Bónus, poesie da supermercato.

(di Monica Frigerio)

I’m all lost in the supermarket cantavano i Clash alla fine degli anni ’70. Chissà cosa direbbero adesso se, per esempio, un sabato pomeriggio si trovassero nella ridente cittadina di Arese a passeggiare per i corridoi del centro commerciale più grande d’Europa…

Purtroppo Joe Strummer non è più in circolazione per raccontarcelo, però a farsi portavoce dell’alienazione da centro commerciale ci ha pensato Andri Snær Magnason, poeta islandese che in realtà in vita sua ha scritto un po’ di tutto, da drammi a romanzi e canzoni.

Nel 1996 ha pubblicato per la prima volta la raccolta di poesie qui presentata, che in Italia è comparsa solo quest’anno per Nottetempo con un titolo a prova di marketing: Bónus (con il 33% di poesie in più).

Bónus è la catena di centri commerciali più famosa in Islanda, ci piacerebbe pensare che in quel paese non ci siano altro che prati e pecore, qualche casetta qua e là, al più dei geyser a ravvivare ogni tanto l’atmosfera, e invece no, i supermercati sono arrivati anche lì e Andri Snær Magnason ha ben pensato di dedicargli una raccolta di poesie che nella loro semplicità e immediatezza trattano in maniera del tutto originale temi legati alla nostra contemporaneità.

L’Islanda è un paese di forti tradizioni culturali, ormai si è scritto poesia su tutto e su tutti, ci dice l’autore nella Prefazione, tant’è che persino la più sperduta delle fattorie è diventata almeno una volta oggetto di un poema. Ancora niente però sui supermercati e le storie che si dipanano tra i loro corridoi, niente sui loro prodotti disposti sugli scaffali come fossimo nella Commedia dantesca, il Paradiso nel reparto frutta e verdura, l’Inferno là dove c’è la macelleria e il Purgatorio tra i prodotti per l’igiene e la pulizia.

Perché, continua l’autore, esistono i succhi Bónus, la coca Bónus, il prosciutto Bónus e così via e non esiste anche una poesia Bónus?

Domanda legittima in questi tempi di capitalismo sfrenato. Ed ecco confezionataci una poesia realista capitalista, per l’appunto, che ci infila nel carrello il meglio dei vizi capitali: gola, lussuria e un pizzico di avarizia.

Ciò che colpisce di più delle poesie di questa raccolta è il fatto che siano poesie a’rebours, che vanno nella direzione opposta di ciò che normalmente si potrebbe considerare poetico, addirittura una vera celebrazione del mercato. Siamo abituati a poeti che si schierano contro, Magnason decide di farne parte, di vendersi. Lui non vive nel glamour di Parigi o New York, non può essere uno-di-quei-poeti, vive in Islanda, ai margini di un parcheggio da cui si intravede l’insegna Bónus, l’unica cosa che può fare è cantare ciò che lo circonda, reclamare la propria terra.

È chiara la lettura ironica di qualcosa così posto, ma il pregio dell’arte è rivoltare le cose più e più volte e, si spera, far sorgere qualche domanda, dunque il sottostrato ironico è indubbio, ma si vuole anche ragionare sulla scontata, a volte supponente, superiorità dell’uomo d’arte rispetto a quello comune. Magnason va dal proprietario della catena Bónus e questo signore, tal mister Jóhannesson, gli fa firmare lo stesso contratto che sottopone ai produttori di succhi di frutta. La poesia diventa anche un momento per interrogarsi, per chiedersi se io, produttore di versi, sono in fondo così diverso o migliore di un produttore di succhi di frutta?

Altra riflessione è sul cambiamento negli anni della relazione tra uomo e natura e come i supermercati siano diventati ormai il medium di tale rapporto. Un tempo la natura forniva all’uomo tutto il necessario nutrimento, gli era indispensabile alla sopravvivenza, ora si trova tutto comodamente tra gli scaffali di un supermercato e ciò fa cadere in fondo ogni ragione davvero sensata dell’uomo di relazionarsi con essa. Giriamo per le campagne, facciamo su e giù da una montagna solo per sport, per intrattenimento, che probabilmente se ci vedessero i nostri bis-bisnonni riderebbero di noi.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feurbach, ai tempi dell’homo consumus Magnason l’ha messa in questo modo:

Nonno era al 70% acqua

Nonno era al 70% il ruscello

Che scorreva dai monti

Accanto a casa

[…]

Io sono al 70% acqua

Tutt’al pù al 17% San Pellegrino

Cui sono mescolati della Coca zero e del caffè

[…]

Si è ciò che si mangia

Sono un mondo in miniatura.

Sono un Bónus in miniatura.

 

 

L’essenziale ordine di Svava

(di Luciano Sartirana)

