Per non spegnere il cervello sotto l’ombrellone

(di Alice Borghi)

Stavo per partire per una settimana di mare a inizio luglio e ovviamente cercavo un libro da portare con me. Requisiti: piccolo e maneggevole (niente copertine rigide), distensivo, divertente ma non stupido, una piacevole lettura estiva. Incredibilmente l’ho trovato e sono qui ora a scriverne. Si intitola Il megafono spento, di George Saunders, edito minimum fax. Inutile dire che già dalla copertina sembrava promettere bene: colori e brossura, accoppiata vincente per una lettura da ombrellone.
Sottotitolo: Cronache da un mondo troppo rumoroso. Una raccolta di articoli e saggi brevi, dunque. Ho storto un po’ il naso: ci mancava solo il libro bacchettone, quello che ti fa sentire in colpa a ogni riga che leggi. Comunque l’ho preso dalla libreria e ho sperato di non sbagliarmi.
Ora posso dirvi che questo libro è esattamente quello che sembra. Una raccolta fresca, di piacevolissima lettura, in cui Saunders mette insieme riflessioni serie sulla società americana (la prima risale al mandato presidenziale di Bush jr.) e reportage divertenti da Dubai o dal Nepal. Ha il pregio di non essere mai né bacchettone (come spesso sono questi pseudo-saggi sulla decadenza della società), né frivolo, banale o scadente. Insomma, ve lo consiglio, se anche voi cercate una lettura divertente per l’estate, ma non volete rinunciare a far andare un po’ il cervello.

La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

(L)Ode alla metropolitana

(di Isabella Gavazzi)

Sotto i nostri piedi
Passi silenziosa,
attraversi la citta
portando pendolari,
bambini,
vecchi,
giovani,
turisti,
disoccupati

Insomma:
Porti tutti quelli che entrano.

Sali
Scendi
Spostati
Siediti
Alzati
Prego
Mi scusi
Si figuri
Insulti

Rumori
Tanti rumori
A volte troppi rumori
Metti le cuffie
Le cuffie non bastano
Rispondi al telefono
Urli
Sguardi perplessi dei vicini
Cade la linea
Speriamo non si sia fatta male.

La gente
Una marea di gente
Ci si potrebbe fare uno studio sociologico.
Personaggi caratteristici:
anziana a cui devi lasciare il posto
anziana che si offende se le lasci il posto
Anziano bilioso
Anziano cordiale che vuole parlare con qualcuno che respiri
Madre con quattro figli che piangono
Turisti che sbagliano la fermata
Fattorini con bici annessa
Coppia di innamorati
Coppia di innamorati spudorati
Signora di mezza età che inveisce contro i sopra riportati
Gruppo di giovani ubriachi
Tu che leggi ora
Mendicanti.

Questi ultimi divisi in:
con cane
senza cane
senza arti
con bambini
con strumenti.

Il tempo passato su di te pare infinito:
Devi fare due fermate
E ti trovi nel nulla,
fermo,
senza aria
e pure in ritardo.

Sei convinto che sia il mezzo più veloce
Ma capita uno sciopero.
Così scopri che Missori e Duomo
Distano meno di 200 metri.

Sempre a criticarti:
sei sporca
sei piccola
sei in ritardo
sei calda
sei fredda
ma poi tutti ti usano.

Grazie metro
Grazie per aver temprato i miei timpani
Grazie per aver rinforzato il mio sistema immunitario
Grazie per avermi reso paziente
Grazie per aver ispirato questo breve componimento,
che di sicuro non ti rende il giusto merito.

Grazie Roma…
Pardon, Grazie metro.

(L)Ode alla metropolitana.

Il padrone di Parise

(di Monica Frigerio)

Parise, il nostro Kafka. Con Il padrone, uscito nel 1965, racconta una favola lucida e opprimente, senza tempo, che come ne La metamorfosi sa narrare con una finezza difficilmente raggiungibile cosa sia l’alienazione nel mondo del lavoro.

Un ragazzo poco più che ventenne nato in provincia si trasferisce nella grande città per iniziare a lavorare in un’importante ditta commerciale. È felice. È l’avverarsi di un sogno, il mito di sempre della realizzazione personale: diventare un lavoratore e provvedere in modo indipendente ai propri bisogni.

Qui conosce il proprietario della ditta, il dottor Max, e tutta una serie di Lotar, Bombolo, Pippo e Pluto, personaggi dai nomi alquanto buffi che ci immergono sempre più nello spirito grottesco del romanzo.

Il tema della proprietà è sottolineato fin dall’inizio, fin troppo evidente e forse banale per essere la chiave di lettura principale del romanzo.

Fin dai primi capitoli tra il giovane provinciale e il suo padrone, si instaura un dialogo su cosa sia la moralità, chiodo fisso del dottor Max, e su cosa significhi la libertà dell’individuo all’interno di una ditta commerciale e alla domanda di quest’ultimo che recita «Così, lei si ritiene di mia proprietà?», il protagonista è pronto a rispondere senza esitazioni «Sì, almeno fino a quando starò qui con lei, in questa ditta commerciale».

Quest’arrendevolezza e desiderio di omologazione a tutti gli altri – andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo – è dato per scontato fin dall’inizio, ma sono solo i prodromi che servono per farci gustare l’impianto scenico costruito nel testo, il suo vero plus.

Lo spettacolo è il vero protagonista del romanzo, o meglio la spettacolarizzazione, la recita umana che si consuma tra le mura dell’azienda.

