Kiss and Fly

(di Federica Tosadori)

Sarah Brown
Maurice, weep not, I am not here under this pine tree.
The balmy air for spring whispers through the sweet grass,
The stars sparkle, the whippoorwill calls,
But thou grievest, while my soul lies rapturous
In the blest Nirvana of eternal light !
Go to the good heart that is my husband,
Who broods upon what he calls our guilty love : –
Tell him that my love for you, no less than my love for him,
Wrought out my destiny – that thtough the flesh
I won spirit, and through spirit, peace.
There is no marriage in heaven,
but there is love.

Spoon River Anthology – E.L.Masters

 

Siamo quasi in aeroporto. Calcutta canta di tachipirina e paracetamolo alla radio, mi giro verso Diego e gli sorrido. Sento dolore dietro agli occhi, come se mi avessero infilato una lastra di vetro sottile tra il cervello e le pupille. Una tachipirina farebbe bene anche a me in questo momento. Il sorriso che ho fatto a Diego è come una conversazione, come se lo amassi solo adesso che, finalmente, me ne vado.
Che la realtà prenda consistenza giusto nell’allontanamento, era una cosa che avevo già notato. O forse mia sorella me ne aveva parlato, qualche teoria dell’assenza e del distacco. Lei studia filosofia, se ne intende. Diego, anche lui mi sorride. Forse è felice davvero con me, forse è contento che, finalmente, me ne vado, o forse ancora, ipotesi più plausibile, sorride tanto per farlo, un riflesso incondizionato che fa rispondere sorriso a sorriso.
«Cos’ha detto il tuo fidanzatino quando ha saputo che ti accompagnava tuo fratello all’aeroporto?»
Mi chiede dal nulla, mentre Calcutta ascolta un canto di gabbiano dentro la sua mano. Ha preso a chiamare Pietro, “fidanzatino”, con aria dispregiativa, come se non fossi io quella a dover essere disprezzata. Sgualdrina, per la morale comune, ovviamente. Io certo così non mi ci sento. A Diego però piace tanto categorizzare, perfino se stesso. Ci tiene a essere l’amante.
«Mah, niente, ha detto ok. Sembrava un po’ triste, ma sai non lo capisco mai cosa pensa.»
Tralascio il fatto che per salutarci abbia voluto vedermi nuda per l’ultima volta, prima del mio viaggio lungo e lontano, «Così mi stampo in testa quest’immagine, amore mio» ha detto, poco prima che Diego mi passasse a prendere sotto casa di mio fratello, dove fingevo di aspettare il mio passaggio. A Diego dà davvero tanto fastidio quando si rende conto che io con Pietro, ho un rapporto molto sereno, anzi soddisfacente. Per me è normale, ma secondo lui, tra i due, la mia preferenza sarebbe palese. Si sbaglia. La parola “preferenza” non la uso, per via di quel pre davanti che mi ricorda troppo tutti gli altri termini che iniziano allo stesso modo: pregiudizio, precisare, previsione, pretendere…

Partenze. Pazienze. Gli aeroporti mi piacciono da morire. Diego posteggia nella zona verde, quella dei saluti veloci. Degli ultimi baci, o dei primi. Scende e tira fuori dal baule il mio bagaglio: una valigia enorme, rosa, il mio armadio portatile. Poi mi guarda, si avvicina, mi bacia. Io ho osservato tutti i suoi movimenti, come se lo vedessi da fuori, come se non fossi stata lì. Ma al bacio rispondo con gioia.
«Ti amo» dice.
«Anche io.»
«I nostri ultimi dieci minuti insieme… Vuoi che passi anche al ritorno?»
«No, ma va, figurati, viene mio fratello.»
Diego finge una faccia sospettosa, ma si immobilizza davvero, per un attimo.
«È una scusa per dirmi che verrà il tuo amante?»
Rido. Sì. Per questo fa ridere. L’amante dell’amante, per stare alle categorie di Diego, ma io non etichetto. I miei fratelli sono gli unici a saperlo. Certo, mi conoscono da sempre, mi vogliono bene. Forse sono le uniche persone al mondo che mi capiscono veramente. Quando viaggio, per andare a trovare Carlos, si ripresenta sempre il solito problema del chi ti porta e chi ti viene a prendere ecc. Con tre uomini che si propongono è sempre difficile scegliere. Fosse per me non sceglierei, li vorrei tutti. Almeno là, dall’altra parte delle montagne, da quando Sofia è partita per l’Africa, c’è solo Carlos.
«Dài tesoro vai, che sennò paghi.»
Mi dà un altro bacio, sale in auto, clacson, saluto, sorriso, bacio soffiato e via. Non ho mai paura di perderli, i miei amori. Non ho mai paura di lasciarli andare, che mi scoprano, che mi lascino. Sono tranquilla. Perché proprio quando mi allontano da loro so che i miei sentimenti sono veri, verso tutti, che nessuno può dirmi come comportarmi al meglio, impormi una scelta, farmi sentire in colpa. Non mento mai, o comunque lo faccio molto poco, e soltanto per le cose pratiche. Tengo solo nascosta la mia capacità di saper amare più persone contemporaneamente. E mi sento felice per questo, fortunata. Sono gli altri a essere limitati. Per questo mi auguro sempre che Pietro, Diego, Carlos, Sofia, Luca amino qualcun altro oltre a me. Sarebbe triste altrimenti. Sofia per esempio, lei è come me.