Parlerò di “Tutto in ordine”, un libro in dodici racconti della scrittrice e donna politica islandese Svava Jakobsdóttir (1930-2004). Sono scorci di vita quotidiana, spesso con una donna fuori luogo o che si sente tale come protagonista.
Una donna invita a casa le amiche del circolo femminile per un aperitivo, insieme ai mariti per non far sentire solo il suo, ma fra i due gruppi si crea lontananza. Un’anziana vedova viene a sapere di un’agenzia che organizza feste a domicilio, e stila la lista di chi inviterebbe – defunti compresi – ora che dopo la morte del marito non la va più a trovare nessuno. Una madre riceve dall’ospedale una convocazione urgente per il sospetto di un tumore… vorrebbe dirlo al figlio adolescente – superficiale e abulico – senza riuscirci.
C’è spesso una donna che deve dire una cosa importante, ma le parole a sua disposizione sono superate dal timore di far male, scuotere ricordi, ricevere silenzi. E, in ogni brano, la maestosa quanto incombente natura dell’Islanda suggerisce di non stare troppo fuori dalla soglia, ma pare anche dire: non date la colpa a me, siete voi che non vi parlate.
Due racconti mi hanno colpito in particolare.
In Novella per i figli una madre si fa in otto per la famiglia. Le richieste – in opere e in affetto – arrivano al farle letteralmente perdere parti di sé… resta senza fegato, cuore, cervello, ma prosegue nella sua surreale dedizione a quei congiunti opportunisti.
Il ritorno rievoca l’esperienza toccata durante la Seconda Guerra Mondiale alle giovani “nella Situazione”, un modo di dire che si usava solo fra donne. L’8 luglio 1941, 50.000 marines arrivarono in Islanda dagli Usa in vista di un attacco alla Germania nazista. E “nella Situazione” c’era chi aveva avuto una storia con uno di loro. Un certo numero di ragazze subirono dicerie e ostracismi fino all’aggressione vera e propria; alcune si nascosero, altre esibirono smaccatamente costumi tradizionali o religiosità per allontanare il sospetto; le più trovarono forza nella relazione con altre donne, in una sorta di separatismo del linguaggio e dell’ironia su quanto stava succedendo.
Un libro sottile e coinvolgente, una scrittrice da scoprire.

G. Simenon, La neve era sporca

(di Alice Borghi)

Inevitabile come la primavera, per fortuna torna la voglia di leggere i cari vecchi gialli. E allora subito salta alla mente il nome di Georges Simenon, perché come non si può non pensare al commissario Maigret? Ecco che mi arrampico sulla libreria in cerca di qualcosa da divorare (leggendo) in un pomeriggio di sole, ma niente, di Maigret non c’è traccia. Mi capita invece tra le mani questo volume con una bella copertina rigida e la quarta di copertina è tutto un programma: “il romanzo più dostoevskijano di Simenon”.

Non è un romanzo giallo stile Maigret, è più un noir, un romanzo psicologico alla maniera di Dostoevskij, appunto. Alle volte mi ricorda un po’ I demoni: il protagonista è un ragazzo giovane, ma già uomo, che vuole avere il proprio posto, vuole solo essere, e lo fa lasciandosi trascinare con indifferenza, come Stavrogin, in un crimine mai chiarito, e perciò ingigantito dalla reticenza con cui viene presentato. Alla fine, quindi, il giallo c’è, e quindi non sarò certo io a rovinarvi la sorpresa di scoprirne le vicende. L’atmosfera della prigione e degli interrogatori è proprio quella di Delitto e castigo: un perpetuo oscillare tra timore, nevrosi e risolutezza. Non manca neanche la protagonista femminile, la nuova Sonja angelica, pensiero fisso del novello Raskolnikov.

Però, e non lo dico senza una punta di risentimento, Simenon è una spanna sopra D., è più contemporaneo, meno dogmatico, fortunatamente: niente prospettiva escatologica/salvifica. Alla fine resta solo una patina di disperazione, una grigia sospensione degli istinti, un puro pensare senza oggetto, una nebbia che non può essere dissolta.

Riflessioni di un orgoglio libresco

(di Federica Tosadori)

Lo scorso venerdì mattina, con il nostro carico di scatoloni di libri, fieri rappresentanti dell’intero catalogo Gattaccio, siamo arrivati agli spazi Base di via Bergognone per partecipare alla terza edizione del BookPride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente. Il nostro piccolo stand a piano terra, in compagnia delle coinquiline sempre sorridenti di Sartoria Utopia con i loro capolavori cuciti a mano, è stato allestito in un batter d’occhio e ricoperto di segnalibri “felini” – si sa che i gattini mettono d’accordo sempre tutti – e si è presentato ai suoi primi visitatori curiosi.

La curiosità è stata certamente l’ingrediente principale di quest’ultimo weekend tra libri, editori, autori e lettori milanesi, o meglio italiani. Ma se la curiosità non sempre porta all’acquisto spensierato di oggetti-libro che sono per loro natura delle vere opere d’arte, rappresenta certamente il primo germe di una partecipazione appassionata.
Ci siamo trovati così all’interno di una marea bellissima, fatta di ondate forti di visitatori che ci hanno fatto rigirare su noi stessi, e momenti più calmi in cui abbiamo riflettuto su come migliorarci per attirare l’attenzione e farci conoscere o semplicemente per diventare più grandi, crescere seguendo l’esempio di chi, dal basso, piano piano, con pazienza e passione si è trasformato e si è messo al servizio di chi i libri li ama profondamente.

Anche perché in fondo con i libri bisogna entrarci in rapporto, conoscerli – e forse dopo un editing serrato e qualche chiacchiera con il rispettivo autore, questo incontro non può che accadere. Così e solo così gli editori possono, da dietro il banco del loro stand, raccontarli a chi si ferma anche solo per qualche secondo ad ascoltare le storie che si dispiegano dietro le copertine sempre blu di Sellerio o quelle leggermente allungate di Iperborea, le fotografie di Cierre, i colori di Marcos y Marcos e la ristampa tutta nera dell’intera opera di Hoffmann per L’Orma, quelle fumettose di Eris, quelle enormi e ricamate dei libri dedicati ai bambini di Verbavolant, che però si comprano soprattutto gli adulti…

La passione insomma era davvero palpitante per i corridoi del Bookpride, e anche la voglia di vendere, certo!
“Eh, quest’anno c’è poca gente!”
“L’anno scorso mi sembrava ci fosse più affluenza.”
“…Forse, il Papa…”
“Ma poi alla fine lo sciopero lo fanno?”
“Guarda, questo libro è un capolavoro, fossi in te lo comprerei!”
“Ah sì, è la prima copertina che ho instagrammato sul mio profilo!”
“Anche tu fai recensioni? Vieni a vedere il mio blog!”
“…Quindi, sai, sono quasi una giornalista, potresti darmelo gratis, in fondo è sempre pubblicità a tuo favore!”

