Per non spegnere il cervello sotto l’ombrellone

(di Alice Borghi)

Stavo per partire per una settimana di mare a inizio luglio e ovviamente cercavo un libro da portare con me. Requisiti: piccolo e maneggevole (niente copertine rigide), distensivo, divertente ma non stupido, una piacevole lettura estiva. Incredibilmente l’ho trovato e sono qui ora a scriverne. Si intitola Il megafono spento, di George Saunders, edito minimum fax. Inutile dire che già dalla copertina sembrava promettere bene: colori e brossura, accoppiata vincente per una lettura da ombrellone.
Sottotitolo: Cronache da un mondo troppo rumoroso. Una raccolta di articoli e saggi brevi, dunque. Ho storto un po’ il naso: ci mancava solo il libro bacchettone, quello che ti fa sentire in colpa a ogni riga che leggi. Comunque l’ho preso dalla libreria e ho sperato di non sbagliarmi.
Ora posso dirvi che questo libro è esattamente quello che sembra. Una raccolta fresca, di piacevolissima lettura, in cui Saunders mette insieme riflessioni serie sulla società americana (la prima risale al mandato presidenziale di Bush jr.) e reportage divertenti da Dubai o dal Nepal. Ha il pregio di non essere mai né bacchettone (come spesso sono questi pseudo-saggi sulla decadenza della società), né frivolo, banale o scadente. Insomma, ve lo consiglio, se anche voi cercate una lettura divertente per l’estate, ma non volete rinunciare a far andare un po’ il cervello.

Cadere

(di Alice Borghi)

Chi mi conosce lo sa, il mio primo grande amore è stato (ed è ancora) Albert Camus. Ho letto praticamente tutto quello che ha pubblicato: saggi, articoli, opere per il teatro, anche opere postume. Romanzi, naturalmente.

La caduta (La chute) è uno dei suoi romanzi più spettacolari. Pubblicato dopo la fine della Resistenza francese, è il primo romanzo della “nuova età”. Un racconto-confessione di delusione e disillusione per le grandi promesse di giustizia e progresso, così nuove e già così amare.
Protagonista è l’alter ego dell’autore, un importante avvocato della Parigi più in vista, intellettuale pare, così immerso nella sua vita di successi da non presentire nemmeno la falsità di cui sono ammantate le sue buone azione e il suo prodigarsi per il prossimo.
Finché un’epifania squarcia il velo di ipocrisia dietro al quale è sempre vissuto, sul quale vive tutta la nostra società: una notte Jean-Baptiste Clemence (questo il nome del protagonista) sta tornando a casa, quando su un ponte che attraversa la Senna vede una giovane donna che fa per sporgersi dal parapetto e buttarsi. L’avvocato non ha il coraggio di avvicinarsi. Al contrario si allontana quasi correndo finché non sente un tonfo: la donna si è gettata nel fiume ed è morta.
A questa prima caduta segue quella di Clemence: la morte apre la mente alla riflessione, ma cosa può fare quando capita accanto a te, quando potresti combatterla e non lo fai, perché non riesci a riconoscerla in tempo? L’avvocato lascia tutto e diventa giudice. Ora può giudicare, da un malfamato bar di Amsterdam, dove il suo racconto incomincia. E ci giudica, perché sa che tutti siamo colpevoli ma non vogliamo vederlo.