Un’ancora di Salvezza

(di Alice Borghi)

Salvezza ha preso un posto particolare in casa mia, da quando ci è entrato. Sta lì, sopra il calorifero in bagno, tanto per ora è spento, e ogni volta che entro lo vedo e sì, quando sono seduta sul water lo sfoglio. Ma non pensate che sia perché è un brutto libro, tutt’altro. E’ un libro importante, per questo mi piace averlo sempre davanti, a portata di mano.

Salvezza è un bell’esempio di graphic journalism, pubblicato da Feltrinelli per la sua nuova collana di fumetti (Feltrinelli Comics) a maggio di quest’anno (2018). Racconta un fenomeno di cui sentiamo parlare in continuazione (l’immigrazione e gli sbarchi nel Mediterraneo) attraverso un’esperienza potente (alcune settimane passate sull’Aquarius – nave della ONG Sos Mediterranee) tramite un medium insolito (il fumetto). Di reportage se ne vedono alcuni (e se non ne avete visti, vi consiglio quello di Diego “Zoro” Bianchi fatto sempre sull’Aquarius), ma più che altro arrivano foto di persone, di gommoni, di barconi e di navi. Il fumetto è un medium nuovo per raccontare questa situazione di perenne emergenza umanitaria, e, a mio parere, è un medium davvero privilegiato (come sostenevano anche gli autori durante la presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano – Duomo). Da una parte consente una presa pressoché diretta sui fatti, perché tutti i disegni sono abbozzati sul momento e quindi naturalmente restituiscono le emozioni dell’artista e dei soggetti. Dall’altra parte però, dato che parliamo di graphic journalism, il volume così com’è viene composto in un secondo momento, quando l’esperienza può essere valutata al meglio e strutturata per la fruizione del lettore. In più il fumetto ormai è un medium privilegiatissimo del mercato editoriale: raggiunge tutti, grandi e piccini.

Come se non bastasse, Salvezza è bello, davvero. Ben disegnato, ben scritto, non è retorico, è vero: racconta fatti, persone, che rischiano troppo spesso di diventare numeri nelle crisi politiche, o pedine nelle relazioni internazionali. Però Salvezza non è solo un appello umanitario: è anche journalism, quindi il fenomeno delle migrazioni è affrontato con riferimento alla recente legislazione italiana rispetto alle ONG (il decreto Minniti), alla situazione in Libia (con l’instabilità politica che favorisce terroristi e trafficanti di esseri umani).

Insomma, Salvezza dimostra che si può restare umani avendo davanti la realtà. Anzi, tendendole le braccia.

Gatti molto speciali

(di Isabella Gavazzi)

Gatti molto speciali è un libro di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007. L’autrice, vissuta in una prima infanzia in Iran, per poi spostarsi con la famiglia nell’allora Rhodesia – ora Zimbabwe – e successivamente a Londra, racconta il rapporto con i gatti che hanno costellato la sua vita, ricordando soprattutto quelli che più le sono rimasti impressi per atteggiamenti e avventure.

Non si tratta di un libro in cui gli animali vengono descritti e sono protagonisti della storia, anzi, in realtà non ha una vera e propria trama: come un diario, essi vengono ricordati dalla Lessing, in un testo-confessione di tutto ciò che nella sua vita ha comportato la parola “gatto”.

È un libro sicuramente diverso da ciò che ci si aspetta mentre ci si accinge ad aprirlo, perché rivela, già dalle sue prime pagine, una crudezza che difficilmente si potrebbe abbinare al tema.
L’autrice, infatti, rivive la quantità di gatti che ha posseduto con la famiglia nella tenuta di campagna in Africa, in cui questi, non sterilizzati e lasciati quasi allo stato selvatico, erano molto diversi dalla nostra immagine di felino domestico.
Questo pullulare di animali era controllato, dalla madre della protagonista – descritta in poche frasi come una donna decisa e austera – attraverso soppressioni di intere cucciolate . Si è riportati, quindi, in un contesto di vita contadina a noi lontana, in cui il gatto non è altro che un predatore per i topi e che, quando la riproduzione è considerata esagerata, deve essere eliminato. Una visione cruda che rispecchia il passato, ma che la donna vive come se fosse una cosa normale, essendo cresciuta in questo clima. I loro gatti non avevano nomi, non erano particolarmente affettuosi e se sparivano era normale farsene una ragione e continuare la vita di tutti i giorni.

