Cadere

(di Alice Borghi)

Chi mi conosce lo sa, il mio primo grande amore è stato (ed è ancora) Albert Camus. Ho letto praticamente tutto quello che ha pubblicato: saggi, articoli, opere per il teatro, anche opere postume. Romanzi, naturalmente.

La caduta (La chute) è uno dei suoi romanzi più spettacolari. Pubblicato dopo la fine della Resistenza francese, è il primo romanzo della “nuova età”. Un racconto-confessione di delusione e disillusione per le grandi promesse di giustizia e progresso, così nuove e già così amare.
Protagonista è l’alter ego dell’autore, un importante avvocato della Parigi più in vista, intellettuale pare, così immerso nella sua vita di successi da non presentire nemmeno la falsità di cui sono ammantate le sue buone azione e il suo prodigarsi per il prossimo.
Finché un’epifania squarcia il velo di ipocrisia dietro al quale è sempre vissuto, sul quale vive tutta la nostra società: una notte Jean-Baptiste Clemence (questo il nome del protagonista) sta tornando a casa, quando su un ponte che attraversa la Senna vede una giovane donna che fa per sporgersi dal parapetto e buttarsi. L’avvocato non ha il coraggio di avvicinarsi. Al contrario si allontana quasi correndo finché non sente un tonfo: la donna si è gettata nel fiume ed è morta.
A questa prima caduta segue quella di Clemence: la morte apre la mente alla riflessione, ma cosa può fare quando capita accanto a te, quando potresti combatterla e non lo fai, perché non riesci a riconoscerla in tempo? L’avvocato lascia tutto e diventa giudice. Ora può giudicare, da un malfamato bar di Amsterdam, dove il suo racconto incomincia. E ci giudica, perché sa che tutti siamo colpevoli ma non vogliamo vederlo.

Primavere

(di Federica Tosadori)

Premessa
A volte i libri sono noiosi.
No. Non fraintendetemi. Non parlo di contenuti. Anche se, in effetti… a volte anche i contenuti sono noiosi. Molto.
Ma non è questo il punto. Io parlavo di forma. L’oggetto-libro a volte è noioso: pesante, uniforme, rigido, sempre uguale a se stesso.
Istintivamente si impara a usarlo, un libro. Forse questa copertina va sollevata? Sì! Forse devo guardare tutti questi segni neri fino a che non ne colgo il significato? Sì! Forse devo voltare questa pagina sottile e giallina per poter trovare nuovi segni e carpirne ancora il senso, magari è tutto collegato? Sì! Forse devo compiere questo meccanismo fino in fondo? Sì! Hey, sono in fondo, e ora? Devo girare di nuovo la copertina? L’ho chiuso? …e ora? Ne compro un altro, sarà uguale, anche perché ora che ho imparato sento uno strano vuoto poco sopra la pancia senza un libro da sfogliare. E non è fame perché ho appena trangugiato un pacchetto di biscotti mentre leggevo…
Insomma. Fogli e parole. Parole e fogli. Sì è vero, si sono inventati gli ebook, sono un po’ diversi, nella loro impalpabilità, ma anche loro sono molto simili l’uno con l’altro, in quello spazio magico in cui esistono (ma dove vivono gli ebook? Bha).

Poi però, per fortuna, mentre ci interroghiamo sui massimi sistemi dei libri elettronici e non, ci torna alla mente un ricordo dal nulla, un pensiero pop-up: il cappello della strega disegnato sul quel libro che mi aveva regalato la zia… poi c’era un dinosauro verde, bellissimo, si poteva accarezzare. Ma era in un libro! E la fata che incontrava il gigante? Mi sembra di averla davanti agli occhi quella sagoma dormiente sotto l’albero di mele rosse. Ah, per fortuna che esistono i libri per bambini!
Hey aspetta ma io sono adulto. Cioè, credo. Allora da dove arriva questa voglia di comprare un libro per bambini? Ma certo perché… perché ogni testo è una sorpresa! Probabilmente non dovrò nemmeno sfogliarlo come tutti gli altri… magari si apre dalla fine, forse avrà delle pagine accartocciate e dei ritagli appiccicati sopra! E poi le immagini… le immagini! Quale gioia.

Esempio
Ecco, ve ne faccio vedere uno:
Primavere, testi di Alessio Di Simone, illustrazioni di Alessandro Di Sorbo, casa editrice VerbaVolant.