Importa e non importa. Ciò che vale la pena è il tempo speso a sfogliare libri mai visti, a conoscere persone che condividono una necessità comune, quella di riempirsi una casa, virtuale o meno, di quell’oggetto fatto da pagine variabili, un paratesto dalle mille forme, parole a milioni e personaggi altrettanti, un titolo, un autore e la firma di chi ha voluto metterlo al mondo: un editore. Indipendente ancora meglio.

Bookpride è stato anche eventi. Decine di incontri con autori e personaggi del mondo dell’editoria, presentazioni che già alle prime parole fanno venire voglia di aggiungere l’ennesimo libro alla lista dei “da comprare” salvata sul proprio desktop. Si passeggia tra Base e Mudec, guardando negli occhi gli autori che non si sa mai che faccia abbiano – che poi si immaginano sempre diversi da come sono realmente.
“Ah ma sono persone? Come noi?”
“Quindi lui esiste davvero, non è solo uno pseudonimo!”
“Bho, me lo aspettavo antipatico e invece potrebbe essere un nostro compagno di bevute!”

Le persone si parlano. Anche se non si conoscono. E si parlano di libri. Si scambiano consigli e pareri. Non comprano, va bene, ma si vede proprio che vorrebbero farlo, che tutto ciò che in questo momento vorrebbero è avere più soldi e più tempo, più spazio, una stanza intera tutta per sé – direbbe qualcuno – dove stare con mille libri mai letti, tutti quelli di cui parlava Calvino nella sua di lista.

Domenica sera ci siamo salutati sorridendo e abbiamo richiuso i testi “non scelti” nel loro spazio buio e inscatolato. Chissà quale sarà la loro storia adesso. Forse verranno accolti da una libreria – perché c’erano anche i librai in incognita tra i visitatori! O forse la vendita online, così incorporea, darà delle piacevoli soddisfazioni. Intanto esistiamo, noi piccoli editori indipendenti e abbiamo grandi progetti, un po’ rivoluzionari, un po’ anarchici… Idee che danno senso anche ai libri non venduti, orgogliosi però di esserci stati.

La favola del pungitopo

(di Isabella Gavazzi)

In un tempo lontano, nel bel mezzo di un prato di erba morbida alle pendici di un’alta montagna, viveva una bella pianta. Era un grosso cespuglio sotto cui la terra era morbida e piena di muschio. Il suo tronco era intricato e nodoso, ma allo stesso tempo affascinante ed accogliente, ricoperto da tantissime foglie gialle all’interno e verde scuro all’esterno, con il bordo morbido e levigato, casa ideale per insetti e lombrichi.
Un giorno di fine estate, quando la frutta e le bacche erano abbastanza mature da poter essere raccolte in previsione dell’autunno e dell’imminente inverno, alle radici della bella pianta si presentò una famiglia di topolini.
«Buongiorno signora pianta. Sono il Signor Topo, volevo domandarle se possiamo utilizzare le sue morbide fronde per ripararci dal freddo e dalla neve. In cambio le daremo parte del cibo per nutrirla e resistere al lungo inverno. Le può andare?»
La pianta rispose con un fruscio di consenso, alzando i rami più grandi per far passare meglio la famiglia.
Il Signore e la Signora Topo erano estasiati dalla bellezza della nuova casa e i piccoli topolini cominciarono subito a giocare, rincorrendosi su e giù per i rami. Anche la pianta era contenta: finalmente sarebbe stata in compagnia di qualcuno, dopo tanti anni passati in solitudine.

L’autunno era già cominciato e la famiglia Topo aveva sistemato la nuova abitazione: le camere erano sotto terra, vicino alle radici più profonde. I topini avevano rivestito tutto con il muschio e con le foglie della pianta. Le provviste erano state accumulate in una zona in cui i rami erano più folti, in modo da evitare che altri animali le rubassero.
La pianta iniziava a credere di aver fatto un grosso errore ad ospitare la famigliola: i piccoli piangevano tutto il giorno e strappavano i suoi rametti per giocare; il signor Topo invitava tutti i giorni i suoi amici, rischiando di far scoprire quel nascondiglio alle nemiche volpi.
«Se ci scoprono anch’io sarò in pericolo. Loro possono correre, mentre la mia sorte sarà quella di essere distrutta dall’impeto di quelle bestie! … però non posso buttarli fuori da qui, sono miei ospiti.»