Il cambiamento avviene quando si trasferisce nei sobborghi di Londra, dove non mancano i gatti: questi però sono uno o al massimo due, e l’attenzione data loro è completamente diversa, così come il rapporto con gli umani. Sono animali ben tenuti, curati e portati spesso dal veterinario, con i quali la Lessing parla, dialoga e li umanizza.

Sono compagni di casa e di vita che lei descrive come se fossero a tutti gli effetti delle persone: i suoi amici a quattro zampe sono gelosi, educati, vigliacchi come se fossero umani, gli stessi che non compaiono mai direttamente nel libro.

Gatti, solo gatti o al massimo persone che hanno aiutato la vita del gatto, quindi veterinari, il tutto non in toni sdolcinati e mielosi tipici di chi si rapporta con un animale, anzi.
La sua è un’analisi che muove da basi quasi antropologiche, in modo scientifico e analitico. Ogni azione del gatto viene da lei spiegata con fare meticoloso e attento, senza mai lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza: è una spettatrice della vita dei suoi amici gatti fin dalla più tenera età e riesce ad interpretare le esigenze e i bisogni dei gatti.

“Durante il giorno sedeva sul marciapiedi, guardando il traffico, oppure entrava e usciva dai negozi: un vecchio gatto di città, un gatto gentile, un gatto senza pretese.”

Solo nel finale si può trovare un lato melanconico e affettuoso, rivolto a un gatto di nome Rufus, trovatello malconcio accolto nella sua casa, curato e accudito per quattro anni:

“Una volta, mentre dormiva, io lo accarezzai per svegliarlo e fargli prendere la medicina, lui emerse dal sonno con quell’affettuoso gorgoglio di saluto, carico di affetto e di fiducia, che i gatti riserbano a coloro che amano, ai gatti che amano. Ma quando si accorse che ero io tornò a essere il se stesso di sempre, educato e pieno di gratitudine, e io mi accorsi che quella era stata la sola volta in cui lo avevo sentito emettere quel verso particolare. È il verso con cui le mamme salutano i loro gattini, e i gattini salutano le loro mamme. Forse aveva sognato di quando era cucciolo? O forse aveva addirittura sognato quegli umani che lo avevano posseduto da gattino o giovane gatto, ma poi se n’erano andati e lo avevano abbandonato. Sentito così, alla fine, quel verso turbava e faceva male, perché non lo aveva mai fatto nemmeno quando faceva le fusa come un motorino, per dimostrare la sua gratitudine. […] La fiducia, l’amore che aveva riposto in qualcuno, una volta erano stati così profondamente traditi, che quel gatto non aveva potuto consentirsi mai più di voler bene di nuovo”.

Un libro intero sull’analisi del gatto in tutte le sue sfaccettature comportamentali, in cui l’autrice non è altro che una spettatrice al pari del lettore: le parti si invertono e l’uomo diventa osservatore silenzioso di un animale con sentimenti che ricordano tutti noi.

Nine journeys through time

(di Federica Tosadori)

Alcantara e l’Arte nell’Appartamento del Principe
A cura di Davide Quadrio e Massimo Torrigiani
Dal 5 aprile al 13 maggio, Palazzo Reale
Ingresso gratuito
I dieci artisti: Aaajiao, Andrea Anastasio, Caterina Barbieri, Krijn de Koning, Li Shurui, Chiharu Shiota, Esther Stocker e Iris van Herpen, Zeitguised, Zimoun.

Nella maggior parte di questi tempi noi non esistiamo;
in alcuni esiste lei e io no;
in altri io, e non lei;
in altri entrambi.
In questo, che un caso favorevole mi concede, lei è venuto a casa mia;
in un altro, attraversando il giardino, lei mi ha trovato cadavere;
in un altro io dico queste medesime parole, ma sono un errore, un fantasma
Il giardino dei sentieri che si biforcano – J.L. Borges

Più o meno all’altezza della quarta sala ci ho provato, a percepire il tempo. O meglio, ho tentato di non percepirlo, di disconnettermi, di perderne i legami che, nel bene e nel male, mi tengono ancorata qui. Per qualche secondo ho viaggiato nei ricordi: mio nonno, dove abitava, le estati, la mia migliore amica e quando andavamo a scuola insieme la mattina, il tatuaggio che ora sta per fare, il ragazzo che ho amato anni fa… tutto come fosse insieme in quell’istante, come se stesse riaccadendo, ma poi si allontanava. I suoni in quella sala, ipnotici, digitali, per un po’ mi hanno aiutato, a non stare nel presente. Ho anche tentato di finire nel futuro e prolungare i minuti. Beh, un esperimento. Ma non è colpa mia. È che la mostra Nove viaggi nel tempo, nella sua enigmaticità, ha risvegliato in me quella curiosità bramosa di rendere meno spaventoso il perdere tempo. Eterno ritorno, eterno presente, nostalgia e impossibilità di fermare e fermarsi. Pausa.

