Cosalità

(di Federica Tosadori)

Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Ogni Cosa è Illuminata

Als Gregor Samsa eines Morgens…

Cigolando le mie pupille si illuminarono della luce bianca del giorno. Mancava qualcosa in quel biancore abbagliante, un calore mattutino, un sapore. Ogni risveglio è una nuova vita, diceva sempre mia madre, quando scendevo in cucina ciondolando, inseguendo quell’aroma denso di brioche al burro. Io sorridevo e non capivo, e nemmeno mi interessava. Quelle parole erano solo un mantra, semplicemente il buongiorno di una donna che morbida mi abbracciava con gli occhi ridenti e marroni. Era un ricordo che indelebile era rimasto incollato alle pareti del mio cranio e ogni mattina non potevo che riosservare quella scena, odorare nuovamente quelle parole, commuovendomi. Ma qualcosa era profondamente diverso in quel cigolio meccanico dei mie occhi, che come malati vedevano un bianco quasi accecante e nessun profumo di brioche nei miei pensieri. Il ricordo della dolcezza di mia madre era solo una cosa in mezzo ad altre cose:
l’Armadio
la Finestra
la Sveglia
il Tavolo
quel Sorriso
i Vestiti della Sera prima sulla Sedia
il Comodino
quel Burro armonioso dei suoi Occhi
il Tappeto
il Poster insignificante di un Ritaglio di Giornale
ogni Risveglio è una nuova Vita
la Collezione di Fotografie.
Solo cose tra le cose, così era fatto il mondo quella mattina. Un grande oggetto pieno di oggetti, inanimati e inconcludenti, duri e fissi, immobili. Provai a ruotarmi sul fianco destro cercando accanto a me quel qualcosa che mi mancava. Non c’era presenza umana. Le mie mani si muovevano lentamente lungo i fianchi, ma non riuscivo a sentirle. Cose tra le cose.

Iris doveva essersi già alzata e con ogni probabilità era in cucina a mangiare qualcosa di veloce prima di uscire di corsa a prendere il treno. Era sempre in ritardo; c’erano poche cose che mi irritavano più di quel suo perenne non essere mai in tempo. Mai al posto giusto nel momento giusto, sempre a rincorrere se stessa. Come si poteva vivere una vita così? Eppure quella mattina il mio cervello non formulò interrogativi del genere. Non mi importava di Iris, delle sue labbra sulla tazza bianca di caffè, dei suoi capelli spettinati, della sua corsa disperata verso lo studio, del suo impegnarsi al cambiamento che evidentemente non sarebbe mai avvenuto. Non provavo fastidio, non provavo niente. Avrebbe potuto essere un fantasma, un’entità invisibile, niente nelle pareti del mio cranio, nude dal ricordo di burro materno, mi avrebbe ispirato emozioni. Riuscivo soltanto a pensare, nell’immobilità dei miei movimenti, a come avrei potuto sciogliere quella stessa immobilità. Avrei richiuso gli occhi cigolanti e mi sarei rimesso a dormire, solo per risvegliarmi dentro una nuova vita. Ma non potevo prendere sonno finché non fossi riuscito a muovermi, e non potevo muovermi senza prima riprendere sonno. Cosa tra le cose. Lentamente mi accorsi di essere ormai definitivamente sveglio. La mia testa di piombo però non riusciva a staccarsi dal cuscino e la mia pelle liscia in modo innaturale pareva insensibile alla carezza delle lenzuola chiare. Cominciai a sentire degli strani rumori provenire dal fondo del letto. Era come un muoversi di ferro e metallo, meccanismi che riprendono vita dopo un lungo periodo di silenzio. Fui preso improvvisamente dal panico, unica sensazione davvero umana di cui mi ricordi in quella mattina, ma di fatto durò poco, molto poco, fino a quando non mi accorsi che si trattava dei miei legamenti cigolanti.

