L’orologio sul polso balla

(un racconto di Monica Frigerio)

Io e mia figlia andremo in Florida per le vacanze di Natale. Niente di nuovo. Lo facciamo sempre. Il vecchio Lenny Bambace dà una festa e noi ci andiamo ogni anno. Mia madre e mio padre lo conoscono da quando emigrarono qui in un passato che sembra ormai lontano come una stella nana nel cielo. Lo faccio per compiacerli. Da una ventina d’anni a questa parte ho imparato a farlo e in questo ultimo la cosa mi viene tanto bene che ogni volta che me ne rendo conto provo un brivido lungo la schiena e mi pizzicano gli occhi. Ma lascio che tutto finisca lì. Mi costringo. Pratico autodisciplina. Per forza.

Abbiamo deciso di prendere il treno. Io ed Emma amiamo il treno. Amiamo la pizza con tripla mozzarella, ascoltare Miles David, ordinare i libri in casa in maniera maniacale e viaggiare in treno. Ho quarantadue anni, lei tredici, spero di non averle dato fin troppo di me.

«Mamma dammi anche la tua borsa, la porto io sulle scale.»
«No tesoro, non ce n’è bisogno, hai già il tuo zaino.»
«Dammi la borsa.»

È inutile provare a dirle ancora di no, me la strapperebbe con la forza, piccolo coyote selvaggio, la lascio fare, la lascio arrampicare su per le scale in mezzo a centinaia di teste che nemmeno all’inferno. Mi abbandono alla mia stanchezza, alla mia leggerezza. Mi costringo. Per forza.

Quando Emma era più piccola c’è stato un periodo in cui Billy fu trasferito per lavoro in un posto sperduto dell’Ohio. A noi piaceva fare i bagagli quasi ogni fine settimana e andare a trovarlo. Emma è un’attrice nata, si metteva nel mezzo della carrozza e declamava tutto quello che aveva imparato per le recite scolastiche finché non era sazia di complimenti e dolciumi da parte degli altri passeggeri. Mai niente e nessuno poteva farla desistere da questo compito. Ci sono rimasti bei ricordi.

Il medico, poi, dice che mi farà bene spostarmi per un po’ a sud, passare del tempo in famiglia, senza pensieri.
Senza pensieri. Ho sempre il suo numero per le emergenze nel portafoglio.

«Vuoi mangiare qualcosa?» chiedo.
«Sìsìsì!» mi risponde entusiasta, iniziando a frugare nella borsa frigo. Si ferma un attimo, a pensare, smorza subito l’entusiasmo e dice «Magari dopo».
Quante volte questa scena, ogni volta mi fa infuriare, mi detesto, so che non è colpa mia, ma contro qualcuno dovrò pure prendermela.
Non conosco più zone grigie, solo rabbia alternata a stati d’animo in cui mi sento un santone orientale pronto a riversare pace e amore su qualsiasi essere vivente. Non riesco neanche più a schiacciare una zanzara senza provare subdoli sentimenti contraddittori.
«Mangiamo qualcosa quando arriviamo dai nonni, mamma», chiude gli occhi e mi appoggia la testa sulla spalla. Ultimamente il cibo mi dà nausea e ora, guarda un po’, anche a lei. Le stampo un bacio sulla testa, «Va bene Emma».
Intorno gente che parla al telefono, sfoglia il giornale, tossisce, ride.

Mi guardo allo specchio, ho un viso pallido, il mio vestito rosso da occasioni speciali non si intona con i cerchi neri intorno agli occhi, gli orecchini di perla stonano sui miei capelli rarefatti, l’orologio sul polso balla.
Il mio piccolo coyote femmina è dietro la porta a spiarmi, vorrebbe già chiedermi se va tutto bene. Le vado incontro e lascio che le sue braccine energiche mi circondino la vita sottile, mi stringano le ossa, e restiamo così per un po’. Sono pronta, ora, a dire a tutti Buon Natale.

(Nell’immagine Girl in bed di Lucian Freud)

Chi perturba chi

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Il perturbante, di Giuseppe Imbrogno, e posso parlare di un romanzo intelligente, originale, coraggioso e ben scritto.
Il protagonista, di mestiere, è analista del mercato e della società: è uno dei più bravi, lavora per un società leader del settore capeggiata da un guru del settore… gente che sa cosa davvero ciascuno di noi compra, muove e pensa ogni giorno.
Una figura dell’oggi che guarda all’interno di esso, tracciando linee dalla carta di credito alla spazzatura; un personaggio che esiste al di sopra dell’attualità e che di letterario pare avere poco. Soprattutto perché delinea un’antropologia obliqua quanto inquietante: l’umanità non lotta, ama, odia, lavora, progetta, mette su casa; l’umanità compra, e solo sul comprare viene definita come umanità.