Nella sala successiva potevo camminare a piedi scalzi su un’installazione morbida, e in quella dopo ancora entrare in un cubo blu pieno di finestre e porte, in quella prima invece accarezzare una superficie di Alcantara setosa e diseguale. Ero sola. E questa cosa mi è piaciuta. Come se gli artisti avessero creato quelle opere solo per me: me le sono godute, come una bambina.

Alcantara è un tessuto, per chi non lo sapesse – io non lo sapevo. Quando ho chiesto ai miei colleghi se lo conoscessero mi hanno risposto: «Ma certo! È quel materiale che usano per ricoprire i sedili delle auto!». Questa informazioni mi è bastata, però non ha risolto il mio vero interrogativo: perché questi dieci artisti hanno usato proprio l’Alcantara per le loro creazioni? Forse non è una domanda lecita. I più saggi direbbero: perché l’azienda ne ha finanziato l’uso artistico. Io, che non mi sento saggia, preferisco rimanere nel dubbio, credere che ci siano motivi più profondi, che è meglio non conoscere. L’arte è un po’ libera di usare i materiali che vuole, no?

Ho comunque scoperto che l’esposizione è addirittura il terzo episodio di un ciclo di mostre che dal 2016 esplora le qualità di questa microfibra, e il rapporto con il tempo e lo spazio che, come i curatori tengono a sottolineare, scaturisce dal luogo: le stanze dell’Appartamento del Principe a Palazzo Reale. Il passato, per noi s’intende, che ne è rimasto impregnato in rapporto con la Milano di oggi, con l’andirivieni di turisti che entrano ed escono da queste sale per poi tornare a casa, comodi sulle proprie auto rivestite di Alcantara.

Le opere rappresentate sono delle riflessioni: i fiocchi di Alcantara, l’origine che riguarda ogni essere vivente nella prima installazione Desiderio; la musica, il suono, il tempo che batte per 156 motori DC, cavi, scatole in MDF di 30x30x30cm; un abito scultura, il design della moda che sembra sempre arrivare dal futuro, un corsa al raggiungimento dell’essere fashion che non finisce mai per Indefinitamente estesa; tutti gli oggetti di uso comune delle nostre vite rivestiti in Alcantara pitonata, per l’opera Eden, che rappresenta il lusso onnivoro dei nostri tempi e dei nostri spazi; Riflessione di spazio e tempo, ancora abiti sculture bianchi intrappolati in una ragnatela nera, le gabbie in cui viviamo, forse; Oltre il giardino nucleare in due sale diverse, opere ispirate alla sintesi digitale che ci rappresenta; esplora la quarta dimensione, i regni dell’esistenza che oltrepassano la nostra coscienza il Tempio di reverenza per la conoscenza oltre la comprensione umana; e chiude il percorso l’Opera per Alcantara (sedia blu) che mette in scena la nostra percezione fittizia di tempo e spazio, una camera dentro la camera, fatta di finestre, porte, pavimenti e sedie rivestire di Alcantara blu, la spiritualità che ci riguarda come singoli, come se esistessimo noi soli, e ogni altro individuo fosse soltanto la nostra proiezione specchiata.

The shape of water

(di Federica Tosadori)

Qual è la forma dell’acqua? Cos’è la forma dell’acqua? Perché la forma dell’acqua?

Allora diciamo così: io non sono capace di scrivere recensioni. Mi riesce molto difficile parlare di libri, valutarli, commentarli, sentirmi legittimata a fare una critica o semplicemente credere di poter avere voce in capitolo (voce in libro, per essere più precisi). I miei amici dicono che non ho spirito critico. È vero, lo riconosco, me lo dico da sola. A me piace tutto. Cioè, noto sempre per primi i lati positivi di ciò che leggo, di ciò che guardo. Ci devo pensare sempre un po’, mi devo impegnare davvero a trovare gli aspetti negativi – a meno che non siano palesi del tutto – di qualcosa che non è fatto da me, s’intende.
Bè, cosa volete, voi ce l’avete il senso critico? Bravi! Se ne siete convinti fatene l’uso che preferite.
Io ci provo a scrivere una recensione adesso, ma non vi garantisco niente. E poi non si tratta nemmeno di un libro.