Arrivò l’inverno e, a causa dell’ultima cucciolata della signora Topo costituita da sei piccoli topini, le scorte di cibo della famiglia diminuivano a vista d’occhio.
«Non credo che riusciranno a resistere, di questo passo!» si diceva la pianta.
Infatti le sue previsioni si avverarono: quando mancava circa un mese alla primavera, le provviste finirono e la famiglia Topo, non sapendo cosa mangiare, scavò in profondità nel terreno, iniziando a sgranocchiare le radici della Pianta. Quest’ultima cercò di dire loro che ciò non era possibile ma il signor Topo rispose imperterrito: «Signora mia, io ho famiglia, Lei no. Lei potrà rigenerarsi in primavera, noi no.»
La Pianta avrebbe voluto controbattere che ciò non era affatto vero. Se i suoi danni fossero stati troppi e profondi, non sarebbe arrivata a vedere il caldo sole estivo: decise però, per il bene dei suoi ospiti, che si sarebbe sacrificata per loro ma, se fosse sopravvissuta, avrebbe fatto qualcosa per evitare di trovarsi in futuro in una situazione del genere.

Quell’anno la primavera arrivò con qualche giorno d’anticipo e la famiglia Topo, per festeggiare, decise di recarsi in visita da alcuni amici, trattenendosi a casa loro per l’estate.
Partiti, la Pianta cominciò, lentamente, a riprendersi.
Le sue radici erano state, per la maggior parte, mangiate; solo una, forse la più grande, si era nutrita grazie all’acqua donata dal poco muschio rimasto.

Arrivò nuovamente la fine dell’estate e, davanti alla Pianta, si presentò di nuovo la famiglia Topo con nuovi figli al seguito. Senza chiedere il permesso, il signor Topo si avvicinò ai rami più bassi con l’intenzione di entrare nella vecchia casa ma qualcosa lo punse: durante l’estate la Pianta aveva fatto crescere, all’estremità delle proprie morbide foglie, delle grosse e dure spine, che non permettevano a nessuno di oltrepassare quella barriera.
Il signor Topo ritentò, pungendosi di nuovo e più di prima. Indignato, con la moglie e i figli, si allontanò strillando: «Quella Pianta è un PUNGITOPO!»

Da quel giorno la Pianta venne soprannominata “Pungitopo” e da allora viene chiamata in questo modo da tutti coloro che le passano vicino.

Carta

Adesso che l’acqua aveva preso i colori del giorno e il cielo era tornato sereno, neanche ci s’immaginava il temporale e lo scompiglio portato fra le strade giusto qualche ora prima.
Attento a non fare rumore s’alzò dal letto e si mise seduto sul bordo; si girò e lanciò un’occhiata veloce alle proprie spalle. In punta di piedi andò verso le persiane di legno. Guardò fuori: il porticciolo era tutto un gremire di barche. Di sotto un cameriere passava con delle teiere sopra un vassoio d’argento che brillava come le pance all’insù delle trote galleggianti fra i legni e la banchina. Sulla sedia fuori nel balconcino, attaccata alla ringhiera, c’era la borsa di pelle che aveva posato il giorno prima. La prese e la mise sulla scrivania, vicino alla televisione. Era ancora umida.
Coprendosi lo sbadiglio con una mano si fissò sulle gambe della moglie che gli stava accanto: i piedi uscivano dal lenzuolo stropicciato, e pure le caviglie, le tibie, le ginocchia. Anche le cosce. Guardandole pensò a come il bastardo gliele avesse prese, in che modo le avesse afferrate, se dai glutei all’ingiù o subito stringendole attorno alla vita. Poi gli venne nausea e cercò nella stanza qualcosa a cui aggrapparsi. C’era il cartello Non disturbare fuori dalla porta; sempre adagio adagio lo tirò dentro, sulla maniglia interna.
Nel silenzio, appena interrotto dal ding dei cucchiaini contro le tazze sulla terrazza, tornò nel letto e cercò di dormire per far venire le nove.

