La disfatta

(un racconto di Monica Frigerio)

Quella mattina il signor Kant si svegliò agitato.
Due cose l’avevano turbato: il fatto che, in modo del tutto inaspettato, durante la notte si fosse svegliato due volte per urinare e poi che fossero già le 6.07 quando la sveglia doveva suonare alle 5.40, come al solito.
Si tolse di fretta le coperte e nel buio cercò di raggiungere a tastoni la cucina.
Gustavmahler stava in agguato sopra la mensola del corridoio e non appena vide il capoccione del signor Kant spuntare di sotto vi si fiondò sopra soffiando e rizzando il pelo.
«Porco di un gattaccio randagio, figlio di…» inveì contro l’animale.
Ripresosi dallo spavento, mise la caffettiera a bollire e si apprestò a fare i suoi piegamenti mattutini, che gli aprivano lo stomaco e il cervello. Quella mattina, tuttavia, non riusciva a concentrarsi, il pensiero tornava sempre sullo stesso punto.
Philosophia non dat panem!, gli era toccato arrendersi a questo.

Alle 9.15 era alla stazione di Könhauser, puntuale. Non gli restava che andare alla ricerca di Putenheim Strasse dove lo attendeva la dottoressa Margarita Krauss. L’ultima cosa che voleva era presentarsi in ritardo a un appuntamento così importante.
Aveva provato a cercare la strada la sera prima sul web, ma non si raccapezzava, i vicini comunque lo avevano rassicurato, non era difficile raggiungere il posto dalla stazione. Il signor Kant non avrebbe dovuto far altro che prendere con convinzione l’uscita, raggiungere il McDonald che avrebbe visto alla sua destra, proseguire per un 400 mt, prendere la prima a destra, poi di nuovo a destra – non alla prima, ma alla seconda – e lì avrebbe visto svettare la gigantesca scritta Bartmann Srl.
Un primo momento di difficoltà per il signor Kant fu notare che c’erano un’uscita ovest, nord e sud.