Pagina dopo pagina il protagonista si trova risucchiato senza rendersene conto in un microcosmo malato, a tratti macabro e innaturale, sicuramente amplificato, ma che nonostante o forse proprio per questo restituisce con limpidezza il senso di oppressione che può rappresentare il mondo del lavoro.

I personaggi che popolano la ditta non sono reali, solo pedine di uno show crudele che mira al loro annientamento, e i discorsi sulla moralità che il dottor Max va predicando, da un’apparente iniziale serietà, si fanno sempre più astrusi, solo una maschera che nasconde un delirio di onnipotenza, la creazione di una religione del lavoro di cui egli vuole essere il Dio.

Ogni questione inizia a essere pesata sul piatto della moralità e in virtù di ciò privata di qualsiasi sostanza; sebbene il protagonista acquisti consapevolezza rimane ormai intrappolato nel meccanismo perché assuefatto dall’idea che un’alternativa non esista – eravamo da capo un’altra volta, con la morale, con la proprietà, con la libera scelta. Ho risposto di sì, che andava bene.

Una cosa estremamente immorale è per esempio l’idea di lavorare solo per guadagnarsi da vivere e soprattutto commettere «l’errore enorme di dirlo. Per questa ragione il dottor Max ha dovuto punirlo due volte con una decurtazione di stipendio», già perché senza l’entusiasmo…

Senza l’entusiasmo, o meglio l’allegria, non si va da nessuna parte. È Questo che Rebo, l’inquietante direttore generale dall’aspetto perfettamente simmetrico assunto dal dottor Max, cerca di spiegare al protagonista chiamandolo per un colloquio vis à vis nel famigerato ufficio all’ultimo piano di fantozziana memoria.

Un modo di pensare non dissimile da quanto accade oggi, una filosofia del tipo “o sei felice o ti licenziamo”, che inevitabilmente porta i dipendenti a essere infelici perché costretti a essere felici e quindi sottoposti a un ulteriore dose di stress probabilmente evitabile.

L’unico momento in cui un po’ di realtà sembra rimettere piede su questo palcoscenico è quando il padre, preoccupato dalle notizie che riceve dal figlio in città, viene a fargli visita dalla provincia.

L’uomo sembra diventare all’interno di questo teatro di immagini l’unico portatore di verità, e lo si nota anche da alcune scelte lessicali fatte dall’autore, nelle prime battute del dialogo tra il padre e il narratore infatti si può notare come compaia spesso il termine realtà insieme ad espressioni affini.

Il padre è  l’unico a volere mostrare al figlio come stanno veramente le cose. Ma è uno sforzo a vuoto, ingombrante.

Non c’è nulla da fare, l’ingrediente per funzionare nella ditta del dottor Max rimane uno solo: essere una cosa, allora sì che si vivrebbe bene, un soggetto di cultura e intelligenza limitata, il dipendente perfetto in un perfetto processo di spersonalizzazione.

Il nostro narratore è così vicino nel raggiungere questo obiettivo che Parise, lungo tutto il romanzo, non si preoccupa neanche di dargli un nome.

 

L’invenzione delle ali

(di Francesca Ferrara)

C’era un tempo in cui in Africa le persone volavano. Me lo raccontò mamma una notte, quando avevo dieci anni. «Monella» disse «tua nonna lo ha visto con i suoi occhi. Diceva che volavano sopra gli alberi e le nuvole. Diceva che volavano come merli. Venendo qui ci siamo persi quella magia.»
(L’invenzione delle ali, 2015, p. 9)

Appena i miei occhi hanno accarezzato l’incipit di questo romanzo, sono stata fiera di me: ottima valutazione preliminare nell’acquistarlo.

Ci sono libri che si aprono con prevedibili considerazioni esistenziali o descrizioni paesaggistiche tiepide, che potrebbero portare la firma di chiunque. Altri, invece, riescono a lasciarti interdetto: “No, aspetta. Eh?”. Proprio così: un tempo, in Africa, le persone volavano.

Sue Monk Kidd mi aveva ammaliata con La vita segreta delle api, suo romanzo d’esordio. Al di là delle incoraggianti premesse della trama – un’adolescente bianca in viaggio con la governante afroamericana, per calpestare le tracce lasciate dalla madre prima di morire, nel South Carolina degli anni ‘50 – Kidd aveva suscitato tutta la mia invidia grazie allo stile della narrazione. Le sue metafore abbattono ogni banalità, e persino gli stati d’animo più impalpabili acquisiscono concretezza. Prima ancora di empatizzare con i personaggi sul piano emotivo o mentale, è la fisicità di ciò che vivono ad avvicinarci a loro.

L’invenzione delle ali, devo ammetterlo, non si dimostra stilisticamente all’altezza del suo antenato. Le stesse esaltanti aspettative alimentate dall’incipit vengono soddisfatte solo in parte. Inizialmente ero perplessa e delusa, ma poi ho colto la sostanziale differenza fra i due testi. La vita segreta delle api è un’opera di fantasia, progettata in ogni evento e parola da Kidd stessa; L’invenzione delle ali è un romanzo storico, altamente fedele alle vicende reali dei personaggi di cui narra.