Aprì gli occhi che erano le otto e mezzo o giù di lì. Si alzò di nuovo a scostare le tende: nella stanza entrava una chiara luce azzurra; azzurro il lago e la linea appena visibile di Sirmione, sull’altra sponda.
Se ne stava lì fermo, sull’uscio della finestra, con aria indecisa sul da farsi. Gli era venuta voglia. Quell’ultima dormita gli aveva fatto bene, l’aveva aiutato a liberarsi da certi pensieri. Guardava il corpo mezzo scoperto della moglie. Era sicuro d’aver agito con maturità, d’aver pensato a ogni cosa. In fondo anche la dottoressa gliel’aveva detto: “Portare via sua moglie per qualche giorno non potrà che farla sentire meglio”. Però aveva anche detto che nel giro di poco tempo si sarebbe ripresa, invece erano passati sei mesi. Sei mesi (diamine!).
“È stata solo sfortuna” aveva detto. “Le stia vicino” aveva raccomandato. “Una grande sfortuna” ripeté. “Basta un incontro sbagliato e…”
I minuti passavano. Ormai era completamente sveglio, e aveva una gran voglia.
Vinto dall’impazienza puntò le ginocchia sul letto e si curvò verso di lei, prima accarezzandole la testa, poi scuotendole le braccia. Quella fece un gran sospiro e si strofinò la faccia come a levarsi il sonno dagli occhi.
– Ma che ora è? – disse con un filo di voce
– Quasi le nove – le sussurrò con la bocca sulla guancia. – Dài, alzati. Mi hai detto alle nove ieri, e sono le nove adesso.
– Ma non ce la fai mai a dormire tu? – gli rispose girandosi verso di lui. -Sembri un bambino.
Abbozzò un sorriso e le diede due baci rapidi sul collo; poi col corpo quasi la sovrastò.
– Che fai? – chiese sempre con voce secca.
– Niente. Sta’ tranquilla – disse, mentre con la mano saliva su per la schiena fino a sentire i ganci del reggiseno.
– No, aspetta – disse lei.
– No, no – ripeté lui per gioco, sforzandosi d’essere divertente. Allora dal collo cercò le sue labbra. Quindi iniziò a sfregarsi fra le gambe nude.
– Fermati, fermati!
– Fermati un corno!
Poi gli afferrò la testa e lo allontanò.
– Ma che cazzo! – fece lui a sentirsi prendere da una cosa, un calore che gli saliva su per il petto;
e se lo ricoprì in quattro e quattr’otto insieme alle gambe e pure al resto. Lei gli stava dietro. S’era rannicchiata con la testa sul cuscino; pareva un amalgama con le lenzuola accartocciate, messa così com’era: un po’ coperta e un po’ no nel letto in disordine.
Andò dritto in bagno a lavarsi la faccia. Passava le dita sulla pelle del volto come se volesse tirarla via. Lo fece per almeno cinque o sei volte, fino a quando arrivò a bagnarsi anche i capelli. Poi rimase fermo qualche secondo davanti allo specchio a guardarsi mentre respirava profondamente con le braccia puntate sul marmo del lavabo. Uscì e prese la borsa, rimanendo all’in piedi, con la schiena poco piegata verso il basso della scrivania: le pratiche s’erano quasi tutte deformate a causa dell’acqua che aveva penetrato la pelle. Le tirò fuori con delicatezza. “Merda” fece fra sé, e scosse la testa.
– Hai visto che ho fatto? Sono stato un idiota- disse alla moglie. – Un idiota ­– ripeté. – Questo è perché si hanno tante cose per la testa e…­– e nel dirlo alzò braccia e sopracciglia con espressione divertita e rassegnata insieme. Lei non rispondeva; lo guardò un attimo, poi si coprì e chiuse di nuovo gli occhi. Sotto al lenzuolo formava come una valle.
Con la mano chiusa batteva cercando di far tornare alla normalità quel mucchio di fogli sgualciti: dai pugni passava ai palmi tentando di stendere le gobbe, le pieghe ché ormai rimanevano, e così insisteva, e quelle restavano, allora ci riprovava, inutilmente, ancora…

di Andrea Lionetti

 

Imparando dalla sua voce

(di Francesca Ferrara)

Non conoscevo gli eventi dell’Isolotto di Firenze. Ero altrettanto estranea all’esperienza delle comunità cristiane di base (CdB) e al processo contro alcuni dei suoi membri, tenutosi nel 1971. Anche allo sguardo di una profana, tuttavia, “Le donne e il prete” di Casimira Furlani (detta Mira) si presenta chiaramente come un documento di testimonianza storica. È scritto ad una sola voce e questo è tutt’altro che una carenza: perché la voce di Mira, unica donna al centro degli episodi, è quella rimasta a lungo taciuta. Troppo a lungo.

Qui tuttavia non intendo soffermarmi sul valore storico di questo contributo. Altri lo hanno già fatto (è di prossima pubblicazione sulla rivista “Testimonianze” un articolo di Luisa Muraro) e certamente con maggiore competenza di quanta potrei offrirne io. Come ho anticipato, ero ignara degli episodi riportati ne “Le donne e il prete” e perciò il mio approccio alla vicenda di Mira è stato soprattutto sul piano umano.

Questo libro incapsula l’esperienza di vita di una donna che ha sempre lottato per reclamare la sua identità, la sua presenza consapevole. L’impegno sociale comincia partecipando alle riunioni della comunità, iscrivendosi alla CGIL, redigendo, insieme ad altri, nuovi manuali di catechismo, per poi approdare alla gestione di una casa-famiglia. È proprio puntando la luce su queste ultime, realtà rimaste nell’ombra per decenni, che il tono del racconto cambia. La scrittura non ha più una forma prossima a quella giornalistica, di fatti riportati: leggendo delle case-famiglia ho potuto finalmente toccare l’autrice, sentirmi accompagnata all’interno dei suoi ricordi e avvicinarmi a lei da persona a persona. Per lei quell’attività significava moltissimo e proprio per questo le barriere calate ad arginare la sua intraprendenza la feriranno più nel profondo.

Come abbiamo detto, infatti, un’ascesa rapida, una conquista dopo l’altra. Non tutte le persone intorno a lei, però, sono disposte a riconoscere e rispettare la sua crescente autorevolezza. Tra queste, Don Enzo Mazzi, personaggio amatissimo e al quale era sopravvissuto un ritratto a tinte positive, fino ad ora. Fino a quando Mira non ha avvertito il bisogno di imprimere su carta l’ampia nebulosa del non-detto.

Il rapporto fra i due, iniziato come una fruttuosa collaborazione, si deteriora progressivamente. Riversando corpo e mente nella casa-famiglia, Mira vive sulla propria pelle l’impossibile conciliazione tra gli impegni domestici e quelli lavorativi. Così suggerisce al parroco e al vice-parroco di accennarvi nella successiva predicazione domenicale, dedicata alle difficoltà della classe operaia. “Volevo parlare insieme a loro della condizione della donna che deve lavorare dentro e fuori casa. Bussai e chiesi gentilmente di partecipare alla loro ricerca con un mio contributo. Don Enzo si alzò d’impeto e in modo alterato, perfino nella voce, mi appioppò due sberle sul viso pronunciando le parole seguenti: ‘Non disturbarci, tu pensa a fare la mamma che alla predicazione ci pensiamo noi’” (pag. 21).