“Dispiegando le pagine si segue la storia fino a scoprire l’ultima tavola: un poster da incorniciare e appendere a parete.”
Appendere a parete, capite! Questo è un libro appendibile?! E poi ce ne sono tanti diversi, in questa collana di “Libri da parati”: quello che racconta di una principessa scrittrice, quello che si illumina al buio, quello che parla di caffè! Questo in particolare, è la storia di un bacio. Un bacio delicato, vaporoso, inaspettato.
Si tratta di un foglio unico, che lentamente si apre, sempre di più, sempre di più…
Svelando nuove pagine, che sono soltanto nascoste dietro. Un mondo alla fine appare sotto gli occhi di noi lettori mezzi adulti mezzi bambini. Curiosiamo. Impariamo nuovi modi di leggere un oggetto-libro che sta proprio qui, tra le nostre mani, appeso alla parete, mentre gli ebook svolazzano ancora nel loro spazio invisbile.
Questa magnifica idea ha il copyright VerbaVolant, una casa editrice siciliana di Fausta di Falco

p.s. L’affermazione iniziale non corrisponde per niente al vero pensiero dell’autrice.

Il Signor Fenicottero

(di Isabella Gavazzi)

C’era una volta, nei pressi dei grandi laghi africani, uno stormo molto numeroso di fenicotteri rosa. La loro vita gravitava intorno ai grandi bacini di acqua dolce: pescavano il buon pesce che lì viveva, facevano lunghe passeggiate sulle spiagge sassose e riposavano nei pressi degli affluenti, dove erano presenti delle pozze basse stagnanti e un flebile vento fresco a raffreddare le calde notti estive. Costruivano dei nidi con ciuffi di erba morbida su tronchi bianchi lasciati dalle piene, in modo da rimanere asciutti e puliti.

Il capo del gruppo era il Signor Fenicottero, molto fiero, con un cilindro nero e un paio di piccoli occhiali dalle lenti rotonde sul becco. Non era il più anziano, ma di certo il più dotto di tutti.
Era lui che li guidava durante le migrazioni, che lanciava il segnale d’allarme all’arrivo delle iene e che istruiva i piccoli.
Tutti si sentivano in dovere di seguirlo, intelligente com’era. Il suo giaciglio era sul tronco più alto, in modo da poter osservare tutti i suoi compagni.

Un giorno accadde che il Signor Fenicottero si ferì ad una zampa mentre volava quasi raso terra durante un’esercitazione di fuga: gli faceva molto male e continuava a ripeterlo pur di avere l’appoggio di qualcuno.
«Oh il mio povero arto, rimarrò mutilato a vita!» sussurrava al passaggio di ogni fenicottero.
Tutti lo ignoravano, non capendo il significato della parola “arto” e “mutilato”.
«Ma cosa ha detto il Signor Fenicottero?» chiese un piccolo nato da qualche mese.
«Non saprei, forse non ha digerito il pesce.» gli rispose la madre, con il padre a lato che annuiva.

Arrivò il crepuscolo, il lago divenne una superficie arancione screziata di giallo e tutti si preparavano per andare a riposare: tutti tranne il Signor Fenicottero, che continuava a camminare per far vedere quanto gli facesse male quel piccolo graffio.
Comparve la Luna, grande e maestosa, contornata da migliaia di stelle. Il Signor Fenicottero provò a coricarsi, ma la zampa gli faceva male: così si alzò e, per trovare un po’ di frescura, camminò nelle basse pozze stagnanti. Appena trovò un punto con il suolo morbido si fermò, tirando su la gamba malata e si addormentò.

Nel frattempo sui bianchi tronchi decine e decine di fenicotteri cominciavano a preoccuparsi, non vedendo più il Signor Fenicottero.
Guarda a destra, guarda a sinistra ma nulla. I maschi si alzarono in volo e iniziarono a perlustrare il lago simile ad uno specchio; nel frattempo le femmine rassicuravano i piccoli.
Si alzò un grido:
«L’ho trovato, venite!»
Tutti si precipitarono nel punto da cui proveniva l’urlo, rimanendo sbigottiti nel vedere il modo in cui dormiva il Signor Fenicottero.
«Se lui dorme così, allora anche io farò in questo modo.» disse un fenicottero maschio in prima fila: immerse le sue zampe palmate nei pochi centimetri di acqua, alzò uno dei due arti e appoggiò il lungo collo vicino alle ali.
Uno ad uno tutti fecero allo stesso modo, riempiendo in poco tempo le pozze lì vicino.