Nella fattispecie, le sorelle Sarah e Angelina Grimké, pioniere dei diritti delle donne e attiviste per l’abolizionismo nel XIX secolo. È Sarah, la maggiore delle due, a farsi voce narrante per entrambe, alternandosi capitolo dopo capitolo all’altro personaggio cardine: Hetty Monella Grimké, schiava personale di Sarah fin dall’età di undici anni, a cui la giovane Grimkè insegnerà a leggere e scrivere, violando le leggi dello Stato. La vera Monella morì ancora adolescente, ma Kidd la mantiene in vita, consapevole che il suo raccontare rappresenti il vero arricchimento all’intera trama.

Sarah e Monella sono coetanee e seguiamo la loro crescita attraverso gli anni. I sogni di Sarah, diventare avvocato prima, ministro quacchero poi, si infrangono uno dopo l’altro, inconciliabili con il suo essere donna. La parte centrale del romanzo, per quanto riguarda lei, è un permanere di riflessioni senza uscita, di desiderio di evadere che non riesce a trovare espressione. E mentre Sarah lascia Charleston, viaggia e si tormenta, le sue angosce, se pur condivisibili, finiscono per apparire futili rispetto alle difficoltà materiali a cui Monella deve sopravvivere a casa Grimké.

Come si sarà intuito, è lei la mia favorita. Lei che, dopotutto, è in gran parte frutto dell’immaginazione di Kidd. Grazie, talvolta suo malgrado, a Monella entriamo nella Casa del Lavoro (istituto di “correzione” per schiavi indisciplinati), parliamo con Denmark Vesey, che comprò la libertà vincendo alla lotteria e cospirò la rivolta degli schiavi di Charleston, e soprattutto tessiamo e cuciamo le “coperte della storia”, espressione artistica e di memoria familiare della tribù Fon.

Sarah Grimkè accelera il passo nelle ultime cinquanta pagine, ormai quarantenne. Allora, sì, la lettura si fa famelica. Gli ultimi capitoli regalano ciò che era mancato in quelli precedenti, lo stile stesso si rivitalizza, perché finalmente l’autrice può distaccarsi dalla griglia della storia e lasciar fluire la sua creatività. Finalmente Sarah e Monella sono pronte, insieme.

Avevo sempre voluto la libertà, ma non c’era mai stato un posto dove andare, né un modo per arrivarci. Questo non aveva più importanza. Ora volevo la libertà più del mio prossimo respiro. Ce ne saremmo andate, sedute sulle nostre bare se necessario. Era così che mamma aveva vissuto tutta la sua vita. Diceva sempre che ognuno deve capire quale parte dell’ago sarà, se quella legata al filo o quella che buca il tessuto.
(p. 356)

Alla fine sarà il magone, credetemi, quando girerete pagina e al posto del nome di Sarah o Monella troverete “Note dell’autrice”. Io ho resistito stoicamente… ma soltanto perché ero su un treno gremito.

Insomma, se vi aspettate il successore de La vita segreta delle api, partite con un pre-giudizio inappropriato. Compratelo, piuttosto, per l’esaustivo, avvincente, illuminante scenario storico che vi è impresso. Per fare la conoscenza di due sorelle che, malgrado i traguardi raggiunti con largo anticipo rispetto ai loro tempi, non hanno ancora ottenuto la popolarità meritata. Due sorelle che hanno spaccato il movimento abolizionista quando hanno iniziato a declamare anche l’emancipazione femminile, scoperchiando le ipocrisie di raffinati intellettuali ed idealisti (uomini, se serve precisarlo). Compratelo per sedervi a cucire accanto a Monella, per aiutarla a scavalcare il muretto di Villa Grimkè ed avventurarsi in città senza il permesso scritto dei padroni. Per rannicchiarvi con lei nell’incavo della finestra ad osservare i vaporetti che salpano dal porto.

In qualunque posto mi trovi

(di Federica Tosadori)

In qualunque posto mi trovi
di ELEONORA CICCONI e NOEMI RADICE

Devi essere come lei: solare, sorridente, magra, simpatica, sempre se stessa.
Trailer dello spettacolo

Sul palco solo un’attrice. Sul palco una ragazza, i suoi cuscini e una piena adolescenza: troppe cose da rinchiudere in una stanza. Il mondo fuori ci entra solo attraverso YouTube, unica voce con cui i ragazzini possono esprimere la propria realtà, sia fatta questa di trucchi, tutorial, consigli o sfoghi più disperati. Gaia, la protagonista, lo sa bene che è così, e vive infatti delle speranze che la sua youtuber preferita le regala, donandole prospettive di cambiamento e di crescita che rendono Gaia ancora più impaziente tanto da farla comunicare con la se stessa del futuro: “Cara Gaia del futuro… Ti prego: smetti di essere così invisibile… trasparente! Cerca di cambiare.”.
Arrivano tanti piccoli pizzicotti mentre si guarda questo spettacolo, degli squarci di solitudini soffocate, qualche paura profonda che si fa visibile tra una battuta e l’altra. In qualunque posto mi trovi è un testo che parla con il linguaggio ingenuo degli adolescenti, ma che svela in mezzo a una divertente leggerezza, i labirinti malvagi dell’inadeguatezza che ci si sente appesa addosso a quindici anni, ma anche a venti, o trenta. Gaia vuole partecipare ai racconti di YouTube, vuole essere presente con il suo personale video, in cui mostrarsi per quello che vorrebbe essere veramente, felice, ma felice davvero, “che si vede quando fai finta di sorridere, Gaia! Impara a sorridere perché sei davvero contenta: non fare finta! Si vede che fai finta! Impara a non vergognarti di come sei. E ti prego: impara a girare almeno un video decente! Uno! Così finalmente potrai dire di avere fatto qualcosa di tuo!”
In 65 minuti Gaia, interpretata dall’attrice Eleonora Cicconi, si diverte, si emoziona, si trucca, si sveste, si cambia, fa ginnastica, mangia dei biscotti, un po’ cresce, un po’ resta bambina: fa fatica a essere all’altezza delle sue aspettative, e si illude di trovare un’amica oltre lo schermo.
Ma la vita reale esiste comunque e fa irruzione, anche all’interno di una cameretta chiusa.