The shape of water è un film del 2017, ideato, scritto, prodotto da Guillermo del Toro (non da solo, ma si sa…), ah, anche la regia è fatta da lui; premiato al Festival di Venezia, ha ricevuto tredici nomination agli Oscar ecc.
Giusto saperlo, per rompere il ghiaccio. Ad alcuni importano un sacco queste cose. Non so dire se tutto questo sia meritato, però sono dati da tenere in considerazione. La trama? Bè quella non ve la posso raccontare (l’amica con cui sono andata a vedere il film mi ha consigliato di non farlo, perché a volte si leggono recensioni che non fanno che parlare di quello che succede, ma per scoprirlo basta vedere il suddetto film no?)

Quindi, che cosa potrebbe interessarvi? Il mio personale parere? In questo caso sono stata felice del mio mancato spirito critico. Non averlo in certi casi mi permette di osservare senza pormi troppe domande, senza ricamare un’idea aprioristica: mi soffermo semplicemente sulle sensazioni, assaporo il gusto dei colori, la luce che arriva dallo schermo, mi immergo nelle musiche e non giudico più di tanto. Atteggiamento sentimentalistico? Può darsi! È una favola, questa storia, surreale e romantica, acida a tratti, cattiva e scorretta, poetica. È tutto un gioco di simboli e messaggi segreti, è Guillermo del Toro in fondo. La verità è che non è un film particolarmente sorprendente (un’altra mia amica mi ha detto che aveva capito già tutto, compreso il finale, nei primi venti minuti e un’altra ancora l’ha trovato molto noioso), però quello che ho fatto è stato lasciarmi trasportare dal racconto, fluidamente, scorrendo tra le scene, gli scorci, i colori vividi e scuri, i dettagli.

Si è parlato di storia d’amore, lo è effettivamente. Ma soprattutto, secondo me, si racconta di barriere che si infrangono, della paura e dell’ansia del non saper – e poter – esprimere la propria diversità, o ciò che viene ritenuto tale dal pensiero dominante; è anche una storia di ribellione, di presa di posizione, necessaria ad abbattere i mostri bianchi con cui si ha a che fare quotidianamente, senza nemmeno rendersene conto, fino a che non arriva un mostro nero (verdino in questo caso) in cui ci si riconosce come in uno specchio, e allora si è costretti a farsi delle domande, a ribaltare lo sguardo. Tante sfumature umane creano un quadro variopinto e divertente, vanno oltre una visione scientifica o di potenza.

«A volte ho paura che io sia nato troppo presto o troppo tardi rispetto alla mia vita» dice Giles, uno dei personaggi principali, nonché narratore dell’intera vicenda.
Non credo possano rappresentare l’intera pellicola, però queste parole mi sono vorticate nella mente per un po’, insieme al personaggio meraviglioso che le esprime; Giles incarna l’inquietudine di chi si sente solo, di chi non ha molto per cui resistere, di chi ha bisogno, magari, di una creatura da proteggere, da salvare, da riportare in libertà, qualcuno a cui dedicarsi, che ricambi un affetto puro. E non sto parlando dell’anfibio.

Mi spiace di non saper dire di più, perché davvero credo che il linguaggio del nostro Del Toro sia incredibilmente interessante, ricco di profondità da sondare, e volendo si potrebbe delineare un accurato sistema di paragoni e parallelismi tra questo film e gli altri da lui diretti, dove spesso il Mondo Altro rappresenta un’alternativa di molto migliore alla nostra realtà di guerre fredde e calde, dittature, soprusi e altre carinerie di ogni sorta, pur con tutte le sue fantasticherie inspiegabili e il mistero su cui si fonda.