Arrivò l’alba e il Signor Fenicottero, animale molto mattiniero, si svegliò, si stiracchiò un momento e aprì gli occhi: era completamente circondato da fenicotteri che dormivano esattamente come aveva fatto lui la notte precedente.
Uno vicino a lui si svegliò e gli disse:
«Abbiamo visto che dormiva in questo modo ed essendo lei il più intelligente di tutti sicuramente l’ha fatto perché faceva bene alla nostra salute.»
Il Signor Fenicottero era incredulo e, cogliendo la palla al balzo, disse:
«Certo che è per il vostro bene, così non vi si piegano le penne e non vi fanno male le ali.»
Da quel giorno tutti i fenicotteri dormirono in quel modo, spinti dalla volontà di imitare la loro guida in parte per ignoranza, in parte – coloro che se ne erano accorti – per riconoscenza nei confronti di colui che, pazientemente, li aveva protetti e ascoltati.

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.

 

L’effetto Caleb-Bethia

(di Francesca Ferrara)

Un nativo americano che studia per entrare ad Harvard. Nel 1660.

In poche parole, la potenza di questo romanzo. Un romanzo storico, perché Caleb Cheeshahteaumauk è esistito davvero. No, niente Google, niente Wikipedia: non cercatelo online. L’ignoranza in questo frangente è vantaggiosa. Non conoscere nulla di Caleb vi permetterà di camminare davvero accanto a lui, anzi con lui, come amano dire i nativi. Usando una preposizione che indica ben più di una mera prossimità spaziale.

Di Caleb ci sono pervenute poche, pochissime testimonianze dirette. Qual era il suo carattere? Come è mutato dalla primissima adolescenza all’età adulta? Geraldine Brooks amalgama documenti ufficiali a fantasia ed intuito personali, in dosi ben ponderate. Ecco come questo personaggio riesce a riempire ogni pagina e ad affascinare in ogni sua comparsa. Comparsa, esatto, perché Caleb non è il solo protagonista de “L’isola dei due mondi”, edito in Italia da Neri Pozza. Per mantenere le rispettose e prudenti distanze da un uomo di cui ci è giunto troppo poco, un antenato ancora oggi carissimo alla tribù dei wampanoag di Martha’s Vineyard, Brooks pone un filtro fra noi e lui. Gli occhi grigi, gli “Occhi di Tempesta”, di Bethia Mayfield, personaggio fittizio e voce narrante dalla prima all’ultima pagina. Figlia del pastore puritano realmente esistito John Mayfield, Bethia appartiene ai coloni che si sono insediati a Martha’s Vineyard nel XVII secolo. Incontra Caleb nella foresta e da quel giorno cominciano a parlare, senza riuscire più a smettere. Il figlio del sonquem (il capo tribù), nonché nipote del pawaaw (lo stregone), e la figlia del pastore evangelizzatore. Giusto per rincarare la carica intrinseca di questo libro.

I loro dialoghi non sono gli unici del romanzo, ma sono quelli che raggiungono le note più sublimi. Bethia è attratta dalla cultura dei nativi, apprende la loro lingua avidamente, ma è combattuta se spingersi oltre, se esplorare i terreni dei pagani. La mente di Caleb invece è più aperta e assorbe conoscenza da qualsiasi sorgente gli venga offerta:

“Poi [tuo padre] ci ha raccontato il mito di Prometeo che rubò il fuoco agli dei. Ha detto che il fuoco simboleggia la fiaccola della conoscenza accesa dagli antichi greci, che poi l’hanno passata a noi affinché la tenessimo viva. Anch’io rubo il fuoco, Bethia, e siccome la sapienza non conosce confini, la prenderò ovunque si trovi, alla luce del giorno nelle vostre scuole, a lume di candela sui libri e, se sarà necessario, anche fra le tenebre della foresta.” (pag. 169, ed. 2013)

Questa è l’impronta più profonda che vi lascerà questa lettura: la passione per la conoscenza. Bethia è una donna, ha dovuto accontentarsi di un’educazione basilare e non potrà mai aspirare ai banchi di Harvard. Eppure non si ferma. Origlia attraverso la porta le lezioni impartite da suo padre agli allievi della scuola dell’isola, Caleb compreso, inghiottendo l’impulso di irrompere e correggere una per una le risposte sbagliate sputate da suo fratello maggiore. Impara a memoria versi di poetesse emancipate e si insinua in profondità, fino ad infrangere la legge, pur di abbeverarsi alla voce di una donna condannata per eresia.