Questa è soltanto una delle occasioni in cui Mira vede la propria intelligenza, le proprie capacità, sbattere contro il muro dell’indifferenza maschile. Le stesse qualità che in principio l’avevano resa una preziosa aiutante, adesso osano troppo, vogliono spiccare un volo che esula dal suo ruolo. “Confesso che sì, ho sofferto a lungo e molto per quei fatti, ma grazie alla consapevolezza di me nel frattempo acquisita col femminismo della differenza, ho potuto rendermi conto che tale sofferenza e fatica è stata la stessa patita da tante altre donne che in passato hanno dovuto lottare per la propria libertà” (pag. 27).

Elemento religioso e femminismo della differenza, quindi. Nel percorso di Mira essi si intrecciano, si alimentano l’un l’altro, entrambi apporti imprescindibili nella ricerca della sua identità. Così il Cristianesimo di base, di “coloro che sono dalla parte del Vangelo dei poveri e [non di] coloro che servono due padroni, Dio e il denaro” (p. 28), va incontro ad un’ulteriore revisione critica, che rispetti la dignità e l’identità delle donne. Così nascono i gruppi-donne all’interno delle CdB.

Mira Furlani ha avuto una vita tanto intensa e ricca che non può lasciare impassibili. Leggendo, ad un tratto ho realizzato la disparità fra di noi. Aveva pochi più anni di me quando è andata in Sicilia a portare soccorso per il terremoto nella Valle del Belice. Alle sue spalle, già anni di impegno negli ambienti che ho elencato sopra. Viene spontaneo fare paragoni con se stessi e domandarsi quanto abbiamo creato e concretizzato fino ad oggi. Quanto abbiamo contribuito a mettere in discussione la realtà che abbiamo ereditato? Quanto siamo intervenuti, intervenute, per migliorarla?

 

Il realismo magico di Murakami

Kafka sulla spiaggia – Murakami

(di Nadia Kasa)

Una delle opere più celebri dello scrittore giapponese Haruki Murakami. Il romanzo viene definito del genere “realismo magico”. La storia infatti, si sviluppa tra il reale e il fantastico ed è caratterizzata da: cultura popolare, suspense, umorismo. Murakami è da tempo considerato uno dei favoriti al premio Nobel per la Letteratura.

Kafka sulla spiaggia narra le vicende di due personaggi che vivono in Giappone: un quindicenne, Tamura, che scappa di casa, e un anziano, Nakata, che parla con i gatti. Tamura è un ragazzo solitario, non ha molti amici e vive da solo con il padre – dato che sua madre se n’è andata quando lui aveva solo quattro anni, portando con sé la sorellina adottiva. Egli decide di scappare di casa per sfuggire a una terribile profezia che gli ha lanciato suo padre: ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella. Tamura possiede una sorta di alter ego che gli dà la forza di compiere le sue decisioni: il ragazzo chiamato corvo. Kafka infatti – cioè il modo in cui si fa chiamare da chi non conosce il suo vero nome – in céco significa corvo.

Nakata è un anziano che vive solo, come Tamura, anche lui a Nakano. Ma il quartiere è grande, i due non si conoscono. Da bambino fu vittima di un misterioso incidente per il quale perse la memoria. Da allora venne considerato stupido e vive con un sussidio del governatore. Per arrotondare cerca i gatti che si sono perduti nel quartiere e li riporta ai loro proprietari.

Le vicende dei due appaiono legate, ma non si incontrano mai. Tamura scappa di casa e incontra nel suo percorso diversi personaggi. Il primo di questi è Sekura, che conosce nel pullman che lo sta portando nello Shikoku. Dopo un primo pernottamento in hotel Tamura si mette nei guai, una notte si trova davanti a un tempio macchiato di sangue senza capire come esserci arrivato. Spaventato, cerca l’aiuto della sola persona che conosce in quel posto: Sekura. Il secondo personaggio è Oshima, che rappresenta una guida per il ragazzo. Il signor Oshima lavora nella biblioteca Komura, dove Tamura legge tutti i giorni libri di diverso genere. Oshima sembra sapere tutto di ogni cosa. Il terzo personaggio è la Signora Saeki, la direttrice della biblioteca da cui Tamura è attratto fatalmente. Saeki è una donna sulla cinquantina, bella e intelligente, ma ha un passato doloroso, e Tamura osservandola, ha l’impressione di conoscerla da sempre. Quella donna ha qualcosa di particolare. Intanto, anche Nakata si trova nello Shikoku alla ricerca di una pietra (che pare essere magica) e ha fatto la conoscenza di un camionista, Hoshino, che lo aiuta nella sua impresa.

Nelle sue cinquecento pagine, la storia tiene incollato il lettore sul libro, come una sorta di calamita. La curiosità di leggere il capitolo seguente è sempre forte. Lo scrittore possiede la capacità di creare la suspense nel momento più adatto della narrazione. I personaggi vengono descritti in maniera minuziosa nelle loro caratteristiche più intime, come un pittore fiammingo a cui nulla sfugge. Alcuni temi ricorrenti dei libri di Murakami si presentano anche in questa storia: l’adolescenza, come momento di transizione e periodo crudele; l’amore per la musica classica; l’interazione con una dimensione fantastica alternativa distinta dalla realtà, ma coesistente; la solitudine dei personaggi.