Il protagonista non ha limiti morali, politici, etici. Ne ha uno solo, l’imperativo categorico del suo mondo di guardoni high tech, ripetuto di continuo dal guru: osservare solamente, raccogliere dati, non entrare in contatto con l’oggetto. Distacco, perché se intervieni o ti fai prendere troppo da ciò che leggi nel mondo lo influenzi, quello cambia e tu devi cominciare da capo.
Oggettività. Metodo. Disciplina intellettuale e interiore.
Il protagonista si sente onnipotente e, forte della sua esperienza e dell’imperativo categorico, ritiene di poter conoscere ancora più a fondo l’oggetto umano che ha di fronte. Un salto di qualità professionale e fin filosofico, noumenico, kantiano: cosa c’è al centro dei dati, dell’oggetto, della società che studia?

Si sceglie come oggetto un tizio che l’ha incuriosito e che conosce appena. Ne nasce uno stalking thriller di sottile suspense, un blues metropolitano dalla dizione lenta ma con in sottofondo un ritmo di basso febbrile quanto frenetico. Vi tiene lì dal primo minuto all’ultimo, questo Thelonious Monk della parola che è Giuseppe Imbrogno.
L’analista scende sulla terra, si fa uomo, si incarna nell’oggetto, passeggia come l’oggetto, mangia le stesse cose dell’oggetto (per esempio, ingurgita a forza barbabietole che odia), va in palestra con la moglie dell’oggetto senza che questo implichi chissà che romanticismo… la moglie dell’oggetto diventa a sua volta oggetto.

Leggetelo, Il perturbante. È uno dei rari testi di narrativa contemporanea che si pone il compito di leggere l’attualità – quella vera, quella tre passi avanti di ciò che discorriamo come quotidiano, politica, esistenza – e lo fa senza cadere in luoghi comuni.
Il centro dell’oggetto umano cui l’analista arriva non è tranquillizzante… cosa siamo veramente, oltre a ciò che acquistiamo?

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

I limiti della libertà

(di Andrea Lionetti)

Quando pensiamo alla parola “libertà”, le prime cose che vengono in mente sono l’autonomia di pensiero e di azione; l’idea di prendere decisioni, convinti di essere i migliori giudici di noi stessi. Sono libero, dunque dico e faccio ciò che voglio. Lo stesso accade quando si pensa alla parola “creatività”. La creatività deve vivere un rapporto antitetico rispetto ai vincoli, alle limitazioni e restrizioni di ogni sorta. La creatività è libertà: un’equazione diffusa che non può permettersi ostacoli. Ma è davvero così?

Un uomo greco di condizione libera si sarebbe limitato a vedere la libertà nel semplice fatto di non essere un servo; ancor prima dei diritti politici era la coscienza di non essere proprietà altrui a definire la libertà. E questo bastava, almeno in una società arcaica. Ma senza andare troppo indietro nel tempo mi è capitato qualche giorno fa di avere una conversazione con uno studente di Architettura a Milano, il quale mi raccontava di non sopportare alcuni atteggiamenti diffusi presso la gente della propria città di origine, Ragusa. In particolare mi ha colpito ciò che ha affermato a proposito dell’impatto psicologico avuto dalla raccolta differenziata su sua zia, che infastidita dalle troppe regole impostele avrebbe detto: “Mi hanno tolto la libertà di buttare l’immondizia”. “No, zia, ti hanno tolto la libertà di inquinare”.
L’impressione immediata che ne deriva è che siffatte idee di libertà non siano altro che forme di arbitrarietà, il “fare il comodo proprio” da cui Platone mette in guardia nelle celebri pagine della Repubblica dedicate alla critica del sistema democratico (ateniese), ben diverso da quel “vivere a modo proprio” (nel rispetto delle leggi e della libertà altrui) che Pericle esalta nell’Epitaffio tucidideo.
Dirò di più: la libertà è una forma di limite all’arbitrario. Lo si può osservare in diversi ambiti: scientifico, politico e artistico.

Si può dire ciò che si vuole parlando di fisica? Ovviamente no. Dobbiamo dedurre un carattere dogmatico della scienza come diretta conseguenza? Sempre no.
La scienza non ammette la dittatura di un solo paradigma; al contrario, lascia sempre spazio al dissenso. Qualora sia supportato da argomentazioni razionali basate sul metodo sperimentale, dunque convincenti. Non esistono ortodossie, ma verità sempre passibili di rettifica. Allo stesso tempo la scienza non può sostituirsi né alla filosofia né alla religione. Il darwinismo spiega l’evoluzione della vita ma non il perché di essa; possiamo parlare della teoria del Big Bang ma non sapere la ragione per cui nacque l’universo. E il bello è che la scienza non solo non pretende di farlo ma non ha mai lanciato nemmeno il guanto di sfida.

