Tu l’hai detto, la storia d’amore tra Ted Hughes e Sylvia Plath

(di Monica Frigerio)

Tu l’hai detto, sesto romanzo dell’autrice olandese Connie Palmen ed edito in Italia da Iperborea (2018), riporta alla ribalta una delle storie d’amore più discusse, straziante e coinvolgente, del Novecento letterario: quella tra il poeta inglese Ted Hughes e la poetessa americana Sylvia Plath.

L’intento è quello di dare voce anche alla versione della storia di Hughes, che dopo la morte della consorte per suicidio nel febbraio del 1963, all’età di soli trent’anni, fu spesso tacciato di essere il mostro e l’assassino colpevole dell’accaduto. Il poeta aveva infatti iniziato nel ’62 una relazione con un’altra donna, la bellissima Assia Wevill, amica di famiglia, evento che, senza bisogno di dirlo, sconvolse i nervi già poco stabili della Plath e trovò testimonianza in alcune delle poesie che compongono la raccolta Ariel, pubblicata postuma nel 1965.

Riguardo questa coppia è stato detto tanto, il pregio di questo libro è saperne parlare tramite un punto di vista assolutamente inedito. Si tratta infatti di un unico, lungo monologo recitato da Ted Hughes, il quale negli anni non fece molto per volere dissipare pettegolezzi e insinuazioni fatti sul conto dei due. Mentre il mondo eleggeva Sylvia Plath a eroina e martire femminista, la voce di Hughes si fece sentire poco, mantenendo egli stesso un basso profilo. Questo libro è il tentativo di restituire equilibrio a una storia spesso distorta da chi poté vederla solo dal di fuori o giudicarla a posteriori. E uno sforzo di toglierlo dall’ombra in cui la morte della sposa l’aveva cacciato, dando il giusto peso anche al suo lavoro, alla sua poesia, al suo amore spesso impotente.

I fatti, non c’è niente di più ostinato dei fatti. E i fatti ci dicono che dopo neanche un anno dalla scoperta da parte della Plath della relazione extra-coniugale del marito e della conseguente separazione dei due, lei decise di porre fine alla sua vita con la morte più dolce che potesse immaginare, quella con il gas. Una mattina presto di un gelido inverno, dopo avere lasciato ai due figli piccoli un bicchiere di latte nella loro stanza chiusa a chiave. Qui però si racconta anche altro, viene ripercorsa la loro relazione fin dagli albori, quando dal primo incontro tra i due, nel 1956, scaturì un amore folle e intenso l’uno per l’altra che li portò a sposarsi di nascosto di lì a poco, si parla del primo tentativo di suicidio della Plath quando era poco più che ragazzina, si parla della passione incontenibile tra loro due non appena conosciuti, delle loro lotte poetiche, delle lotte della mente della Plath alla ricerca della propria Voce e del proprio padre scomparso, si parla dei suoi malumori, della sua energia, della sua femminilità nella quale si alternavano aspetti materni e violenti insieme, di quanto era difficile a volte starle accanto.

Un monologo così ben costruito che spesso ci si dimentica del fatto che non sia stato davvero Ted Hughes a scrivere queste parole, ma qualcun altro, grazie a uno studio fitto e certosino di documenti, diari dei due, delle loro poesie. In particolare la raccolta Birthday Letters, pubblicata nel 1988 poco prima della morte di Hughes e che rappresenta uno dei suoi pochi tentativi di dare davvero risposta al suicidio della Plath. L’unico suo esempio di poesia confessionale per un poeta che ne era sempre rimasto alla larga, al contrario della sua sposa. La sua sposa, come sempre definisce Sylvia Plath in tutto il libro, senza mai chiamarla per nome, come se quest’ultimo fosse già stato usato e abusato troppe volte. O forse per tornare a mettere in primo piano quel grande legame che li univa, perché lei dall’inizio alla fine sarà sempre la sua sposa, nonostante tutto.

Un libro ben scritto, coinvolgente e intenso, proprio come fu la storia d’amore tra i due, due persone che “sottomesse ad abissali anormalità psichiche” non furono capaci di medietà né nella felicità, né nel dolore.

 

Citazioni dal libro:

“Naturalmente mi rendevo conto anch’io che gli attacchi d’ansia, le guerre silenziose e le crisi di pianto – benché prendessi sul serio la ferita da cui scaturivano ­– erano manipolazioni della mia mente, ma rimasi troppo a lungo attaccato alla meravigliosa idea che lei non potesse fare a meno di me nemmeno per un istante, perché per lei ero troppo importante”

 

“Il giorno di Venerdì Santo era scesa in cucina dove io stavo dando a mia figlia una ciotola di pappa d’avena. Senza dire una parola, con un enigmatico sorriso, lasciò una poesia davanti a me, prese Nicholas dalla culla e uscì di casa con lui. Dopo aver messo a letto Frieda per il pisolino pomeridiano, lessi Olmo e ricordo che mi si raggrinzì la pelle e mi si rizzarono i capelli in testa, che la lessi e rilessi come se nel farlo potessi cambiarne il significato, placare la tempesta scatenata, smorzare il fragore, ma lì dentro c’era quel che c’era, e lo presi per un addio annunciato. Aveva liberato il suo io poetico, stava nel solco delle sue vecchie mancanze, e conduceva una battaglia solitaria con la Morte”

 

Nelle viscere

(di Federica Tosadori)

Erano le otto e trenta del mattino quando sentì la porta di casa chiudersi, al tocco morbido della madre. L’aveva lasciata sola e questa di per sé era già stata una scelta.