«Buongiorno, l’aspettavo. Si accomodi».
«Grazie».
«Bene, dottor Kant, prima di introdurle la nostra azienda ed entrare nei particolari sulla posizione che stiamo cercando, vorrei che iniziasse lei con le presentazioni. Dal curriculum vedo che ha seguito un percorso piuttosto sui generis, perché non mi parla delle sue esperienze?».
La signorina Krauss era una donna micidiale, lo si capiva subito. Il tailleur sembrava esserle stato cucito addosso come una seconda pelle e la sua acconciatura era una prigione senza via di scampo.
Il signor Kant prese a rimirare le ciminiere, accanite fumatrici, che sorgevano in lontananza oltre la vetrata alle spalle della signorina, ostinatamente stagliate in un orizzonte di vapore nero.
«Bien, so che voi scrutatori amate un certo dono di sintesi, dunque sarò breve. Ho dedicato tutta la mia vita al pensiero».
La signorina Krauss si lasciò sfuggire un moto di stupore quando il suo interlocutore interruppe di colpo il discorso.
Lui le sorrideva tra il beato e l’isterico dall’alto del tavolo di vetro che li separava di un passo, un raggio di sole martellava senza sosta la sua ampia fronte perlacea.
«D’accordo, ma potrebbe essere più specifico? Approfondire il suo percorso, cosa l’ha portata qui…».
Voleva stupirla da subito, divertirla, lasciare il segno, così bisognava fare aveva letto.
«Il mio inestinguibile appetito».
«Come scusi?».
«Vede, ero solito organizzare dei banchetti sfarzosi per gli amici, generalmente su base settimanale, non serve dire che offrivo loro solo il meglio, ma dopo una certa perdita di consenso da parte del pubblico verso la filosofia trascendentale mi sono trovato in una situazione di grande disagio, sono persino stato costretto ad abbandonare la mia città. Qui la paga, tutto sommato, non sembra male, eh! eh! eh!».
Le guance della signorina si infuocarono come due pomodori ben maturi.
«Ma cosa sta dicendo dottor Kant? Se è qui a farmi perdere tempo me lo dica subito! L’ho contattata perché il suo profilo mi è stato segnalato in quanto abbastanza in linea con quanto stiamo cercando, ma se dev’essere così… o mi racconta seriamente qualcosa delle sue precedenti esperienze professionali o il nostro colloquio finisce qui».
Il signor Kant si sentì offeso nell’orgoglio.
La sua immagine nelle vetrate rifletteva quello di un uomo sulla quarantina, pochi capelli rimasti sulla testa, demolito come il paesaggio che lo circondava.
Si richiedeva serietà. Gli venne voglia di scoppiare in una penosa risata, ma poi pensò a Lubakov, il suo affittuario, e al tono grave con cui gli aveva ripetuto che non avrebbe più accettato lezioni di “ragione pratica” al posto dei soldi per l’affitto.
Sfregò le mani umidicce sui pantaloni avanti e indietro, deciso a rimediare per quanto gli era possibile. Due occhi acuti come spilli erano su di lui.
«Mi perdoni, signorina. Da dove cominciare? – riprese, marmoreo – Ho studiato filosofia e matematica all’Università di Könisberg, ottenni poi la libera docenza e da allora mi sono dedicato anima e corpo all’insegnamento e alle mie pubblicazioni».
E mentre proseguiva raccontando del percorso accademico seguito, dei suoi successi, la signorina Krauss lo interruppe bruscamente: «Dunque le Risorse Umane non sono mai state la sua vocazione primaria?».
Gli occhi del signor Kant si allargarono come due palloni aerostatici.
«Be’, no, insomma… Ultimamente mi è stato dato modo di constatare che bisogna, per così dire, sapersi adattare all’ambiente circostante…».
«Lei non crede che la vita di una persona sia una questione di scelte e che sia giusto perseverare per rincorrere ciò che si ama fare veramente?».
«Si capisce, ma, mm-a…» borbottò.
Accanto alla dicitura soft skills la penna della signorina annotava ferocemente, la testa del signor Kant veleggiava su una distesa di sconforto.
«Mi racconti un po’ della sua famiglia adesso».
«Vivo da solo con il mio gatto, si chiama Gustavmahler, in un piccolo bilocale.
Gustavmahler è un persiano e ama rannicchiarsi negli angoli più bui della casa eccetto che nei momenti dei quiz serali che trasmettono prima di cena in tv, per i quali sembra avere un’insensata predilezione».
La mascella volitiva della signorina Krauss continuava a sgusciare domande che gettassero una luce sicura sugli antri più profondi dell’animo del signor Kant.
«Scelga tre punti forti e tre punti deboli del suo carattere».
«Tre punti forti mmh… direi metodico, perseverante, ironico. Negativi: ironico, metodico e abbastanza perseverante». Sogghignò.