La scienza non è democratica è il titolo del libro di un noto medico che sta vivendo una seconda vita, quella della celebrità social, Roberto Burioni, salito alla ribalta come strenuo difensore delle tesi anti-NO VAX, o più semplicemente della conoscenza scientifica. Siamo liberi in una società libera, quindi nulla di male se decidiamo di non vaccinare i nostri figli in nome della libertà. Non occorre argomentare la scelta, né vedere l’attendibilità delle ragioni proposte, ammesso che esistano. Qualunque imposizione, anche quella razionale basata sulla disciplina medica, è un nemico che mina la nostra libertà.
Il titolo del libro di Burioni afferma una verità scomoda che necessita comunque di una precisazione: la democrazia contribuisce più di ogni altro regime politico alla diffusione del sapere e permette a chi lo voglia di accedervi, ma non è detto che tutti ci riescano, quindi se per democrazia intendiamo “la tirannia della maggioranza” (i social network ne sono un esempio), allora la scienza non è democratica, così come l’intero sapere umano. La maggioranza è sempre stata un’arma a doppio taglio: previene da forme di assolutismo ma può anche condurci verso di esse. Hitler arrivò al potere grazie a elezioni democratiche, non attraverso l’uso della forza; e i colpi di stato della storia ateniese avvennero tutti entro i limiti della legalità. Come? Manipolando il dèmos. È la forza della demagogia.

Il sociologo Arnold Hauser ha scritto: “Ogni opera d’arte scaturisce dalla tensione fra i propositi dell’artista e le resistenze che egli incontra – da parte dei motivi vietati, dei pregiudizi sociali; […] Interamente libero l’artista non è nemmeno nelle più liberali democrazie: anche qui lo vincolano innumerevoli riguardi estranei all’arte. In linea di principio non c’è differenza fra il diktat di un despota e le convenzioni della società più liberale”.

In tal senso, la differenza fondamentale tra un sistema totalitarista e uno liberale riguarda solo la circolazione della cultura. Niente di più. Conosciamo capolavori dell’arte e della letteratura ispirati ad atrocità e che sono fioriti grazie a insopportabili sistemi di repressione. L’Unione sovietica ha prodotto Pasternak. Dalla Berlino nazista è fuggito Brecht, la cui opera è pervasa dal ricordo di quegli anni bui. E persino l’arte di regime ha arricchito il patrimonio umano. La Riefenstahl e le sue pellicole ne sono un esempio.
La creatività nasce dal confronto tra i vincoli e noi stessi: senza limiti un uomo non è tale, e i vincoli rendono la libertà degna del nome che porta. Intorno vi è solo l’arbitrario, alibi per chi alla libertà non dedica nemmeno un istante di riflessione.

Eppure la nozione di arbitrarietà è marcata da una componente soggettiva non indifferente. Per chi ci crede, la magia può risultare migliore della scienza. Questo esempio richiama ancor di più la necessità di porre vincoli al fine di attuare il passaggio alla libertà. Credo che noi europei, in virtù delle nostre radici greche, dovremmo sentire maggiormente il peso della salvaguardia della libertà. In fin dei conti deriviamo da un popolo giovane, che ai libri sacri ha preferito la poesia, ai sacerdoti i filosofi, al dogma delle monarchie assolute il confronto sulla migliore costituzione e il disprezzo verso l’autocrate.

Le tre del mattino

(di Francesca Ferrara)

Fare un regalo azzeccato dà sempre una grande soddisfazione. Ne dà una persino più grande, però, riappropriarci di quello stesso regalo perché, in realtà, era piaciuto anche a noi.

Le tre del mattino di Gianrico Carofiglio (Einaudi, 2017) l’avevo impacchettato in una elegante carta di Natale, scrivendo “per mamma” sul bigliettino. Poi ai primi di gennaio ho indossato la mia migliore faccia tosta e: “Senti, visto che non l’hai ancora iniziato, va bene se lo leggo per prima? E poi ti ho regalato anche quello nuovo di Isabel Allende, puoi cominciare da quello, no?”.

Di Carofiglio non avevo mai letto nulla. Mia madre ha una predilezione per i suoi titoli, me lo aveva raccomandato più volte, ma io sono testarda: cedo alle sperimentazioni solo quando sono io a deciderlo.