 

Intervista a Noemi Radice

1. Ciao Noemi, responsabile della regia e scrittrice del testo; parlaci dell’origine di questo spettacolo. Tra i ringraziamenti sulla locandina compare YouTube…
Lo spettacolo In qualunque posto mi trovi nasce dalla lettura di un racconto di Frank WedekindMine-Haha, ovvero Dell’educazione fisica delle fanciulle. È stata Eleonora, l’attrice dello spettacolo, a propormi di leggere il testo di Wedekind e a ragionarci insieme per mettere in scena un monologo. Nel racconto si legge di un parco in cui centinaia di ragazzine vengono educate da altre donne secondo i soli canoni estetici e fisici, crescendo inconsapevoli dell’esistenza di un mondo esterno. La tematica ci interessava molto e ci sembrava più che mai attuale, vivendo in una società in cui l’estetica è vissuta come un valore imprescindibile e in cui le adolescenti sono costantemente bombardate da immagini e modelli a cui ispirarsi. Interrogandoci su che cosa potesse essere oggi questa “educazione fisica delle fanciulle” siamo approdate al mondo di Youtube, piattaforma su cui centinaia di ragazzine pubblicano video per condividere le proprie esperienze e i propri suggerimenti di vita. Youtube, attraverso i loro video, diventa uno spazio che porta la sfera privata nella sfera pubblica; è uno spazio accessibile a chiunque, in cui vengono spesso mostrati con leggerezza elementi intimi e privati. Allora proprio da Youtube abbiamo iniziato la nostra ricerca: abbiamo visto centinaia di video, partendo da quelli più visualizzati delle Youtuber più famose, fino ad arrivare ad esplorare quello che potremmo definire un vero e proprio sottobosco dell’universo Youtube, fatto di video mal girati e con poche decine di visualizzazioni. Questo contrasto ci affascinava e ci è sembrato il giusto punto di partenza per raccontare, dal punto di vista di una adolescente, la lotta per la ricerca della propria identità, nello sforzo di mettere in relazione il proprio mondo interiore con il mondo esterno.

2. Com’è stato scrivere per il teatro? È la tua prima esperienza? Si può parlare di scrittura collettiva o comunque a più mani?
Questa di In qualunque posto mi trovi non è stata la mia prima esperienza di scrittura teatrale, ma è stata la mia prima esperienza di produzione vera e propria di uno spettacolo. Ovviamente, quando il tuo punto di partenza è un’idea intorno a cui c’è ancora tutto da costruire, la drammaturgia è una componente importantissima, ma per quella che è la mia esperienza e la mia formazione da attrice, il lavoro sul testo drammaturgico non può prescindere dal lavoro fatto in scena. Scrivere per il teatro è molto divertente e anche molto difficile. Questo perché non è sufficiente trovare una storia da raccontare e non è sufficiente esprimerla con un proprio stile: è necessario individuare lo stile del personaggio in scena. Chi è il mio personaggio? Come parla? Cosa direbbe e cosa invece non potrebbe assolutamente dire? La scrittura per la scena non può mai dimenticarsi dell’identità del personaggio che sta parlando: è a partire dalla sua personalità e dalle sue caratteristiche che si sviluppa il suo linguaggio. Nel caso di In qualunque posto mi trovi si intrecciano due tipi diversi di linguaggio: il linguaggio di Gaia, la protagonista quindicenne, e il linguaggio del mondo dei video su Youtube. Trovare l’equilibrio e la compenetrazione tra questi due universi linguistici è stata una bella sfida. Spesso il linguaggio di Youtube influenza il linguaggio di Gaia: a volte lei ne è consapevole e si sforza di imitarlo, altre volte lo utilizza inconsciamente. Il risultato drammaturgico che abbiamo ottenuto è frutto di molteplici stratificazioni. Si può parlare certamente di scrittura collettiva: io e Eleonora siamo coautrici del testo. Le prime parole scritte sono nate da improvvisazioni in scena e da scritture intorno a nuclei tematici precisi, fatte da entrambe: l’obiettivo iniziale è stato quello di avere molto materiale, per poi iniziare a selezionarlo in un secondo momento. Con il materiale che ci sembrava più interessante abbiamo sviluppato una struttura drammaturgica, che siamo andate ancora a completare aggiungendo scritture per i passaggi mancanti. Poi ho ripreso in mano io il testo e l’ho ripercorso andando a uniformare il linguaggio e andando a eliminare ancora tutti i momenti che risultavano come ripetizioni o che non facevano progredire la situazione ai fini di una messa in scena. A partire da questa bozza drammaturgica siamo tornate a provare in scena. Ti parlo di bozza, proprio perché prova dopo prova abbiamo continuato a lavorare sulla drammaturgia, con piccoli tagli o modifiche che risultassero ancora più funzionali alla resa scenica del testo. Un lavoro analogo abbiamo fatto per la scrittura dei video Youtube che compaiono nello spettacolo come interventi audio: siamo partite da una lunga ricerca e analisi di centinaia di video presenti sulla piattaforma, per poi raccogliere e riscrivere tutti gli spunti che risultassero utili per la nostra messa in scena.
Per questa esperienza di scrittura mi è stato utilissimo l’incontro con Compagnia Òyes, con cui ho lavorato come assistente alla regia per l’ultima produzione. I loro spettacoli più recenti sono delle vere e proprie drammaturgie collettive e ho imparato tantissimo dal loro metodo di scrittura collettiva per la scena.

