Omero in Irlanda (del Nord)

(di Andrea Lionetti)

Nel primo canto dell’Iliade si assiste a una scena fortemente drammatica, carica di tensione: Atena che interviene in tempo per fermare Achille – tenendolo per i capelli – prossimo a sguainare la spada contro Agamennone. L’antefatto è noto: costretto a restituire la giovane schiava Criseide al padre Crise, per volontà di Apollo che avrebbe altrimenti appestato l’accampamento greco riunito presso la spiaggia della Troade, Agamennone, capo dei Greci venuti a Ilio, non vuole rinunciare alla sua parte di bottino, alla sua parte di onore; è perfino disposto a prendersi con la forza Briseide, schiava di Achille, il più talentuoso degli eroi di parte achea.
E così accade. Un conflitto nel conflitto, dunque. Non solo la guerra tra Achei e Troiani, ma un dissidio nella stessa fazione, che scompiglia i già precari equilibri di una società dove la forza è tutto. Come nell’Irlanda insanguinata dalla guerra civile.
È questo lo scenario storico che chiarisce l’importanza di un incontro fortuito, avvenuto nel 2006, tra il reverendo Ian Paisley leader del Partito Unionista Democratico e Martin McGuinnes del Sinn Féin, acerrimi nemici politici, figure spigolose che si portano addosso ferite mai risanate. Ognuno con le proprie ragioni dalla sua, come Achille e Agamennone, in fin dei conti. Ciononostante sapranno, nell’arco di un paio d’ore, arrivare a un’intesa in grado di cambiare la storia del proprio paese, impartendo al mondo una lezione politica sempre valida. Il regista belfastiano Nick Hamm ha voluto raccontare questo evento attraverso la macchina da presa, portandolo sul grande schermo grazie anche all’interpretazione di due veterani del cinema britannico: Colm Meaney e Timothy Spall.
Il percorso che li porterà a mettere fine alla guerra civile, quella che i Greci chiamavano stàsis, cancro della comunità politica, avviene in modo tortuoso, attraverso scontri diretti e fantasmi del passato che riemergono con la funziona di impedire l’innescarsi di una riflessione razionale.

Nell’Iliade, in realtà, non accade nulla di tutto questo: Achille si ritira dall’esercito giurando di non combattere e supplicando la madre (la ninfa Teti) di chiedere a Zeus una punizione tale da spingere al pentimento Agamennone, il quale, però, a parte l’ambasceria di doni che occupa gran parte del nono canto, mai presenterà segni convincenti di un pentimento reale. L’Atride sa di avere ragione, il Pelide non è da meno. Hanno tutti ragione. Come si esce da questa situazione?
L’Iliade, a ben vedere, è l’epos dell’ira di Achille, che si consuma (e che lo consuma) in una cinquantina di giorni.
Omero, attraverso le vicende degli eroi dominati dalla logica dell’onore e della vergogna, spinti alla reciproca hybris dalla volontà di sconfiggere la morte (le gesta epiche si sottraggono, con il canto degli aedi, all’oblio del tempo, e con esse i nomi di chi le compie), ci impartisce una lezione politica quanto mai attualissima: il compromesso tra le parti è vita, per buona pace di chi in esso vede solo una forma di debolezza; la capacità di una pacificazione è ciò che rende coesa una comunità. Lo sapeva Nestore, l’eroe più anziano, il solo che provi a fermare i due litiganti prima dell’intervento di Atena, senza successo.
Ma si può andare ancor più in profondità. La guerra di Troia pone l’uomo di fronte all’assurdo della condizione umana, priva di senso. Stirpi di uomini che scompaiono come foglie. L’esistenza è crudele e la morte è ciò che annulla tutto. Achille è convinto di questo, ma solo quando scopre il dolore dovuto alla morte del caro Patroclo. Non esistono patti tra uomini e leoni, ed Ettore ne fa le spese.
Il Pelide, furia vendicatrice, è il simbolo della guerra, del radicalismo che anche l’irlanda del Nord ha conosciuto nelle parole del pastore presbiteriano Presley e nell’attivismo del cattolico McGuinness.
Posizioni irriducibili. Di nuovo la domanda ritorna: come uscirne?
Tradendo i propri sostenitori, venendo meno a quanto promesso ai propri elettori, ingannarli per dare loro finalmente la pace. Sembra paradossale, ma è proprio questo in realtà ciò che ci vuole dire Omero, 3000 anni prima dell’I.R.A., ed è anche la soluzione intrapresa dai due irlandesi.
Il film narra del cambiamento di entrambi – simili ad Achille per temperamento ed estremismo – che alla fine del giorno, rinchiusi nella Mercedes nera in cui erano stati costretti a viaggiare (dopo 30 anni senza un confronto diretto), non possono far altro che prendere atto dell’insostenibilità di un conflitto ormai troppo lungo, troppo logorante.

L’immagine dei due uomini, prima ostili poi quasi amici, richiama quella di Achille e Priamo, re di Troia e padre di Ettore, a sua volta ucciso e insultato dal Pelide, il quale, però, di fronte alla supplica di Priamo di restituirgli il cadavere del figlio, non può che raggiungere una nuova consapevolezza sull’esistenza umana: oltre alla forza c’è altro, la capacità di costruire. Anche tra nemici esiste la possibilità di un accordo. Il funerale di Ettore e la tregua di pochi giorni che ne seguirà sono un modo per esorcizzare l’assenza di senso della condizione umana, così come avviene tra Ian e Martin, uomini che si riscoprono uomini nonostante le avversità (ma senza rinunciare alla fede e alla visione dell’Uomo che ne deriva).
La politica inizia da qui: un braccio di ferro può diventare una stretta di mano. Vale la pena tentare.