Anche Caleb deve scivolare dalla luce all’ombra per mantenere intatti e fertili saperi in apparenza contrastanti, a cui tuttavia non può rinunciare. A cui non intende rinunciare. Per lui la cultura dei coloni e quella dei wampanoag non devono marcare i rispettivi territori e soffiare appena l’altro osa avvicinarsi. Nello spazio sempre più claustrofobico che li separa: lì vuole inserirsi Caleb, per intrecciare i fili diversi fino a creare connessioni, significati, comunicazione. Caleb è una voce stonata, che viaggia controcorrente. Perciò è stato chiamato Cheeshahteaumauk, “Colui che è odiato”. Odiato perché volge a est quando gli altri si muovono verso ovest; perché quando tutti calpestano un sentiero noto da generazioni, lui si avventura nella foresta mai esplorata; perché cammina da solo. Fino a quando non incontra Bethia.

Attraverso le pagine si alternano latino e greco, ebraico e wampanaontoaonk. A dispetto però delle citazioni – e dell’inevitabile sensazione di inadeguatezza suscitata nel lettore – lo stile di Brooks è tutt’altro che inaccessibile o elitario. Le frasi scorrono come acqua sui ciottoli di un fiume e dicono precisamente ciò che vogliono dire. Un gradito residuo della sua lunga carriera di giornalista. Non troverete sproloqui che divorano se stessi senza arrivare a nulla. Il suo stile puntuale ed attento vi dirà tutto ciò di cui avrete bisogno – anche se i ritratti sulla vita dei wampanoag non vi sazieranno mai – e saprà al contempo travolgervi dal dolore, quando le vicende lo richiederanno.

Insomma, “L’isola dei due mondi” è per tutti coloro che tengono tre libri accanto al letto e li leggono in contemporanea. Perché non possono aspettare di finirne uno per aprire quello che già stanno bramando.

Ora, vittima felice dell’effetto Caleb-Bethia, posso affermare di essere un’orgogliosa tesserata di questo circolo.

Un classico insormontabile!

(di Nadia Kasa)

Attuale come non mai, anche se pubblicato per la prima volta nel 1847, Cime tempestose rimane uno dei romanzi più letti di sempre, dal pubblico femminile e non. Si tratta dell’unico romanzo della scrittrice Emily Brontë – sorella della famosa Charlotte Brontë ideatrice di Jane Eyre – che scrive in circa due anni. La storia presenta una trama apparentemente semplice che si sviluppa poi in maniera più complessa attraverso i sentimenti perpetuati da parte dei personaggi. Il protagonista, Heathcliff, è un ragazzo che viene adottato da un nobiluomo, Mr. Earnshaw, che vive a Wuthering Heights, da cui il nome del libro. Mr. Earnshaw ha due figli: Hindley e Catherine, che si presentano entrambi come bambini viziati e dispettosi nei confronti del nuovo arrivato. Il sentimento nei confronti di Heathcliff muta con il tempo, Catherine se ne innamora – amore che viene ricambiato – mentre Hindley alimenta un profondo odio nei suoi confronti, con tutta probabilità maturato dall’affetto che suo padre nutre per il ragazzo. La situazione cambia quando subentra nell’equilibrio di questo trio la famiglia Linton. Il primogenito della famiglia Linton nutre una simpatia nei confronti della signorina Catherine che affascinata dal ragazzo cede alle sue lusinghe. L’avvicinamento di Catherine a Linton porterà Heathcliff ad allontanarsi dalla tenuta di Wuthering Heights e a pianificare un progetto di vendetta nei confronti della famiglia Earnshaw e della famiglia Linton. Il suo ritorno dopo diversi anni porterà grande scompiglio nella vita di Catherine che è ormai sposata, e in quella di suo fratello Hindley, depresso per la precoce perdita della moglie. Heathcliff è pronto e pian piano attua la sua vendetta. È la storia di un grande amore quindi, con radici profonde, insradicabili, ma anche di un odio che è più forte di ogni altra cosa.

