute poche, pochissime testimonianze dirette. Qual era il suo carattere? Come è mutato dalla primissima adolescenza all’età adulta? Geraldine Brooks amalgama documenti ufficiali a fantasia ed intuito personali, in dosi ben ponderate. Ecco come questo personaggio riesce a riempire ogni pagina e ad affascinare in ogni sua comparsa. Comparsa, esatto, perché Caleb non è il solo protagonista de “L’isola dei due mondi”, edito in Italia da Neri Pozza. Per mantenere le rispettose e prudenti distanze da un uomo di cui ci è giunto troppo poco, un antenato ancora oggi carissimo alla tribù dei wampanoag di Martha’s Vineyard, Brooks pone un filtro fra noi e lui. Gli occhi grigi, gli “Occhi di Tempesta”, di Bethia Mayfield, personaggio fittizio e voce narrante dalla prima all’ultima pagina. Figlia del pastore puritano realmente esistito John Mayfield, Bethia appartiene ai coloni che si sono insediati a Martha’s Vineyard nel XVII secolo. Incontra Caleb nella foresta e da quel giorno cominciano a parlare, senza riuscire più a smettere. Il figlio del sonquem (il capo tribù), nonché nipote del pawaaw (lo stregone), e la figlia del pastore evangelizzatore. Giusto per rincarare la carica intrinseca di questo libro.

I loro dialoghi non sono gli unici del romanzo, ma sono quelli che raggiungono le note più sublimi. Bethia è attratta dalla cultura dei nativi, apprende la loro lingua avidamente, ma è combattuta se spingersi oltre, se esplorare i terreni dei pagani. La mente di Caleb invece è più aperta e assorbe conoscenza da qualsiasi sorgente gli venga offerta:

“Poi [tuo padre] ci ha raccontato il mito di Prometeo che rubò il fuoco agli dei. Ha detto che il fuoco simboleggia la fiaccola della conoscenza accesa dagli antichi greci, che poi l’hanno passata a noi affinché la tenessimo viva. Anch’io rubo il fuoco, Bethia, e siccome la sapienza non conosce confini, la prenderò ovunque si trovi, alla luce del giorno nelle vostre scuole, a lume di candela sui libri e, se sarà necessario, anche fra le tenebre della foresta.” (pag. 169, ed. 2013)

Questa è l’impronta più profonda che vi lascerà questa lettura: la passione per la conoscenza. Bethia è una donna, ha dovuto accontentarsi di un’educazione basilare e non potrà mai aspirare ai banchi di Harvard. Eppure non si ferma. Origlia attraverso la porta le lezioni impartite da suo padre agli allievi della scuola dell’isola, Caleb compreso, inghiottendo l’impulso di irrompere e correggere una per una le risposte sbagliate sputate da suo fratello maggiore. Impara a memoria versi di poetesse emancipate e si insinua in profondità, fino ad infrangere la legge, pur di abbeverarsi alla voce di una donna condannata per eresia.

Anche Caleb deve scivolare dalla luce all’ombra per mantenere intatti e fertili saperi in apparenza contrastanti, a cui tuttavia non può rinunciare. A cui non intende rinunciare. Per lui la cultura dei coloni e quella dei wampanoag non devono marcare i rispettivi territori e soffiare appena l’altro osa avvicinarsi. Nello spazio sempre più claustrofobico che li separa: lì vuole inserirsi Caleb, per intrecciare i fili diversi fino a creare connessioni, significati, comunicazione. Caleb è una voce stonata, che viaggia controcorrente. Perciò è stato chiamato Cheeshahteaumauk, “Colui che è odiato”. Odiato perché volge a est quando gli altri si muovono verso ovest; perché quando tutti calpestano un sentiero noto da generazioni, lui si avventura nella foresta mai esplorata; perché cammina da solo. Fino a quando non incontra Bethia.

Attraverso le pagine si alternano latino e greco, ebraico e wampanaontoaonk. A dispetto però delle citazioni – e dell’inevitabile sensazione di inadeguatezza suscitata nel lettore – lo stile di Brooks è tutt’altro che inaccessibile o elitario. Le frasi scorrono come acqua sui ciottoli di un fiume e dicono precisamente ciò che vogliono dire. Un gradito residuo della sua lunga carriera di giornalista. Non troverete sproloqui che divorano se stessi senza arrivare a nulla. Il suo stile puntuale ed attento vi dirà tutto ciò di cui avrete bisogno – anche se i ritratti sulla vita dei wampanoag non vi sazieranno mai – e saprà al contempo travolgervi dal dolore, quando le vicende lo richiederanno.

