Nine journeys through time

(di Federica Tosadori)

Alcantara e l’Arte nell’Appartamento del Principe
A cura di Davide Quadrio e Massimo Torrigiani
Dal 5 aprile al 13 maggio, Palazzo Reale
Ingresso gratuito
I dieci artisti: Aaajiao, Andrea Anastasio, Caterina Barbieri, Krijn de Koning, Li Shurui, Chiharu Shiota, Esther Stocker e Iris van Herpen, Zeitguised, Zimoun.

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo;
in alcuni esiste lei e io no;
in altri io, e non lei;
in altri entrambi.
In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia;
in un altro, attraversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere;
in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma
Il giardino dei sentieri che si biforcano – J.L. Borges

Più o meno all’altezza della quarta sala ci ho provato, a percepire il tempo. O meglio, ho tentato di non percepirlo, di disconnettermi, di perderne i legami che, nel bene e nel male, mi tengono ancorata qui. Per qualche secondo ho viaggiato nei ricordi: mio nonno, dove abitava, le estati, la mia migliore amica e quando andavamo a scuola insieme la mattina, il tatuaggio che ora sta per fare, il ragazzo che ho amato anni fa… tutto come fosse insieme in quell’istante, come se stesse riaccadendo, ma poi si allontanava. I suoni in quella sala, ipnotici, digitali, per un po’ mi hanno aiutato, a non stare nel presente. Ho anche tentato di finire nel futuro e prolungare i minuti. Beh, un esperimento. Ma non è colpa mia. È che la mostra Nove viaggi nel tempo, nella sua enigmaticità, ha risvegliato in me quella curiosità bramosa di rendere meno spaventoso il perdere tempo. Eterno ritorno, eterno presente, nostalgia e impossibilità di fermare e fermarsi. Pausa.

Nella sala successiva potevo camminare a piedi scalzi su un’installazione morbida, e in quella dopo ancora entrare in un cubo blu pieno di finestre e porte, in quella prima invece accarezzare una superficie di Alcantara setosa e diseguale. Ero sola. E questa cosa mi è piaciuta. Come se gli artisti avessero creato quelle opere solo per me: me le sono godute, come una bambina.

Alcantara è un tessuto, per chi non lo sapesse – io non lo sapevo. Quando ho chiesto ai miei colleghi se lo conoscessero mi hanno risposto: «Ma certo! È quel materiale che usano per ricoprire i sedili delle auto!». Questa informazioni mi è bastata, però non ha risolto il mio vero interrogativo: perché questi dieci artisti hanno usato proprio l’Alcantara per le loro creazioni? Forse non è una domanda lecita. I più saggi direbbero: perché l’azienda ne ha finanziato l’uso artistico. Io, che non mi sento saggia, preferisco rimanere nel dubbio, credere che ci siano motivi più profondi, che è meglio non conoscere. L’arte è un po’ libera di usare i materiali che vuole, no?

Ho comunque scoperto che l’esposizione è addirittura il terzo episodio di un ciclo di mostre che dal 2016 esplora le qualità di questa microfibra, e il rapporto con il tempo e lo spazio che, come i curatori tengono a sottolineare, scaturisce dal luogo: le stanze dell’Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Il passato, per noi s’intende, che ne è rimasto impregnato in rapporto con la Milano di oggi, con l’andirivieni di turisti che entrano ed escono da queste sale per poi tornare a casa, comodi sulle proprie auto rivestite di Alcantara.