Ironia kharmica, a posteriori ho scoperto che quest’ultimo romanzo esula totalmente dal genere in cui Gianrico di solito si muove, ossia i gialli giudiziari. Le tre del mattino è imperniato su una struttura molto più semplice: di fatto, è un’unica lunga conversazione, di due giorni e due notti, tra un padre e un figlio.

Un dialogo intergenerazionale fra un adolescente e un genitore, entrambi maschi, con un rapporto disfunzionale. Già da questa premessa, mentre esaminavo la copertina, mi aveva conquistata: avrei dovuto leggerlo. A breve. (Perdoname, madre.)

In parte per la scrittura di Carofiglio, in parte e soprattutto per l’impostazione lineare del libro, la lettura scivola pagina dopo pagina. È una chiacchierata, in principio difficoltosa ma poi sempre più sciolta. Perché la situazione è surreale, i due sono costretti per disposizioni mediche a restare svegli per due intere giornate, in una città straniera dove non conoscono nessuno. Qualsiasi attrito possa stridere fra loro, le circostanze lo ammorbidiscono, lo ridimensionano in un lieve imbarazzo e infine lo disciolgono.

Parlano di tutto ciò di cui un ragazzo di diciotto anni e un uomo di cinquanta potrebbero parlare, con la libertà data proprio dal fatto di non avere avuto un rapporto padre-figlio per un decennio. Io, che all’anagrafe sono ormai prossima ai trenta e che sono precocemente vecchia nello spirito, ho potuto ritrovarmi nei timori e nelle incertezze del primo tanto quanto nella disillusione e nell’amarezza del secondo.

– Com’eri alla mia età?
[…]
– Mi piacevano la musica e la matematica. Sognavo di diventare un pianista jazz e un grande matematico. Su due aspirazioni, diciamo che me ne è riuscita mezza.
– Cosa vuoi dire?
– Non sono diventato un pianista jazz e sono diventato al massimo un buon matematico. Fantasticavo di passare alla storia per aver dimostrato il teorema di Fermat, non ci sono riuscito e certo nessuno si ricorderà delle mie modeste intuizioni.

Così succede che sfogli un capitolo dopo l’altro, perché non riesci a stancarti di essere spettatore partecipante di questa conversazione formativa; e al contempo ti crucci perché la fine del libro si avvicina e non sei pronto per la separazione.

– Qualche volta ho riflettuto su come deve essere suicidarsi.
– Anche a me è capitato. […] Ai tempi del liceo. Poi una sera, verso la fine dell’università, mi è successo di parlarne con alcuni amici. […] Bevemmo parecchio, passammo alle confidenze e a un certo punto io confessai di aver pensato al suicidio. Credevo che i miei amici sarebbero rimasti sconvolti. E in un certo senso accadde, ma non per il motivo che immaginavo io. Era capitato a tutti e ognuno di noi, invece, era convinto fosse un’esperienza rarissima ed esclusiva.

Verità ben circoscritte, che non sempre vengono approfondite o sviscerate. Perché i due non hanno un dialogo da troppo tempo, hanno molto da recuperare, e ciò che conta ora è placare i morsi della fame. Per saziarsi ci saranno altre occasioni, in futuro.

Lo ammetto, alcuni sviluppi sono prevedibili, ma questo non è un libro concepito per stupire. È un libro che prende i nostri dubbi, i nostri rituali, le nostre peculiarità e tutti quegli intimi dettagli che, a nostro avviso, ci rendono unici, nel bene e nel male, e li svela nella loro ordinarietà.  Facendoci scoprire analogie là dove mai avremmo sospettato.

La fanciulla del quadro perduto

(di Nadia Kasa)

Camminando per le sale della mostra Dentro Caravaggio – esposta a Palazzo Reale e ormai a Milano per ancora tre giorni – pare manifestarsi la mancanza di un dipinto, forse poco noto, ma di grande valore.
Un ritratto di donna, databile intorno al 1597, esposto prima al Kaiser Friedrich Museum di Berlino e poi andato distrutto con i bombardamenti della seconda guerra mondiale. Il dipinto rappresentava Filide Melandroni, una modella che si presume Caravaggio abbia fatto posare anche per altri dipinti come Santa Caterina d’Alessandria e Giuditta e Oloferne. La ragazza, proveniva da una famiglia benestante di Siena, e secondo i documenti storici, fu battezzata nel 1582, aveva quindi dieci anni in meno rispetto a Caravaggio. Quando giunse a Roma, all’età di tredici anni, per non si sa quale ragione – forse avvicinata da prostitute già note in città – iniziò a fare la prostituta. Presto, entrò a far parte del racket della prostituzione gestito dalla famiglia Tomassoni e da quel famoso Ranuccio Tomassoni, acerrimo nemico di Caravaggio.

