Lezioni di Scrittura: scrivere di sé

(di Luciano Sartirana)

Parliamo del racconto di se stessi e di ciò che si è vissuto, della propria o dell’altrui esistenza, di un luogo o un periodo storico particolari. Un’avventura di scrittura e di pensiero che può migliorare il tuo stile, la tua capacità di narrare, la bontà della lingua che utilizzi. L’eterno enigma e l’incantesimo dello scorrere del tempo attraverso il tuo personalissimo sguardo. Ciò che oggi alcuni chiamano autofiction, che ha però una tradizione antichissima.

Intanto, qualche suggerimento generale:

  • Ascoltati quando parli! Cura la tua lingua parlata, deve diventare buona come quella scritta: può costare tempo e sforzi, ma facilita la scrittura stessa, che ti nascerà già pronta in testa.
  • Leggi molto, autrici e autori diversi e di ogni epoca e paese, non chiuderti in un solo genere o nei soliti scrittori.
  • Scrivi qualcosa ogni giorno – fossero anche tre righe sul brutto tempo – e alla stessa ora: fa disciplina e favorisce un flusso costante di immaginazione.
  • Se hai iniziato a scrivere, fissa una data entro cui finire il tuo testo: crea sfida ed energia, la tua attenzione eviterà di sfilacciarsi nel tempo.
  • Non deprimerti se ciò che hai scritto non ti piace! Ci sono sempre due fasi: a) prima scrittura; b) revisione e arricchimento.
  • Cura i tuoi ricordi, annotali da qualche parte, chiedi altri dettagli a genitori, parenti, amici o persone che c’erano; saranno la tua materia prima, più ricchi e più vividi se sono anche quelli di altri e secondo il punto di vista di altri.
  • Associa ciò che ricordi a delle date precise… questo li collocherà nel tempo di tutti e acquisiranno autenticità.
  • In ogni caso, non avere l’ansia della precisione o della completezza: alcuni dei tuoi ricordi saranno vaghi o contraddittori… scrivine lo stesso, la tua immaginazione li renderà ugualmente interessanti.
  • Racconta fatti, non solo stati d’animo o riflessioni.
  • Avvicinati a quelle scene lontane più che puoi, non raccontare tutto come narratore esterno, immagina le emozioni di quell’istante se non te le ricordi. Anche se parli del passato, tutto deve avere la forza del presente e della vicinanza.
  • Privilegia il dialogo diretto rispetto a quello indiretto.
  • Salta pure avanti e indietro nel tempo, ma poni la massima attenzione affinché il lettore sappia sempre e immediatamente in che momento e in che anno siamo.
  • Non accontentarti del piccolo mondo quotidiano degli affetti, ma parla anche dei viaggi, del lavoro, di come erano fatte le case e le città, degli eventi storici che accadevano in contemporanea con le tue scene più intime… delle canzoni, dei cortili, degli sport.
  • Fatti una scaletta temporale di ciò che vuoi raccontare, suddivisa per anno, mese, giorno… il calendario di quelle vicende lontane; è affascinante, e aiuta a non fare errori nel citare avvenimenti o far accadere cose.
  • Anche se pensi di conoscerlo bene per esperienza diretta, studia il periodo nel quale vuoi ambientare il tuo racconto, scoprirai comunque cose che non sapevi.

Siate ribelli, praticate gentilezza

(di Marcella Valvo)

Già il titolo di questo libro è uno di quelli che parla da sé: “ribelli” e “gentilezza” in una stessa frase, ha un sapore apparente di contrasto, eppure se ci si sofferma appena un pochino si sente che forse no, non sono poi così lontani.
Quanto è ordinaria la gentilezza oggi? Quanto è scontata la cura per il prossimo?
Saverio Tommasi affronta queste tematiche scrivendo una lettera alle sue due bambine, Caterina e Margherita, perché non si sa mai cosa il domani riserverà a ciascuno di noi e soprattutto perché il tempo dedicato ai propri figli non è mai abbastanza.
E sicuramente è un messaggio che può far bene a tutti.

Ogni capitolo è dedicato a un tema differente, arricchito dagli episodi di vita quotidiana con le figlie – che sono sempre il fondamentale punto di partenza –, dall’esperienza personale dell’autore, e dal messaggio più universale che vuole lasciar trasparire. Il risultato è una lettera che parla direttamente al cuore del lettore, intercettandone il vissuto e aiutandolo a soffermarcisi qualche minuto in più, per riviverlo e – perché no – forse comprenderlo un po’ più a fondo.
La semplicità delle parole di Tommasi, che vuole farsi capire a ogni età, unita alla sua capacità di mostrarsi integralmente, senza maschere e a volte senza troppi filtri – proprio come i bambini – diventano le armi della sua battaglia. Una lotta per i sogni, il rispetto, la vita; e una lotta contro tante forme di ingiustizia: dal bullismo al razzismo, dall’omofobia al fascismo (moderno e non).

Credo che questo libro possa rientrare a tutti gli effetti in una rubrica sui “Libri per stare allegri”: non perché io mi sia sempre sentita così alla fine di un capitoletto, anzi… alcuni mi hanno lasciata pensierosa, altri malinconica, forse arrabbiata, altri sorridente e divertita, altri ancora intenerita. Ma credo che qui stia bene perché quando ci si guarda intorno con gli occhi dei bambini, il mondo ha sempre un po’ più di luce… e la luce a me mette molta gioia. Come spero anche a voi.

In questo, nel mostrare il mondo attraverso gli occhi del bambino, Tommasi riesce bene.