3. Siete soddisfatte del lavoro finale?
Certamente! Sappiamo che si può sempre migliorare, ma siamo molto contente del risultato del nostro lavoro e soprattutto del percorso fatto per ottenerlo. Ci siamo dedicate con passione al nostro spettacolo e facendolo crescere siamo un po’ cresciute anche noi.

4. E della regia? Come hai lavorato su questa? Hai apportato cambiamenti strada facendo?
La regia è nata facendola. Non saprei esattamente come spiegarti l’evoluzione del mio lavoro registico per questo spettacolo, anche perché si tratta della mia prima prova da regista, quindi non posso dire di avere già sviluppato un metodo convalidato. Sono partita da un’idea spaziale e scenografica precisa: tutto si svolge in una stanza, in un quadrato tre metri per tre metri, in cui gli elementi di arredo sono dei semplici cuscini, alcuni dei quali contengono vestiti e oggetti che vengono estratti e invadono lo spazio. Non riesco nemmeno a spiegarti quali sono i confini tra regia, scrittura e lavoro sulla scena, forse anche perché dei confini veri e propri non esistono. Alcune parole le ho scritte avendo già in testa delle immagini precise, altre immagini sono nate dal testo, il lavoro iniziale di improvvisazione di Eleonora è stato fondamentale per farle esplorare la vita possibile all’interno del nostro quadrato scenico. Quello che posso dire è che, per la mia formazione da attrice, sono partita proprio dal lavoro dell’attrice in scena, andando ad analizzare con Eleonora l’evoluzione del testo e di conseguenza l’evoluzione del suo personaggio attraverso il testo. Tutto quello che succede al di fuori delle parole è stato costruito a servizio dell’attrice e del personaggio, senza mai dimenticare quello che poteva essere lo sguardo e la comprensione del pubblico. Penso che sia proprio questa la sostanza della regia di uno spettacolo: tenere insieme tutti gli elementi e calibrarli in continuazione per arrivare a ottenere un prodotto coerente e a servizio del pubblico. Il regista deve riuscire a mantenere uno sguardo limpido sullo spettacolo per garantirne la buona riuscita e, quando si lavora veramente a servizio dello spettacolo, bisogna essere capaci di mantenere l’elasticità mentale necessaria per modificare e affinare il lavoro fino all’ultimo, anche rinunciando a tante cose a cui ci si è affezionati se ci si rende conto che ostacolano la resa scenica complessiva dello spettacolo. Allo stesso tempo bisogna individuare gli elementi irrinunciabili, quelli per cui non si è disposti a cedere a compromessi. È tutta una questione di equilibrio. Non so se ce l’ho fatta, ma ho cercato di lavorare un po’ così!

5. Dove credete vi possa portare questo testo? Avete pensato a proporlo proprio a quei quindicenni di cui parla? Nelle scuole?
Per ora abbiamo avuto un pubblico tendenzialmente composto da giovani e adulti. I genitori di adolescenti che hanno visto il nostro spettacolo sono rimasti molto colpiti, perché ci si rivedono, ci si riconoscono e si sentono interpellati da quello che vedono in scena. E proprio per questo ci piacerebbe tantissimo riuscire a proporre il nostro spettacolo a un pubblico di adolescenti, essendo molto interessate al dibattito che potrebbe nascere da un incontro di questo tipo. Crediamo molto nel teatro come strumento capace di generare un confronto costruttivo.

6. Infine, una curiosità da editori: che libri leggi?
Vorrei avere una risposta per editori! In realtà leggo principalmente testi drammaturgici o saggistica teatrale. Oppure racconti, passando schizofrenicamente da Calvino a Maupassant, a Buzzati, a Wallace, a Hemingway, a Cechov, a Roald Dahl… Ma mi piacerebbe con l’arrivo dell’estate riuscire a tuffarmi in un bel romanzo: l’ultimo che ho letto quest’anno è stato Ogni cosa è illuminata di Safran Foer.

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Ben oltre una partita di calcio

Players from the Italian football team are celebrating after scoring 4:3 against Germany in Mexcio City during the 1970 FIFA World Cup. On the right a disappointed Gerd Mueller, Germany.