Sono ancora nell’area kiss and fly, con il mio bagaglio rosa e il cellulare in mano e un sorriso implicito, incondizionato, come un riflesso.
Da lontano puoi osservare tutto insieme, ogni persona, ogni avvenimento, ogni sentimento, come parte di un’unità. Allontanarsene è come morire. Niente ha più importanza e tutto diventa importante. E in fondo mi sembra che siamo già tutti abbastanza morti, tutti abbastanza dispersi e incorporei. Non credo in effetti che la morte sia molto diversa dalla vita che viviamo, secondo me è solo un’esistenza parallela, anzi di più, perché da quella parte siamo tutti insieme, senza restrizioni e paure e regole… È questo ciò che spaventa tanto i vivi della morte: essere liberi incondizionatamente.
Mi sembra di avere mia sorella, che mi parla nella testa, vorrei che fosse qui. Le mando un cuoricino su WhatsApp, tanto lo so che tempo cinque minuti me ne manda uno più grande.
Mi guardo intorno. C’è un ragazzo con la coda e gli auricolari bianchi e sottili nelle orecchie. Canticchia. Lo faccio anche io. Quest’estate mi piace Calcutta, la sua voce lamentosa che urla di un cuore che va a mille, di call center, di notti al pesto. Tutti si baciano intorno a me. Kiss and fly, che hanno tradotto in italiano con saluta e vai, ma non è la stessa cosa. Ci sono quattro uomini che si abbracciano incrociandosi, e poi pullmini che fanno scendere famiglie intere con intere valigie, ragazze con finti veli da sposa e peni fuxia stampati sulle magliette tutte uguali, e bambini con peluches in mano, che si dimenticano di avere dei genitori preoccupati di perderli, che gli aeroporti sono posti molto pericolosi e confusionari, persone che vanno in vacanza, ma sempre con l’ansia degli orari, delle borse che non arrivano. Ho visto persone piangere di fronte a quella pedana mobile vuota. Valigia perduta, e chissà quante cose con quella: ricordi che solo in quel momento si scoprono fondamentali. E gli aerei cadono, anche. E tutti partono con la speranza di non precipitare. Almeno all’andata, così si fa la vacanza e poi si può anche morire. C’è una donna che ha uno sguardo tristissimo, accanto a me, ha appena salutato il suo compagno. O chiunque quell’uomo fosse. Si sono lasciati lì, nella zona atemporale del saluta e vola. Bacia e vai. Lascia e via. Lontano. Vorrei dirle che da lontano è tutto più bello, ma non lo faccio.
Vibra il cellulare, più di una volta. Carlos che non vede l’ora di vedermi, il cuore di mia sorella e mio fratello che mi chiede se alla fine, ci sono arrivata davvero in aeroporto. Sì, e forse dovrei entrare. Luca mi chiama. «Tutto bene? Arrivata?»
No, non sono arrivata da nessuna parte, ma sono lontano. Saluto e vado. Già mentalmente su quell’aereo, in mezzo alle nuvole, vicino a un cielo che è solo bianco, vuoto, senza occhi. Che non fa preferenze.

 

Sarah Brown
Maurice, non piangere, non sono qui sotto il pino.
L’aria profumata della primavera bisbiglia nell’erba dolce,
le stelle scintillano, la civetta chiama,
ma tu ti affliggi, e la mia anima si estasia
nel nirvana beato della luce eterna!
Va dal cuore buono che è mio marito,
che medita su ciò che lui chiama la nostra colpa d’amore: –
digli che il mio amore per te, e così il mio amore per lui,
hanno foggiato il mio destino – che attraverso la carne,
raggiunsi lo spirito e attraverso lo spirito, pace.
Non ci sono matrimoni in cielo,
ma c’è l’amore.

 

Promemoria per un anno di libri

(di Isabella Gavazzi)

È vero, la lista dei buoni propositi per migliorare le nostre abitudini giornaliere, da che mondo è mondo, si fa il primo di gennaio, dopo i bagordi di capodanno, ma all’atto pratico il vero momento in cui la vita intera ricomincia è settembre. Sarà per un retaggio legato alle tempistiche scolastiche, o forse perché, dopo il mare, il sole e le giornate lunghe, l’idea di tornare uguali a prima non convince molto. La questione dei buoni propositi si può declinare anche all’ambito della lettura, per evitare di arrivare a marzo dicendo “ecco, non ho letto ciò che volevo leggere in questi mesi!”.
La vita frenetica non aiuta, ma con una buona pianificazione vedrete che riuscirete a far tutto, lettura compresa.

1. Fare una scaletta di cosa si vuole leggere

Tutti abbiamo titoli che ci girano per la testa e che da sempre vogliamo leggere… Scriveteli nel planning di lettura! L’importante è essere onesti con voi stessi e chiedervi se è realistico che possiate leggere dieci libri al mese facendo un lavoro full time e seguendo il personal trainer tutte le sere. Se la risposta è no, scegliete uno o due titoli. Per rendere il tutto più ufficiale, sull’agenda create una tabella con i titoli, quando li avrete letti e in quanto, più una zona per le annotazioni di cosa vi ha lasciato, cosi sarà più facile ricordarli a distanza di tempo.