Con il tempo, la condizione sociale della donna migliorò, fino a quando riuscì ad abbandonare il mestiere per dedicarsi a opere di carità. Filide, si innamorò di un uomo aristocratico, Giulio Strozzi, divenendo la sua amante. Quelli dal 1604 al 1618 furono gli anni di un amore passionale e turbolento, impossibilitato dalla famiglia di lui che non permise l’unione tra i giovani, a causa del passato scandaloso di Filide.
La famiglia Strozzi chiese addirittura l’intervento di Papa Paolo V e la giovane venne allontana da Roma. Insieme ai suoi bagagli, vi era un quadro, un ritratto che Filide aveva chiesto al suo amico, Caravaggio. L’artista l’aveva ritrattata su uno sfondo scuro – come era solito fare – a mezzo busto, con i capelli raccolti, bruni, gli orecchini di perle a grappolo e un fiore tenuto tra le dita, un bergamotto, spesso legato alle prostitute. Nel 1618, Filide, si tolse la vita, scelse di non vivere senza quell’amore che l’aveva fatta sentire viva e nel suo testamento scrisse che il ritratto, dipinto anni prima dal suo amico artista, fosse donato all’uomo che non aveva potuto sposare, Giulio Strozzi.

Quella fanciulla nata da una famiglia per bene e finita inconsapevolmente nel giro della prostituzione, a cui l’amore era stato negato da tutti, alla fine, decise di togliersi la vita, testimoniando con la sua morte quanto il giudizio possa ferire più di una lama acuminata.
Camminando per le sale della mostra, pare manifestarsi sulle pareti la presenza di un dipinto, il volto di una donna che tiene un bergamotto nella mano destra, come a voler offrire la sua anima a chi incroci il suo sguardo.

Io l’ho vista.

La disfatta

(un racconto di Monica Frigerio)

Quella mattina il signor Kant si svegliò agitato.
Due cose l’avevano turbato: il fatto che, in modo del tutto inaspettato, durante la notte si fosse svegliato due volte per urinare e poi che fossero già le 6.07 quando la sveglia doveva suonare alle 5.40, come al solito.
Si tolse di fretta le coperte e nel buio cercò di raggiungere a tastoni la cucina.
Gustavmahler stava in agguato sopra la mensola del corridoio e non appena vide il capoccione del signor Kant spuntare di sotto vi si fiondò sopra soffiando e rizzando il pelo.
«Porco di un gattaccio randagio, figlio di…» inveì contro l’animale.
Ripresosi dallo spavento, mise la caffettiera a bollire e si apprestò a fare i suoi piegamenti mattutini, che gli aprivano lo stomaco e il cervello. Quella mattina, tuttavia, non riusciva a concentrarsi, il pensiero tornava sempre sullo stesso punto.
Philosophia non dat panem!, gli era toccato arrendersi a questo.

Alle 9.15 era alla stazione di Könhauser, puntuale. Non gli restava che andare alla ricerca di Putenheim Strasse dove lo attendeva la dottoressa Margarita Krauss. L’ultima cosa che voleva era presentarsi in ritardo a un appuntamento così importante.
Aveva provato a cercare la strada la sera prima sul web, ma non si raccapezzava, i vicini comunque lo avevano rassicurato, non era difficile raggiungere il posto dalla stazione. Il signor Kant non avrebbe dovuto far altro che prendere con convinzione l’uscita, raggiungere il McDonald che avrebbe visto alla sua destra, proseguire per un 400 mt, prendere la prima a destra, poi di nuovo a destra – non alla prima, ma alla seconda – e lì avrebbe visto svettare la gigantesca scritta Bartmann Srl.
Un primo momento di difficoltà per il signor Kant fu notare che c’erano un’uscita ovest, nord e sud.