Gli aspetti interessanti riscontrabili, che rendono la storia avvincente sono parecchi, partendo dall’incipit del romanzo, che è una bomba. Al principio del racconto la storia è già compiuta, troviamo infatti Heathcliff che vive depresso nella sua tenuta. La descrizione dell’uomo è resa in maniera efficace da Mr. Lockwood che ha modo di conoscerlo durante una bufera di neve scoprendo il suo nuovo vicino di casa. Dopo aver conosciuto la bizzarra famiglia di Heathcliff il vicino introduce la storia chiedendo maggiori informazioni alla governante che all’ora prestava servizio nella tenuta di Wuthering Heighs, Nelly, e che ora lavora per lui.

L’intero racconto dunque viene narrato da parte della governante Nelly. La donna spiega tutti gli avvenimenti dal punto di vista esterno, come una sorta di spettatore vivente all’interno della storia.

I personaggi sono abilmente costruiti. Nella storia vi è un crescendo di amore e odio, in particolare da parte dei due protagonisti, Catherine e Heathcliff, fatalmente attratti l’uno dall’altro. Catherine prova un profondo affetto nei confronti di Heathcliff, ma allo stesso tempo respinge il suo carattere irruento. Heathcliff da parte sua è il vero diavolo, la ama ma allo stesso tempo cerca in tutti i modi di recare dei danni alle persone care a Catherine: al fratello Hindley e a suo marito Linton. D’altro canto, colui che si mostra come una vera perla è Linton, legato a sua moglie da profondo affetto e disposto a tutto per avere il suo favore.

La natura è un altro personaggio, infatti occupa un posto centrale, dalle descrizioni delle bufere di neve alle grandi praterie percorse a cavallo dai personaggi. Emily Brontë descrive Wuthering Heights come un luogo fuori dal tempo e dallo spazio. Un mondo in cui ci si può perdere nella nebbia che fa da sfondo.

A ogni lettura questo racconto fornisce nuovi spunti di riflessione, ma l’aspetto centrale credo sia la volontà da parte dell’autrice di far comprendere quanto sentimenti come l’odio e la vendetta portino all’annientamento di colui che li nutre a lungo. L’amore non muore mai, ma neppure l’odio.

Per ultimo arriva un finale inaspettato. Purtroppo o per fortuna spesso molti lettori si aspettano che le vicende finiscano al meglio. Fin da bambini ci vengono raccontate storie che hanno un lieto fine e in un certo senso questo aspetto permane dentro di noi fino all’età adulta. Inoltre, sapere che i personaggi che abbiamo seguito con tanto entusiasmo hanno avuto un lieto fine, diciamo la verità, rallegra la nostra giornata! Ma come è giusto che sia, non può essere sempre così. Emily Brontë non vuole impressionare o soddisfare il lettore, ma raccontare un’esperienza, vera o fantasiosa che sia, e spiattella al lettore la verità. Una verità universale, fatta di donne impertinenti, isteriche, contraddittorie, ma anche capaci di un legame profondo; uomini rancorosi, gelosi, frustrati, ma anche tolleranti e amabili. Una verità, con protagonisti attuali nell’Ottocento, così come in ogni altro periodo della storia. Cambiano i racconti e coloro che li narrano insieme al loro stile di scrittura (che è ciò che rende ogni volta sorprendente la lettura!), ma i personaggi rimangono gli stessi perché gli uomini rimangono gli stessi! Quindi, voto dieci e lode per Cime tempestose, che rimane nella lista dei cento libri da leggere almeno una volta nella vita!

 

Bónus, poesie da supermercato.

(di Monica Frigerio)

I’m all lost in the supermarket cantavano i Clash alla fine degli anni ’70. Chissà cosa direbbero adesso se, per esempio, un sabato pomeriggio si trovassero nella ridente cittadina di Arese a passeggiare per i corridoi del centro commerciale più grande d’Europa…

Purtroppo Joe Strummer non è più in circolazione per raccontarcelo, però a farsi portavoce dell’alienazione da centro commerciale ci ha pensato Andri Snær Magnason, poeta islandese che in realtà in vita sua ha scritto un po’ di tutto, da drammi a romanzi e canzoni.

Nel 1996 ha pubblicato per la prima volta la raccolta di poesie qui presentata, che in Italia è comparsa solo quest’anno per Nottetempo con un titolo a prova di marketing: Bónus (con il 33% di poesie in più).