2. Ritagliare dei momenti per leggere

C’è chi legge prima di dormire, chi in bagno, chi sui mezzi di trasporto. I momenti per prendere in mano un libro possono essere innumerevoli durante la giornata, l’importante è volerlo fare, altrimenti lo smartphone, tablet e mail avranno il sopravvento. Datevi dei tempi e dei paletti: se leggete fate solo quello, via cellulare e TV spenta, così vi godrete appieno il momento.

3. Partecipate a eventi legati alla letteratura

Non sembra ma circondarsi di persone e attività stimolanti invoglia a continuare su questa strada, quindi iscrivetevi alle newsletter di biblioteche, comuni e circoli culturali, andate a presentazione di libri o conferenze sul settore. In questo modo farete sicuramente fruttare una serata e verrete in contatto con persone nuove ma al tempo stesso accomunate dalla stessa passione.

4. Parlate di libri

Vi è piaciuto molto l’ultimo romanzo letto? Ditelo al collega, alla moglie o al vicino di casa! Condividere ciò che ci è piaciuto aiuta la memoria a ricordare e a sviluppare un pensiero critico, oltre che interessare gli altri alla cultura!

5. Comprate qualsiasi editore

Va bene la comodità delle grandi catene di librerie, ma così facendo ignorerete molti libri che sono dei gioielli nascosti. Andate alle fiere dell’editoria, perdetevi tra i tanti banchetti dai nomi nuovi e fermatevi a chiacchierare con chi li gestisce. Scoprirete che dietro ai libri di sono persone che possono consigliarvi, guidarvi e farvi conoscere testi stupendi. Il rapporto umano e di amicizia che si può creare sarà un valore aggiunto impagabile.

Quali sono le vostre tattiche per leggere durante l’anno? Avete già fatto la lista di libri da leggere? Commentate numerosi e…buona lettura!

Always Happy Hour

 

(recensione di Monica Frigerio)

Happy Hour è una raccolta di racconti della scrittrice statunitense Mary Miller, pubblicata in Italia nel 2017 dalla casa editrice Black Coffee, che si occupa in particolare di letteratura americana contemporanea.

La raccolta arriva dopo il fortunato esordio Last Days of California e con i suoi diciassette racconti fa un ritratto impietoso di giovani donne dai venti ai trent’anni che abitano l’America calda, asfissiante, conservatrice, per gran parte ancora rurale, color grigio e terra di Siena degli stati del Sud.

Impietoso non perché si accanisca contro le sue giovani protagoniste, incolpandole di chissà che cosa se la loro vita si trascina di attimo in attimo tra lavori precari e amori altrettanto instabili e loro sembra non solo non trovino nessuno stimolo per reagire, per fare qualcosa che le aiuti a uscire fuori da questa stasi che nella sua immobilità le fagocita a velocità preoccupanti. Non trovano uno stimolo, in ciò del tutto simili alla famosa Eveline di Joyce, ma neanche lottano troppo per andare a cercarlo. A parte momenti fugaci di presa di coscienza, le donne di Mary Miller sembrano accettare pacatamente un ruolo non particolarmente grandioso che il destino gli ha assegnato, o se non proprio accettarlo almeno cercare di metterlo in secondo piano scolandosi lattine e lattine di birra a poco prezzo presa al supermercato.

Se una volontà c’è è quella di volere dimenticare, di rendersi conto di come stanno le cose ma non troppo a lungo, altrimenti diventerebbe insostenibile.

“Questa non è la mia vita, e non è neppure quella che in teoria dovrei vivere, perciò tanto vale fingere che lo sia. La verità è che più la vivo più questa vita diventa mia, diventa reale, mentre quella che dovrei vivere recede sullo sfondo e un giorno scomparirà per sempre dalla mia vista”, questa citazione è tratta dal racconto Verso l’alto in cui una ragazza viene coinvolta dal suo fidanzato, che vive in un camper, in un affare ben poco legale al solo scopo di raccogliere qualche soldo e giustamente è stata posta in evidenza in quarta di copertina perché ben coglie lo spirito di tutta la raccolta, vale a dire la sensazione di essere intrappolate in un’esistenza in cui non ci si riconosce, ma dalla quale davvero non si conoscono i mezzi per uscirne. Oppure si fa finta di non conoscerli, questo accade alla protagonista di La bella gente che parlando con una sua amica che non se la passa troppo bene ma che dice di stare facendo di tutto per rimanere a galla si trova a riflettere con sé stessa: “So che potrei fare di meglio, che è nelle mie facoltà, e che anche Aggie potrebbe, ma per qualche motivo abbiamo deciso di concederci il lusso di trascinare il nostro potenziale, di illuderci che stiamo facendo il nostro meglio. Apro la bocca e la richiudo, scelgo di tenere per me questa considerazione”.

La realtà è soffocante e opprimente come le infinite giornate estive del Sud degli Stati Uniti in cui il sudore non ti dà tregua e ti ritrovi su un autobus con gente brutta che sembra uscita di casa solo per andare a prendere altro pollo fritto o fare un giro al Walmart e ti ritrovi a chiederti come sia possibile essere finita proprio lì, in quel momento e in quella situazione, ma tra le mani hai solo un aggettivo indefinito, un qualche, che pesa, ma nello stesso tempo rende tutto più leggero.