«Buongiorno, l’aspettavo. Si accomodi».
«Grazie».
«Bene, dottor Kant, prima di introdurle la nostra azienda ed entrare nei particolari sulla posizione che stiamo cercando, vorrei che iniziasse lei con le presentazioni. Dal curriculum vedo che ha seguito un percorso piuttosto sui generis, perché non mi parla delle sue esperienze?».
La signorina Krauss era una donna micidiale, lo si capiva subito. Il tailleur sembrava esserle stato cucito addosso come una seconda pelle e la sua acconciatura era una prigione senza via di scampo.
Il signor Kant prese a rimirare le ciminiere, accanite fumatrici, che sorgevano in lontananza oltre la vetrata alle spalle della signorina, ostinatamente stagliate in un orizzonte di vapore nero.
«Bien, so che voi scrutatori amate un certo dono di sintesi, dunque sarò breve. Ho dedicato tutta la mia vita al pensiero».
La signorina Krauss si lasciò sfuggire un moto di stupore quando il suo interlocutore interruppe di colpo il discorso.
Lui le sorrideva tra il beato e l’isterico dall’alto del tavolo di vetro che li separava di un passo, un raggio di sole martellava senza sosta la sua ampia fronte perlacea.
«D’accordo, ma potrebbe essere più specifico? Approfondire il suo percorso, cosa l’ha portata qui…».
Voleva stupirla da subito, divertirla, lasciare il segno, così bisognava fare aveva letto.
«Il mio inestinguibile appetito».
«Come scusi?».
«Vede, ero solito organizzare dei banchetti sfarzosi per gli amici, generalmente su base settimanale, non serve dire che offrivo loro solo il meglio, ma dopo una certa perdita di consenso da parte del pubblico verso la filosofia trascendentale mi sono trovato in una situazione di grande disagio, sono persino stato costretto ad abbandonare la mia città. Qui la paga, tutto sommato, non sembra male, eh! eh! eh!».
Le guance della signorina si infuocarono come due pomodori ben maturi.
«Ma cosa sta dicendo dottor Kant? Se è qui a farmi perdere tempo me lo dica subito! L’ho contattata perché il suo profilo mi è stato segnalato in quanto abbastanza in linea con quanto stiamo cercando, ma se dev’essere così… o mi racconta seriamente qualcosa delle sue precedenti esperienze professionali o il nostro colloquio finisce qui».
Il signor Kant si sentì offeso nell’orgoglio.
La sua immagine nelle vetrate rifletteva quello di un uomo sulla quarantina, pochi capelli rimasti sulla testa, demolito come il paesaggio che lo circondava.
Si richiedeva serietà. Gli venne voglia di scoppiare in una penosa risata, ma poi pensò a Lubakov, il suo affittuario, e al tono grave con cui gli aveva ripetuto che non avrebbe più accettato lezioni di “ragione pratica” al posto dei soldi per l’affitto.
Sfregò le mani umidicce sui pantaloni avanti e indietro, deciso a rimediare per quanto gli era possibile. Due occhi acuti come spilli erano su di lui.
«Mi perdoni, signorina. Da dove cominciare? – riprese, marmoreo – Ho studiato filosofia e matematica all’Università di Könisberg, ottenni poi la libera docenza e da allora mi sono dedicato anima e corpo all’insegnamento e alle mie pubblicazioni».
E mentre proseguiva raccontando del percorso accademico seguito, dei suoi successi, la signorina Krauss lo interruppe bruscamente: «Dunque le Risorse Umane non sono mai state la sua vocazione primaria?».
Gli occhi del signor Kant si allargarono come due palloni aerostatici.
«Be’, no, insomma… Ultimamente mi è stato dato modo di constatare che bisogna, per così dire, sapersi adattare all’ambiente circostante…».
«Lei non crede che la vita di una persona sia una questione di scelte e che sia giusto perseverare per rincorrere ciò che si ama fare veramente?».
«Si capisce, ma, mm-a…» borbottò.
Accanto alla dicitura soft skills la penna della signorina annotava ferocemente, la testa del signor Kant veleggiava su una distesa di sconforto.
«Mi racconti un po’ della sua famiglia adesso».
«Vivo da solo con il mio gatto, si chiama Gustavmahler, in un piccolo bilocale.
Gustavmahler è un persiano e ama rannicchiarsi negli angoli più bui della casa eccetto che nei momenti dei quiz serali che trasmettono prima di cena in tv, per i quali sembra avere un’insensata predilezione».
La mascella volitiva della signorina Krauss continuava a sgusciare domande che gettassero una luce sicura sugli antri più profondi dell’animo del signor Kant.
«Scelga tre punti forti e tre punti deboli del suo carattere».
«Tre punti forti mmh… direi metodico, perseverante, ironico. Negativi: ironico, metodico e abbastanza perseverante». Sogghignò.
