Paradisi minori

(di Monica Frigerio)

Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman, edito in Italia da NN Editore, è una raccolta di racconti che sanno di natura, di scontri, di spazi aperti, di maternità e famiglia, di sentimenti delicati. Decisamente una delle scoperte più felici di questo 2017.

“In famiglia, sono io che porto a casa i soldi e sono io la casalinga”. Tutto comincia così, con una donna che con il figlio di sette anni percorre in macchina centinaia di chilometri per andare a rivedere un pappagallo.
Il che potrebbe essere assurdo se non fosse che questo pappagallo, vecchio animale di famiglia che ora si trova in uno zoo vicino a Myrtle Beach, sa parlare con la stessa voce della madre ormai defunta. Una madre con la quale la protagonista di Housewifely Arts (tradotto Le arti della casalinga) non è mai andata d’accordo, ma che ora ha disperatamente bisogno di ritrovare al suo fianco anche se solo attraverso questo strano escamotage pennuto.
Un’overture che apre la pista ad altre undici storie molto diverse ma in fondo simili, accomunate dall’apparire di un animale che fa da controparte alla presenza umana lungo tutti i racconti e che, in qualche modo, influenza le loro vite.
Al centro quasi sempre donne in situazioni scomode, che devono scegliere tra un uomo e le loro idee, che si preoccupano di sterminare locuste in cantina piuttosto che vivere accanto al padre che soffre di demenza senile, e che fanno tutto questo camminando attraverso le loro vulnerabilità, le loro manie e fissazioni con una forza quieta e per niente invadente che lascia spiazzati e in fondo anche un po’ commossi perché in loro ritroviamo le nostre stesse debolezze e le lotte silenziose che ogni giorno combattiamo con noi stessi per far sì che la macchina vada avanti.
A fare da sfondo, quasi sottotesto, alle vicende è il Sud degli Stati Uniti, dove la stessa Bergman è nata (North Carolina) tra paesaggi selvaggi e vegetazione rigogliosa, da cui spesso le protagoniste sembrano ritrovare linfa e slancio vitale.

Per esempio in Birds of a Lesser Paradise (Uccelli di un paradiso minore), racconto che dà il titolo a tutta la raccolta, Mae, dopo essersi laureata in Biologia della conservazione, decide di ritornare nella piccola cittadina del North Carolina dove è nata perché aveva “bisogno di un posto dove poter guardare fuori dalla finestra senza vedere cose fatte dall’uomo”. Qui aiuta il padre a gestire il suo business organizzando gite di birdwatching nella palude e incontra Smith, un ragazzo di cui si infatua che vive in un quartiere abbandonato della città e lui stesso appassionato di birdwatching. Insieme i tre si inoltrano nella palude alla ricerca di un esemplare dell’apparentemente estinto picchio dal becco avorio, in un’avventura che renderà Mae “furiosamente viva”.
In The Right Company (La compagnia giusta), la narratrice lascia il marito, studioso di comportamento animale, in seguito a ripetuti tradimenti e decide di rifugiarsi in un cottage di legno lontano da tutti con la consapevolezza che si sentirà sola, ma che deve sentirsi intitolata di vivere come e dove vuole.
Sebbene non sia credente decide di attaccare alla testiera del letto un dipinto a olio della Vergine Maria con una molletta usata per chiudere i sacchetti delle patatine e ogni sera prega affinché la aiuti a rimanere casta e razionale per dimenticare gli uomini ed essere felice.
In The Two-Thousand-Dollar Sock (Il calzino da duemila dollari) una donna vorrebbe fare operare il suo cane che ancora una volta ha ingoiato un calzino senza riuscire ad espellerlo, ma lei e il marito non possono permetterselo. Per di più si ritrova ad affrontare un orso che ha scoperto le arnie piene di miele nel loro giardino e ogni giorno ritorna devastandole. Lascia che Vito, il pastore tedesco, di guardia insieme a lei durante la notte e ormai allo stremo delle forze, faccia un ultimo scatto, rapido e deciso, verso l’orso subito dopo averlo fiutato. Sa che non sarà necessario spiegare alla loro bambina come è morto il suo primo cane perché “Poppy capisce, meglio di tutti noi, l’urgenza di avere quello che si desidera […] si fida ancora del richiamo puro del desiderio” che un giorno la allontanerà da ciò che le è familiare.

La scrittura della Bergman è compatta, precisa, a tratti poetica nella sua semplicità, esattamente come i paesaggi che dipinge. La vena di humour che inserisce nei suoi racconti acuta e intelligente. Colpiscono perché sebbene siano abitati da persone che in un modo o nell’altro soffrono e hanno il cuore spezzato e la casa invasa da animali di ogni sorta, non c’è traccia di patetismo e non ci si sente a disagio per loro. Traggono forza dal loro isolamento, dal loro patto segreto siglato con le creature bizzarre che li circondano e ci attraggono perché l’idea di una libertà autentica è sempre seducente. Perché, come direbbe Thoreau, ci fanno entrare nei boschi e assaporare un po’ di quella efferatezza e spontaneità propria del regno animale.
“Riconosci l’autorità di qualcuno solo quando se l’è guadagnata” si dice alla fine del racconto che chiude la raccolta, e sembra davvero una galassia distante dal caos delle nostre città.