Le opere rappresentate sono delle riflessioni: i fiocchi di Alcantara, l’origine che riguarda ogni essere vivente nella prima installazione Desiderio; la musica, il suono, il tempo che batte per 156 motori DC, cavi, scatole in MDF di 30x30x30cm; un abito scultura, il design della moda che sembra sempre arrivare dal futuro, un corsa al raggiungimento dell’essere fashion che non finisce mai per Indefinitamente estesa; tutti gli oggetti di uso comune delle nostre vite rivestiti in Alcantara pitonata, per l’opera Eden, che rappresenta il lusso onnivoro dei nostri tempi e dei nostri spazi; Riflessione di spazio e tempo, ancora abiti sculture bianchi intrappolati in una ragnatela nera, le gabbie in cui viviamo, forse; Oltre il giardino nucleare in due sale diverse, opere ispirate alla sintesi digitale che ci rappresenta; esplora la quarta dimensione, i regni dell’esistenza che oltrepassano la nostra coscienza il Tempio di reverenza per la conoscenza oltre la comprensione umana; e chiude il percorso l’Opera per Alcantara (sedia blu) che mette in scena la nostra percezione fittizia di tempo e spazio, una camera dentro la camera, fatta di finestre, porte, pavimenti e sedie rivestire di Alcantara blu, la spiritualità che ci riguarda come singoli, come se esistessimo noi soli, e ogni altro individuo fosse soltanto la nostra proiezione specchiata.

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

Gli orsi e le scrittrici

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Memorie di un’orsa polare, di Yoko Tawada.
Da una parte ci sono tre orsi bianchi, imparentati in verticale tra loro lungo decine di anni.
La prima era un’orsa che si esibiva in un circo sovietico, una vera diva della corsa, del salto e del lazzo fra bambini e funzionari di partito. Una volta che il suo corpo grosso non l’assecondava più nella sua vita di lustrini, si è messa a scrivere la sua autobiografia e ha sfondato anche lì.
La seconda è la figlia Tosca, che nasce rocambolescamente in Canada e si trasferisce nella DDR ripercorrendo le tracce della capostipite: volteggia in un circo, soprattutto come ballerina di tango. Non viene raccontata dalla sua penna (!!!), ma dall’addestratrice Barbara con la quale ha un legame pressoché simbiotico.
Il terzo è Knut, che rinuncia a velleità d’arte ma – una volta capito cosa ha da guadagnarci in termini di cibo e benessere – diventa la mascotte dello zoo di Berlino, assecondando i babbei che si assiepano per osservarlo.
Una cosa li accomuna: nessuno di loro è mai stato al Polo Nord, e neanche nei suoi paraggi. E un’altra, più profonda… la vicinanza con gli umani fa sì che ne assumano le mosse, i desideri di successo (la scrittura), i sogni, le frustrazioni, le manie. Decisamente ricambiati, perché anche gli umani che li frequentano non sono tanto diversi; e spesso il racconto, lo stile, il monologo interiore come le ansie da artisti ce li fanno confondere e porre sullo stesso piano precario: vogliamo grandi cose, per noi e per chi amiamo; ma viviamo tutti sotto l’incubo del disastro ambientale e della reciproca schiavitù quotidiana.
Una favola surreale apparentemente giocosa, comunque priva di ogni leziosità o carinerie (“se guardi un orso negli occhi non ci vedi un bel niente…”, si dice a un certo punto). Una grande riflessione filosofica sotto forma di gita tra gli anni, i circhi, i regimi e lo scrivere.
Yoko Tawada è nata a Tokyo nel 1960 e vive in Germania dal 1982, prima ad Amburgo e oggi a Berlino. Scrive sia in giapponese che in tedesco. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Se ti svaligiassero casa?

(di Alice Borghi)

Io personalmente adoro spulciare le librerie degli altri, amici, parenti, conoscenti. Si capisce molto di una persona dai libri che legge. E’ proprio curiosando in una di queste librerie che ho trovato questo volumetto di Alan Bennett. Provate a immaginare la mia gioia a tenerlo in mano, e poi quando l’ho preso in prestito, al pensiero dell’ironia pungente che ci avrei trovato leggendolo. Ricordavo di aver già adorato Gli studenti di storia – visto anche a teatro e adorato anche lì.
Questo romanzo è forse meno platealmente divertente, non ci sono battute alle quali ridere o situazioni esageratamente comiche.