Insomma, “L’isola dei due mondi” è per tutti coloro che tengono tre libri accanto al letto e li leggono in contemporanea. Perché non possono aspettare di finirne uno per aprire quello che già stanno bramando.

Ora, vittima felice dell’effetto Caleb-Bethia, posso affermare di essere un’orgogliosa tesserata di questo circolo.

Un classico insormontabile!

(di Nadia Kasa)

Attuale come non mai, anche se pubblicato per la prima volta nel 1847, Cime tempestose rimane uno dei romanzi più letti di sempre, dal pubblico femminile e non. Si tratta dell’unico romanzo della scrittrice Emily Brontë – sorella della famosa Charlotte Brontë ideatrice di Jane Eyre – che scrive in circa due anni. La storia presenta una trama apparentemente semplice che si sviluppa poi in maniera più complessa attraverso i sentimenti perpetuati da parte dei personaggi. Il protagonista, Heathcliff, è un ragazzo che viene adottato da un nobiluomo, Mr. Earnshaw, che vive a Wuthering Heights, da cui il nome del libro. Mr. Earnshaw ha due figli: Hindley e Catherine, che si presentano entrambi come bambini viziati e dispettosi nei confronti del nuovo arrivato. Il sentimento nei confronti di Heathcliff muta con il tempo, Catherine se ne innamora – amore che viene ricambiato – mentre Hindley alimenta un profondo odio nei suoi confronti, con tutta probabilità maturato dall’affetto che suo padre nutre per il ragazzo. La situazione cambia quando subentra nell’equilibrio di questo trio la famiglia Linton. Il primogenito della famiglia Linton nutre una simpatia nei confronti della signorina Catherine che affascinata dal ragazzo cede alle sue lusinghe. L’avvicinamento di Catherine a Linton porterà Heathcliff ad allontanarsi dalla tenuta di Wuthering Heights e a pianificare un progetto di vendetta nei confronti della famiglia Earnshaw e della famiglia Linton. Il suo ritorno dopo diversi anni porterà grande scompiglio nella vita di Catherine che è ormai sposata, e in quella di suo fratello Hindley, depresso per la precoce perdita della moglie. Heathcliff è pronto e pian piano attua la sua vendetta. È la storia di un grande amore quindi, con radici profonde, insradicabili, ma anche di un odio che è più forte di ogni altra cosa.

Gli aspetti interessanti riscontrabili, che rendono la storia avvincente sono parecchi, partendo dall’incipit del romanzo, che è una bomba. Al principio del racconto la storia è già compiuta, troviamo infatti Heathcliff che vive depresso nella sua tenuta. La descrizione dell’uomo è resa in maniera efficace da Mr. Lockwood che ha modo di conoscerlo durante una bufera di neve scoprendo il suo nuovo vicino di casa. Dopo aver conosciuto la bizzarra famiglia di Heathcliff il vicino introduce la storia chiedendo maggiori informazioni alla governante che all’ora prestava servizio nella tenuta di Wuthering Heighs, Nelly, e che ora lavora per lui.

L’intero racconto dunque viene narrato da parte della governante Nelly. La donna spiega tutti gli avvenimenti dal punto di vista esterno, come una sorta di spettatore vivente all’interno della storia.

I personaggi sono abilmente costruiti. Nella storia vi è un crescendo di amore e odio, in particolare da parte dei due protagonisti, Catherine e Heathcliff, fatalmente attratti l’uno dall’altro. Catherine prova un profondo affetto nei confronti di Heathcliff, ma allo stesso tempo respinge il suo carattere irruento. Heathcliff da parte sua è il vero diavolo, la ama ma allo stesso tempo cerca in tutti i modi di recare dei danni alle persone care a Catherine: al fratello Hindley e a suo marito Linton. D’altro canto, colui che si mostra come una vera perla è Linton, legato a sua moglie da profondo affetto e disposto a tutto per avere il suo favore.

La natura è un altro personaggio, infatti occupa un posto centrale, dalle descrizioni delle bufere di neve alle grandi praterie percorse a cavallo dai personaggi. Emily Brontë descrive Wuthering Heights come un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un mondo in cui ci si può perdere nella nebbia che fa da sfondo.