Così, la reazione di Caterina al servizio al telegiornale su uno sbarco o alle foto di un amico del papà sulle migrazioni forzate diventa il bellissimo pretesto per affermare che “il razzismo è un’invenzione degli adulti”:

Mentre eravamo lì, io con le mie foto e tu con i tuoi pupazzetti, ti sei voltata a guardare un’immagine sul mio computer, per due secondi o tre. Era la foto di un bambino su un autobus mentre guarda da un finestrino chiuso. Il bambino era in collo alla mamma, che aveva un velo in testa. Accanto a loro un uomo, penso il babbo. Tu, Caterina, ti concentri sul bambino e mi chiedi l’ovvio: “È un bambino?”
“Sì.”
“È un amico mio?” (sorriso).
“Proprio amico no, non lo conosci.”
“Ah, peccato”

E questo è solo un esempio di come uno sguardo spontaneo e puro sul mondo, così naturale nell’infanzia, si rivela sempre un tesoro prezioso, da proteggere a spada tratta. Perché ci aiuta a tenere in circolo l’amore, a riceverlo e donarlo, a moltiplicarlo. È lo sguardo che ci permette di vedere nel prossimo non un estraneo ma un amico. Ed è lo stesso sguardo che Tommasi riesce non solo a evocare ma anche ad adottare, in una lettera che vorrebbe (forse) insegnare qualcosa alle sue bimbe e finisce per raccontare ciò che le sue bimbe hanno insegnato a lui. Guardare il mondo così non è facile. Serve essere un po’ ribelli. Serve andare contro corrente, come la ragazza sulla copertina del volume, che naviga su un mare di ombrelli grigi con il proprio ombrello multicolore e rovesciato. Un ombrello che la pioggia non la fa scivolare via, ma la accoglie e se la fa amica.

Su “La malasorte”, di Daniela Grandinetti

(di Luciano Sartirana)

Ho letto La malasorte, della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti, uscito nel 2018.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, circa cento anni fa. La poco più che adolescente Cosma entra nella casa del notabile del posto come domestica. A casa sua regna la povertà più assoluta, quel passo pare essere una cosa buona. Non lo sarà; e nei decenni successivi il suo fantasma pare essere la causa di tempeste, disastri e appunto malasorte.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, oggi. La giovane Cettina è partita per Milano anni fa, per intraprendere studi di arte. Partita è un eufemismo: in realtà è una fuga senza prospetto di ritorno. Ma a Milano combina molto poco, e a un certo punto deve tornare a Sovara per questioni famigliari. Anche qui siamo all’eufemismo, perché ciò che l’aveva allontanata non è mutato di un centimetro… violenza fra le mura, nessun affetto vero, un paese abbandonato fuori e dentro di sé. È solo grazie all’affettuosa pervicacia dell’amica d’infanzia Tilde che Cettina riesce a raccontarsi, ammettendo le menzogne che ha raccontato a Tilde stessa e che le facevano però da scudo a tutto. Solo da qui, nel riconoscere e guardare in faccia ciò che di arido e di violento si porta dentro, Cettina inizia a uscire dal circolo vizioso della malasorte che invece aveva abbattuto Cosma.
I temi affrontati sono molti, uno più affascinante e complesso dell’altro: il parallelo fra la vicenda di Cosma e quella di Cettina, dove nulla è facile per nessuna delle due; l’idea di lasciarsi tutto dietro andando lontano, ma fallendo perché ci si sente comunque osservati e impreparati di fronte alle aspettative, per cui si mente e ci si nasconde; la lotta con se stessa che è lotta con rapporti pietrificati nel tempo, come e più del territorio stesso.
Soprattutto, ciò che in famiglia e della famiglia non si può dire: la violenza.
Rispetto alla solitudine infinita di Cosma, i decenni non sono però passati invano. Oggi Cettina ha l’opportunità di una relazione positiva con un’altra donna, Tilde, a significare che è solo ricostruendo una genealogia femminile di consapevolezza e sostegno che si può uscire da un patriarcato da paleolitico. Una relazione faticosa ma che muove dei passi importanti, quella fra Tilde e Cettina; comunque ostacolata da un senso di ritrosia, di rispetto umano, di chiusura verso chi ci sta attorno, nonostante tutto.
“La malasorte” è un libro di un’intelligenza sottile, un’attenzione millimetrata al moto d’animo, l’attraversamento di una terra e di una cultura, una lingua da costruire e delle cose di sé da capire. Di Calabria da cui si fugge e magari si torna. Di donne cui non basta rispecchiarsi in una leggenda lontana, ma vogliono essere vive oggi.
Tante cose, tanti significati… e uno stile agile ed elegante, preciso, profondo, lucente, che ti accompagna e fa venire voglia che arrivi sera per riprendere la lettura. Apre anche scorci di te, di me, sui copioni di vita ereditati e dai quali è bene uscire. Un libro e una scrittrice importanti.

Carlo Carrà, l’intimità ritrovata

(di Federica Tosadori)

“Insomma la mia pittura non vuole essere né naturalista né solo mentale,
pur affermando l’esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall’immaginazione.

Se poi le mie parole a qualcuno sembrassero poco singolari,
dirò che mai mi sono proposto di fare il singolare.
Di gente singolare il mondo è pieno.”