A ben vedere, fin da subito la situazione è piuttosto tragica, dato che il signore e la signora Ransome tornando dall’opera una sera si trovano la casa svaligiata. Qualcuno è entrato a casa loro e l’ha svuotata completamente. La scoperta tragica è raccontata con un’ironia da maestro: è sparita la cucina, compreso l’arrosto che cuoceva in forno; è sparito il salotto con il prezioso stereo che il signor Ransome usa per ascoltare il suo adorato Mozart.

Come reagiscono i due coniugi al furto? La storia è tutta qui. Da un lato la signora Ransome subito si arrende alla realtà e alla necessità di andare avanti: la perdita di tutto può essere l’occasione per ricominciare da zero e aprirsi alle novità, come i programmi televisivi del pomeriggio e il negozio sotto casa gestito da un indiano. Dall’altra parte c’è il signor Ransome, testardo e assolutamente deciso a scoprire il colpevole del furto e a riprendersi casa sua. La soluzione del caso è ovviamente esilarante e nonsense, facile da accettare per la signora Ransome, alla quale il cambiamento non fa più paura, ma impossibile da digerire per il marito.

Insomma, una bella metafora sull’inevitabilità e la difficoltà del cambiamento.

Sono tornata ai francesi…

(di Alice Borghi)

Sono tornata ai francesi. Pennac mi mancava però. Cosa posso scrivere che non sia ancora stato scritto di questo romanzo, il secondo della bellissima saga di Malaussène? Credo poco, purtroppo. Non mi ha fatto passare notti insonni, e per fortuna. Mi ha divertito, e molto. E’ infarcito di stranezze, eppure è molto banale nella trama: lo spunto è un evento di cronaca nera, qualcuno a Belleville si diverte a uccidere le vecchiette. Ma fin dall’inizio il poliziesco è usato per giocare sul filo del ridicolo: se qualcuno uccide le vecchiette, com’è che è proprio una vecchia “fata” a sparare per prima?
Il romanzo prosegue così, a furia di rovesciamenti e carambole.
Se volete sapere come, vi consiglio di leggerlo. Scoprirete che Pennac è un vero maestro della trama e dell’ordito. Niente è lasciato al caso eppure, nello stesso tempo, La fata carabina sembra sempre un caos vorticoso.

 

Verso dove?

(di Alice Borghi)

È stata dura, ma alla fine l’ho letto tutto d’un fiato, o quasi. Come scrive Martina Testa nella prefazione di questo bel volume, “David Foster Wallace è uno scrittore difficile”. Non serve aver letto Infinite Jest per saperlo – anche se io sinceramente ho preferito La scopa del sistema. Questo romanzo, – sul meta-romanzo – è forse ancora più ostico. Non per la scrittura, che è la solita di David: periodi lunghissimi che ondeggiano tra mille digressioni, ma qui almeno non troviamo le solite lunghe note a piè di pagina. Non per la trama, che comunque è sottile, quasi inesistente: la quarta di copertina parla di un viaggio, e in effetti un viaggio fisico c’è, attraverso le campagne dell’Illinois per raggiungere una mitica città dal nome simbolico: Collision.

In realtà tutto è simbolico in questo romanzo. A partire dai personaggi, ispirati da romanzi e racconti di metafictions americani. Segue il viaggio, che è più che fisico, quasi profetico soprattutto per il lettore: percorre a fatica 180 pagine, affrontando digressioni, monologhi e dialoghi inframezzati da visioni e arriva alle pagine in cui sembra che qualcosa venga rivelato. Anche lui compie questo viaggio insieme a cinque personaggi bloccati nella meta-vita, in quello che credono di sapere di sé stessi; anche lui viene investito dalla rivelazione fatta dal sesto, Magda. Magda “è una persona sveglia”, lei vede, guarda, e quindi sa. Sa che la verità è là fuori e il romanzo deve tornare là fuori: è l’unico modo per scrivere qualcosa “che dia una fitta al cuore”. Così inevitabilmente il lettore arriva alla fine della storia, quasi come se l’autore volesse spingerlo fuori. Alla vita.