La Miller è molto brava nel restituire tramite le sue narrazioni di vita quotidiana il senso di impotenza e disillusione verso il futuro provato dalle sue protagoniste. Nonostante la dedica “Ai miei ex”, questi racconti non parlano principalmente di amore o relazioni finite, c’è anche quello, ma è solo una parte di un quadro più ampio. La sua inquadratura è particolare, non parte mai da dove il problema è sorto e neanche si spinge a esaminare il fallimento nella sua essenza, la camera rimane fissa in un momento che non è né il prima né il dopo, ma un limbo esistenziale pantanoso nel quale le sue ragazze prendono coscienza di essere decontestualizzate, di avere sbagliato qualcosa di indefinito nel passato che le ha portate lì in quella che sembra essere una confort zone, ma che è in realtà solo un modo per defilarsi. È fortissima questa sensazione di non appartenere, di non essere qualcosa di ben messo a fuoco e definito, di avere paura per il proprio futuro, c’è Darcie del racconto Hamilton Pool che “si ricorda che non appartiene al mondo di Terry [il suo fidanzato], che non appartiene a nessun posto tranne forse la casa dei suoi genitori, ma neanche a quello”, c’è la protagonista di Prima classe che ci dice “non mi piace mai la persona che sembro. Non sono né una tipa sportiva né una secchiona. Non sono mai né bella né brutta, né grassa né magra. A un certo punto smetterò di sforzarmi di sembrare qualcosa e sarò semplicemente vecchia”.

Le donne della Miller si preoccupano del loro peso, di come staranno in bikini, si chiedono se avranno mai bambini, non vogliono essere chiamate ‘signore’, si chiedono se rischiano di risultare troppo appiccicate ai loro fidanzati. Ma fanno tutto questo nel modo meno lezioso che si possa immaginare. Non sappiamo cosa ne sarà di loro – come abbiamo detto la camera si ferma sempre sullo stesso punto –, anzi è molto probabile che non gli succeda proprio niente ed è proprio sul niente che spesso si costruisce la buona letteratura.

Se ami leggere libri di empowerment che ti motivino in maniera straordinaria a costruirti mattone per mattone una vita brillante e piena di successi, piena di muri sfondati, questo libro non fa per te. Non perché il self empowerment e il girl power e tutto ciò che si sono inventati non vadano bene, ma perché sappiamo che in fondo la vita assomiglia molto di più a quello scritto qui e l’unica cosa da fare è riderne un po’ insieme.

 

 

Un viaggio nelle borgate romane a metà Novecento

(di Marcella Valvo)

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna, ma si spostò frequentemente a causa della vita allo sbando del padre. La storia dello scrittore e della sua terra è una storia di arrivi e ripartenze. Anche la regione in cui trascorse la maggior parte del tempo, il Friuli, venne abbandonata, per sfuggire alle accuse di omosessualità.

E così Roma divenne la sua nuova casa, dopo un impatto con la città che lo segnò per la vita. Le tracce di questo incontro sconvolgente, impresse a fuoco nel suo animo, sono riversate in un romanzo (nonché il primo) fortemente sperimentale dell’autore: Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955.
Non solo un libro che racconta una storia di ragazzi qualunque. Non solo un insieme di avventure, all’apparenza frammenti di esistenze. Ma anche un grido d’odio, anche una denuncia necessaria e inevitabile. Cosa, o chi, denuncia Pasolini? Lo scrittore si erge in lotta alle costrizioni della vita quotidiana e ai condizionamenti della società: tutto ciò che non gli permette di essere chi è e da cui sente di essersi liberato proprio lì, in quella città bellissima e disperata. Tramite una serie di racconti che vedono protagonisti i giovani borgatari romani – tutt’altro che bravi ragazzi! – Ragazzi di vita vuole rappresentare la realtà sociale della periferia della capitale, negli anni seguenti al regime fascista. Anni neri che hanno segnato indelebilmente la città e i suoi abitanti. Non c’è un protagonista soltanto: protagonisti sono i ‘ragazzi di vita’, ciascuno portatore di vita, o meglio di una ‘vitalità disperata’.