Sylvia si sedette al tavolo della cucina. Agosto fuori splendeva di raggi e bagliori caldi: l’estate era lì, oltre i vetri. Spalancò la finestra e respirò forte, provando un dolore occulto, inaspettato. Fuori era agosto, ma dentro le sembrava di sentire solo una rugiada fredda poggiarsi sui mobili di legno, sulle stoviglie, sul pane della colazione. Era forse lei a causarlo?

Progettò matematicamente ogni movimento. Non suo, ma della gente fuori, che viveva. Il ragazzo dei giornali sarebbe passato tra una mezz’oretta, a lanciare quella carta grigia sull’erba del suo cortile, macchia scomposta. Poi la Signora Smith con il suo cocker piumoso. E il corvo nero, che sempre la osservava dal ramo più basso della betulla in giardino. Non vide nulla di tutto questo. Finì il suo caffè e si ritrovò in camera. Erano giorni che non dormiva, ma la vista del letto non le fece alcun effetto. Nel secondo cassetto del comodino sapeva esserci il suo sonnifero.
Quando tornò in cucina, prese un foglio dal mobiletto del telefono e scrisse: “Sono andata a fare una lunga passeggiata”. Ora le serviva solo dell’acqua.

Prima di scendere nello scantinato restò per qualche minuto a osservare una foto, poggiata di traverso sullo scaffale marrone del soggiorno. Dal grigio della carta vide suo padre osservarla da un tempo remoto in cui esisteva, e insieme a lui esistevano insetti grandi, arruffati, pelosi di lana gialla. Faceva l’entomologo e trattava i bombi, le api e le vespe come fossero un tesoro. Lei, Sylvia, il suo piccolo moscerino malato, non capiva niente: il suo amore, la sua lingua europea quando parlava con gli amici tedeschi, il perché avesse deciso di non curare la sua cancrena. “Vengo a trovarti papà”.

Le scale dello scantinato erano di legno, ripide, ma non si accorse nemmeno di compierne la discesa. Aveva l’acqua in una mano, e il sonnifero nell’altra. Sapeva già dove andare.

Quando posizionò l’ultimo pezzo di legno sulla catasta fu invasa dal buio. L’acqua era già finita e i sonniferi pure. Si era nascosta davvero bene, dietro quella montagna di pezzi di albero morti. Sua madre non avrebbe mai potuto sospettare di trovarla in cantina, suo fratello nemmeno, non ci andava mai, e tantomeno avrebbero avuto bisogno della legna il 24 d’agosto.
Neppure il corvo nero l’avrebbe guardata morire e decomporsi come una foglia secca, come una ragazza sola, una donna che non poteva essere ciò che desiderava. Infelice si distese e sentì la pelle appoggiarsi alla terra fredda. Divenne con lei un tutt’uno di sabbia e pietruzze, interiora e ghiaia di casa rovinata, maceria umana. Si addormentò quasi subito e perse conoscenza.
Perse la conoscenza dei nomi degli alberi che aveva imparato a scuola, del colore degli occhi di sua madre, dei volti delle sue compagne di università, ragazze americane costruite di stereotipi e gonne a campana. Si ritrovò tra le pagine di un dizionario, ma non riuscì a leggere le parole che aveva intorno: le vorticava in testa una poesia pura, sentimenti che finalmente non avevano bisogno di un vocabolario per essere espressi. Non una goccia di paura, solo ronzio di mosche e un bruciore lungo tutta la guancia sinistra, ma veniva da lontano, dalla vita. Divenne un fantasma di vento e luce. Tutto finì, e le fu impensabile credere in un’esistenza oltre quel silenzio. Eppure fu.

Warren urlò, quando scoprì la sorella scura di polvere dopo due giorni dalla sua scomparsa. Mugugnava come un vecchio animale ferito, che ormai senza leggi di natura è disposto con il suo verso a farsi trovare dal primo predatore affamato. La portarono in ospedale e scoprirono che si era salvata, vomitando inconsapevolmente tutto il sonnifero ingerito. A ricordare quel gesto, solo un’abrasione, come una bruciatura di fiamma oscura, sulla guancia sinistra. Quando Sylvia aprì gli occhi e realizzò il suo respiro, le sembrò incredibile rivedere l’estate oltre il vetro della finestra. Ora doveva continuare a vivere, come possono vivere le anime già morte. E poteva sentire a ogni battito la condanna del corvo nero, infelice più di lei, di rivederla ancora.

Si tagliò i capelli e si fece bionda. Comprò una macchina da scrivere nuova da cui far nascere le sue poesie, e scelse un altro giorno, solo un po’ più in là, per svanire: trasparente come gas che divora l’ossigeno.

 

CORVO NERO IN TEMPO PIOVOSO
Sylvia Plath
(1956)

[..] So soltanto che un corvo
che si rassetta le piume può brillare a tal punto
da afferrare i miei sensi, issare a forza
le palpebre, e accordare

una breve tregua alla paura
della neutralità assoluta. Con un po’ di fortuna,
arrancando testarda in questa stagione
faticosa, metterò
insieme una contentezza,

più o meno. I miracoli avvengono,
se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa,
la lunga attesa dell’angelo,
di quella rara, aleatoria discesa.