«Cosa ama fare nel tempo libero, quali sono i suoi hobby?».
«Le mie abitudini sono cambiate – rifletté un attimo –, prima la mia professione coincideva con il mio “hobby”, come lei lo chiama, adesso… be’, ho comprato un manualetto che si intitola A colloquio. L’arte di sapersi vendere. Alle cinque, mentre prendo il tè, ne leggo sempre qualche pagina, poi prima che il sole tramonti mi piace passeggiare. Di solito salgo sulla collina, raggiungo il punto da cui si vede tutta la città e mi chiedo “perché?” e il sangue del cielo sembra in quel momento dare un po’ di conforto alle mie pene».
Il foglio della Krauss si arricchiva di punti di domanda.
«Dottor Kant, nonostante questa ironia nervosa che mi pare accompagnarla nelle sue risposte lei mi sembra in tutta franchezza una personalità ombrosa, mi dica, di solito com’è il suo umore, si definirebbe un tipo solare?».
Il signor Kant sentì che le palpebre gli si facevano di piombo e la testa iniziò a penzolare in avanti, segno di una sconfitta imminente.
Vedendo che una risposta tardava ad arrivare la signorina Krauss continuò: «Le dico questo perché nella nostra azienda l’allegria è un ingrediente fondamentale».
«L’allegria?».
«Sì dottor Kant, non appaia tanto stupito. L’allegria che nasce dalla consapevolezza di fare parte di unico grande organismo che cerca di raggiungere con fiducia ed entusiasmo obiettivi sempre più sfidanti, l’allegria che viene da un lavoro ben svolto che è il più sublime tratto distintivo dell’essere umano».
«Sento di potermi definire un tipo solare», sbiascicò il signor Kant.
Per niente rassicurata continuò: «Senta, mi elenchi per favore dei princìpi che secondo lei stanno alla base della sua esistenza, dei suoi comportamenti».
«A livello teoretico o a livello pratico?».
Lei spazientita: «Non so, signor Kant, come preferisce, anche se ha qualche mantra da usare nei momenti di sconforto».
«Un mantra?» rispose sorpreso.
«Sì – sbuffò –, sa, formule o frasi propositive».
Gli venne in mente l’accesa discussione che aveva avuto poche sere fa con Lubakov. Un buon cristiano, ma incapace di arrendersi a ciò che a Kant sembrava del tutto ovvio.
«Se io le dicessi che esiste una legge morale comune a tutti gli uomini, scolpita come pietra e che regola il nostro agire aprioristicamente, lei sarebbe d’accordo con me o no?».
«Sono io qui a fare le domande».
«Bien, “Due cose sole riempiono di il mio animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. Può valere come mantra?».
La signorina Krauss annotava.
«Senta, si è mai trovato di fronte a problemi complessi da risolvere?».
«Si capisce».
«Mi può fare qualche esempio e raccontare come ha gestito la situazione in quei casi? Esempi concreti, dottor Kant, non astrazioni mentali».
«Dunque indagare quali siano i fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza estetica dell’uomo, quali siano le loro condizioni possibilitanti immagino che non vada come risposta?».
«Dice bene».
«Be’ onestamente, sa, il mio lavoro…insomma…»
«D’accordo, non importa, parliamo d’altro, le piace visitare paesi stranieri? Ha studiato all’estero per un certo periodo?».
«Non molto. Sono una persona abitudinaria. Viaggiare mi creerebbe, temo, solo perdite di tempo e disagi. Pensi che a Könisberg ero solito fare una passeggiata nel primo pomeriggio, ed ero sempre tanto puntuale in questo mio impegno che la gente del paese regolava l’orologio su di essa».
Gli parve di vedere la signorina Krauss scuotere la testa nel suo annotare.
«Come si vede tra cinque anni?».
«In spedita carriera, vorrei sfondare, magari diventare manager del mio reparto!».
«E tra dieci anni?».
«Tra le macerie del muro sfondato. Eh! eh! eh!».
Seguì un momento di selvaggio silenzio. Lo sguardo di lei gli stava addosso come una mano calda e sudata.
«Un’ultima cosa dottor Kant e poi avremo finito, immagini di mettere da parte per un attimo tutto il suo trascorso e quanto detto finora, mi dica, nella nostra azienda quale pensa possa essere la sua mission».
Lui era stanco, assetato, sfibrato.
«La mia scusi?»
«Mission, la sua mission, sa che vuol dire? Quale sarebbe il suo scopo nella nostra azienda se la assumessimo?».
Doveva dire qualcosa, qualsiasi cosa, farla finita e andarsene.
Alzò le spalle, segno che la sconfitta era ormai giunta e insediatasi.
«Mah, il mio acuto senso critico…».
Non c’era bisogno di proseguire, la signorina Krauss aveva già annotato abbastanza.
«Grazie, signor Kant, le faremo sapere a breve».