Il romanzo in realtà, si apre con un punto d’osservazione particolare: come una telecamera, le pagine inseguono il giovane Riccetto nelle sue imprese, mostrandoci la sua fame di vita e allo stesso tempo la paura che si nasconde dietro di essa. Le corse a perdifiato nelle strade di periferia, i furti più o meno riusciti ai Mercati Generali, i bottini racimolati al Ferrobedò, i sogni ad occhi aperti in riva al fiume. Il Riccetto fa parte a pieno titolo della realtà della borgata. Solo in seguito, quando deciderà di voltare le spalle a quel mondo e al mondo dell’infanzia (l’unico a noi raccontato), solo allora l’obiettivo della telecamera si sposterà da lui per inseguire più da vicino gli altri ragazzi del gruppo: il Caciotta, il Lenzetta, Alduccio…
Ma ciò che leggiamo in questo romanzo non è solo la gioia del vivere liberi, senza costrizioni. La vitalità di questi ragazzi è profondamente, indissolubilmente, intrecciata alla violenza e, in ultima istanza, alla morte. Come a voler rappresentare la reazione repressiva della società, già dalle prime pagine troviamo la morte accidentale di una donna ai Mercati Generali, e a questa seguirà il suicidio di Amerigo, così come la tragica fine del povero Piattoletta, piccola figura tragica la cui fine ingiusta e crudele spezza il cuore al lettore, senza scampo.
Di momenti di ‘strappo’ è colmo il romanzo: momenti fugaci, spesso troppo brevi, che lasciano intravedere una tenerezza di fondo nello sguardo con cui questi ragazzi sono osservati. Certo non sono santi, ma nemmeno demoni. Sono giovani e in balia di una realtà che li culla come la madre o il padre che spesso non hanno conosciuto. Così Marcello, intenerito dai cagnolini di Zambuia, ne prende con sé uno: immensa è la dolcezza con cui se ne prende cura. E poi una delle scene più significative del romanzo: il Riccetto che si getta in acqua, durante una gita in barca sul Tevere, per salvare una rondine che rischiava di annegare. L’assenza di una risposta a Marcello, che avrebbe preferito vederla morire, non fa che confermare l’estremo bisogno (e desiderio) sepolto nel cuore di prendersi cura di se stessi e dell’altro.

Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondinella tra le mani.
– E che l’hai sarvata a ffà, – gli disse Marcello, – era così bello vedella che se moriva!
Il Riccetto non gli rispose subito.
– È tutta fracica, – disse dopo un po’, – aspettiamo che s’asciughi!
Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti era là che rivolava tra le compagne, sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva più dalle altre.

Per questo non si può che concordare con le parole di Gianfranco Contini, un grande amico di Pasolini, che nella recensione a questo romanzo scrisse: ‘Non è un romanzo? Infatti è un’imperterrita dichiarazione d’amore’.

Il coraggio della parola

(di Nadia Kasa)

Era un pomeriggio come tutti gli altri quando una bambina pakistana di 11 anni, di nome Malala, prese il pullman per tornare a casa. Tutto sembrava procedere seguendo la stessa routine quotidiana, ma una sosta inaspettata cambiò ogni cosa.

In molte culture antiche è presente una teoria del destino, secondo la quale tutto accade secondo uno schema ben preciso. La storia di Malala sembra seguire questa logica.

Quel pomeriggio degli uomini armati fermarono il bus e spararono dei colpi di arma da fuoco in testa a Malala. I talebani non ci stavano che venisse fuori la verità.

Malala aveva avuto il coraggio di parlare attraverso il suo blog, di denunciare i soprusi dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Grazie al soccorso prestato dai medici la bambina si salvò e si trasferì in Gran Bretagna dove iniziò a far conoscere la sua storia. Il suo obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sul tema del diritto delle bambine all’istruzione e a una pari dignità dei sessi, in particolare nel mondo islamico.

Nel 2014 Malala è diventata la più giovane laureata nella storia ad aver ricevuto il Nobel per la pace.

Questa giovane donna è diventata il simbolo del diritto all’istruzione, della parità dei sessi e del coraggio delle donne: tutto grazie alle sue parole.

Intervista sul cadavere

(di Luciano Sartirana)

Ci avete convocati qui in tutta fretta. Cosa avete scoperto questa volta?
Una cosa più che epocale, glielo assicuro!

Non lo dubitiamo, visto che la sua équipe ha già vinto sei Nobel. Venga al dunque.
Abbiamo visto il cadavere di Dio.

Prego?
Esattamente ciò che avete sentito: abbiamo rinvenuto il cadavere di Dio, a venti miliardi di anni luce. Una massa di luce bianca ondeggiante nello spazio, addirittura con i lineamenti che gran parte di noi gli attribuisce. Ma la domanda prima che ci siamo fatti da scienziati è stata: se il nostro universo ha quattordici miliardi di anni luce di età e di grandezza, come è stato possibile osservare qualcosa sei miliardi di anni luce più in là?

Glielo stavo per chiedere.
Come sa anche un criceto, il nostro ultratelescopio spaziale Ipazia9000 ha già osservato il Big Bang qualche anno fa. Oggi siamo riusciti a entrare nel Big Bang, che è un buco nero come tanti altri. La velocità aumentata al suo interno ha portato presto il nostro obbiettivo fino dall’altra parte, nell’universo che c’era prima del nostro e che è collassato nel Big Bang medesimo. E vorrei dirvi di più…

Siamo tutto orecchi.
Non sappiamo ancora quanto fosse grande l’universo precedente, ma dalle dimensioni della salma (non l’abbiamo ancora visto tutto quanto) possiamo arguire che Dio lo occupasse quasi tutto. A differenza del nostro, zeppo di materia oscura e di vuoto. E forse questo faceva stare molto meglio tutti quelli che vivevano di là…!

Non faccia della metafisica. Invece: se Dio lo occupava quasi tutto, nel poco spazio dove non c’era, cosa c’era?
Non lo sappiamo ancora. Forse qualcosa che qualcuno di noi ha già battezzato “materia atea”. Ah, ah…! Ma al vostro posto avrei fatto un’altra domanda…

Sentiamo, se la canti e se la suoni pure.
Se abbiamo visto il cadavere di Dio a venti miliardi di anni luce e il Big Bang è stato sei miliardi di anni luce dopo, c’è forse un rapporto fra i due – chiamiamoli così – eventi?