A ogni lettura questo racconto fornisce nuovi spunti di riflessione, ma l’aspetto centrale credo sia la volontà da parte dell’autrice di far comprendere quanto sentimenti come l’odio e la vendetta portino all’annientamento di colui che li nutre a lungo. L’amore non muore mai, ma neppure l’odio.

Per ultimo arriva un finale inaspettato. Purtroppo o per fortuna spesso molti lettori si aspettano che le vicende finiscano al meglio. Fin da bambini ci vengono raccontate storie che hanno un lieto fine e in un certo senso questo aspetto permane dentro di noi fino all’età adulta. Inoltre, sapere che i personaggi che abbiamo seguito con tanto entusiasmo hanno avuto un lieto fine, diciamo la verità, rallegra la nostra giornata! Ma come è giusto che sia, non può essere sempre così. Emily Brontë non vuole impressionare o soddisfare il lettore, ma raccontare un’esperienza, vera o fantasiosa che sia, e spiattella al lettore la verità. Una verità universale, fatta di donne impertinenti, isteriche, contraddittorie, ma anche capaci di un legame profondo; uomini rancorosi, gelosi, frustrati, ma anche tolleranti e amabili. Una verità, con protagonisti attuali nell’Ottocento, così come in ogni altro periodo della storia. Cambiano i racconti e coloro che li narrano insieme al loro stile di scrittura (che è ciò che rende ogni volta sorprendente la lettura!), ma i personaggi rimangono gli stessi perché gli uomini rimangono gli stessi! Quindi, voto dieci e lode per Cime tempestose, che rimane nella lista dei cento libri da leggere almeno una volta nella vita!

 

Bónus, poesie da supermercato.

(di Monica Frigerio)

I’m all lost in the supermarket cantavano i Clash alla fine degli anni ’70. Chissà cosa direbbero adesso se, per esempio, un sabato pomeriggio si trovassero nella ridente cittadina di Arese a passeggiare per i corridoi del centro commerciale più grande d’Europa…

Purtroppo Joe Strummer non è più in circolazione per raccontarcelo, però a farsi portavoce dell’alienazione da centro commerciale ci ha pensato Andri Snær Magnason, poeta islandese che in realtà in vita sua ha scritto un po’ di tutto, da drammi a romanzi e canzoni.

Nel 1996 ha pubblicato per la prima volta la raccolta di poesie qui presentata, che in Italia è comparsa solo quest’anno per Nottetempo con un titolo a prova di marketing: Bónus (con il 33% di poesie in più).

Bónus è la catena di centri commerciali più famosa in Islanda, ci piacerebbe pensare che in quel paese non ci siano altro che prati e pecore, qualche casetta qua e là, al più dei geyser a ravvivare ogni tanto l’atmosfera, e invece no, i supermercati sono arrivati anche lì e Andri Snær Magnason ha ben pensato di dedicargli una raccolta di poesie che nella loro semplicità e immediatezza trattano in maniera del tutto originale temi legati alla nostra contemporaneità.

L’Islanda è un paese di forti tradizioni culturali, ormai si è scritto poesia su tutto e su tutti, ci dice l’autore nella Prefazione, tant’è che persino la più sperduta delle fattorie è diventata almeno una volta oggetto di un poema. Ancora niente però sui supermercati e le storie che si dipanano tra i loro corridoi, niente sui loro prodotti disposti sugli scaffali come fossimo nella Commedia dantesca, il Paradiso nel reparto frutta e verdura, l’Inferno là dove c’è la macelleria e il Purgatorio tra i prodotti per l’igiene e la pulizia.

Perché, continua l’autore, esistono i succhi Bónus, la coca Bónus, il prosciutto Bónus e così via e non esiste anche una poesia Bónus?

Domanda legittima in questi tempi di capitalismo sfrenato. Ed ecco confezionataci una poesia realista capitalista, per l’appunto, che ci infila nel carrello il meglio dei vizi capitali: gola, lussuria e un pizzico di avarizia.

Ciò che colpisce di più delle poesie di questa raccolta è il fatto che siano poesie a’rebours, che vanno nella direzione opposta di ciò che normalmente si potrebbe considerare poetico, addirittura una vera celebrazione del mercato. Siamo abituati a poeti che si schierano contro, Magnason decide di farne parte, di vendersi. Lui non vive nel glamour di Parigi o New York, non può essere uno-di-quei-poeti, vive in Islanda, ai margini di un parcheggio da cui si intravede l’insegna Bónus, l’unica cosa che può fare è cantare ciò che lo circonda, reclamare la propria terra.