Gli orsi e le scrittrici

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Memorie di un’orsa polare, di Yoko Tawada.
Da una parte ci sono tre orsi bianchi, imparentati in verticale tra loro lungo decine di anni.
La prima era un’orsa che si esibiva in un circo sovietico, una vera diva della corsa, del salto e del lazzo fra bambini e funzionari di partito. Una volta che il suo corpo grosso non l’assecondava più nella sua vita di lustrini, si è messa a scrivere la sua autobiografia e ha sfondato anche lì.
La seconda è la figlia Tosca, che nasce rocambolescamente in Canada e si trasferisce nella DDR ripercorrendo le tracce della capostipite: volteggia in un circo, soprattutto come ballerina di tango. Non viene raccontata dalla sua penna (!!!), ma dall’addestratrice Barbara con la quale ha un legame pressoché simbiotico.
Il terzo è Knut, che rinuncia a velleità d’arte ma – una volta capito cosa ha da guadagnarci in termini di cibo e benessere – diventa la mascotte dello zoo di Berlino, assecondando i babbei che si assiepano per osservarlo.
Una cosa li accomuna: nessuno di loro è mai stato al Polo Nord, e neanche nei suoi paraggi. E un’altra, più profonda… la vicinanza con gli umani fa sì che ne assumano le mosse, i desideri di successo (la scrittura), i sogni, le frustrazioni, le manie. Decisamente ricambiati, perché anche gli umani che li frequentano non sono tanto diversi; e spesso il racconto, lo stile, il monologo interiore come le ansie da artisti ce li fanno confondere e porre sullo stesso piano precario: vogliamo grandi cose, per noi e per chi amiamo; ma viviamo tutti sotto l’incubo del disastro ambientale e della reciproca schiavitù quotidiana.
Una favola surreale apparentemente giocosa, comunque priva di ogni leziosità o carinerie (“se guardi un orso negli occhi non ci vedi un bel niente…”, si dice a un certo punto). Una grande riflessione filosofica sotto forma di gita tra gli anni, i circhi, i regimi e lo scrivere.
Yoko Tawada è nata a Tokyo nel 1960 e vive in Germania dal 1982, prima ad Amburgo e oggi a Berlino. Scrive sia in giapponese che in tedesco. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Se ti svaligiassero casa?

 (di Alice Borghi)

Io personalmente adoro spulciare le librerie degli altri, amici, parenti, conoscenti. Si capisce molto di una persona dai libri che legge. E’ proprio curiosando in una di queste librerie che ho trovato questo volumetto, “Nudi e crudi”, di Alan Bennett. Provate a immaginare la mia gioia a tenerlo in mano, e poi quando l’ho preso in prestito, al pensiero dell’ironia pungente che ci avrei trovato leggendolo. Ricordavo di aver già adorato Gli studenti di storia – visto anche a teatro e adorato anche lì.
Questo romanzo è forse meno platealmente divertente, non ci sono battute alle quali ridere o situazioni esageratamente comiche.

A ben vedere, fin da subito la situazione è piuttosto tragica, dato che il signore e la signora Ransome tornando dall’opera una sera si trovano la casa svaligiata. Qualcuno è entrato a casa loro e l’ha svuotata completamente. La scoperta tragica è raccontata con un’ironia da maestro: è sparita la cucina, compreso l’arrosto che cuoceva in forno; è sparito il salotto con il prezioso stereo che il signor Ransome usa per ascoltare il suo adorato Mozart.

Come reagiscono i due coniugi al furto? La storia è tutta qui. Da un lato la signora Ransome subito si arrende alla realtà e alla necessità di andare avanti: la perdita di tutto può essere l’occasione per ricominciare da zero e aprirsi alle novità, come i programmi televisivi del pomeriggio e il negozio sotto casa gestito da un indiano. Dall’altra parte c’è il signor Ransome, testardo e assolutamente deciso a scoprire il colpevole del furto e a riprendersi casa sua. La soluzione del caso è ovviamente esilarante e nonsense, facile da accettare per la signora Ransome, alla quale il cambiamento non fa più paura, ma impossibile da digerire per il marito.

Insomma, una bella metafora sull’inevitabilità e la difficoltà del cambiamento.

Sono tornata ai francesi…

(di Alice Borghi)

Sono tornata ai francesi. Pennac mi mancava però. Cosa posso scrivere che non sia ancora stato scritto di questo romanzo, il secondo della bellissima saga di Malaussène? Credo poco, purtroppo. Non mi ha fatto passare notti insonni, e per fortuna. Mi ha divertito, e molto. E’ infarcito di stranezze, eppure è molto banale nella trama: lo spunto è un evento di cronaca nera, qualcuno a Belleville si diverte a uccidere le vecchiette. Ma fin dall’inizio il poliziesco è usato per giocare sul filo del ridicolo: se qualcuno uccide le vecchiette, com’è che è proprio una vecchia “fata” a sparare per prima?
Il romanzo prosegue così, a furia di rovesciamenti e carambole.
Se volete sapere come, vi consiglio di leggerlo. Scoprirete che Pennac è un vero maestro della trama e dell’ordito. Niente è lasciato al caso eppure, nello stesso tempo, La fata carabina sembra sempre un caos vorticoso.