Se vi piace David oppure no, se non lo conoscete affatto ma volete provare vi consiglio la trasmissione di Radio3, Ad Alta Voce. Dal lunedì al venerdì alle 17 leggono ad alta voce (appunto) un pezzo di letteratura a loro scelta. Fino al 29 settembre leggono Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Paolo Cognetti – La sua New York e le sue montagne

(di Nadia Kasa)

Dai primi racconti al romanzo Premio Strega 2017, passando per New York

Paolo Cognetti, classe 1978, vincitore del Premio Strega 2017 con il romanzo Le otto montagne. Ieri sera, lo scrittore è stato ospite del talk Vite parallele presso il Museo del Novecento di Milano, che ospita la mostra New York New York. Lo scrittore infatti è anche un esperto della città di New York e ha scritto diverse guide e racconti su di essa. Tra i più importanti New York è una finestra senza tende e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest.

Diplomatosi nel 1999 alla Civica scuola cinematografica di Milano, per diverso tempo si dedica alla realizzazione di documentari sulla città di New York. Ne rimane affascinato. La New York di Cognetti non è quella scintillante della Fifth Avenue, dell’Empire o di Times Square, ma quella degli edifici con mattoncini rossi e scale antincendio, quella dagli odori poco piacevoli e dalle zone ancora in cantiere. Si tratta di una visione che non è quella del turista, preso a visitare le classiche attrazioni, ma di un vivere la città in maniera vera. Come lo farebbe un qualsiasi americano. Tanti gli scrittori americani citati da Cognetti, tra questi Wallace, Moody e Carver, che lo hanno influenzato e fatto innamorare della letteratura.

La mia esperienza, da europea che visita New York per la prima volta è stata di sbalordimento. Nessuna città è come questa, macchine enormi – da capire che a mio avviso le macchine sono piccole, grandi, enormi, colorate, bianche e nere – edifici altissimi, bar ad ogni angolo, dove puoi trovare tutto ciò che hai almeno una volta sognato di mangiare nella vita – torte al cioccolato, uova strapazzate, ovviamente bacon ovunque, toast di tutti i tipi, muffin… ripeto, muffin. Ciò che ho pensato e che ieri sera Cognetti ha confermato è che: a New York trovi tutto quello che vuoi. Tutti i tipi di confessioni religiose, quartieri dedicati – vedi Little Italy, Chinatown, ma anche di meno famosi – aree per lo sport, musei di ogni tipo.

La città di cui si è parlato ieri sera ti accoglie a braccia aperta. Nonostante abbia un alto numero di abitanti, non si riscontra la frenesia di Milano. Forse marciapiedi più grandi, una ventina di linee della metropolitana e bar a ogni angolo agevolano molto i lavoratori e gli studenti. Cognetti ha fatto riferimento a quanto in una città del genere ci si possa isolare, questo sembra un paradosso, ma è possibile girare New York per settimane senza parlare con nessuno, dice. Una solitudine che lo scrittore conosce bene, vista la sua passione per la montagna.

Le otto montagne 

Le otto montagne è un romanzo uscito nel 2016, pubblicato da Einaudi. Ha avuto fin da subito un ottimo riscontro da parte della critica e dei lettori, tanto da portarlo, quest’anno, a essere premiato al Premio Strega. Ma a fare la differenza, oltre che la qualità del romanzo, credo abbia avuto un gran ruolo anche il personaggio Cognetti. Il suo rappresentare, in prima persona, ciò che scrive lo rende autentico e di valore agli occhi del pubblico. Da molti che non ne conoscevano l’aspetto ho sentito dire: «È proprio come lo immaginavo!».