La vicenda, avendo del fantastico, fa domandare al lettore di continuo quali siano i punti fermi della realtà, e mano a mano che si procede con la lettura, questi si assottigliano sempre di più. Il messaggio del libro è chiaro, come in molte leggende della cultura giapponese: il personaggio deve andare incontro al suo destino, affrontarlo a prescindere da ciò che di terribile potrà accadere. Murakami lascia scegliere il finale della storia al lettore – che, perplesso – cerca di dare una sua interpretazione ai fatti. Solo il personaggio della storia, nel suo intimo, conosce la verità su ciò che è accaduto. Colui che legge può solo cercare di apprendere la lezione che Murakami vuole dare, cioè, quella di affrontare le situazioni così come vengono, come vuole il destino, senza fare alcuna resistenza.

La vegetariana

Ovvero l’efficacia onirica

(di Federica Tosadori)

Una curiosità profonda, come non mi accadeva da tempo, mi ha fatto avvicinare di soppiatto a questo libro. Ci siamo osservati da lontano, come due gatti che studiano i rispettivi occhi luminosi, lui dal suo scaffale da libreria di stazione, in alto, io poco più in basso, timidamente. Era una mattina di dicembre nebbiosa e io aspettavo un treno per Mantova girovagando tra i volumi poco lontano dai binari. Lo stavo cercando ma lui non c’era in nessun reparto, e non volevo chiedere aiuto perché faccio fatica a trovare una gioia migliore di quella di scovare tra mille, il libro che si sta ardentemente aspettando di trovare. Perse le speranze mi sono recata allo scaffale delle riviste, decisa e rassegnata… a quel punto è stato lui ad ammiccarmi dalla sua posizione di “libri più letti”. D’altronde La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang è vincitore del premio Man Booker International Prize 2016, il premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito, dunque potevo proprio aspettarmelo che l’avrei trovato lì, subito all’ingresso.

Ma ormai non ci pensavo più. Mi ero già innamorata della sua copertina panna Adelphi, del suo fiore bianco ferito di rosso in copertina, della delicatezza sottile del suo essere. E la forza del suo titolo La vegetariana. Niente a che vedere con le mode, le credenze, le scelte prese, criticate, seguite oggi. Quel titolo prescindeva, era qualcosa di più. Si è soliti affermare, che è necessario amare se stessi prima di poter amare l’altro, ma secondo me prima bisognerebbe amare un libro e poi apprezzare tutta la realtà circostante. Questo è uno di quei testi che silenziosamente urla tutta la bellezza dell’esistenza. Tutta la bellezza del dolore consapevole.

Sta di fatto che me lo sono portata a Mantova e l’ho tenuto fermo lì immobile, non-letto, presa da altri impegni di letture studiose, per più di un mese. Ma ci pensavo spesso e ne pregustavo il sapore che sentivo essere agrodolce. Quante storie personali girano al di fuori dei libri senza che loro lo sappiano. Pazienti aspettano che arrivi il loro turno mentre i lettori vivono. Quando infatti, dopo un Natale fugace, ho sentito che ne avevo fortemente bisogno l’ho ripreso tra le mie mani, come quella prima volta in libreria, e l’ho aperto. Una settimana, nei viaggi in treno e in metro, in tram e nella notte, e l’ho richiuso estasiata. Ogni cosa ha più senso quando si legge il libro esatto. E quando dico esatto intendo inevitabile.

Estremamente crudo e violento, dietro il velo di pacatezza oltre il quale sembra riposare, La vegetariana è un libro capace di far riaffiorare con delicatezza una pesantezza esistenziale. I personaggi escono dalle pagine lentamente, come dei fantasmi vaporosi che prendono corpo senza fare troppi capricci, danzando coraggiosamente davanti ai nostri occhi lettori. Apparentemente la trama è molto semplice: una donna, comune, decide improvvisamente, dopo aver fatto un sogno, come ripete lei, di diventare vegetariana, avendo fino al giorno prima cucinato qualsiasi tipo di carne per il marito, un uomo altrettanto comune, così come sono comuni la sorella di lei e la sua stessa famiglia. Insieme intrecciati i personaggi ruotano intorno a Yeong-hye, la vegetariana appunto, e alla sua rinuncia, lasciando che dentro di loro si dilatino i confini rigidi all’interno dei quali avevano abitato fino a quel momento.

Sogno un omicidio.

Uccido qualcuno o vengo ammazzata… le distinzioni sono confuse, i confini si erodono. La familiarità sfuma nell’estraneità, ogni certezza diventa impossibile. Solo la violenza è abbastanza vivida da rimanere. Un rumore, l’elasticità dell’istante in cui il metallo colpiva la testa della vittima… l’ombra che si accasciava e cadeva, un baluginio freddo nell’oscurità.

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinsesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita.

Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando.

Quella sensazione raccapricciante, sordida, orrenda, brutale. Non resta nient’altro. Omicida o vittima, un’esperienza troppo nitida per non essere reale. Determinata, disillusa. Tiepida, come sangue appena raffreddato.

Comincia a sembrarmi tutto insolito, quasi mi fossi accostata al rovescio di qualcosa. Chiusa dentro una porta senza maniglia. Forse solo ora mi ritrovo faccia a faccia con qualcosa che è sempre stato qui. È buio. Tutto si spegne nell’oscurità più nera.

La voce della protagonista è relegata a dei singoli brevi frammenti, che svaniscono dopo la fine della prima parte della storia, che è divisa in tre punti di vista. Sappiamo e vediamo di lei solo quello che sanno e vedono gli altri personaggi, di cui invece indaghiamo l’intimità, in un climax profondo e inaspettato. Ogni pagina è una sorpresa in questo testo così semplice e fluido alla lettura, come se toccasse solo obliquamente sofferenze individuali insanabili. La sensazione è quella di una passeggiata tra la folla in cui ci si ritrova continuamente a rimbalzare da uno sguardo all’altro, chiedendosi: ma cosa c’è che non va in questi occhi? E in questi altri?

