http://laparolainstabile.it/

Una rivista letteraria instabile digitale, e qualche altro aggettivo a scelta.

(di Federica Tosadori)

la Parola Instabile non ha nulla a che fare con la salute mentale, anche se è appunto, instabile. In realtà la Parola Instabile, vorrebbe proprio evitare il fatto di esserlo, instabile. Insomma, ci terrebbe tanto a liberarsi di quel traballamento tra pensiero ed espressione dello stesso. Proprio perché non esiste corrispondenza tra le due cose, lo scopo de la Parola Instabile sarebbe quello di ricucirne lo strappo. Eppure ci chiamiamo così perché sappiamo che è una battaglia persa in partenza. L’inceppamento tra significato e significante è il problema attorno al quale ruota la mente umana da un po’ di tempo a questa parte – tanto tempo, forse dall’inizio del tempo. Quindi la Parola resta inevitabilmente Instabile. Il linguaggio può solo girare attorno al concetto, avvicinarvisi sempre di più, fino quasi a toccarlo, ma poi ne viene respinto, come una calamita al contrario. Polo parola e polo senso non si attraggono. Per questo si balbetta, per questo si viene fraintesi, per questo si gettano all’aria cose importanti: non sappiamo parlare, o per lo meno, non sappiamo parlare come vorremmo. Ma non è colpa nostra. C’è un bug nel sistema. La Parola è Instabile, dondola per un po’ appoggiata sul concetto che sta per esprimere e poi cade lontano dall’albero, come una mela un po’ marcia. Rotola via. Anche adesso. Chissà se quello che sto dicendo ha senso per voi lettori. Sicuramente ha un senso diverso da quello che ha per me. Io sto intendendo… ma che ci provo a fare, tanto non ci riesco.

Qui però, nel grande buco nero che rende l’incontro tra significato e significante impossibile, si insinua la letteratura, e ci passa in mezzo, superando i concetti di spazio e tempo, aprendo un portale dove, capita, per istanti assoluti, che si crei un ponte di contatto. A volte la letteratura riesce esattamente a dire quell’unica cosa giusta, la verità, o meglio, la non-verità delle cose. Per questo motivo la Parola Instabile è una rivista letteraria. Racconti, poesie, eccentriche recensioni… Solo in questo scarto la parola veicola se stessa, e tutto di sé: anche il lato oscuro del senso.

Potrei dirvi come funzioniamo esattamente – scegliamo una parola al mese e poi ci giriamo intorno –, quante rubriche abbiamo – tre o quattro, una principale e poi quella legata alla musica, quella dedicata all’incastro di parole assurde l’una con l’altra, quella che sembra un po’ scrittura collettiva –, quanto amiamo i disegni con cui accompagniamo la lettura dei testi… ma la verità è che sarebbe davvero molto più bello se voi atterraste sul sito, e leggeste qualche racconto – sarebbe davvero bello! – perché lì, quello che facciamo, si racconta da solo.

Con amore
La Parola Instabile.

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.