Sta bene, non era andata come si era immaginato. Niente di lui sembrava esserle piaciuto, cristallino. Guardò con rimpianto i suoi libri che si impolveravano sugli scaffali. Si sedette sul divano e Gustavmahler non tardò a saltargli sulla pancia. Era il momento di Das Quiz mit Jörg Pilawa.
«Co-me si ve-de tra cin-que an-ni dot-tor Kant?» la scimmiottò.
«Sotto terra divorato dagli sciacalli come lei, carissima».

Il padrone di Parise

(di Monica Frigerio)

Parise, il nostro Kafka. Con Il padrone, uscito nel 1965, racconta una favola lucida e opprimente, senza tempo, che come ne La metamorfosi sa narrare con una finezza difficilmente raggiungibile cosa sia l’alienazione nel mondo del lavoro.

Un ragazzo poco più che ventenne nato in provincia si trasferisce nella grande città per iniziare a lavorare in un’importante ditta commerciale. È felice. È l’avverarsi di un sogno, il mito di sempre della realizzazione personale: diventare un lavoratore e provvedere in modo indipendente ai propri bisogni.

Qui conosce il proprietario della ditta, il dottor Max, e tutta una serie di Lotar, Bombolo, Pippo e Pluto, personaggi dai nomi alquanto buffi che ci immergono sempre più nello spirito grottesco del romanzo.

Il tema della proprietà è sottolineato fin dall’inizio, fin troppo evidente e forse banale per essere la chiave di lettura principale del romanzo.

Fin dai primi capitoli tra il giovane provinciale e il suo padrone, si instaura un dialogo su cosa sia la moralità, chiodo fisso del dottor Max, e su cosa significhi la libertà dell’individuo all’interno di una ditta commerciale e alla domanda di quest’ultimo che recita «Così, lei si ritiene di mia proprietà?», il protagonista è pronto a rispondere senza esitazioni «Sì, almeno fino a quando starò qui con lei, in questa ditta commerciale».

Quest’arrendevolezza e desiderio di omologazione a tutti gli altri – andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo – è dato per scontato fin dall’inizio, ma sono solo i prodromi che servono per farci gustare l’impianto scenico costruito nel testo, il suo vero plus.

Lo spettacolo è il vero protagonista del romanzo, o meglio la spettacolarizzazione, la recita umana che si consuma tra le mura dell’azienda.

Pagina dopo pagina il protagonista si trova risucchiato senza rendersene conto in un microcosmo malato, a tratti macabro e innaturale, sicuramente amplificato, ma che nonostante o forse proprio per questo restituisce con limpidezza il senso di oppressione che può rappresentare il mondo del lavoro.

I personaggi che popolano la ditta non sono reali, solo pedine di uno show crudele che mira al loro annientamento, e i discorsi sulla moralità che il dottor Max va predicando, da un’apparente iniziale serietà, si fanno sempre più astrusi, solo una maschera che nasconde un delirio di onnipotenza, la creazione di una religione del lavoro di cui egli vuole essere il Dio.

Ogni questione inizia a essere pesata sul piatto della moralità e in virtù di ciò privata di qualsiasi sostanza; sebbene il protagonista acquisti consapevolezza rimane ormai intrappolato nel meccanismo perché assuefatto dall’idea che un’alternativa non esista – eravamo da capo un’altra volta, con la morale, con la proprietà, con la libera scelta. Ho risposto di sì, che andava bene.

Una cosa estremamente immorale è per esempio l’idea di lavorare solo per guadagnarsi da vivere e soprattutto commettere «l’errore enorme di dirlo. Per questa ragione il dottor Max ha dovuto punirlo due volte con una decurtazione di stipendio», già perché senza l’entusiasmo…

Senza l’entusiasmo, o meglio l’allegria, non si va da nessuna parte. È Questo che Rebo, l’inquietante direttore generale dall’aspetto perfettamente simmetrico assunto dal dottor Max, cerca di spiegare al protagonista chiamandolo per un colloquio vis à vis nel famigerato ufficio all’ultimo piano di fantozziana memoria.

Un modo di pensare non dissimile da quanto accade oggi, una filosofia del tipo “o sei felice o ti licenziamo”, che inevitabilmente porta i dipendenti a essere infelici perché costretti a essere felici e quindi sottoposti a un ulteriore dose di stress probabilmente evitabile.

L’unico momento in cui un po’ di realtà sembra rimettere piede su questo palcoscenico è quando il padre, preoccupato dalle notizie che riceve dal figlio in città, viene a fargli visita dalla provincia.

L’uomo sembra diventare all’interno di questo teatro di immagini l’unico portatore di verità, e lo si nota anche da alcune scelte lessicali fatte dall’autore, nelle prime battute del dialogo tra il padre e il narratore infatti si può notare come compaia spesso il termine realtà insieme ad espressioni affini.

Il padre è  l’unico a volere mostrare al figlio come stanno veramente le cose. Ma è uno sforzo a vuoto, ingombrante.

Non c’è nulla da fare, l’ingrediente per funzionare nella ditta del dottor Max rimane uno solo: essere una cosa, allora sì che si vivrebbe bene, un soggetto di cultura e intelligenza limitata, il dipendente perfetto in un perfetto processo di spersonalizzazione.

Il nostro narratore è così vicino nel raggiungere questo obiettivo che Parise, lungo tutto il romanzo, non si preoccupa neanche di dargli un nome.