Il romanzo narra la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno. Il primo vive a Milano, il secondo in montagna, dove appunto Pietro trascorre le sue vacanze. I due crescono insieme, tra passeggiate, escursioni con il padre di Pietro, bagni in ruscelli ed esplorazioni di case abbandonate. Con il tempo crescono, ma l’amicizia rimane. A ogni ritorno di Pietro in montagna sembra che il tempo non sia mai trascorso. Bruno è sempre lì ad aspettarlo.

La storia pone due riflessioni: la prima è sull’amicizia, la seconda sulla montagna. L’amicizia tra Pietro e Bruno non conosce tempo e confini. Entrambi hanno le loro vite, Pietro studia e poi dopo il diploma alla scuola di cinema fa diversi viaggi; Bruno lavora in montagna. Tutto sembra fermarsi quando però si rincontrano ogni anno. Si pone attenzione sul tempo trascorso insieme, non su quello “mancato”. Il secondo aspetto è ovviamente la montagna. Entrambi i personaggi hanno un attaccamento nei confronti di questa, come se rappresentasse una forza vitale da cui prendere energia.
Lo stile di Cognetti è semplice, diretto, sintetico, senza giri di parole. Ne usa poche che arrivano al significato tangibile, eliminando il superfluo, in un attento lavoro di scrittura e revisione.

La trama – apparentemente semplice – si rivela poi piena di significato. E di fatto, pare domandare al lettore: cosa conta davvero nella vita?

Per non spegnere il cervello sotto l’ombrellone

(di Alice Borghi)

Stavo per partire per una settimana di mare a inizio luglio e ovviamente cercavo un libro da portare con me. Requisiti: piccolo e maneggevole (niente copertine rigide), distensivo, divertente ma non stupido, una piacevole lettura estiva. Incredibilmente l’ho trovato e sono qui ora a scriverne. Si intitola Il megafono spento, di George Saunders, edito minimum fax. Inutile dire che già dalla copertina sembrava promettere bene: colori e brossura, accoppiata vincente per una lettura da ombrellone.
Sottotitolo: Cronache da un mondo troppo rumoroso. Una raccolta di articoli e saggi brevi, dunque. Ho storto un po’ il naso: ci mancava solo il libro bacchettone, quello che ti fa sentire in colpa a ogni riga che leggi. Comunque l’ho preso dalla libreria e ho sperato di non sbagliarmi.
Ora posso dirvi che questo libro è esattamente quello che sembra. Una raccolta fresca, di piacevolissima lettura, in cui Saunders mette insieme riflessioni serie sulla società americana (la prima risale al mandato presidenziale di Bush jr.) e reportage divertenti da Dubai o dal Nepal. Ha il pregio di non essere mai né bacchettone (come spesso sono questi pseudo-saggi sulla decadenza della società), né frivolo, banale o scadente. Insomma, ve lo consiglio, se anche voi cercate una lettura divertente per l’estate, ma non volete rinunciare a far andare un po’ il cervello.

La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

Il padrone di Parise

(di Monica Frigerio)

Parise, il nostro Kafka. Con Il padrone, uscito nel 1965, racconta una favola lucida e opprimente, senza tempo, che come ne La metamorfosi sa narrare con una finezza difficilmente raggiungibile cosa sia l’alienazione nel mondo del lavoro.

Un ragazzo poco più che ventenne nato in provincia si trasferisce nella grande città per iniziare a lavorare in un’importante ditta commerciale. È felice. È l’avverarsi di un sogno, il mito di sempre della realizzazione personale: diventare un lavoratore e provvedere in modo indipendente ai propri bisogni.

Qui conosce il proprietario della ditta, il dottor Max, e tutta una serie di Lotar, Bombolo, Pippo e Pluto, personaggi dai nomi alquanto buffi che ci immergono sempre più nello spirito grottesco del romanzo.

Il tema della proprietà è sottolineato fin dall’inizio, fin troppo evidente e forse banale per essere la chiave di lettura principale del romanzo.