Bónus è la catena di centri commerciali più famosa in Islanda, ci piacerebbe pensare che in quel paese non ci siano altro che prati e pecore, qualche casetta qua e là, al più dei geyser a ravvivare ogni tanto l’atmosfera, e invece no, i supermercati sono arrivati anche lì e Andri Snær Magnason ha ben pensato di dedicargli una raccolta di poesie che nella loro semplicità e immediatezza trattano in maniera del tutto originale temi legati alla nostra contemporaneità.

L’Islanda è un paese di forti tradizioni culturali, ormai si è scritto poesia su tutto e su tutti, ci dice l’autore nella Prefazione, tant’è che persino la più sperduta delle fattorie è diventata almeno una volta oggetto di un poema. Ancora niente però sui supermercati e le storie che si dipanano tra i loro corridoi, niente sui loro prodotti disposti sugli scaffali come fossimo nella Commedia dantesca, il Paradiso nel reparto frutta e verdura, l’Inferno là dove c’è la macelleria e il Purgatorio tra i prodotti per l’igiene e la pulizia.

Perché, continua l’autore, esistono i succhi Bónus, la coca Bónus, il prosciutto Bónus e così via e non esiste anche una poesia Bónus?

Domanda legittima in questi tempi di capitalismo sfrenato. Ed ecco confezionataci una poesia realista capitalista, per l’appunto, che ci infila nel carrello il meglio dei vizi capitali: gola, lussuria e un pizzico di avarizia.

Ciò che colpisce di più delle poesie di questa raccolta è il fatto che siano poesie a’rebours, che vanno nella direzione opposta di ciò che normalmente si potrebbe considerare poetico, addirittura una vera celebrazione del mercato. Siamo abituati a poeti che si schierano contro, Magnason decide di farne parte, di vendersi. Lui non vive nel glamour di Parigi o New York, non può essere uno-di-quei-poeti, vive in Islanda, ai margini di un parcheggio da cui si intravede l’insegna Bónus, l’unica cosa che può fare è cantare ciò che lo circonda, reclamare la propria terra.

È chiara la lettura ironica di qualcosa così posto, ma il pregio dell’arte è rivoltare le cose più e più volte e, si spera, far sorgere qualche domanda, dunque il sottostrato ironico è indubbio, ma si vuole anche ragionare sulla scontata, a volte supponente, superiorità dell’uomo d’arte rispetto a quello comune. Magnason va dal proprietario della catena Bónus e questo signore, tal mister Jóhannesson, gli fa firmare lo stesso contratto che sottopone ai produttori di succhi di frutta. La poesia diventa anche un momento per interrogarsi, per chiedersi se io, produttore di versi, sono in fondo così diverso o migliore di un produttore di succhi di frutta?

Altra riflessione è sul cambiamento negli anni della relazione tra uomo e natura e come i supermercati siano diventati ormai il medium di tale rapporto. Un tempo la natura forniva all’uomo tutto il necessario nutrimento, gli era indispensabile alla sopravvivenza, ora si trova tutto comodamente tra gli scaffali di un supermercato e ciò fa cadere in fondo ogni ragione davvero sensata dell’uomo di relazionarsi con essa. Giriamo per le campagne, facciamo su e giù da una montagna solo per sport, per intrattenimento, che probabilmente se ci vedessero i nostri bis-bisnonni riderebbero di noi.

L’uomo è ciò che mangia, diceva Feurbach, ai tempi dell’homo consumus Magnason l’ha messa in questo modo:

Nonno era al 70% acqua

Nonno era al 70% il ruscello

Che scorreva dai monti

Accanto a casa

[…]

Io sono al 70% acqua

Tutt’al pù al 17% San Pellegrino

Cui sono mescolati della Coca zero e del caffè

[…]

Si è ciò che si mangia

Sono un mondo in miniatura.

Sono un Bónus in miniatura.