(di Luciano Sartirana)

Sarò futile… ma ogni 17 giugno mi viene in mente… che tempi. Il 17 giugno 1970, all’Azteca di Città del Messico, 102.444 spettatori stanno per assistere a Italia-Germania Ovest, la semifinale mondiale. In Europa, quando il peruviano Arturo Yamasaki Maldonado dà il fischio d’inizio, è l’una e un quarto di notte; i tedeschi sono favoriti. Invece all’8’ gli azzurri vanno in vantaggio grazie a un tiraccio di Boninsegna da fuori area dopo un guizzo in coppia con Riva. Da quel momento la partita diventa molto tattica, Albertosi è in gran serata e, a differenza della scacchiera inglese superata dai tedeschi ai quarti, quella italiana tiene. Gli ultimi minuti contengono però più elettricità che non tutta la partita prima. Al 90’ un calcio d’angolo manda la palla sulla testa di Seeler che la gira in porta, ma Albertosi toglie la sfera da sotto la traversa. Altro angolo tedesco, è assedio, Held spara in mezzo, Albertosi esce sui piedi di Müller a tre metri dalla porta. Pallone di nuovo alla West-Deutschland, Grabowski aggira tutta la difesa italiana con un cross al centro… dove si trova il difensore Schnellinger, che non si fa certo pregare… pareggio tedesco al 92’, l’acuto del fato in un copione da Nibelungen. L’incredibile è successo. Tra l’altro, oggi è normale che una partita vada oltre il 90’, ma allora non succedeva praticamente mai. Molta gente, in Italia, vede subito nero e se ne va a dormire sconsolata. Partono i supplementari. Al 4’ del primo supplementare Libuda tira un angolo, Seeler la butta verso la porta, Cera e Albertosi pasticciano sulla linea e Müller ci mette il piede omicida. 1-2. Un altro po’ di Italia con il morale sotto le ciabatte va a dormire. Quattro minuti dopo Rivera depone una palla in area su punizione; Patzke la ferma malissimo di petto e la consegna a Burgnich – uno che è entrato nell’area avversaria sì e no tre volte in carriera – che la scarica dritta nella porta di Maier. 2-2. Chi è andato a letto sente le urla di tutta la sua città e torna di corsa davanti al televisore. Come il gol del terzino interista testimonia, nessuno dei ventidue in campo sta più al suo posto. Non c’è più tattica, non ci sono più marcature, nessuno schema… solo i portieri si ricordano chi sono e non se ne vanno in giro. A un minuto dalla fine del primo tempo supplementare, Rivera in mediana lancia Domenghini, che si fa tutto il campo di corsa e consegna la palla a Riva poco fuori area. Una finta da magister, difesa teutonica mesmerizzata, legnata decisa e palla di nuovo in gol. 3-2. Penisola in delirio. Comincia il secondo supplementare. Al 5’ Albertosi alza miracolosamente sulla traversa un’inzuccata di Seeler. Sul calcio d’angolo la palla arriva ancora al satanasso Müller che infila di nuovo gli azzurri. 3-3. Rivera è sulla linea – appunto, nessuno sapeva più dov’era – ma è preso in controtempo e non riesce a fermare la biglia; Albertosi gliene dice di tutti i colori. Passano meno di 60”… Facchetti a centrocampo lancia Boninsegna come ala sinistra, che se la corre via resistendo con rabbia alla carica del suo marcatore Schulz, arriva quasi sul fondo e butta in mezzo. Lì, a fare il centravanti in una difesa tedesca più aperta di una piazza, c’è Rivera… che consegna quel pallone alla storia battendo di nuovo Maier. 4-3. Una partita da infarto. La sceneggiatura scritta da un gibbone in acido. Fotogrammi allucinati di un scoppio di impossibile. Una delle gare più emozionanti dell’intera storia del calcio. Alle quattro di notte strade e piazze italiane si riempiono di auto impazzite, di fiaschi di vino, di baci, di gighe e di pizzica. La Germania, la grande e terribile Germania, che solo 25 anni prima aveva occupato l’Italia seminandola di massacri (in quel momento, qualsiasi italiano con almeno 30 anni ricorda i tremendi anni della guerra per esperienza diretta) è oggi ridotta a niente grazie a undici giovanotti su un campo di calcio d’oltreoceano. E centinaia di migliaia di immigrati italiani in Germania sono alle finestre delle loro claustrofobiche baracche attorno alla Siemens, alla Bosch, alla Volkswagen, uniti da un immenso gesto dell’ombrello verso il Paese che hanno attorno, ostile e sprezzante nei loro confronti.

Omero in Irlanda (del Nord)

(di Andrea Lionetti)

Nel primo canto dell’Iliade si assiste a una scena fortemente drammatica, carica di tensione: Atena che interviene in tempo per fermare Achille – tenendolo per i capelli – prossimo a sguainare la spada contro Agamennone. L’antefatto è noto: costretto a restituire la giovane schiava Criseide al padre Crise, per volontà di Apollo che avrebbe altrimenti appestato l’accampamento greco riunito presso la spiaggia della Troade, Agamennone, capo dei Greci venuti a Ilio, non vuole rinunciare alla sua parte di bottino, alla sua parte di onore; è perfino disposto a prendersi con la forza Briseide, schiava di Achille, il più talentuoso degli eroi di parte achea.
E così accade. Un conflitto nel conflitto, dunque. Non solo la guerra tra Achei e Troiani, ma un dissidio nella stessa fazione, che scompiglia i già precari equilibri di una società dove la forza è tutto. Come nell’Irlanda insanguinata dalla guerra civile.
È questo lo scenario storico che chiarisce l’importanza di un incontro fortuito, avvenuto nel 2006, tra il reverendo Ian Paisley leader del Partito Unionista Democratico e Martin McGuinnes del Sinn Féin, acerrimi nemici politici, figure spigolose che si portano addosso ferite mai risanate. Ognuno con le proprie ragioni dalla sua, come Achille e Agamennone, in fin dei conti. Ciononostante sapranno, nell’arco di un paio d’ore, arrivare a un’intesa in grado di cambiare la storia del proprio paese, impartendo al mondo una lezione politica sempre valida. Il regista belfastiano Nick Hamm ha voluto raccontare questo evento attraverso la macchina da presa, portandolo sul grande schermo grazie anche all’interpretazione di due veterani del cinema britannico: Colm Meaney e Timothy Spall.
Il percorso che li porterà a mettere fine alla guerra civile, quella che i Greci chiamavano stàsis, cancro della comunità politica, avviene in modo tortuoso, attraverso scontri diretti e fantasmi del passato che riemergono con la funziona di impedire l’innescarsi di una riflessione razionale.