 

Verso dove?

(di Alice Borghi)

È stata dura, ma alla fine l’ho letto tutto d’un fiato, o quasi. Come scrive Martina Testa nella prefazione di questo bel volume, “David Foster Wallace è uno scrittore difficile”. Non serve aver letto Infinite Jest per saperlo – anche se io sinceramente ho preferito La scopa del sistema. Questo romanzo, – sul meta-romanzo – è forse ancora più ostico. Non per la scrittura, che è la solita di David: periodi lunghissimi che ondeggiano tra mille digressioni, ma qui almeno non troviamo le solite lunghe note a piè di pagina. Non per la trama, che comunque è sottile, quasi inesistente: la quarta di copertina parla di un viaggio, e in effetti un viaggio fisico c’è, attraverso le campagne dell’Illinois per raggiungere una mitica città dal nome simbolico: Collision.

In realtà tutto è simbolico in questo romanzo. A partire dai personaggi, ispirati da romanzi e racconti di metafictions americani. Segue il viaggio, che è più che fisico, quasi profetico soprattutto per il lettore: percorre a fatica 180 pagine, affrontando digressioni, monologhi e dialoghi inframezzati da visioni e arriva alle pagine in cui sembra che qualcosa venga rivelato. Anche lui compie questo viaggio insieme a cinque personaggi bloccati nella meta-vita, in quello che credono di sapere di sé stessi; anche lui viene investito dalla rivelazione fatta dal sesto, Magda. Magda “è una persona sveglia”, lei vede, guarda, e quindi sa. Sa che la verità è là fuori e il romanzo deve tornare là fuori: è l’unico modo per scrivere qualcosa “che dia una fitta al cuore”. Così inevitabilmente il lettore arriva alla fine della storia, quasi come se l’autore volesse spingerlo fuori. Alla vita.

Se vi piace David oppure no, se non lo conoscete affatto ma volete provare vi consiglio la trasmissione di Radio3, Ad Alta Voce. Dal lunedì al venerdì alle 17 leggono ad alta voce (appunto) un pezzo di letteratura a loro scelta. Fino al 29 settembre leggono Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Paolo Cognetti – La sua New York e le sue montagne

(di Nadia Kasa)

Dai primi racconti al romanzo Premio Strega 2017, passando per New York

Paolo Cognetti, classe 1978, vincitore del Premio Strega 2017 con il romanzo Le otto montagne. Ieri sera, lo scrittore è stato ospite del talk Vite parallele presso il Museo del Novecento di Milano, che ospita la mostra New York New York. Lo scrittore infatti è anche un esperto della città di New York e ha scritto diverse guide e racconti su di essa. Tra i più importanti New York è una finestra senza tende e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest.

Diplomatosi nel 1999 alla Civica scuola cinematografica di Milano, per diverso tempo si dedica alla realizzazione di documentari sulla città di New York. Ne rimane affascinato. La New York di Cognetti non è quella scintillante della Fifth Avenue, dell’Empire o di Times Square, ma quella degli edifici con mattoncini rossi e scale antincendio, quella dagli odori poco piacevoli e dalle zone ancora in cantiere. Si tratta di una visione che non è quella del turista, preso a visitare le classiche attrazioni, ma di un vivere la città in maniera vera. Come lo farebbe un qualsiasi americano. Tanti gli scrittori americani citati da Cognetti, tra questi Wallace, Moody e Carver, che lo hanno influenzato e fatto innamorare della letteratura.

La mia esperienza, da europea che visita New York per la prima volta è stata di sbalordimento. Nessuna città è come questa, macchine enormi – da capire che a mio avviso le macchine sono piccole, grandi, enormi, colorate, bianche e nere – edifici altissimi, bar ad ogni angolo, dove puoi trovare tutto ciò che hai almeno una volta sognato di mangiare nella vita – torte al cioccolato, uova strapazzate, ovviamente bacon ovunque, toast di tutti i tipi, muffin… ripeto, muffin. Ciò che ho pensato e che ieri sera Cognetti ha confermato è che: a New York trovi tutto quello che vuoi. Tutti i tipi di confessioni religiose, quartieri dedicati – vedi Little Italy, Chinatown, ma anche di meno famosi – aree per lo sport, musei di ogni tipo.