 

 

L’essenziale ordine di Svava

(di Luciano Sartirana)

Parlerò di “Tutto in ordine”, un libro in dodici racconti della scrittrice e donna politica islandese Svava Jakobsdóttir (1930-2004). Sono scorci di vita quotidiana, spesso con una donna fuori luogo o che si sente tale come protagonista.
Una donna invita a casa le amiche del circolo femminile per un aperitivo, insieme ai mariti per non far sentire solo il suo, ma fra i due gruppi si crea lontananza. Un’anziana vedova viene a sapere di un’agenzia che organizza feste a domicilio, e stila la lista di chi inviterebbe – defunti compresi – ora che dopo la morte del marito non la va più a trovare nessuno. Una madre riceve dall’ospedale una convocazione urgente per il sospetto di un tumore… vorrebbe dirlo al figlio adolescente – superficiale e abulico – senza riuscirci.
C’è spesso una donna che deve dire una cosa importante, ma le parole a sua disposizione sono superate dal timore di far male, scuotere ricordi, ricevere silenzi. E, in ogni brano, la maestosa quanto incombente natura dell’Islanda suggerisce di non stare troppo fuori dalla soglia, ma pare anche dire: non date la colpa a me, siete voi che non vi parlate.
Due racconti mi hanno colpito in particolare.
In Novella per i figli una madre si fa in otto per la famiglia. Le richieste – in opere e in affetto – arrivano al farle letteralmente perdere parti di sé… resta senza fegato, cuore, cervello, ma prosegue nella sua surreale dedizione a quei congiunti opportunisti.
Il ritorno rievoca l’esperienza toccata durante la Seconda Guerra Mondiale alle giovani “nella Situazione”, un modo di dire che si usava solo fra donne. L’8 luglio 1941, 50.000 marines arrivarono in Islanda dagli Usa in vista di un attacco alla Germania nazista. E “nella Situazione” c’era chi aveva avuto una storia con uno di loro. Un certo numero di ragazze subirono dicerie e ostracismi fino all’aggressione vera e propria; alcune si nascosero, altre esibirono smaccatamente costumi tradizionali o religiosità per allontanare il sospetto; le più trovarono forza nella relazione con altre donne, in una sorta di separatismo del linguaggio e dell’ironia su quanto stava succedendo.
Un libro sottile e coinvolgente, una scrittrice da scoprire.

G. Simenon, La neve era sporca

(di Alice Borghi)

Inevitabile come la primavera, per fortuna torna la voglia di leggere i cari vecchi gialli. E allora subito salta alla mente il nome di Georges Simenon, perché come non si può non pensare al commissario Maigret? Ecco che mi arrampico sulla libreria in cerca di qualcosa da divorare (leggendo) in un pomeriggio di sole, ma niente, di Maigret non c’è traccia. Mi capita invece tra le mani questo volume con una bella copertina rigida e la quarta di copertina è tutto un programma: “il romanzo più dostoevskijano di Simenon”.

Non è un romanzo giallo stile Maigret, è più un noir, un romanzo psicologico alla maniera di Dostoevskij, appunto. Alle volte mi ricorda un po’ I demoni: il protagonista è un ragazzo giovane, ma già uomo, che vuole avere il proprio posto, vuole solo essere, e lo fa lasciandosi trascinare con indifferenza, come Stavrogin, in un crimine mai chiarito, e perciò ingigantito dalla reticenza con cui viene presentato. Alla fine, quindi, il giallo c’è, e quindi non sarò certo io a rovinarvi la sorpresa di scoprirne le vicende. L’atmosfera della prigione e degli interrogatori è proprio quella di Delitto e castigo: un perpetuo oscillare tra timore, nevrosi e risolutezza. Non manca neanche la protagonista femminile, la nuova Sonja angelica, pensiero fisso del novello Raskolnikov.

Però, e non lo dico senza una punta di risentimento, Simenon è una spanna sopra D., è più contemporaneo, meno dogmatico, fortunatamente: niente prospettiva escatologica/salvifica. Alla fine resta solo una patina di disperazione, una grigia sospensione degli istinti, un puro pensare senza oggetto, una nebbia che non può essere dissolta.

Riflessioni di un orgoglio libresco

(di Federica Tosadori)

Lo scorso venerdì mattina, con il nostro carico di scatoloni di libri, fieri rappresentanti dell’intero catalogo Gattaccio, siamo arrivati agli spazi Base di via Bergognone per partecipare alla terza edizione del BookPride, la fiera nazionale dell’editoria indipendente. Il nostro piccolo stand a piano terra, in compagnia delle coinquiline sempre sorridenti di Sartoria Utopia con i loro capolavori cuciti a mano, è stato allestito in un batter d’occhio e ricoperto di segnalibri “felini” – si sa che i gattini mettono d’accordo sempre tutti – e si è presentato ai suoi primi visitatori curiosi.