Nell’Iliade, in realtà, non accade nulla di tutto questo: Achille si ritira dall’esercito giurando di non combattere e supplicando la madre (la ninfa Teti) di chiedere a Zeus una punizione tale da spingere al pentimento Agamennone, il quale, però, a parte l’ambasceria di doni che occupa gran parte del nono canto, mai presenterà segni convincenti di un pentimento reale. L’Atride sa di avere ragione, il Pelide non è da meno. Hanno tutti ragione. Come si esce da questa situazione?
L’Iliade, a ben vedere, è l’epos dell’ira di Achille, che si consuma (e che lo consuma) in una cinquantina di giorni.
Omero, attraverso le vicende degli eroi dominati dalla logica dell’onore e della vergogna, spinti alla reciproca hybris dalla volontà di sconfiggere la morte (le gesta epiche si sottraggono, con il canto degli aedi, all’oblio del tempo, e con esse i nomi di chi le compie), ci impartisce una lezione politica quanto mai attualissima: il compromesso tra le parti è vita, per buona pace di chi in esso vede solo una forma di debolezza; la capacità di una pacificazione è ciò che rende coesa una comunità. Lo sapeva Nestore, l’eroe più anziano, il solo che provi a fermare i due litiganti prima dell’intervento di Atena, senza successo.
Ma si può andare ancor più in profondità. La guerra di Troia pone l’uomo di fronte all’assurdo della condizione umana, priva di senso. Stirpi di uomini che scompaiono come foglie. L’esistenza è crudele e la morte è ciò che annulla tutto. Achille è convinto di questo, ma solo quando scopre il dolore dovuto alla morte del caro Patroclo. Non esistono patti tra uomini e leoni, ed Ettore ne fa le spese.
Il Pelide, furia vendicatrice, è il simbolo della guerra, del radicalismo che anche l’irlanda del Nord ha conosciuto nelle parole del pastore presbiteriano Presley e nell’attivismo del cattolico McGuinness.
Posizioni irriducibili. Di nuovo la domanda ritorna: come uscirne?
Tradendo i propri sostenitori, venendo meno a quanto promesso ai propri elettori, ingannarli per dare loro finalmente la pace. Sembra paradossale, ma è proprio questo in realtà ciò che ci vuole dire Omero, 3000 anni prima dell’I.R.A., ed è anche la soluzione intrapresa dai due irlandesi.
Il film narra del cambiamento di entrambi – simili ad Achille per temperamento ed estremismo – che alla fine del giorno, rinchiusi nella Mercedes nera in cui erano stati costretti a viaggiare (dopo 30 anni senza un confronto diretto), non possono far altro che prendere atto dell’insostenibilità di un conflitto ormai troppo lungo, troppo logorante.

L’immagine dei due uomini, prima ostili poi quasi amici, richiama quella di Achille e Priamo, re di Troia e padre di Ettore, a sua volta ucciso e insultato dal Pelide, il quale, però, di fronte alla supplica di Priamo di restituirgli il cadavere del figlio, non può che raggiungere una nuova consapevolezza sull’esistenza umana: oltre alla forza c’è altro, la capacità di costruire. Anche tra nemici esiste la possibilità di un accordo. Il funerale di Ettore e la tregua di pochi giorni che ne seguirà sono un modo per esorcizzare l’assenza di senso della condizione umana, così come avviene tra Ian e Martin, uomini che si riscoprono uomini nonostante le avversità (ma senza rinunciare alla fede e alla visione dell’Uomo che ne deriva).
La politica inizia da qui: un braccio di ferro può diventare una stretta di mano. Vale la pena tentare.

Nei musei

(di Luciano Sartirana)

Entrare in un museo è bello per due motivi: per l’arte, e per chi è lì a vedere l’arte.

I francesi si muovono attenti ma rilassati, quasi riconoscessero dei vecchi amici. Hanno familiarità con l’arte – si vede – Manet e Monet e tutti gli altri del mucchio sono francesi; e Picasso, Picabia e via andare hanno studiato e vinto in Francia. I francesi sono a casa loro in qualsiasi museo del mondo, perché le radure con le signore in crinolina, le monadi di sole tra gli alberi, la campagna del Midi e Parigi sono ciò che osservano fin da piccoli. Talvolta in questi quadri a Parigi piove, e allora sembra Bruxelles. Noi abbiamo dovuto imparare; loro ammirano le immagini viste fin dai loro nonni, perché la campagna francese è rimasta come appariva a Manet, Monet e tutti gli altri del mucchio.