«Cosa ama fare nel tempo libero, quali sono i suoi hobby?».
«Le mie abitudini sono cambiate – rifletté un attimo –, prima la mia professione coincideva con il mio “hobby”, come lei lo chiama, adesso… be’, ho comprato un manualetto che si intitola A colloquio. L’arte di sapersi vendere. Alle cinque, mentre prendo il tè, ne leggo sempre qualche pagina, poi prima che il sole tramonti mi piace passeggiare. Di solito salgo sulla collina, raggiungo il punto da cui si vede tutta la città e mi chiedo “perché?” e il sangue del cielo sembra in quel momento dare un po’ di conforto alle mie pene».
Il foglio della Krauss si arricchiva di punti di domanda.
«Dottor Kant, nonostante questa ironia nervosa che mi pare accompagnarla nelle sue risposte lei mi sembra in tutta franchezza una personalità ombrosa, mi dica, di solito com’è il suo umore, si definirebbe un tipo solare?».
Il signor Kant sentì che le palpebre gli si facevano di piombo e la testa iniziò a penzolare in avanti, segno di una sconfitta imminente.
Vedendo che una risposta tardava ad arrivare la signorina Krauss continuò: «Le dico questo perché nella nostra azienda l’allegria è un ingrediente fondamentale».
«L’allegria?».
«Sì dottor Kant, non appaia tanto stupito. L’allegria che nasce dalla consapevolezza di fare parte di unico grande organismo che cerca di raggiungere con fiducia ed entusiasmo obiettivi sempre più sfidanti, l’allegria che viene da un lavoro ben svolto che è il più sublime tratto distintivo dell’essere umano».
«Sento di potermi definire un tipo solare», sbiascicò il signor Kant.
Per niente rassicurata continuò: «Senta, mi elenchi per favore dei princìpi che secondo lei stanno alla base della sua esistenza, dei suoi comportamenti».
«A livello teoretico o a livello pratico?».
Lei spazientita: «Non so, signor Kant, come preferisce, anche se ha qualche mantra da usare nei momenti di sconforto».
«Un mantra?» rispose sorpreso.
«Sì – sbuffò –, sa, formule o frasi propositive».
Gli venne in mente l’accesa discussione che aveva avuto poche sere fa con Lubakov. Un buon cristiano, ma incapace di arrendersi a ciò che a Kant sembrava del tutto ovvio.
«Se io le dicessi che esiste una legge morale comune a tutti gli uomini, scolpita come pietra e che regola il nostro agire aprioristicamente, lei sarebbe d’accordo con me o no?».
«Sono io qui a fare le domande».
«Bien, “Due cose sole riempiono di il mio animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. Può valere come mantra?».
La signorina Krauss annotava.
«Senta, si è mai trovato di fronte a problemi complessi da risolvere?».
«Si capisce».
«Mi può fare qualche esempio e raccontare come ha gestito la situazione in quei casi? Esempi concreti, dottor Kant, non astrazioni mentali».
«Dunque indagare quali siano i fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza estetica dell’uomo, quali siano le loro condizioni possibilitanti immagino che non vada come risposta?».
«Dice bene».
«Be’ onestamente, sa, il mio lavoro…insomma…»
«D’accordo, non importa, parliamo d’altro, le piace visitare paesi stranieri? Ha studiato all’estero per un certo periodo?».
«Non molto. Sono una persona abitudinaria. Viaggiare mi creerebbe, temo, solo perdite di tempo e disagi. Pensi che a Könisberg ero solito fare una passeggiata nel primo pomeriggio, ed ero sempre tanto puntuale in questo mio impegno che la gente del paese regolava l’orologio su di essa».
Gli parve di vedere la signorina Krauss scuotere la testa nel suo annotare.
«Come si vede tra cinque anni?».
«In spedita carriera, vorrei sfondare, magari diventare manager del mio reparto!».
«E tra dieci anni?».
«Tra le macerie del muro sfondato. Eh! eh! eh!».
Seguì un momento di selvaggio silenzio. Lo sguardo di lei gli stava addosso come una mano calda e sudata.
«Un’ultima cosa dottor Kant e poi avremo finito, immagini di mettere da parte per un attimo tutto il suo trascorso e quanto detto finora, mi dica, nella nostra azienda quale pensa possa essere la sua mission».
Lui era stanco, assetato, sfibrato.
«La mia scusi?»
«Mission, la sua mission, sa che vuol dire? Quale sarebbe il suo scopo nella nostra azienda se la assumessimo?».
Doveva dire qualcosa, qualsiasi cosa, farla finita e andarsene.
Alzò le spalle, segno che la sconfitta era ormai giunta e insediatasi.
«Mah, il mio acuto senso critico…».
Non c’era bisogno di proseguire, la signorina Krauss aveva già annotato abbastanza.
«Grazie, signor Kant, le faremo sapere a breve».