Carta

Adesso che l’acqua aveva preso i colori del giorno e il cielo era tornato sereno, neanche ci s’immaginava il temporale e lo scompiglio portato fra le strade giusto qualche ora prima.
Attento a non fare rumore s’alzò dal letto e si mise seduto sul bordo; si girò e lanciò un’occhiata veloce alle proprie spalle. In punta di piedi andò verso le persiane di legno. Guardò fuori: il porticciolo era tutto un gremire di barche. Di sotto un cameriere passava con delle teiere sopra un vassoio d’argento che brillava come le pance all’insù delle trote galleggianti fra i legni e la banchina. Sulla sedia fuori nel balconcino, attaccata alla ringhiera, c’era la borsa di pelle che aveva posato il giorno prima. La prese e la mise sulla scrivania, vicino alla televisione. Era ancora umida.
Coprendosi lo sbadiglio con una mano si fissò sulle gambe della moglie che gli stava accanto: i piedi uscivano dal lenzuolo stropicciato, e pure le caviglie, le tibie, le ginocchia. Anche le cosce. Guardandole pensò a come il bastardo gliele avesse prese, in che modo le avesse afferrate, se dai glutei all’ingiù o subito stringendole attorno alla vita. Poi gli venne nausea e cercò nella stanza qualcosa a cui aggrapparsi. C’era il cartello Non disturbare fuori dalla porta; sempre adagio adagio lo tirò dentro, sulla maniglia interna.
Nel silenzio, appena interrotto dal ding dei cucchiaini contro le tazze sulla terrazza, tornò nel letto e cercò di dormire per far venire le nove.

Aprì gli occhi che erano le otto e mezzo o giù di lì. Si alzò di nuovo a scostare le tende: nella stanza entrava una chiara luce azzurra; azzurro il lago e la linea appena visibile di Sirmione, sull’altra sponda.
Se ne stava lì fermo, sull’uscio della finestra, con aria indecisa sul da farsi. Gli era venuta voglia. Quell’ultima dormita gli aveva fatto bene, l’aveva aiutato a liberarsi da certi pensieri. Guardava il corpo mezzo scoperto della moglie. Era sicuro d’aver agito con maturità, d’aver pensato a ogni cosa. In fondo anche la dottoressa gliel’aveva detto: “Portare via sua moglie per qualche giorno non potrà che farla sentire meglio”. Però aveva anche detto che nel giro di poco tempo si sarebbe ripresa, invece erano passati sei mesi. Sei mesi (diamine!).
“È stata solo sfortuna” aveva detto. “Le stia vicino” aveva raccomandato. “Una grande sfortuna” ripeté. “Basta un incontro sbagliato e…”
I minuti passavano. Ormai era completamente sveglio, e aveva una gran voglia.
Vinto dall’impazienza puntò le ginocchia sul letto e si curvò verso di lei, prima accarezzandole la testa, poi scuotendole le braccia. Quella fece un gran sospiro e si strofinò la faccia come a levarsi il sonno dagli occhi.
– Ma che ora è? – disse con un filo di voce
– Quasi le nove – le sussurrò con la bocca sulla guancia. – Dài, alzati. Mi hai detto alle nove ieri, e sono le nove adesso.
– Ma non ce la fai mai a dormire tu? – gli rispose girandosi verso di lui. -Sembri un bambino.
Abbozzò un sorriso e le diede due baci rapidi sul collo; poi col corpo quasi la sovrastò.
– Che fai? – chiese sempre con voce secca.
– Niente. Sta’ tranquilla – disse, mentre con la mano saliva su per la schiena fino a sentire i ganci del reggiseno.
– No, aspetta – disse lei.
– No, no – ripeté lui per gioco, sforzandosi d’essere divertente. Allora dal collo cercò le sue labbra. Quindi iniziò a sfregarsi fra le gambe nude.
– Fermati, fermati!
– Fermati un corno!
Poi gli afferrò la testa e lo allontanò.
– Ma che cazzo! – fece lui a sentirsi prendere da una cosa, un calore che gli saliva su per il petto;
e se lo ricoprì in quattro e quattr’otto insieme alle gambe e pure al resto. Lei gli stava dietro. S’era rannicchiata con la testa sul cuscino; pareva un amalgama con le lenzuola accartocciate, messa così com’era: un po’ coperta e un po’ no nel letto in disordine.
Andò dritto in bagno a lavarsi la faccia. Passava le dita sulla pelle del volto come se volesse tirarla via. Lo fece per almeno cinque o sei volte, fino a quando arrivò a bagnarsi anche i capelli. Poi rimase fermo qualche secondo davanti allo specchio a guardarsi mentre respirava profondamente con le braccia puntate sul marmo del lavabo. Uscì e prese la borsa, rimanendo all’in piedi, con la schiena poco piegata verso il basso della scrivania: le pratiche s’erano quasi tutte deformate a causa dell’acqua che aveva penetrato la pelle. Le tirò fuori con delicatezza. “Merda” fece fra sé, e scosse la testa.
– Hai visto che ho fatto? Sono stato un idiota- disse alla moglie. – Un idiota ­– ripeté. – Questo è perché si hanno tante cose per la testa e…­– e nel dirlo alzò braccia e sopracciglia con espressione divertita e rassegnata insieme. Lei non rispondeva; lo guardò un attimo, poi si coprì e chiuse di nuovo gli occhi. Sotto al lenzuolo formava come una valle.
Con la mano chiusa batteva cercando di far tornare alla normalità quel mucchio di fogli sgualciti: dai pugni passava ai palmi tentando di stendere le gobbe, le pieghe ché ormai rimanevano, e così insisteva, e quelle restavano, allora ci riprovava, inutilmente, ancora…

di Andrea Lionetti