Gli italiani ondeggiano fra il rispetto eccessivo, religioso, attonito e timido di fronte a dei monumenti inarrivabili (quasi non respirano, per rispetto a ciò che guardano) e il distacco scomposto di chi francamente si annoia. Non hanno via di mezzo. Impongono ai figli di guardare i quadri. Solo agli italiani squilla il cellulare in un museo. Stanno come in chiesa: perché si deve. Sono gli unici che si preoccupano di come gli altri li osservino guardare l’arte, per cui assumono un contegno. Ma un italiano può innamorarsi di un quadro come nessun altro, e la sua personale estasi si fonde con i colori e i volti… quasi ogni italiano è cresciuto con bei palazzi e belle piazze nella sua stessa città; ma, in un museo, ciascun italiano coglie finalmente la bellezza nei volti e nei paesaggi. E comunque si stupisce.

Scandinavi e tedeschi hanno un’attenzione silente, si lasciano convincere per osmosi dall’energia del dipinto, vi restano davanti a lungo, il colore viaggia lento verso di loro in un flusso di calma zen. Luci che paiono immagazzinare per i loro autunni tenui e i loro inverni diafani. Sanno che l’arte è parte di una civiltà. E – soprattutto – che necessitiamo di una civiltà.

I giapponesi hanno verso l’arte un’attenzione primigenia, sono gli unici a cui osservare l’arte disegna il volto e lo rende arte esso stesso. I loro occhi si spalancano come quelli delle ragazzine dei loro manga. La loro bocca resta aperta e priva di respiro di fronte alla beltà universale delle opere. Si fermano in pose cubiste, volgono gli occhi e le anche, la loro borsa si contorce con loro… a un giapponese cade l’audioguida per terra perché – ormai a metà museo – ancora non se l’è messa al collo da tanto è rapito dalle opere.

Le scolaresche delle elementari sono infanzia di vari colori, seduti sul pavimento di fronte a un quadro. Una ragazza indica loro parti del dipinto, sorride, invita a indovinare cosa il personaggio possa pensare. Si alzano otto o nove mani… forse è la prima volta che quei piccoli entrano in un museo, e con la perspicacia ottimista di quell’età sentono che è importante stare in quel mondo. Poi rispondono con due o tre parole, sperando siano quelle giuste e se in quel mondo sono stati ammessi.
Le scolaresche delle medie hanno fogli davanti a sé, cercano di riprodurre l’opera; tre su venti disegnano senza guardare il foglio.

Una scolaresca delle superiori, quasi tutta di maschi, prende ordini da una ragazza altera e con la bocca rivolta in alto, studente anche lei… sosta davanti a un quadro e tutti gli altri lo fanno. I due prof osservano quattro opere avanti, in totale disinteresse del discepolato. La ragazza altera dice qualcosa sul dipinto; i più vicini annuiscono, senza osare parole loro. Lei riprende il cammino – nei suoi passi un potere immenso – salta un’intera sala, si ferma davanti a un dipinto piccolissimo; avvicina gli occhi a un pelo dal far suonare l’allarme, resta in silenzio. Tutti – va da sé – fanno lo stesso dietro di lei.

Un’anziana critica d’arte – si capisce da ciò che appropriatamente dice, e dalla serenità del passo – è accompagnata da una nipote sui vent’anni. Un sapere e una passione stanno migrando nel tempo.

Ognuno potrebbe essere un’attrice o un attore. Nei musei i lineamenti delle persone cambiano, si dimenticano di sé e si ricordano della bellezza e della storia.
Chi scrive vi trova fonte continua di immaginazione. Le parole sembrano scivolare dai colori, dai volumi, dalle intersezioni dei volti e delle prospettive dei dipinti, e quello che vedi di inaudito trova più facilmente la via delle frasi. La sotterranea civiltà della mente, la spontanea unità fra le persone grazie allo sguardo e al silenzio, il bisogno enorme dell’arte e di coloro che guardano l’arte.

Cadere

(di Alice Borghi)

Chi mi conosce lo sa, il mio primo grande amore è stato (ed è ancora) Albert Camus. Ho letto praticamente tutto quello che ha pubblicato: saggi, articoli, opere per il teatro, anche opere postume. Romanzi, naturalmente.

La caduta (La chute) è uno dei suoi romanzi più spettacolari. Pubblicato dopo la fine della Resistenza francese, è il primo romanzo della “nuova età”. Un racconto-confessione di delusione e disillusione per le grandi promesse di giustizia e progresso, così nuove e già così amare.
Protagonista è l’alter ego dell’autore, un importante avvocato della Parigi più in vista, intellettuale pare, così immerso nella sua vita di successi da non presentire nemmeno la falsità di cui sono ammantate le sue buone azione e il suo prodigarsi per il prossimo.
Finché un’epifania squarcia il velo di ipocrisia dietro al quale è sempre vissuto, sul quale vive tutta la nostra società: una notte Jean-Baptiste Clemence (questo il nome del protagonista) sta tornando a casa, quando su un ponte che attraversa la Senna vede una giovane donna che fa per sporgersi dal parapetto e buttarsi. L’avvocato non ha il coraggio di avvicinarsi. Al contrario si allontana quasi correndo finché non sente un tonfo: la donna si è gettata nel fiume ed è morta.
A questa prima caduta segue quella di Clemence: la morte apre la mente alla riflessione, ma cosa può fare quando capita accanto a te, quando potresti combatterla e non lo fai, perché non riesci a riconoscerla in tempo? L’avvocato lascia tutto e diventa giudice. Ora può giudicare, da un malfamato bar di Amsterdam, dove il suo racconto incomincia. E ci giudica, perché sa che tutti siamo colpevoli ma non vogliamo vederlo.