 

Due abissi chiusi, neri, gli occhi di Carlo Carrà. C’è un video, più o meno a metà percorso, in cui l’artista viene intervistato nel suo studio, ormai anziano, quando le sue opere potevano infine essere catalogate, definite… Carrà è stato sicuramente un uomo molto scherzoso, in un secolo oscuro come il ‘900, e in un certo senso le gocce liquide dei suoi occhi ne dimostrano entrambi gli aspetti: della sua personalità, del suo tempo. Mancano pochi giorni alla fine della mostra su Carlo Carrà curata da Maria Cristina Bandera presso il Palazzo Reale di Milano, piano terra per la precisione – ché sopra c’è Picasso. Le opere esposte sono 130, molte delle quali prestate da collezionisti privati, aspetto che rende la visita ancora più preziosa. Eppure, che senso ha recensire una mostra che sta per finire, quando non c’è più tempo per correre a vederla? Nessuno, ma ho anche pensato che forse così è ancora più spontaneo quello che sto per dire: la mia non è pubblicità. È solo un racconto.

Devo specificare subito che alla mostra ci lavoro. Questo cambia tutto, o meglio caratterizza tutto, definisce il mio modo stesso di fruire dell’arte. Fruire è un’azione – oltre che una parola – meravigliosa, a cui non viene mai riconosciuta la potenza adeguata. Osservare in silenzio, cercare di capire, ascoltare. Prima di tutto si fruisce delle cose e poi si prendono delle decisioni. Io me ne sto nel mio Bookshop, tranquilla, seduta dietro allo schermo della cassa, a impilare cataloghi insieme ai miei colleghi, a cercare di capire come esporre quei libri che vendono meno – che tanto non serve a niente perché il libro più venduto resta sempre Come si seducono le donne di Filippo Tommaso Marinetti (e stiamo parlando del 1916 e di Futurismo, velocità guerra macchina, ma alle persone piace pensare che in quel libricino sia svelato l’unico segreto che non verrà mai rivelato al mondo…) – dicevo, me ne sto circondata dai libri, e da dietro la tenda nera che delimita lo spazio atemporale dell’esposizione da quello consumistico della realtà, spuntano i visitatori un po’ sconvolti, con occhi giganti, sorpresi dalla luce, e tutti, tutti veramente contenti.

«Che mostra bellissima!», «Che esposizione meravigliosa!», «Ne è valsa proprio la pena!», «Sono davvero soddisfatta!», «Ma come mai c’è così poca gente?» e via dicendo. Ecco, la mia visita alla mostra è cominciata così. Allora un giorno, dopo svariati tentativi e giri veloci in brevi archi di tempo, mi sono decisa e mi sono tenuta libera solo ed esclusivamente per visitarla: una pausa da ogni cosa. Avevo deciso di farlo da sola. Ma poi un’amica mi ha scritto: ‘Andiamo insieme oggi, anche io sono libera!’ – dal lavoro, anche il suo, nella soprastante mostra di Picasso. ‘Certo!’. Quindi ho capito. Che è sempre una questione di persone, di relazioni. Non potevo visitarla da sola, perché l’avevo già vissuta con ogni visitatore con cui avevo scambiato due parole al Bookshop. E dentro anche, in ogni sala un “ciao” al guardia-sala presente, e una condivisione di pareri perfino, gli stessi colori osservati da altri sguardi. Lavorare a Palazzo Reale è un’occasione che augurerei a molti. È una chance di incontro che si moltiplica ogni giorno: conoscere persone presenti attraverso persone passate.

Carlo Carrà è stato un pittore coraggioso, che dal Futurismo più puro è passato alla metafisica più asciutta e dolorosa per poi decidere che basta, avrebbe fatto di testa sua, e la testa sua gli diceva natura, forme geometriche all’interno dei paesaggi, contatto diretto con il suolo, con il mare, con l’umano, che a un certo punto sparisce dai suoi dipinti, ma solo perché in fondo ci è appena passato e ha lasciato un panno piegato, sotto a un pino marittimo, una barchetta vuota, un tendone da circo abbandonato. Ha lasciato una casa, è salito sulla montagna ed è già andato oltre, là dietro, dietro al quadro, oppure davanti al tavolo di un natura morta con coltello e libro. Un quadro di Carrà si potrebbe osservare delle ore intere, per assaporarne tutti i vuoti, tutte le mancanze, per considerarle parte delle cose, spazi nulli che riempiono il mondo. Fuori tutti – amici, colleghi, baristi, comunali, ex studenti, dispersi, senegal boys, venditori di rose, pompieri e perfino il nipote del pittore, visi incrociati mille volte, pezzettini di relazione – dentro ai quadri nessuno. La mostra di Carrà è stata una compensazione meravigliosa.

Poi l’umano è ricomparso, dopo l’abbandono, ritorna, compensa. A un certo punto nei quadri di Carrrà gli esseri umani diventano giganti, imponenti, delle statue di muscoli, dei veri monumenti di carne. Spesso ancora vicino all’acqua, seminudi, di schiena, solitari. Un’interiorità pura traspare da queste figure di bagnanti e nuotatori; intimità nel mare verde sullo sfondo, nel cielo quasi in tempesta. La mostra in sé è molto intima, questa sensazione mi è vorticata dentro per tutto il tempo, il contrario perfetto delle parole in libertà futuriste, dove si urlava, si sbraitava, da cui tutto è cominciato. Dalla rabbia espressa a colori del Futurismo, Carrà è tornato indietro, nella storia dell’arte, nelle emozioni. Si è ricostruito una sensibilità primitiva, ancora più profonda proprio perché filtrata da arti categoriche come il Futurismo e la Metafisica. Le forme si sono fatte semplici, simboliche e per questo misteriose: giocattoli, carrozze, sospesi su uno sfondo arancio scuro. E poi l’azzurro e il verde dei paesaggi. La mostra di Carrà è un percorso nella sua testa, nella mente di un uomo che ha trasformato la natura in uno spazio mitico, un luogo dove tutti vorremmo tornare, perché è da lì che veniamo. L’origine, il centro, un contatto cordiale con la terra.