Cosa mi è successo? Formulai nel mio cervello scolpito alcune probabilità: ero stressato dal lavoro, da Iris, dalla vita intera; da quella città troppo stretta, dagli orari assurdi della fabbrica, dai ricordi frustrati di qualcosa che non era andato come desideravo. Era chiaro che fossi terribilmente stanco di tutto, stanco della solitudine pungente provata ogni sera prima di andare a dormire; e poi degli incubi inutili e dolorosi. Forse ci ero dentro, a uno di quegli incubi terribili, in cui insetti giganti e streghe maledette mi torturavano. Eppure intorno a me e nella casa tutta, non c’era nessuno, niente animali e streghe, solo io con un corpo immobile di ferro gelido. Doveva essere molto tardi ma io non potevo alzarmi dal letto per andare a lavorare. Passarono delle ore intere e vuote in cui i miei pensieri e le mie emozioni diventavano plastica; avevo come la sensazione di poterle inscatolare da qualche parte dentro di me, archiviandole e quindi dimenticandole. Un’insensibilità meravigliosa si impossessò di ogni mia singola particella, materiale e non. O meglio, ogni mia singola particella immateriale diventava sempre più calcarea, fino a che non mi parve di essere composto semplicemente da piccoli sassolini grigi, anaffettivi.

Non mi alzai da quel letto fino a quando Iris non tornò a casa. Sentii il suono tintinnante delle chiavi nella porta e mi sembrò infinitamente simile a quello che producevano le mie dita ogni volta che tentavo di muoverle. Lei si accorse subito che non ero uscito di casa. Corse in camera e spalancando la porta gridò, esprimendo una paura raggelante che ebbe il potere di prosciugare quelle ultime gocce di sangue che sentivo fluire ancora dentro di me. Ero diventato un automa perfetto, senza sogni, senza paure, senza cuore.
«Cosa ti è successo amore mio! Oddio! Sei bianco, sembri un cadavere! Stai bene? Ti prego dimmi qualcosa?» Si era fatta vicina al mio orecchio, alla mia pelle laminata. Mi accorsi che potevo parlare ancora, avrei potuto aprire le labbra e far scricchiolare la mia lingua ruvida a formulare parole. Avrei detto: “Sto benissimo, non mi importa di nulla, nemmeno di questa tua paura amorevole che solo ora sei riuscita a tirare fuori, ora che non sono più un essere umano e non mi serve più”. Ma non dissi niente perché non mi interessava, non era importante. E il tocco delle sue mani su di me non era che un fastidioso calore che mi impediva di cancellare gli ultimi ricordi di emozioni umane.

Passarono tanti giorni e tante notti senza che io ripresi mai più sonno o potessi provare a svegliarmi da quella situazione. Ero riuscito ad alzarmi dal letto e ora non avevo più voglia di sdraiarmici, abbracciando Iris nella notte. Solo desideravo stare in piedi davanti alla finestra, a osservare le altre mille finestre di quella città senza senso, senza provare rabbia o invidia per le vite degli altri. Mi muovevo piano e rumoroso in giro per la casa, con la consapevolezza di aver perso il lavoro, di aver perso ogni cosa, ogni amico, ogni gesto della mia precedente vita umana. Ma nulla mi toccava o mi faceva male, solo ogni tanto mi pareva di sentire quel profumo di burro nella periferia del mio cervello. Quello pseudo ricordo mi riattivava qualcosa, qualche meccanismo ancora morbido di carne. Ma sostanzialmente niente cambiava e il tempo passava senza che io sentissi la pesantezza della noia, il vuoto nero in cui spesso prima cadevo nauseabondo.

Iris era diventata uno straccio magro e grigio. Usciva di casa prestissimo al mattino e tornava sempre più tardi, sempre più al buio. Si infilava sotto le coperte senza nemmeno passare dalla cucina o dalla doccia e si addormentava piangendo. Al mattino appena apriva gli occhi mi osservava nel terrore puro e lentamente capii che mi odiava in un modo così vero che arrivai a comprendere, nella mia mente di macchina, che niente di quello che era stato tra noi poteva essere più autentico di quel sentimento così categorico e definitivo. Ma io soltanto lasciavo scorrere ogni cosa della vita rosa e delicata di quell’essere microscopico che occupava uno spazio tra le stesse quattro pareti ben note.
Quando Iris una sera non tornò più a casa mi resi conto che la mia trasformazione in cosa tra le cose era giunta davvero al termine. Camminai per la casa nel silenzio e nel buio più profondo, totalmente vuoto e insensibile a ogni oggetto: le tazze della colazione di giorni nel lavandino, con le loro tracce di biscotto molliccio, la spazzatura piena di carte e avanzi di cibo non mangiato, il divano rosso su cui giaceva inerte il libro che stavo leggendo prima di tutto questo, il letto disfatto senza vita, e ancora la collezione di fotografie di sconosciuti in cui troneggiava la figura di una donna impellicciata che non potevo davvero sapere chi fosse. E io, bambola meccanica abbandonata, senza sbattere le ciglia mi sedetti cigolando su una sedia bianca fredda di insignificanza, e immobile mi fissai lì, guardando il nulla davanti a me e sentendo il nulla dentro le mie ossa rigide di metallo.