C’è forse un rapporto?
La ringrazio della domanda. Abbiamo due ipotesi: la prima è che il Big Bang sia stato l’ultimo atto della sua putrefazione, dove ciò che costituiva la sua vita è schizzato via come un insieme infinito di spore; la seconda è molto più complessa: che il Big Bang sia stato in effetti il momento preciso del trapasso, ma ciò che abbiamo visto a venti miliardi di anni luce ne sia stato un auto-ologramma rivolto all’indietro, quasi ad avvisare l’universo precedente dove si stesse andando a finire.

Saltando a tutt’altro discorso… e tutto quello che abbiamo creduto riguardo a Dio nella nostra storia?
Nella migliore delle ipotesi sono echi sconnessi di un messaggio dolente, qualcosa che prima di morire il grande Costui ha lanciato al suo universo e magari agli universi successivi.
Nell’ipotesi peggiore sono scarti impazziti, frattaglie insanguinate di un essere vivente agli ultimi, addirittura frammenti di abiti o di appunti su un notes.
Sta di fatto che questi suoi messaggi – compreso l’invio del Figlio e dello Spirito Santo, Siddharta, Quetzalcoatl e tutti gli altri – sono echeggiati per miliardi di anni prima di arrivare a noi. Ma chi li aveva inviati non ne sapeva più nulla. Adoravamo qualcuno che solo la distanza ci faceva vedere vivo e presente. Pensate che nell’universo di là mandasse a morte certa un poveraccio di animo buono (che se n’era accorto, sia pure all’ultimo… “Perché mi hai abbandonato?”… ma il Padre non lo poteva più sentire da un bel po’)?

Il suo cinismo mi sconcerta.
Guardate il lato buono… pur credendo in qualcuno defunto da venti miliardi di anni, milioni di uomini sono riusciti a comportarsi bene grazie a questa fede. Per non dire che ci siamo circondati di chiese e templi bellissimi, di letteratura e di teologia, di arte come di pensiero.

Altri hanno compiuto cose orrende, su quella base.
Non lo dica a me. Cosa pretende da un universo nato da un decesso?

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

Se ti svaligiassero casa?

 (di Alice Borghi)

Io personalmente adoro spulciare le librerie degli altri, amici, parenti, conoscenti. Si capisce molto di una persona dai libri che legge. E’ proprio curiosando in una di queste librerie che ho trovato questo volumetto, “Nudi e crudi”, di Alan Bennett. Provate a immaginare la mia gioia a tenerlo in mano, e poi quando l’ho preso in prestito, al pensiero dell’ironia pungente che ci avrei trovato leggendolo. Ricordavo di aver già adorato Gli studenti di storia – visto anche a teatro e adorato anche lì.
Questo romanzo è forse meno platealmente divertente, non ci sono battute alle quali ridere o situazioni esageratamente comiche.

A ben vedere, fin da subito la situazione è piuttosto tragica, dato che il signore e la signora Ransome tornando dall’opera una sera si trovano la casa svaligiata. Qualcuno è entrato a casa loro e l’ha svuotata completamente. La scoperta tragica è raccontata con un’ironia da maestro: è sparita la cucina, compreso l’arrosto che cuoceva in forno; è sparito il salotto con il prezioso stereo che il signor Ransome usa per ascoltare il suo adorato Mozart.

Come reagiscono i due coniugi al furto? La storia è tutta qui. Da un lato la signora Ransome subito si arrende alla realtà e alla necessità di andare avanti: la perdita di tutto può essere l’occasione per ricominciare da zero e aprirsi alle novità, come i programmi televisivi del pomeriggio e il negozio sotto casa gestito da un indiano. Dall’altra parte c’è il signor Ransome, testardo e assolutamente deciso a scoprire il colpevole del furto e a riprendersi casa sua. La soluzione del caso è ovviamente esilarante e nonsense, facile da accettare per la signora Ransome, alla quale il cambiamento non fa più paura, ma impossibile da digerire per il marito.

Insomma, una bella metafora sull’inevitabilità e la difficoltà del cambiamento.

Cosalità

(di Federica Tosadori)

Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Ogni Cosa è Illuminata

Als Gregor Samsa eines Morgens…

Cigolando le mie pupille si illuminarono della luce bianca del giorno. Mancava qualcosa in quel biancore abbagliante, un calore mattutino, un sapore. Ogni risveglio è una nuova vita, diceva sempre mia madre, quando scendevo in cucina ciondolando, inseguendo quell’aroma denso di brioche al burro. Io sorridevo e non capivo, e nemmeno mi interessava. Quelle parole erano solo un mantra, semplicemente il buongiorno di una donna che morbida mi abbracciava con gli occhi ridenti e marroni. Era un ricordo che indelebile era rimasto incollato alle pareti del mio cranio e ogni mattina non potevo che riosservare quella scena, odorare nuovamente quelle parole, commuovendomi. Ma qualcosa era profondamente diverso in quel cigolio meccanico dei mie occhi, che come malati vedevano un bianco quasi accecante e nessun profumo di brioche nei miei pensieri. Il ricordo della dolcezza di mia madre era solo una cosa in mezzo ad altre cose:
l’Armadio
la Finestra
la Sveglia
il Tavolo
quel Sorriso
i Vestiti della Sera prima sulla Sedia
il Comodino
quel Burro armonioso dei suoi Occhi
il Tappeto
il Poster insignificante di un Ritaglio di Giornale
ogni Risveglio è una nuova Vita
la Collezione di Fotografie.
Solo cose tra le cose, così era fatto il mondo quella mattina. Un grande oggetto pieno di oggetti, inanimati e inconcludenti, duri e fissi, immobili. Provai a ruotarmi sul fianco destro cercando accanto a me quel qualcosa che mi mancava. Non c’era presenza umana. Le mie mani si muovevano lentamente lungo i fianchi, ma non riuscivo a sentirle. Cose tra le cose.