Sta bene, non era andata come si era immaginato. Niente di lui sembrava esserle piaciuto, cristallino. Guardò con rimpianto i suoi libri che si impolveravano sugli scaffali. Si sedette sul divano e Gustavmahler non tardò a saltargli sulla pancia. Era il momento di Das Quiz mit Jörg Pilawa.
«Co-me si ve-de tra cin-que an-ni dot-tor Kant?» la scimmiottò.
«Sotto terra divorato dagli sciacalli come lei, carissima».

Gli orsi e le scrittrici

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Memorie di un’orsa polare, di Yoko Tawada.
Da una parte ci sono tre orsi bianchi, imparentati in verticale tra loro lungo decine di anni.
La prima era un’orsa che si esibiva in un circo sovietico, una vera diva della corsa, del salto e del lazzo fra bambini e funzionari di partito. Una volta che il suo corpo grosso non l’assecondava più nella sua vita di lustrini, si è messa a scrivere la sua autobiografia e ha sfondato anche lì.
La seconda è la figlia Tosca, che nasce rocambolescamente in Canada e si trasferisce nella DDR ripercorrendo le tracce della capostipite: volteggia in un circo, soprattutto come ballerina di tango. Non viene raccontata dalla sua penna (!!!), ma dall’addestratrice Barbara con la quale ha un legame pressoché simbiotico.
Il terzo è Knut, che rinuncia a velleità d’arte ma – una volta capito cosa ha da guadagnarci in termini di cibo e benessere – diventa la mascotte dello zoo di Berlino, assecondando i babbei che si assiepano per osservarlo.
Una cosa li accomuna: nessuno di loro è mai stato al Polo Nord, e neanche nei suoi paraggi. E un’altra, più profonda… la vicinanza con gli umani fa sì che ne assumano le mosse, i desideri di successo (la scrittura), i sogni, le frustrazioni, le manie. Decisamente ricambiati, perché anche gli umani che li frequentano non sono tanto diversi; e spesso il racconto, lo stile, il monologo interiore come le ansie da artisti ce li fanno confondere e porre sullo stesso piano precario: vogliamo grandi cose, per noi e per chi amiamo; ma viviamo tutti sotto l’incubo del disastro ambientale e della reciproca schiavitù quotidiana.
Una favola surreale apparentemente giocosa, comunque priva di ogni leziosità o carinerie (“se guardi un orso negli occhi non ci vedi un bel niente…”, si dice a un certo punto). Una grande riflessione filosofica sotto forma di gita tra gli anni, i circhi, i regimi e lo scrivere.
Yoko Tawada è nata a Tokyo nel 1960 e vive in Germania dal 1982, prima ad Amburgo e oggi a Berlino. Scrive sia in giapponese che in tedesco. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Se ti svaligiassero casa?

 (di Alice Borghi)

Io personalmente adoro spulciare le librerie degli altri, amici, parenti, conoscenti. Si capisce molto di una persona dai libri che legge. E’ proprio curiosando in una di queste librerie che ho trovato questo volumetto, “Nudi e crudi”, di Alan Bennett. Provate a immaginare la mia gioia a tenerlo in mano, e poi quando l’ho preso in prestito, al pensiero dell’ironia pungente che ci avrei trovato leggendolo. Ricordavo di aver già adorato Gli studenti di storia – visto anche a teatro e adorato anche lì.
Questo romanzo è forse meno platealmente divertente, non ci sono battute alle quali ridere o situazioni esageratamente comiche.

A ben vedere, fin da subito la situazione è piuttosto tragica, dato che il signore e la signora Ransome tornando dall’opera una sera si trovano la casa svaligiata. Qualcuno è entrato a casa loro e l’ha svuotata completamente. La scoperta tragica è raccontata con un’ironia da maestro: è sparita la cucina, compreso l’arrosto che cuoceva in forno; è sparito il salotto con il prezioso stereo che il signor Ransome usa per ascoltare il suo adorato Mozart.

Come reagiscono i due coniugi al furto? La storia è tutta qui. Da un lato la signora Ransome subito si arrende alla realtà e alla necessità di andare avanti: la perdita di tutto può essere l’occasione per ricominciare da zero e aprirsi alle novità, come i programmi televisivi del pomeriggio e il negozio sotto casa gestito da un indiano. Dall’altra parte c’è il signor Ransome, testardo e assolutamente deciso a scoprire il colpevole del furto e a riprendersi casa sua. La soluzione del caso è ovviamente esilarante e nonsense, facile da accettare per la signora Ransome, alla quale il cambiamento non fa più paura, ma impossibile da digerire per il marito.

Insomma, una bella metafora sull’inevitabilità e la difficoltà del cambiamento.