 

Il padrone di Parise

(di Monica Frigerio)

Parise, il nostro Kafka. Con Il padrone, uscito nel 1965, racconta una favola lucida e opprimente, senza tempo, che come ne La metamorfosi sa narrare con una finezza difficilmente raggiungibile cosa sia l’alienazione nel mondo del lavoro.

Un ragazzo poco più che ventenne nato in provincia si trasferisce nella grande città per iniziare a lavorare in un’importante ditta commerciale. È felice. È l’avverarsi di un sogno, il mito di sempre della realizzazione personale: diventare un lavoratore e provvedere in modo indipendente ai propri bisogni.

Qui conosce il proprietario della ditta, il dottor Max, e tutta una serie di Lotar, Bombolo, Pippo e Pluto, personaggi dai nomi alquanto buffi che ci immergono sempre più nello spirito grottesco del romanzo.

Il tema della proprietà è sottolineato fin dall’inizio, fin troppo evidente e forse banale per essere la chiave di lettura principale del romanzo.

Fin dai primi capitoli tra il giovane provinciale e il suo padrone, si instaura un dialogo su cosa sia la moralità, chiodo fisso del dottor Max, e su cosa significhi la libertà dell’individuo all’interno di una ditta commerciale e alla domanda di quest’ultimo che recita «Così, lei si ritiene di mia proprietà?», il protagonista è pronto a rispondere senza esitazioni «Sì, almeno fino a quando starò qui con lei, in questa ditta commerciale».

Quest’arrendevolezza e desiderio di omologazione a tutti gli altri – andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo – è dato per scontato fin dall’inizio, ma sono solo i prodromi che servono per farci gustare l’impianto scenico costruito nel testo, il suo vero plus.

Lo spettacolo è il vero protagonista del romanzo, o meglio la spettacolarizzazione, la recita umana che si consuma tra le mura dell’azienda.

Pagina dopo pagina il protagonista si trova risucchiato senza rendersene conto in un microcosmo malato, a tratti macabro e innaturale, sicuramente amplificato, ma che nonostante o forse proprio per questo restituisce con limpidezza il senso di oppressione che può rappresentare il mondo del lavoro.

I personaggi che popolano la ditta non sono reali, solo pedine di uno show crudele che mira al loro annientamento, e i discorsi sulla moralità che il dottor Max va predicando, da un’apparente iniziale serietà, si fanno sempre più astrusi, solo una maschera che nasconde un delirio di onnipotenza, la creazione di una religione del lavoro di cui egli vuole essere il Dio.

Ogni questione inizia a essere pesata sul piatto della moralità e in virtù di ciò privata di qualsiasi sostanza; sebbene il protagonista acquisti consapevolezza rimane ormai intrappolato nel meccanismo perché assuefatto dall’idea che un’alternativa non esista – eravamo da capo un’altra volta, con la morale, con la proprietà, con la libera scelta. Ho risposto di sì, che andava bene.

Una cosa estremamente immorale è per esempio l’idea di lavorare solo per guadagnarsi da vivere e soprattutto commettere «l’errore enorme di dirlo. Per questa ragione il dottor Max ha dovuto punirlo due volte con una decurtazione di stipendio», già perché senza l’entusiasmo…

Senza l’entusiasmo, o meglio l’allegria, non si va da nessuna parte. È Questo che Rebo, l’inquietante direttore generale dall’aspetto perfettamente simmetrico assunto dal dottor Max, cerca di spiegare al protagonista chiamandolo per un colloquio vis à vis nel famigerato ufficio all’ultimo piano di fantozziana memoria.

Un modo di pensare non dissimile da quanto accade oggi, una filosofia del tipo “o sei felice o ti licenziamo”, che inevitabilmente porta i dipendenti a essere infelici perché costretti a essere felici e quindi sottoposti a un ulteriore dose di stress probabilmente evitabile.

L’unico momento in cui un po’ di realtà sembra rimettere piede su questo palcoscenico è quando il padre, preoccupato dalle notizie che riceve dal figlio in città, viene a fargli visita dalla provincia.

L’uomo sembra diventare all’interno di questo teatro di immagini l’unico portatore di verità, e lo si nota anche da alcune scelte lessicali fatte dall’autore, nelle prime battute del dialogo tra il padre e il narratore infatti si può notare come compaia spesso il termine realtà insieme ad espressioni affini.

Il padre è  l’unico a volere mostrare al figlio come stanno veramente le cose. Ma è uno sforzo a vuoto, ingombrante.

Non c’è nulla da fare, l’ingrediente per funzionare nella ditta del dottor Max rimane uno solo: essere una cosa, allora sì che si vivrebbe bene, un soggetto di cultura e intelligenza limitata, il dipendente perfetto in un perfetto processo di spersonalizzazione.