La curiosità è stata certamente l’ingrediente principale di quest’ultimo weekend tra libri, editori, autori e lettori milanesi, o meglio italiani. Ma se la curiosità non sempre porta all’acquisto spensierato di oggetti-libro che sono per loro natura delle vere opere d’arte, rappresenta certamente il primo germe di una partecipazione appassionata.
Ci siamo trovati così all’interno di una marea bellissima, fatta di ondate forti di visitatori che ci hanno fatto rigirare su noi stessi, e momenti più calmi in cui abbiamo riflettuto su come migliorarci per attirare l’attenzione e farci conoscere o semplicemente per diventare più grandi, crescere seguendo l’esempio di chi, dal basso, piano piano, con pazienza e passione si è trasformato e si è messo al servizio di chi i libri li ama profondamente.

Anche perché in fondo con i libri bisogna entrarci in rapporto, conoscerli – e forse dopo un editing serrato e qualche chiacchiera con il rispettivo autore, questo incontro non può che accadere. Così e solo così gli editori possono, da dietro il banco del loro stand, raccontarli a chi si ferma anche solo per qualche secondo ad ascoltare le storie che si dispiegano dietro le copertine sempre blu di Sellerio o quelle leggermente allungate di Iperborea, le fotografie di Cierre, i colori di Marcos y Marcos e la ristampa tutta nera dell’intera opera di Hoffmann per L’Orma, quelle fumettose di Eris, quelle enormi e ricamate dei libri dedicati ai bambini di Verbavolant, che però si comprano soprattutto gli adulti…

La passione insomma era davvero palpitante per i corridoi del Bookpride, e anche la voglia di vendere, certo!
“Eh, quest’anno c’è poca gente!”
“L’anno scorso mi sembrava ci fosse più affluenza.”
“…Forse, il Papa…”
“Ma poi alla fine lo sciopero lo fanno?”
“Guarda, questo libro è un capolavoro, fossi in te lo comprerei!”
“Ah sì, è la prima copertina che ho instagrammato sul mio profilo!”
“Anche tu fai recensioni? Vieni a vedere il mio blog!”
“…Quindi, sai, sono quasi una giornalista, potresti darmelo gratis, in fondo è sempre pubblicità a tuo favore!”

Importa e non importa. Ciò che vale la pena è il tempo speso a sfogliare libri mai visti, a conoscere persone che condividono una necessità comune, quella di riempirsi una casa, virtuale o meno, di quell’oggetto fatto da pagine variabili, un paratesto dalle mille forme, parole a milioni e personaggi altrettanti, un titolo, un autore e la firma di chi ha voluto metterlo al mondo: un editore. Indipendente ancora meglio.

Bookpride è stato anche eventi. Decine di incontri con autori e personaggi del mondo dell’editoria, presentazioni che già alle prime parole fanno venire voglia di aggiungere l’ennesimo libro alla lista dei “da comprare” salvata sul proprio desktop. Si passeggia tra Base e Mudec, guardando negli occhi gli autori che non si sa mai che faccia abbiano – che poi si immaginano sempre diversi da come sono realmente.
“Ah ma sono persone? Come noi?”
“Quindi lui esiste davvero, non è solo uno pseudonimo!”
“Bho, me lo aspettavo antipatico e invece potrebbe essere un nostro compagno di bevute!”

Le persone si parlano. Anche se non si conoscono. E si parlano di libri. Si scambiano consigli e pareri. Non comprano, va bene, ma si vede proprio che vorrebbero farlo, che tutto ciò che in questo momento vorrebbero è avere più soldi e più tempo, più spazio, una stanza intera tutta per sé – direbbe qualcuno – dove stare con mille libri mai letti, tutti quelli di cui parlava Calvino nella sua di lista.

Domenica sera ci siamo salutati sorridendo e abbiamo richiuso i testi “non scelti” nel loro spazio buio e inscatolato. Chissà quale sarà la loro storia adesso. Forse verranno accolti da una libreria – perché c’erano anche i librai in incognita tra i visitatori! O forse la vendita online, così incorporea, darà delle piacevoli soddisfazioni. Intanto esistiamo, noi piccoli editori indipendenti e abbiamo grandi progetti, un po’ rivoluzionari, un po’ anarchici… Idee che danno senso anche ai libri non venduti, orgogliosi però di esserci stati.