…Forse siete ancora in tempo: manca una settimana!

Kiss and Fly

(di Federica Tosadori)

Sarah Brown
Maurice, weep not, I am not here under this pine tree.
The balmy air for spring whispers through the sweet grass,
The stars sparkle, the whippoorwill calls,
But thou grievest, while my soul lies rapturous
In the blest Nirvana of eternal light !
Go to the good heart that is my husband,
Who broods upon what he calls our guilty love : –
Tell him that my love for you, no less than my love for him,
Wrought out my destiny – that thtough the flesh
I won spirit, and through spirit, peace.
There is no marriage in heaven,
but there is love.

Spoon River Anthology – E.L.Masters

 

Siamo quasi in aeroporto. Calcutta canta di tachipirina e paracetamolo alla radio, mi giro verso Diego e gli sorrido. Sento dolore dietro agli occhi, come se mi avessero infilato una lastra di vetro sottile tra il cervello e le pupille. Una tachipirina farebbe bene anche a me in questo momento. Il sorriso che ho fatto a Diego è come una conversazione, come se lo amassi solo adesso che, finalmente, me ne vado.
Che la realtà prenda consistenza giusto nell’allontanamento, era una cosa che avevo già notato. O forse mia sorella me ne aveva parlato, qualche teoria dell’assenza e del distacco. Lei studia filosofia, se ne intende. Diego, anche lui mi sorride. Forse è felice davvero con me, forse è contento che, finalmente, me ne vado, o forse ancora, ipotesi più plausibile, sorride tanto per farlo, un riflesso incondizionato che fa rispondere sorriso a sorriso.
«Cos’ha detto il tuo fidanzatino quando ha saputo che ti accompagnava tuo fratello all’aeroporto?»
Mi chiede dal nulla, mentre Calcutta ascolta un canto di gabbiano dentro la sua mano. Ha preso a chiamare Pietro, “fidanzatino”, con aria dispregiativa, come se non fossi io quella a dover essere disprezzata. Sgualdrina, per la morale comune, ovviamente. Io certo così non mi ci sento. A Diego però piace tanto categorizzare, perfino se stesso. Ci tiene a essere l’amante.
«Mah, niente, ha detto ok. Sembrava un po’ triste, ma sai non lo capisco mai cosa pensa.»
Tralascio il fatto che per salutarci abbia voluto vedermi nuda per l’ultima volta, prima del mio viaggio lungo e lontano, «Così mi stampo in testa quest’immagine, amore mio» ha detto, poco prima che Diego mi passasse a prendere sotto casa di mio fratello, dove fingevo di aspettare il mio passaggio. A Diego dà davvero tanto fastidio quando si rende conto che io con Pietro, ho un rapporto molto sereno, anzi soddisfacente. Per me è normale, ma secondo lui, tra i due, la mia preferenza sarebbe palese. Si sbaglia. La parola “preferenza” non la uso, per via di quel pre davanti che mi ricorda troppo tutti gli altri termini che iniziano allo stesso modo: pregiudizio, precisare, previsione, pretendere…

Partenze. Pazienze. Gli aeroporti mi piacciono da morire. Diego posteggia nella zona verde, quella dei saluti veloci. Degli ultimi baci, o dei primi. Scende e tira fuori dal baule il mio bagaglio: una valigia enorme, rosa, il mio armadio portatile. Poi mi guarda, si avvicina, mi bacia. Io ho osservato tutti i suoi movimenti, come se lo vedessi da fuori, come se non fossi stata lì. Ma al bacio rispondo con gioia.
«Ti amo» dice.
«Anche io.»
«I nostri ultimi dieci minuti insieme… Vuoi che passi anche al ritorno?»
«No, ma va, figurati, viene mio fratello.»
Diego finge una faccia sospettosa, ma si immobilizza davvero, per un attimo.
«È una scusa per dirmi che verrà il tuo amante?»
Rido. Sì. Per questo fa ridere. L’amante dell’amante, per stare alle categorie di Diego, ma io non etichetto. I miei fratelli sono gli unici a saperlo. Certo, mi conoscono da sempre, mi vogliono bene. Forse sono le uniche persone al mondo che mi capiscono veramente. Quando viaggio, per andare a trovare Carlos, si ripresenta sempre il solito problema del chi ti porta e chi ti viene a prendere ecc. Con tre uomini che si propongono è sempre difficile scegliere. Fosse per me non sceglierei, li vorrei tutti. Almeno là, dall’altra parte delle montagne, da quando Sofia è partita per l’Africa, c’è solo Carlos.
«Dài tesoro vai, che sennò paghi.»
Mi dà un altro bacio, sale in auto, clacson, saluto, sorriso, bacio soffiato e via. Non ho mai paura di perderli, i miei amori. Non ho mai paura di lasciarli andare, che mi scoprano, che mi lascino. Sono tranquilla. Perché proprio quando mi allontano da loro so che i miei sentimenti sono veri, verso tutti, che nessuno può dirmi come comportarmi al meglio, impormi una scelta, farmi sentire in colpa. Non mento mai, o comunque lo faccio molto poco, e soltanto per le cose pratiche. Tengo solo nascosta la mia capacità di saper amare più persone contemporaneamente. E mi sento felice per questo, fortunata. Sono gli altri a essere limitati. Per questo mi auguro sempre che Pietro, Diego, Carlos, Sofia, Luca amino qualcun altro oltre a me. Sarebbe triste altrimenti. Sofia per esempio, lei è come me.