È chiara la lettura ironica di qualcosa così posto, ma il pregio dell’arte è rivoltare le cose più e più volte e, si spera, far sorgere qualche domanda, dunque il sottostrato ironico è indubbio, ma si vuole anche ragionare sulla scontata, a volte supponente, superiorità dell’uomo d’arte rispetto a quello comune. Magnason va dal proprietario della catena Bónus e questo signore, tal mister Jóhannesson, gli fa firmare lo stesso contratto che sottopone ai produttori di succhi di frutta. La poesia diventa anche un momento per interrogarsi, per chiedersi se io, produttore di versi, sono in fondo così diverso o migliore di un produttore di succhi di frutta?

Altra riflessione è sul cambiamento negli anni della relazione tra uomo e natura e come i supermercati siano diventati ormai il medium di tale rapporto. Un tempo la natura forniva all’uomo tutto il necessario nutrimento, gli era indispensabile alla sopravvivenza, ora si trova tutto comodamente tra gli scaffali di un supermercato e ciò fa cadere in fondo ogni ragione davvero sensata dell’uomo di relazionarsi con essa. Giriamo per le campagne, facciamo su e giù da una montagna solo per sport, per intrattenimento, che probabilmente se ci vedessero i nostri bis-bisnonni riderebbero di noi.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feurbach, ai tempi dell’homo consumus Magnason l’ha messa in questo modo:

Nonno era al 70% acqua

Nonno era al 70% il ruscello

Che scorreva dai monti

Accanto a casa

[…]

Io sono al 70% acqua

Tutt’al pù al 17% San Pellegrino

Cui sono mescolati della Coca zero e del caffè

[…]

Si è ciò che si mangia

Sono un mondo in miniatura.

Sono un Bónus in miniatura.

 

 

L’essenziale ordine di Svava

(di Luciano Sartirana)

Parlerò di “Tutto in ordine”, un libro in dodici racconti della scrittrice e donna politica islandese Svava Jakobsdóttir (1930-2004). Sono scorci di vita quotidiana, spesso con una donna fuori luogo o che si sente tale come protagonista.
Una donna invita a casa le amiche del circolo femminile per un aperitivo, insieme ai mariti per non far sentire solo il suo, ma fra i due gruppi si crea lontananza. Un’anziana vedova viene a sapere di un’agenzia che organizza feste a domicilio, e stila la lista di chi inviterebbe – defunti compresi – ora che dopo la morte del marito non la va più a trovare nessuno. Una madre riceve dall’ospedale una convocazione urgente per il sospetto di un tumore… vorrebbe dirlo al figlio adolescente – superficiale e abulico – senza riuscirci.
C’è spesso una donna che deve dire una cosa importante, ma le parole a sua disposizione sono superate dal timore di far male, scuotere ricordi, ricevere silenzi. E, in ogni brano, la maestosa quanto incombente natura dell’Islanda suggerisce di non stare troppo fuori dalla soglia, ma pare anche dire: non date la colpa a me, siete voi che non vi parlate.
Due racconti mi hanno colpito in particolare.
In Novella per i figli una madre si fa in otto per la famiglia. Le richieste – in opere e in affetto – arrivano al farle letteralmente perdere parti di sé… resta senza fegato, cuore, cervello, ma prosegue nella sua surreale dedizione a quei congiunti opportunisti.
Il ritorno rievoca l’esperienza toccata durante la Seconda Guerra Mondiale alle giovani “nella Situazione”, un modo di dire che si usava solo fra donne. L’8 luglio 1941, 50.000 marines arrivarono in Islanda dagli Usa in vista di un attacco alla Germania nazista. E “nella Situazione” c’era chi aveva avuto una storia con uno di loro. Un certo numero di ragazze subirono dicerie e ostracismi fino all’aggressione vera e propria; alcune si nascosero, altre esibirono smaccatamente costumi tradizionali o religiosità per allontanare il sospetto; le più trovarono forza nella relazione con altre donne, in una sorta di separatismo del linguaggio e dell’ironia su quanto stava succedendo.
Un libro sottile e coinvolgente, una scrittrice da scoprire.