Tutto ciò che segue è frutto delle mie estrapolazioni sulla realtà, perché un giorno smisi di percepire come dotato di senso qualsiasi tipo di linguaggio umano: Iris vendette quell’appartamento a una famiglia di borghesi allegri che non potevano nemmeno immaginare cosa vi fosse accaduto dentro. Così quando, con tutta la loro spensieratezza di famiglia felice, varcarono la soglia, ammutolirono nel vedermi nudo e fisso in un angolo della camera da letto, perdendo nel sempre di quell’attimo ogni gioia possibile. I bambini subito fuggirono nelle altre stanze terrorizzati, o almeno questo è il sentimento che parevano disegnare le loro bocche spalancate. La moglie, sul muro le sue spalle, iniziò a urlare, con due grandi occhi cupi di un azzurro azzardato, mi squadrava sperando di non essere a sua volta guardata. L’uomo di famiglia decise che il compito era suo. In pochi giorni mi ritrovai nel buio più angusto e infinito. Dei muratori, chiamati immediatamente, con la massima velocità e costanza mi avevano costruito una stanza intorno. Nessuno aveva potuto spostarmi: i miei piedi come radici ancorate al pavimento, ogni muscolo teso come corteccia di bronzo, mi rendevano pesante e inamovibile. Io, albero senza foglie e respiro, cosa tra le cose, metallico di ricordi e desideri inespressi, non ero più io, non ero più niente, solo un oggetto chiuso senza aria in un buco.

Adesso, dal nero, dietro alla vita degli altri, non faccio che ascoltare il suono dei giorni di chi di giorni di carne ne ha ancora. Non sento il tempo che passa e so che sono niente, che la famiglia di là ha dimenticato la mia assente presenza dietro ai mattoni imbiancati, sulle cui pareti saranno appoggiati quadri e foto e ritagli di fiori colorati. Solo ogni tanto un brivido strofina i miei interni di rotelle e meccanismi e mi pare di sentire come rabbia frustrata tutta l’aria di sole che non posso più respirare. Soffoco, soffoco per attimi lunghi e arrivo alla morte con tutto il mio peso di immobile, fino quasi a percepirla, concreta e densa. Ma mai, mai mi ci perdo dentro, nel suo nero incubo. Resto alla fine sempre qui, impossibilitato al respiro. Capita molto raramente che dalle fessure impercettibili del muro, arrivi al mio ferroso essere un certo odore di burro mattutino, di colazioni bianche, un sorriso. Mi scuoto inconsapevolmente e so che dall’altra parte il mio cigolio gela il sangue carnoso e vivo, soffoca il respiro per un secondo inafferrabile a chi oltre il muro, non ancora è diventato cosa tra le cose, non ancora ha dimenticato di esistere.

L’invenzione delle ali

(di Francesca Ferrara)

C’era un tempo in cui in Africa le persone volavano. Me lo raccontò mamma una notte, quando avevo dieci anni. «Monella» disse «tua nonna lo ha visto con i suoi occhi. Diceva che volavano sopra gli alberi e le nuvole. Diceva che volavano come merli. Venendo qui ci siamo persi quella magia.»
(L’invenzione delle ali, 2015, p. 9)

Appena i miei occhi hanno accarezzato l’incipit di questo romanzo, sono stata fiera di me: ottima valutazione preliminare nell’acquistarlo.

Ci sono libri che si aprono con prevedibili considerazioni esistenziali o descrizioni paesaggistiche tiepide, che potrebbero portare la firma di chiunque. Altri, invece, riescono a lasciarti interdetto: “No, aspetta. Eh?”. Proprio così: un tempo, in Africa, le persone volavano.

Sue Monk Kidd mi aveva ammaliata con La vita segreta delle api, suo romanzo d’esordio. Al di là delle incoraggianti premesse della trama – un’adolescente bianca in viaggio con la governante afroamericana, per calpestare le tracce lasciate dalla madre prima di morire, nel South Carolina degli anni ‘50 – Kidd aveva suscitato tutta la mia invidia grazie allo stile della narrazione. Le sue metafore abbattono ogni banalità, e persino gli stati d’animo più impalpabili acquisiscono concretezza. Prima ancora di empatizzare con i personaggi sul piano emotivo o mentale, è la fisicità di ciò che vivono ad avvicinarci a loro.