Sono ancora nell’area kiss and fly, con il mio bagaglio rosa e il cellulare in mano e un sorriso implicito, incondizionato, come un riflesso.
Da lontano puoi osservare tutto insieme, ogni persona, ogni avvenimento, ogni sentimento, come parte di un’unità. Allontanarsene è come morire. Niente ha più importanza e tutto diventa importante. E in fondo mi sembra che siamo già tutti abbastanza morti, tutti abbastanza dispersi e incorporei. Non credo in effetti che la morte sia molto diversa dalla vita che viviamo, secondo me è solo un’esistenza parallela, anzi di più, perché da quella parte siamo tutti insieme, senza restrizioni e paure e regole… È questo ciò che spaventa tanto i vivi della morte: essere liberi incondizionatamente.
Mi sembra di avere mia sorella, che mi parla nella testa, vorrei che fosse qui. Le mando un cuoricino su WhatsApp, tanto lo so che tempo cinque minuti me ne manda uno più grande.
Mi guardo intorno. C’è un ragazzo con la coda e gli auricolari bianchi e sottili nelle orecchie. Canticchia. Lo faccio anche io. Quest’estate mi piace Calcutta, la sua voce lamentosa che urla di un cuore che va a mille, di call center, di notti al pesto. Tutti si baciano intorno a me. Kiss and fly, che hanno tradotto in italiano con saluta e vai, ma non è la stessa cosa. Ci sono quattro uomini che si abbracciano incrociandosi, e poi pullmini che fanno scendere famiglie intere con intere valigie, ragazze con finti veli da sposa e peni fuxia stampati sulle magliette tutte uguali, e bambini con peluches in mano, che si dimenticano di avere dei genitori preoccupati di perderli, che gli aeroporti sono posti molto pericolosi e confusionari, persone che vanno in vacanza, ma sempre con l’ansia degli orari, delle borse che non arrivano. Ho visto persone piangere di fronte a quella pedana mobile vuota. Valigia perduta, e chissà quante cose con quella: ricordi che solo in quel momento si scoprono fondamentali. E gli aerei cadono, anche. E tutti partono con la speranza di non precipitare. Almeno all’andata, così si fa la vacanza e poi si può anche morire. C’è una donna che ha uno sguardo tristissimo, accanto a me, ha appena salutato il suo compagno. O chiunque quell’uomo fosse. Si sono lasciati lì, nella zona atemporale del saluta e vola. Bacia e vai. Lascia e via. Lontano. Vorrei dirle che da lontano è tutto più bello, ma non lo faccio.
Vibra il cellulare, più di una volta. Carlos che non vede l’ora di vedermi, il cuore di mia sorella e mio fratello che mi chiede se alla fine, ci sono arrivata davvero in aeroporto. Sì, e forse dovrei entrare. Luca mi chiama. «Tutto bene? Arrivata?»
No, non sono arrivata da nessuna parte, ma sono lontano. Saluto e vado. Già mentalmente su quell’aereo, in mezzo alle nuvole, vicino a un cielo che è solo bianco, vuoto, senza occhi. Che non fa preferenze.

 

Sarah Brown
Maurice, non piangere, non sono qui sotto il pino.
L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,
le stelle scintillano, la civetta chiama,
ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia
nel nirvana beato della luce eterna!
Va dal cuore buono che è mio marito,
che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –
digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,
hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne,
raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.
Non ci sono matrimoni in cielo,
ma c’è l’amore.

 

Promemoria per un anno di libri

(di Isabella Gavazzi)

È vero, la lista dei buoni propositi per migliorare le nostre abitudini giornaliere, da che mondo è mondo, si fa il primo di gennaio, dopo i bagordi di capodanno, ma all’atto pratico il vero momento in cui la vita intera ricomincia è settembre. Sarà per un retaggio legato alle tempistiche scolastiche, o forse perché, dopo il mare, il sole e le giornate lunghe, l’idea di tornare uguali a prima non convince molto. La questione dei buoni propositi si può declinare anche all’ambito della lettura, per evitare di arrivare a marzo dicendo “ecco, non ho letto ciò che volevo leggere in questi mesi!”.
La vita frenetica non aiuta, ma con una buona pianificazione vedrete che riuscirete a far tutto, lettura compresa.

1. Fare una scaletta di cosa si vuole leggere

Tutti abbiamo titoli che ci girano per la testa e che da sempre vogliamo leggere… Scriveteli nel planning di lettura! L’importante è essere onesti con voi stessi e chiedervi se è realistico che possiate leggere dieci libri al mese facendo un lavoro full time e seguendo il personal trainer tutte le sere. Se la risposta è no, scegliete uno o due titoli. Per rendere il tutto più ufficiale, sull’agenda create una tabella con i titoli, quando li avrete letti e in quanto, più una zona per le annotazioni di cosa vi ha lasciato, cosi sarà più facile ricordarli a distanza di tempo.

2. Ritagliare dei momenti per leggere

C’è chi legge prima di dormire, chi in bagno, chi sui mezzi di trasporto. I momenti per prendere in mano un libro possono essere innumerevoli durante la giornata, l’importante è volerlo fare, altrimenti lo smartphone, tablet e mail avranno il sopravvento. Datevi dei tempi e dei paletti: se leggete fate solo quello, via cellulare e TV spenta, così vi godrete appieno il momento.

3. Partecipate a eventi legati alla letteratura

Non sembra ma circondarsi di persone e attività stimolanti invoglia a continuare su questa strada, quindi iscrivetevi alle newsletter di biblioteche, comuni e circoli culturali, andate a presentazione di libri o conferenze sul settore. In questo modo farete sicuramente fruttare una serata e verrete in contatto con persone nuove ma al tempo stesso accomunate dalla stessa passione.