Il nostro narratore è così vicino nel raggiungere questo obiettivo che Parise, lungo tutto il romanzo, non si preoccupa neanche di dargli un nome.

 

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.

 

Bónus, poesie da supermercato.

(di Monica Frigerio)

I’m all lost in the supermarket cantavano i Clash alla fine degli anni ’70. Chissà cosa direbbero adesso se, per esempio, un sabato pomeriggio si trovassero nella ridente cittadina di Arese a passeggiare per i corridoi del centro commerciale più grande d’Europa…

Purtroppo Joe Strummer non è più in circolazione per raccontarcelo, però a farsi portavoce dell’alienazione da centro commerciale ci ha pensato Andri Snær Magnason, poeta islandese che in realtà in vita sua ha scritto un po’ di tutto, da drammi a romanzi e canzoni.

Nel 1996 ha pubblicato per la prima volta la raccolta di poesie qui presentata, che in Italia è comparsa solo quest’anno per Nottetempo con un titolo a prova di marketing: Bónus (con il 33% di poesie in più).

Bónus è la catena di centri commerciali più famosa in Islanda, ci piacerebbe pensare che in quel paese non ci siano altro che prati e pecore, qualche casetta qua e là, al più dei geyser a ravvivare ogni tanto l’atmosfera, e invece no, i supermercati sono arrivati anche lì e Andri Snær Magnason ha ben pensato di dedicargli una raccolta di poesie che nella loro semplicità e immediatezza trattano in maniera del tutto originale temi legati alla nostra contemporaneità.

L’Islanda è un paese di forti tradizioni culturali, ormai si è scritto poesia su tutto e su tutti, ci dice l’autore nella Prefazione, tant’è che persino la più sperduta delle fattorie è diventata almeno una volta oggetto di un poema. Ancora niente però sui supermercati e le storie che si dipanano tra i loro corridoi, niente sui loro prodotti disposti sugli scaffali come fossimo nella Commedia dantesca, il Paradiso nel reparto frutta e verdura, l’Inferno là dove c’è la macelleria e il Purgatorio tra i prodotti per l’igiene e la pulizia.

Perché, continua l’autore, esistono i succhi Bónus, la coca Bónus, il prosciutto Bónus e così via e non esiste anche una poesia Bónus?

Domanda legittima in questi tempi di capitalismo sfrenato. Ed ecco confezionataci una poesia realista capitalista, per l’appunto, che ci infila nel carrello il meglio dei vizi capitali: gola, lussuria e un pizzico di avarizia.

Ciò che colpisce di più delle poesie di questa raccolta è il fatto che siano poesie a’rebours, che vanno nella direzione opposta di ciò che normalmente si potrebbe considerare poetico, addirittura una vera celebrazione del mercato. Siamo abituati a poeti che si schierano contro, Magnason decide di farne parte, di vendersi. Lui non vive nel glamour di Parigi o New York, non può essere uno-di-quei-poeti, vive in Islanda, ai margini di un parcheggio da cui si intravede l’insegna Bónus, l’unica cosa che può fare è cantare ciò che lo circonda, reclamare la propria terra.

È chiara la lettura ironica di qualcosa così posto, ma il pregio dell’arte è rivoltare le cose più e più volte e, si spera, far sorgere qualche domanda, dunque il sottostrato ironico è indubbio, ma si vuole anche ragionare sulla scontata, a volte supponente, superiorità dell’uomo d’arte rispetto a quello comune. Magnason va dal proprietario della catena Bónus e questo signore, tal mister Jóhannesson, gli fa firmare lo stesso contratto che sottopone ai produttori di succhi di frutta. La poesia diventa anche un momento per interrogarsi, per chiedersi se io, produttore di versi, sono in fondo così diverso o migliore di un produttore di succhi di frutta?

Altra riflessione è sul cambiamento negli anni della relazione tra uomo e natura e come i supermercati siano diventati ormai il medium di tale rapporto. Un tempo la natura forniva all’uomo tutto il necessario nutrimento, gli era indispensabile alla sopravvivenza, ora si trova tutto comodamente tra gli scaffali di un supermercato e ciò fa cadere in fondo ogni ragione davvero sensata dell’uomo di relazionarsi con essa. Giriamo per le campagne, facciamo su e giù da una montagna solo per sport, per intrattenimento, che probabilmente se ci vedessero i nostri bis-bisnonni riderebbero di noi.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feurbach, ai tempi dell’homo consumus Magnason l’ha messa in questo modo:

Nonno era al 70% acqua

Nonno era al 70% il ruscello

Che scorreva dai monti

Accanto a casa

[…]

Io sono al 70% acqua

Tutt’al pù al 17% San Pellegrino

Cui sono mescolati della Coca zero e del caffè

[…]

Si è ciò che si mangia

Sono un mondo in miniatura.

Sono un Bónus in miniatura.