Senza avere risposte si prosegue a camminare, e a leggere. Seul è diventata Milano, Milano diventa una città qualunque. Il coreano diventa italiano, l’italiano diventa una lingua qualsiasi, immagini di fiori violentemente colorati spuntano dalle parole del libro. Dal luogo più lontano dell’universo al minimo pensiero umano, tutto viene racchiuso nella pace aspra di queste pagine. Ogni battaglia personale, anche quella più insensata, ha la stessa dignità naturale di una foglia che si aggrappa al suo ramo durante una tempesta. Quindi anche una rinuncia, un allontanamento, un rifiuto deciso di ogni tipo di violenza rappresentano una guerra senza armi che è inevitabile in questo caso e in chissà quanti altri. La decisione della protagonista è un grido di vita, anche se si presenta come un’autodistruzione, dato che subito dopo la carne la protagonista si troverà a eliminare altro cibo, sempre di più, compiendo un percorso che la avvicina al suo nucleo vegetale. La resistenza che ci imponiamo ogni giorno, perché in fondo il libro parla di noi, è qualcosa che può essere trasformato in positivo. Come una fotosintesi clorofilliana, che risucchia tutto generando nuova energia.

E pensare che è stata tutta colpa di un incubo.

I corti. Jazz.

(un racconto di Monica Frigerio)

– Davvero suoni la batteria?
– Sì.
Mi sorrise come le stessi chiedendo la cosa più assurda del mondo.
– Che bello. Mi piacerebbe sentirti ogni tanto.
– Stasera volevo andare in quel locale sulla Gribojedova, fanno jam sessions ogni martedì sera, vieni?

Lo stereo sputava nell’aria le conversazioni di If I had you, veleno per ricordi addormentati.
Dima si vestì in fretta e decise di uscire. Le acque del fiume erano nere nei tratti dove il sole ormai al tramonto non le illuminava. Le isole incombevano come morti che si risvegliano da un lungo sonno mentre i lavoratori facevano ritorno nelle loro case traballanti.
Percorse il ponte ondeggiando sui suoi piedi, vedeva le colonne di fabbriche davanti a sé come barriere scagliate nel paesaggio.
Se gli fosse stato concesso di rinchiudere in una scatola quella malinconia lo avrebbe fatto, ma sapeva che era suo dovere lasciarla andare. Avrebbe per sempre ricordato solo le lenzuola bianche, spiegazzate e poi due occhi azzurro fradicio che gli raccontavano cos’era successo.

Si gettò in una tavola calda prendendo posto vicino alla finestra. Studiò l’ambiente, quasi circospetto, e mentre ordinava alla cameriera sentiva le risate degli altri clienti intorno che mostravano, digrignando, i loro denti perfetti.
Calò la testa penitente sul tavolo a maioliche e si concentrò nello sforzo non voluto di ripercorrere la loro geometria.

Se solo ogni tanto ci fosse un vago alone di stabilità in quello che stiamo facendo, forse… forse sarei felice. Ma può anche darsi che durerebbe poco, poi mi tornerebbe la nausea, ricomincerebbe tutto da capo, mi troverei seduto di nuovo qui o da qualche altra parte a rimuginare su cosa mi abbia trascinato fino a questo punto.

Ricordò il loro piccolo viaggio in treno per arrivare a Helsingør, quell’estate che sembrava dicembre quando era andato a trovarla in Danimarca. Le foreste dietro i finestrini e la testa sempre appoggiata lì, sulla sua spalla.
Faceva freddo, il cielo non aveva ancora smesso di lamentarsi e scagliare a terra i suoi pianti eppure, concentrandosi, si vedevano le coste sfumate della Svezia dall’altra parte.
Durante il viaggio di ritorno non si scambiarono una parola, ma non gli lasciò mai la mano. Era stato forse il giorno seguente, quando, dopo averlo fatto andare fino a lì, lei gli aveva detto che le dispiaceva immensamente, ma ormai…  non aveva potuto sopportare le distanze e non aveva avuto cuore di dirglielo al telefono.
“C’è del marcio in Danimarca…”, gli passò per la mente con noncurante ironia.

Le ragazze a fianco avevano ordinato dei pancake e li stavano ricoprendo di marmellata ai frutti rossi, il rumore del coltello che si intingeva nel vasetto gli riempì le orecchie.

Basterebbe farsi amici dell’imprevedibilità… tenere gli occhi chiusi, anzi no uno meglio lasciarlo aperto. Girarle intorno, all’imprevedibilità, ma circospetti. Per non trovarsi maceria degli eventi. Hai maggiori possibilità di sopravvivere se sopporti la perdita senza diventare cinico.

Pensò a tutte quelle volte in cui il suo cuore si era ridotto a un organo isterico e irrequieto. Ai tentativi malriusciti di lei, di catturarlo su un foglio da disegno, quell’estate che era venuta a San Pietroburgo per frequentare un corso all’accademia.
Quella sera, per lo più, avrebbe voluto scivolare per le vie anestetizzate della sua città, fra le spirali di luci, invisibile.
Oppure essere una macchia di colore informe. Rosso come, non la passione, ma la tenerezza, perché è quasi sempre colpa sua.

La cameriera tornò con il piatto che aveva ordinato.
– Anche un whiskey per favore.