4. Parlate di libri

Vi è piaciuto molto l’ultimo romanzo letto? Ditelo al collega, alla moglie o al vicino di casa! Condividere ciò che ci è piaciuto aiuta la memoria a ricordare e a sviluppare un pensiero critico, oltre che interessare gli altri alla cultura!

5. Comprate qualsiasi editore

Va bene la comodità delle grandi catene di librerie, ma così facendo ignorerete molti libri che sono dei gioielli nascosti. Andate alle fiere dell’editoria, perdetevi tra i tanti banchetti dai nomi nuovi e fermatevi a chiacchierare con chi li gestisce. Scoprirete che dietro ai libri di sono persone che possono consigliarvi, guidarvi e farvi conoscere testi stupendi. Il rapporto umano e di amicizia che si può creare sarà un valore aggiunto impagabile.

Quali sono le vostre tattiche per leggere durante l’anno? Avete già fatto la lista di libri da leggere? Commentate numerosi e…buona lettura!

Always Happy Hour

(recensione di Monica Frigerio)

Happy Hour è una raccolta di racconti della scrittrice statunitense Mary Miller, pubblicata in Italia nel 2017 dalla casa editrice Black Coffee, che si occupa in particolare di letteratura americana contemporanea.

La raccolta arriva dopo il fortunato esordio Last Days of California e con i suoi diciassette racconti fa un ritratto impietoso di giovani donne dai venti ai trent’anni che abitano l’America calda, asfissiante, conservatrice, per gran parte ancora rurale, color grigio e terra di Siena degli stati del Sud.

Impietoso non perché si accanisca contro le sue giovani protagoniste, incolpandole di chissà che cosa se la loro vita si trascina di attimo in attimo tra lavori precari e amori altrettanto instabili e loro sembra non solo non trovino nessuno stimolo per reagire, per fare qualcosa che le aiuti a uscire fuori da questa stasi che nella sua immobilità le fagocita a velocità preoccupanti. Non trovano uno stimolo, in ciò del tutto simili alla famosa Eveline di Joyce, ma neanche lottano troppo per andare a cercarlo. A parte momenti fugaci di presa di coscienza, le donne di Mary Miller sembrano accettare pacatamente un ruolo non particolarmente grandioso che il destino gli ha assegnato, o se non proprio accettarlo almeno cercare di metterlo in secondo piano scolandosi lattine e lattine di birra a poco prezzo presa al supermercato.

Se una volontà c’è è quella di volere dimenticare, di rendersi conto di come stanno le cose ma non troppo a lungo, altrimenti diventerebbe insostenibile.

“Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista”, questa citazione è tratta dal racconto Verso l’alto in cui una ragazza viene coinvolta dal suo fidanzato, che vive in un camper, in un affare ben poco legale al solo scopo di raccogliere qualche soldo e giustamente è stata posta in evidenza in quarta di copertina perché ben coglie lo spirito di tutta la raccolta, vale a dire la sensazione di essere intrappolate in un’esistenza in cui non ci si riconosce, ma dalla quale davvero non si conoscono i mezzi per uscirne. Oppure si fa finta di non conoscerli, questo accade alla protagonista di La bella gente che parlando con una sua amica che non se la passa troppo bene ma che dice di stare facendo di tutto per rimanere a galla si trova a riflettere con sé stessa: “So che potrei fare di meglio, che è nelle mie facoltà, e che anche Aggie potrebbe, ma per qualche motivo abbiamo deciso di concederci il lusso di trascinare il nostro potenziale, di illuderci che stiamo facendo il nostro meglio. Apro la bocca e la richiudo, scelgo di tenere per me questa considerazione”.

La realtà è soffocante e opprimente come le infinite giornate estive del Sud degli Stati Uniti in cui il sudore non ti dà tregua e ti ritrovi su un autobus con gente brutta che sembra uscita di casa solo per andare a prendere altro pollo fritto o fare un giro al Walmart e ti ritrovi a chiederti come sia possibile essere finita proprio lì, in quel momento e in quella situazione, ma tra le mani hai solo un aggettivo indefinito, un qualche, che pesa, ma nello stesso tempo rende tutto più leggero.

La Miller è molto brava nel restituire tramite le sue narrazioni di vita quotidiana il senso di impotenza e disillusione verso il futuro provato dalle sue protagoniste. Nonostante la dedica “Ai miei ex”, questi racconti non parlano principalmente di amore o relazioni finite, c’è anche quello, ma è solo una parte di un quadro più ampio. La sua inquadratura è particolare, non parte mai da dove il problema è sorto e neanche si spinge a esaminare il fallimento nella sua essenza, la camera rimane fissa in un momento che non è né il prima né il dopo, ma un limbo esistenziale pantanoso nel quale le sue ragazze prendono coscienza di essere decontestualizzate, di avere sbagliato qualcosa di indefinito nel passato che le ha portate lì in quella che sembra essere una confort zone, ma che è in realtà solo un modo per defilarsi. È fortissima questa sensazione di non appartenere, di non essere qualcosa di ben messo a fuoco e definito, di avere paura per il proprio futuro, c’è Darcie del racconto Hamilton Pool che “si ricorda che non appartiene al mondo di Terry [il suo fidanzato], che non appartiene a nessun posto tranne forse la casa dei suoi genitori, ma neanche a quello”, c’è la protagonista di Prima classe che ci dice “non mi piace mai la persona che sembro. Non sono né una tipa sportiva né una secchiona. Non sono mai né bella né brutta, né grassa né magra. A un certo punto smetterò di sforzarmi di sembrare qualcosa e sarò semplicemente vecchia”.