Fin dai primi capitoli tra il giovane provinciale e il suo padrone, si instaura un dialogo su cosa sia la moralità, chiodo fisso del dottor Max, e su cosa significhi la libertà dell’individuo all’interno di una ditta commerciale e alla domanda di quest’ultimo che recita «Così, lei si ritiene di mia proprietà?», il protagonista è pronto a rispondere senza esitazioni «Sì, almeno fino a quando starò qui con lei, in questa ditta commerciale».

Quest’arrendevolezza e desiderio di omologazione a tutti gli altri – andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo – è dato per scontato fin dall’inizio, ma sono solo i prodromi che servono per farci gustare l’impianto scenico costruito nel testo, il suo vero plus.

Lo spettacolo è il vero protagonista del romanzo, o meglio la spettacolarizzazione, la recita umana che si consuma tra le mura dell’azienda.

Pagina dopo pagina il protagonista si trova risucchiato senza rendersene conto in un microcosmo malato, a tratti macabro e innaturale, sicuramente amplificato, ma che nonostante o forse proprio per questo restituisce con limpidezza il senso di oppressione che può rappresentare il mondo del lavoro.

I personaggi che popolano la ditta non sono reali, solo pedine di uno show crudele che mira al loro annientamento, e i discorsi sulla moralità che il dottor Max va predicando, da un’apparente iniziale serietà, si fanno sempre più astrusi, solo una maschera che nasconde un delirio di onnipotenza, la creazione di una religione del lavoro di cui egli vuole essere il Dio.

Ogni questione inizia a essere pesata sul piatto della moralità e in virtù di ciò privata di qualsiasi sostanza; sebbene il protagonista acquisti consapevolezza rimane ormai intrappolato nel meccanismo perché assuefatto dall’idea che un’alternativa non esista – eravamo da capo un’altra volta, con la morale, con la proprietà, con la libera scelta. Ho risposto di sì, che andava bene.

Una cosa estremamente immorale è per esempio l’idea di lavorare solo per guadagnarsi da vivere e soprattutto commettere «l’errore enorme di dirlo. Per questa ragione il dottor Max ha dovuto punirlo due volte con una decurtazione di stipendio», già perché senza l’entusiasmo…

Senza l’entusiasmo, o meglio l’allegria, non si va da nessuna parte. È Questo che Rebo, l’inquietante direttore generale dall’aspetto perfettamente simmetrico assunto dal dottor Max, cerca di spiegare al protagonista chiamandolo per un colloquio vis à vis nel famigerato ufficio all’ultimo piano di fantozziana memoria.

Un modo di pensare non dissimile da quanto accade oggi, una filosofia del tipo “o sei felice o ti licenziamo”, che inevitabilmente porta i dipendenti a essere infelici perché costretti a essere felici e quindi sottoposti a un ulteriore dose di stress probabilmente evitabile.

L’unico momento in cui un po’ di realtà sembra rimettere piede su questo palcoscenico è quando il padre, preoccupato dalle notizie che riceve dal figlio in città, viene a fargli visita dalla provincia.

L’uomo sembra diventare all’interno di questo teatro di immagini l’unico portatore di verità, e lo si nota anche da alcune scelte lessicali fatte dall’autore, nelle prime battute del dialogo tra il padre e il narratore infatti si può notare come compaia spesso il termine realtà insieme ad espressioni affini.

Il padre è  l’unico a volere mostrare al figlio come stanno veramente le cose. Ma è uno sforzo a vuoto, ingombrante.

Non c’è nulla da fare, l’ingrediente per funzionare nella ditta del dottor Max rimane uno solo: essere una cosa, allora sì che si vivrebbe bene, un soggetto di cultura e intelligenza limitata, il dipendente perfetto in un perfetto processo di spersonalizzazione.

Il nostro narratore è così vicino nel raggiungere questo obiettivo che Parise, lungo tutto il romanzo, non si preoccupa neanche di dargli un nome.