Iris doveva essersi già alzata e con ogni probabilità era in cucina a mangiare qualcosa di veloce prima di uscire di corsa a prendere il treno. Era sempre in ritardo; c’erano poche cose che mi irritavano più di quel suo perenne non essere mai in tempo. Mai al posto giusto nel momento giusto, sempre a rincorrere se stessa. Come si poteva vivere una vita così? Eppure quella mattina il mio cervello non formulò interrogativi del genere. Non mi importava di Iris, delle sue labbra sulla tazza bianca di caffè, dei suoi capelli spettinati, della sua corsa disperata verso lo studio, del suo impegnarsi al cambiamento che evidentemente non sarebbe mai avvenuto. Non provavo fastidio, non provavo niente. Avrebbe potuto essere un fantasma, un’entità invisibile, niente nelle pareti del mio cranio, nude dal ricordo di burro materno, mi avrebbe ispirato emozioni. Riuscivo soltanto a pensare, nell’immobilità dei miei movimenti, a come avrei potuto sciogliere quella stessa immobilità. Avrei richiuso gli occhi cigolanti e mi sarei rimesso a dormire, solo per risvegliarmi dentro una nuova vita. Ma non potevo prendere sonno finché non fossi riuscito a muovermi, e non potevo muovermi senza prima riprendere sonno. Cosa tra le cose. Lentamente mi accorsi di essere ormai definitivamente sveglio. La mia testa di piombo però non riusciva a staccarsi dal cuscino e la mia pelle liscia in modo innaturale pareva insensibile alla carezza delle lenzuola chiare. Cominciai a sentire degli strani rumori provenire dal fondo del letto. Era come un muoversi di ferro e metallo, meccanismi che riprendono vita dopo un lungo periodo di silenzio. Fui preso improvvisamente dal panico, unica sensazione davvero umana di cui mi ricordi in quella mattina, ma di fatto durò poco, molto poco, fino a quando non mi accorsi che si trattava dei miei legamenti cigolanti.

Cosa mi è successo? Formulai nel mio cervello scolpito alcune probabilità: ero stressato dal lavoro, da Iris, dalla vita intera; da quella città troppo stretta, dagli orari assurdi della fabbrica, dai ricordi frustrati di qualcosa che non era andato come desideravo. Era chiaro che fossi terribilmente stanco di tutto, stanco della solitudine pungente provata ogni sera prima di andare a dormire; e poi degli incubi inutili e dolorosi. Forse ci ero dentro, a uno di quegli incubi terribili, in cui insetti giganti e streghe maledette mi torturavano. Eppure intorno a me e nella casa tutta, non c’era nessuno, niente animali e streghe, solo io con un corpo immobile di ferro gelido. Doveva essere molto tardi ma io non potevo alzarmi dal letto per andare a lavorare. Passarono delle ore intere e vuote in cui i miei pensieri e le mie emozioni diventavano plastica; avevo come la sensazione di poterle inscatolare da qualche parte dentro di me, archiviandole e quindi dimenticandole. Un’insensibilità meravigliosa si impossessò di ogni mia singola particella, materiale e non. O meglio, ogni mia singola particella immateriale diventava sempre più calcarea, fino a che non mi parve di essere composto semplicemente da piccoli sassolini grigi, anaffettivi.

Non mi alzai da quel letto fino a quando Iris non tornò a casa. Sentii il suono tintinnante delle chiavi nella porta e mi sembrò infinitamente simile a quello che producevano le mie dita ogni volta che tentavo di muoverle. Lei si accorse subito che non ero uscito di casa. Corse in camera e spalancando la porta gridò, esprimendo una paura raggelante che ebbe il potere di prosciugare quelle ultime gocce di sangue che sentivo fluire ancora dentro di me. Ero diventato un automa perfetto, senza sogni, senza paure, senza cuore.
«Cosa ti è successo amore mio! Oddio! Sei bianco, sembri un cadavere! Stai bene? Ti prego dimmi qualcosa?» Si era fatta vicina al mio orecchio, alla mia pelle laminata. Mi accorsi che potevo parlare ancora, avrei potuto aprire le labbra e far scricchiolare la mia lingua ruvida a formulare parole. Avrei detto: “Sto benissimo, non mi importa di nulla, nemmeno di questa tua paura amorevole che solo ora sei riuscita a tirare fuori, ora che non sono più un essere umano e non mi serve più”. Ma non dissi niente perché non mi interessava, non era importante. E il tocco delle sue mani su di me non era che un fastidioso calore che mi impediva di cancellare gli ultimi ricordi di emozioni umane.