L’invenzione delle ali, devo ammetterlo, non si dimostra stilisticamente all’altezza del suo antenato. Le stesse esaltanti aspettative alimentate dall’incipit vengono soddisfatte solo in parte. Inizialmente ero perplessa e delusa, ma poi ho colto la sostanziale differenza fra i due testi. La vita segreta delle api è un’opera di fantasia, progettata in ogni evento e parola da Kidd stessa; L’invenzione delle ali è un romanzo storico, altamente fedele alle vicende reali dei personaggi di cui narra.

Nella fattispecie, le sorelle Sarah e Angelina Grimké, pioniere dei diritti delle donne e attiviste per l’abolizionismo nel XIX secolo. È Sarah, la maggiore delle due, a farsi voce narrante per entrambe, alternandosi capitolo dopo capitolo all’altro personaggio cardine: Hetty Monella Grimké, schiava personale di Sarah fin dall’età di undici anni, a cui la giovane Grimkè insegnerà a leggere e scrivere, violando le leggi dello Stato. La vera Monella morì ancora adolescente, ma Kidd la mantiene in vita, consapevole che il suo raccontare rappresenti il vero arricchimento all’intera trama.

Sarah e Monella sono coetanee e seguiamo la loro crescita attraverso gli anni. I sogni di Sarah, diventare avvocato prima, ministro quacchero poi, si infrangono uno dopo l’altro, inconciliabili con il suo essere donna. La parte centrale del romanzo, per quanto riguarda lei, è un permanere di riflessioni senza uscita, di desiderio di evadere che non riesce a trovare espressione. E mentre Sarah lascia Charleston, viaggia e si tormenta, le sue angosce, se pur condivisibili, finiscono per apparire futili rispetto alle difficoltà materiali a cui Monella deve sopravvivere a casa Grimké.

Come si sarà intuito, è lei la mia favorita. Lei che, dopotutto, è in gran parte frutto dell’immaginazione di Kidd. Grazie, talvolta suo malgrado, a Monella entriamo nella Casa del Lavoro (istituto di “correzione” per schiavi indisciplinati), parliamo con Denmark Vesey, che comprò la libertà vincendo alla lotteria e cospirò la rivolta degli schiavi di Charleston, e soprattutto tessiamo e cuciamo le “coperte della storia”, espressione artistica e di memoria familiare della tribù Fon.

Sarah Grimkè accelera il passo nelle ultime cinquanta pagine, ormai quarantenne. Allora, sì, la lettura si fa famelica. Gli ultimi capitoli regalano ciò che era mancato in quelli precedenti, lo stile stesso si rivitalizza, perché finalmente l’autrice può distaccarsi dalla griglia della storia e lasciar fluire la sua creatività. Finalmente Sarah e Monella sono pronte, insieme.

Avevo sempre voluto la libertà, ma non c’era mai stato un posto dove andare, né un modo per arrivarci. Questo non aveva più importanza. Ora volevo la libertà più del mio prossimo respiro. Ce ne saremmo andate, sedute sulle nostre bare se necessario. Era così che mamma aveva vissuto tutta la sua vita. Diceva sempre che ognuno deve capire quale parte dell’ago sarà, se quella legata al filo o quella che buca il tessuto.
(p. 356)

Alla fine sarà il magone, credetemi, quando girerete pagina e al posto del nome di Sarah o Monella troverete “Note dell’autrice”. Io ho resistito stoicamente… ma soltanto perché ero su un treno gremito.

Insomma, se vi aspettate il successore de La vita segreta delle api, partite con un pre-giudizio inappropriato. Compratelo, piuttosto, per l’esaustivo, avvincente, illuminante scenario storico che vi è impresso. Per fare la conoscenza di due sorelle che, malgrado i traguardi raggiunti con largo anticipo rispetto ai loro tempi, non hanno ancora ottenuto la popolarità meritata. Due sorelle che hanno spaccato il movimento abolizionista quando hanno iniziato a declamare anche l’emancipazione femminile, scoperchiando le ipocrisie di raffinati intellettuali ed idealisti (uomini, se serve precisarlo). Compratelo per sedervi a cucire accanto a Monella, per aiutarla a scavalcare il muretto di Villa Grimkè ed avventurarsi in città senza il permesso scritto dei padroni. Per rannicchiarvi con lei nell’incavo della finestra ad osservare i vaporetti che salpano dal porto.