Le donne della Miller si preoccupano del loro peso, di come staranno in bikini, si chiedono se avranno mai bambini, non vogliono essere chiamate ‘signore’, si chiedono se rischiano di risultare troppo appiccicate ai loro fidanzati. Ma fanno tutto questo nel modo meno lezioso che si possa immaginare. Non sappiamo cosa ne sarà di loro – come abbiamo detto la camera si ferma sempre sullo stesso punto –, anzi è molto probabile che non gli succeda proprio niente ed è proprio sul niente che spesso si costruisce la buona letteratura.

Se ami leggere libri di empowerment che ti motivino in maniera straordinaria a costruirti mattone per mattone una vita brillante e piena di successi, piena di muri sfondati, questo libro non fa per te. Non perché il self empowerment e il girl power e tutto ciò che si sono inventati non vadano bene, ma perché sappiamo che in fondo la vita assomiglia molto di più a quello scritto qui e l’unica cosa da fare è riderne un po’ insieme.

Un viaggio nelle borgate romane a metà Novecento

(di Marcella Valvo)

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna, ma si spostò frequentemente a causa della vita allo sbando del padre. La storia dello scrittore e della sua terra è una storia di arrivi e ripartenze. Anche la regione in cui trascorse la maggior parte del tempo, il Friuli, venne abbandonata, per sfuggire alle accuse di omosessualità.

E così Roma divenne la sua nuova casa, dopo un impatto con la città che lo segnò per la vita. Le tracce di questo incontro sconvolgente, impresse a fuoco nel suo animo, sono riversate in un romanzo (nonché il primo) fortemente sperimentale dell’autore: Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955.
Non solo un libro che racconta una storia di ragazzi qualunque. Non solo un insieme di avventure, all’apparenza frammenti di esistenze. Ma anche un grido d’odio, anche una denuncia necessaria e inevitabile. Cosa, o chi, denuncia Pasolini? Lo scrittore si erge in lotta alle costrizioni della vita quotidiana e ai condizionamenti della società: tutto ciò che non gli permette di essere chi è e da cui sente di essersi liberato proprio lì, in quella città bellissima e disperata. Tramite una serie di racconti che vedono protagonisti i giovani borgatari romani – tutt’altro che bravi ragazzi! – Ragazzi di vita vuole rappresentare la realtà sociale della periferia della capitale, negli anni seguenti al regime fascista. Anni neri che hanno segnato indelebilmente la città e i suoi abitanti. Non c’è un protagonista soltanto: protagonisti sono i ‘ragazzi di vita’, ciascuno portatore di vita, o meglio di una ‘vitalità disperata’.

Il romanzo in realtà, si apre con un punto d’osservazione particolare: come una telecamera, le pagine inseguono il giovane Riccetto nelle sue imprese, mostrandoci la sua fame di vita e allo stesso tempo la paura che si nasconde dietro di essa. Le corse a perdifiato nelle strade di periferia, i furti più o meno riusciti ai Mercati Generali, i bottini racimolati al Ferrobedò, i sogni ad occhi aperti in riva al fiume. Il Riccetto fa parte a pieno titolo della realtà della borgata. Solo in seguito, quando deciderà di voltare le spalle a quel mondo e al mondo dell’infanzia (l’unico a noi raccontato), solo allora l’obiettivo della telecamera si sposterà da lui per inseguire più da vicino gli altri ragazzi del gruppo: il Caciotta, il Lenzetta, Alduccio…
Ma ciò che leggiamo in questo romanzo non è solo la gioia del vivere liberi, senza costrizioni. La vitalità di questi ragazzi è profondamente, indissolubilmente, intrecciata alla violenza e, in ultima istanza, alla morte. Come a voler rappresentare la reazione repressiva della società, già dalle prime pagine troviamo la morte accidentale di una donna ai Mercati Generali, e a questa seguirà il suicidio di Amerigo, così come la tragica fine del povero Piattoletta, piccola figura tragica la cui fine ingiusta e crudele spezza il cuore al lettore, senza scampo.
Di momenti di ‘strappo’ è colmo il romanzo: momenti fugaci, spesso troppo brevi, che lasciano intravedere una tenerezza di fondo nello sguardo con cui questi ragazzi sono osservati. Certo non sono santi, ma nemmeno demoni. Sono giovani e in balia di una realtà che li culla come la madre o il padre che spesso non hanno conosciuto. Così Marcello, intenerito dai cagnolini di Zambuia, ne prende con sé uno: immensa è la dolcezza con cui se ne prende cura. E poi una delle scene più significative del romanzo: il Riccetto che si getta in acqua, durante una gita in barca sul Tevere, per salvare una rondine che rischiava di annegare. L’assenza di una risposta a Marcello, che avrebbe preferito vederla morire, non fa che confermare l’estremo bisogno (e desiderio) sepolto nel cuore di prendersi cura di se stessi e dell’altro.

Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondinella tra le mani.
– E che l’hai sarvata a ffà, – gli disse Marcello, – era così bello vedella che se moriva!
Il Riccetto non gli rispose subito.
– È tutta fracica, – disse dopo un po’, – aspettiamo che s’asciughi!
Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti era là che rivolava tra le compagne, sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva più dalle altre.

Per questo non si può che concordare con le parole di Gianfranco Contini, un grande amico di Pasolini, che nella recensione a questo romanzo scrisse: ‘Non è un romanzo? Infatti è un’imperterrita dichiarazione d’amore’.