Passarono tanti giorni e tante notti senza che io ripresi mai più sonno o potessi provare a svegliarmi da quella situazione. Ero riuscito ad alzarmi dal letto e ora non avevo più voglia di sdraiarmici, abbracciando Iris nella notte. Solo desideravo stare in piedi davanti alla finestra, a osservare le altre mille finestre di quella città senza senso, senza provare rabbia o invidia per le vite degli altri. Mi muovevo piano e rumoroso in giro per la casa, con la consapevolezza di aver perso il lavoro, di aver perso ogni cosa, ogni amico, ogni gesto della mia precedente vita umana. Ma nulla mi toccava o mi faceva male, solo ogni tanto mi pareva di sentire quel profumo di burro nella periferia del mio cervello. Quello pseudo ricordo mi riattivava qualcosa, qualche meccanismo ancora morbido di carne. Ma sostanzialmente niente cambiava e il tempo passava senza che io sentissi la pesantezza della noia, il vuoto nero in cui spesso prima cadevo nauseabondo.

Iris era diventata uno straccio magro e grigio. Usciva di casa prestissimo al mattino e tornava sempre più tardi, sempre più al buio. Si infilava sotto le coperte senza nemmeno passare dalla cucina o dalla doccia e si addormentava piangendo. Al mattino appena apriva gli occhi mi osservava nel terrore puro e lentamente capii che mi odiava in un modo così vero che arrivai a comprendere, nella mia mente di macchina, che niente di quello che era stato tra noi poteva essere più autentico di quel sentimento così categorico e definitivo. Ma io soltanto lasciavo scorrere ogni cosa della vita rosa e delicata di quell’essere microscopico che occupava uno spazio tra le stesse quattro pareti ben note.
Quando Iris una sera non tornò più a casa mi resi conto che la mia trasformazione in cosa tra le cose era giunta davvero al termine. Camminai per la casa nel silenzio e nel buio più profondo, totalmente vuoto e insensibile a ogni oggetto: le tazze della colazione di giorni nel lavandino, con le loro tracce di biscotto molliccio, la spazzatura piena di carte e avanzi di cibo non mangiato, il divano rosso su cui giaceva inerte il libro che stavo leggendo prima di tutto questo, il letto disfatto senza vita, e ancora la collezione di fotografie di sconosciuti in cui troneggiava la figura di una donna impellicciata che non potevo davvero sapere chi fosse. E io, bambola meccanica abbandonata, senza sbattere le ciglia mi sedetti cigolando su una sedia bianca fredda di insignificanza, e immobile mi fissai lì, guardando il nulla davanti a me e sentendo il nulla dentro le mie ossa rigide di metallo.

Tutto ciò che segue è frutto delle mie estrapolazioni sulla realtà, perché un giorno smisi di percepire come dotato di senso qualsiasi tipo di linguaggio umano: Iris vendette quell’appartamento a una famiglia di borghesi allegri che non potevano nemmeno immaginare cosa vi fosse accaduto dentro. Così quando, con tutta la loro spensieratezza di famiglia felice, varcarono la soglia, ammutolirono nel vedermi nudo e fisso in un angolo della camera da letto, perdendo nel sempre di quell’attimo ogni gioia possibile. I bambini subito fuggirono nelle altre stanze terrorizzati, o almeno questo è il sentimento che parevano disegnare le loro bocche spalancate. La moglie, sul muro le sue spalle, iniziò a urlare, con due grandi occhi cupi di un azzurro azzardato, mi squadrava sperando di non essere a sua volta guardata. L’uomo di famiglia decise che il compito era suo. In pochi giorni mi ritrovai nel buio più angusto e infinito. Dei muratori, chiamati immediatamente, con la massima velocità e costanza mi avevano costruito una stanza intorno. Nessuno aveva potuto spostarmi: i miei piedi come radici ancorate al pavimento, ogni muscolo teso come corteccia di bronzo, mi rendevano pesante e inamovibile. Io, albero senza foglie e respiro, cosa tra le cose, metallico di ricordi e desideri inespressi, non ero più io, non ero più niente, solo un oggetto chiuso senza aria in un buco.

Adesso, dal nero, dietro alla vita degli altri, non faccio che ascoltare il suono dei giorni di chi di giorni di carne ne ha ancora. Non sento il tempo che passa e so che sono niente, che la famiglia di là ha dimenticato la mia assente presenza dietro ai mattoni imbiancati, sulle cui pareti saranno appoggiati quadri e foto e ritagli di fiori colorati. Solo ogni tanto un brivido strofina i miei interni di rotelle e meccanismi e mi pare di sentire come rabbia frustrata tutta l’aria di sole che non posso più respirare. Soffoco, soffoco per attimi lunghi e arrivo alla morte con tutto il mio peso di immobile, fino quasi a percepirla, concreta e densa. Ma mai, mai mi ci perdo dentro, nel suo nero incubo. Resto alla fine sempre qui, impossibilitato al respiro. Capita molto raramente che dalle fessure impercettibili del muro, arrivi al mio ferroso essere un certo odore di burro mattutino, di colazioni bianche, un sorriso. Mi scuoto inconsapevolmente e so che dall’altra parte il mio cigolio gela il sangue carnoso e vivo, soffoca il respiro per un secondo inafferrabile a chi oltre il muro, non ancora è diventato cosa tra le cose, non ancora ha dimenticato di esistere.