La città di cui si è parlato ieri sera ti accoglie a braccia aperta. Nonostante abbia un alto numero di abitanti, non si riscontra la frenesia di Milano. Forse marciapiedi più grandi, una ventina di linee della metropolitana e bar a ogni angolo agevolano molto i lavoratori e gli studenti. Cognetti ha fatto riferimento a quanto in una città del genere ci si possa isolare, questo sembra un paradosso, ma è possibile girare New York per settimane senza parlare con nessuno, dice. Una solitudine che lo scrittore conosce bene, vista la sua passione per la montagna.

Le otto montagne 

Le otto montagne è un romanzo uscito nel 2016, pubblicato da Einaudi. Ha avuto fin da subito un ottimo riscontro da parte della critica e dei lettori, tanto da portarlo, quest’anno, a essere premiato al Premio Strega. Ma a fare la differenza, oltre che la qualità del romanzo, credo abbia avuto un gran ruolo anche il personaggio Cognetti. Il suo rappresentare, in prima persona, ciò che scrive lo rende autentico e di valore agli occhi del pubblico. Da molti che non ne conoscevano l’aspetto ho sentito dire: «È proprio come lo immaginavo!».

Il romanzo narra la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno. Il primo vive a Milano, il secondo in montagna, dove appunto Pietro trascorre le sue vacanze. I due crescono insieme, tra passeggiate, escursioni con il padre di Pietro, bagni in ruscelli ed esplorazioni di case abbandonate. Con il tempo crescono, ma l’amicizia rimane. A ogni ritorno di Pietro in montagna sembra che il tempo non sia mai trascorso. Bruno è sempre lì ad aspettarlo.

La storia pone due riflessioni: la prima è sull’amicizia, la seconda sulla montagna. L’amicizia tra Pietro e Bruno non conosce tempo e confini. Entrambi hanno le loro vite, Pietro studia e poi dopo il diploma alla scuola di cinema fa diversi viaggi; Bruno lavora in montagna. Tutto sembra fermarsi quando però si rincontrano ogni anno. Si pone attenzione sul tempo trascorso insieme, non su quello “mancato”. Il secondo aspetto è ovviamente la montagna. Entrambi i personaggi hanno un attaccamento nei confronti di questa, come se rappresentasse una forza vitale da cui prendere energia.
Lo stile di Cognetti è semplice, diretto, sintetico, senza giri di parole. Ne usa poche che arrivano al significato tangibile, eliminando il superfluo, in un attento lavoro di scrittura e revisione.

La trama – apparentemente semplice – si rivela poi piena di significato. E di fatto, pare domandare al lettore: cosa conta davvero nella vita?

Per non spegnere il cervello sotto l’ombrellone

(di Alice Borghi)

Stavo per partire per una settimana di mare a inizio luglio e ovviamente cercavo un libro da portare con me. Requisiti: piccolo e maneggevole (niente copertine rigide), distensivo, divertente ma non stupido, una piacevole lettura estiva. Incredibilmente l’ho trovato e sono qui ora a scriverne. Si intitola Il megafono spento, di George Saunders, edito minimum fax. Inutile dire che già dalla copertina sembrava promettere bene: colori e brossura, accoppiata vincente per una lettura da ombrellone.
Sottotitolo: Cronache da un mondo troppo rumoroso. Una raccolta di articoli e saggi brevi, dunque. Ho storto un po’ il naso: ci mancava solo il libro bacchettone, quello che ti fa sentire in colpa a ogni riga che leggi. Comunque l’ho preso dalla libreria e ho sperato di non sbagliarmi.
Ora posso dirvi che questo libro è esattamente quello che sembra. Una raccolta fresca, di piacevolissima lettura, in cui Saunders mette insieme riflessioni serie sulla società americana (la prima risale al mandato presidenziale di Bush jr.) e reportage divertenti da Dubai o dal Nepal. Ha il pregio di non essere mai né bacchettone (come spesso sono questi pseudo-saggi sulla decadenza della società), né frivolo, banale o scadente. Insomma, ve lo consiglio, se anche voi cercate una lettura divertente per l’estate, ma non volete rinunciare a far andare un po’ il cervello.