Il coraggio della parola

(di Nadia Kasa)

Era un pomeriggio come tutti gli altri quando una bambina pakistana di 11 anni, di nome Malala, prese il pullman per tornare a casa. Tutto sembrava procedere seguendo la stessa routine quotidiana, ma una sosta inaspettata cambiò ogni cosa.

In molte culture antiche è presente una teoria del destino, secondo la quale tutto accade secondo uno schema ben preciso. La storia di Malala sembra seguire questa logica.

Quel pomeriggio degli uomini armati fermarono il bus e spararono dei colpi di arma da fuoco in testa a Malala. I talebani non ci stavano che venisse fuori la verità.

Malala aveva avuto il coraggio di parlare attraverso il suo blog, di denunciare i soprusi dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Grazie al soccorso prestato dai medici la bambina si salvò e si trasferì in Gran Bretagna dove iniziò a far conoscere la sua storia. Il suo obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sul tema del diritto delle bambine all’istruzione e a una pari dignità dei sessi, in particolare nel mondo islamico.

Nel 2014 Malala è diventata la più giovane laureata nella storia ad aver ricevuto il Nobel per la pace.

Questa giovane donna è diventata il simbolo del diritto all’istruzione, della parità dei sessi e del coraggio delle donne: tutto grazie alle sue parole.

Intervista sul cadavere

(di Luciano Sartirana)

Ci avete convocati qui in tutta fretta. Cosa avete scoperto questa volta?
Una cosa più che epocale, glielo assicuro!

Non lo dubitiamo, visto che la sua équipe ha già vinto sei Nobel. Venga al dunque.
Abbiamo visto il cadavere di Dio.

Prego?
Esattamente ciò che avete sentito: abbiamo rinvenuto il cadavere di Dio, a venti miliardi di anni luce. Una massa di luce bianca ondeggiante nello spazio, addirittura con i lineamenti che gran parte di noi gli attribuisce. Ma la domanda prima che ci siamo fatti da scienziati è stata: se il nostro universo ha quattordici miliardi di anni luce di età e di grandezza, come è stato possibile osservare qualcosa sei miliardi di anni luce più in là?

Glielo stavo per chiedere.
Come sa anche un criceto, il nostro ultratelescopio spaziale Ipazia9000 ha già osservato il Big Bang qualche anno fa. Oggi siamo riusciti a entrare nel Big Bang, che è un buco nero come tanti altri. La velocità aumentata al suo interno ha portato presto il nostro obbiettivo fino dall’altra parte, nell’universo che c’era prima del nostro e che è collassato nel Big Bang medesimo. E vorrei dirvi di più…

Siamo tutto orecchi.
Non sappiamo ancora quanto fosse grande l’universo precedente, ma dalle dimensioni della salma (non l’abbiamo ancora visto tutto quanto) possiamo arguire che Dio lo occupasse quasi tutto. A differenza del nostro, zeppo di materia oscura e di vuoto. E forse questo faceva stare molto meglio tutti quelli che vivevano di là…!

Non faccia della metafisica. Invece: se Dio lo occupava quasi tutto, nel poco spazio dove non c’era, cosa c’era?
Non lo sappiamo ancora. Forse qualcosa che qualcuno di noi ha già battezzato “materia atea”. Ah, ah…! Ma al vostro posto avrei fatto un’altra domanda…

Sentiamo, se la canti e se la suoni pure.
Se abbiamo visto il cadavere di Dio a venti miliardi di anni luce e il Big Bang è stato sei miliardi di anni luce dopo, c’è forse un rapporto fra i due – chiamiamoli così – eventi?

C’è forse un rapporto?
La ringrazio della domanda. Abbiamo due ipotesi: la prima è che il Big Bang sia stato l’ultimo atto della sua putrefazione, dove ciò che costituiva la sua vita è schizzato via come un insieme infinito di spore; la seconda è molto più complessa: che il Big Bang sia stato in effetti il momento preciso del trapasso, ma ciò che abbiamo visto a venti miliardi di anni luce ne sia stato un auto-ologramma rivolto all’indietro, quasi ad avvisare l’universo precedente dove si stesse andando a finire.

Saltando a tutt’altro discorso… e tutto quello che abbiamo creduto riguardo a Dio nella nostra storia?
Nella migliore delle ipotesi sono echi sconnessi di un messaggio dolente, qualcosa che prima di morire il grande Costui ha lanciato al suo universo e magari agli universi successivi.
Nell’ipotesi peggiore sono scarti impazziti, frattaglie insanguinate di un essere vivente agli ultimi, addirittura frammenti di abiti o di appunti su un notes.
Sta di fatto che questi suoi messaggi – compreso l’invio del Figlio e dello Spirito Santo, Siddharta, Quetzalcoatl e tutti gli altri – sono echeggiati per miliardi di anni prima di arrivare a noi. Ma chi li aveva inviati non ne sapeva più nulla. Adoravamo qualcuno che solo la distanza ci faceva vedere vivo e presente. Pensate che nell’universo di là mandasse a morte certa un poveraccio di animo buono (che se n’era accorto, sia pure all’ultimo… “Perché mi hai abbandonato?”… ma il Padre non lo poteva più sentire da un bel po’)?

Il suo cinismo mi sconcerta.
Guardate il lato buono… pur credendo in qualcuno defunto da venti miliardi di anni, milioni di uomini sono riusciti a comportarsi bene grazie a questa fede. Per non dire che ci siamo circondati di chiese e templi bellissimi, di letteratura e di teologia, di arte come di pensiero.

Altri hanno compiuto cose orrende, su quella base.
Non lo dica a me. Cosa pretende da un universo nato da un decesso?