La favola del pungitopo

(di Isabella Gavazzi)

In un tempo lontano, nel bel mezzo di un prato di erba morbida alle pendici di un’alta montagna, viveva una bella pianta. Era un grosso cespuglio sotto cui la terra era morbida e piena di muschio. Il suo tronco era intricato e nodoso, ma allo stesso tempo affascinante ed accogliente, ricoperto da tantissime foglie gialle all’interno e verde scuro all’esterno, con il bordo morbido e levigato, casa ideale per insetti e lombrichi.
Un giorno di fine estate, quando la frutta e le bacche erano abbastanza mature da poter essere raccolte in previsione dell’autunno e dell’imminente inverno, alle radici della bella pianta si presentò una famiglia di topolini.
«Buongiorno signora pianta. Sono il Signor Topo, volevo domandarle se possiamo utilizzare le sue morbide fronde per ripararci dal freddo e dalla neve. In cambio le daremo parte del cibo per nutrirla e resistere al lungo inverno. Le può andare?»
La pianta rispose con un fruscio di consenso, alzando i rami più grandi per far passare meglio la famiglia.
Il Signore e la Signora Topo erano estasiati dalla bellezza della nuova casa e i piccoli topolini cominciarono subito a giocare, rincorrendosi su e giù per i rami. Anche la pianta era contenta: finalmente sarebbe stata in compagnia di qualcuno, dopo tanti anni passati in solitudine.

L’autunno era già cominciato e la famiglia Topo aveva sistemato la nuova abitazione: le camere erano sotto terra, vicino alle radici più profonde. I topini avevano rivestito tutto con il muschio e con le foglie della pianta. Le provviste erano state accumulate in una zona in cui i rami erano più folti, in modo da evitare che altri animali le rubassero.
La pianta iniziava a credere di aver fatto un grosso errore ad ospitare la famigliola: i piccoli piangevano tutto il giorno e strappavano i suoi rametti per giocare; il signor Topo invitava tutti i giorni i suoi amici, rischiando di far scoprire quel nascondiglio alle nemiche volpi.
«Se ci scoprono anch’io sarò in pericolo. Loro possono correre, mentre la mia sorte sarà quella di essere distrutta dall’impeto di quelle bestie! … però non posso buttarli fuori da qui, sono miei ospiti.»

Arrivò l’inverno e, a causa dell’ultima cucciolata della signora Topo costituita da sei piccoli topini, le scorte di cibo della famiglia diminuivano a vista d’occhio.
«Non credo che riusciranno a resistere, di questo passo!» si diceva la pianta.
Infatti le sue previsioni si avverarono: quando mancava circa un mese alla primavera, le provviste finirono e la famiglia Topo, non sapendo cosa mangiare, scavò in profondità nel terreno, iniziando a sgranocchiare le radici della Pianta. Quest’ultima cercò di dire loro che ciò non era possibile ma il signor Topo rispose imperterrito: «Signora mia, io ho famiglia, Lei no. Lei potrà rigenerarsi in primavera, noi no.»
La Pianta avrebbe voluto controbattere che ciò non era affatto vero. Se i suoi danni fossero stati troppi e profondi, non sarebbe arrivata a vedere il caldo sole estivo: decise però, per il bene dei suoi ospiti, che si sarebbe sacrificata per loro ma, se fosse sopravvissuta, avrebbe fatto qualcosa per evitare di trovarsi in futuro in una situazione del genere.

Quell’anno la primavera arrivò con qualche giorno d’anticipo e la famiglia Topo, per festeggiare, decise di recarsi in visita da alcuni amici, trattenendosi a casa loro per l’estate.
Partiti, la Pianta cominciò, lentamente, a riprendersi.
Le sue radici erano state, per la maggior parte, mangiate; solo una, forse la più grande, si era nutrita grazie all’acqua donata dal poco muschio rimasto.

Arrivò nuovamente la fine dell’estate e, davanti alla Pianta, si presentò di nuovo la famiglia Topo con nuovi figli al seguito. Senza chiedere il permesso, il signor Topo si avvicinò ai rami più bassi con l’intenzione di entrare nella vecchia casa ma qualcosa lo punse: durante l’estate la Pianta aveva fatto crescere, all’estremità delle proprie morbide foglie, delle grosse e dure spine, che non permettevano a nessuno di oltrepassare quella barriera.
Il signor Topo ritentò, pungendosi di nuovo e più di prima. Indignato, con la moglie e i figli, si allontanò strillando: «Quella Pianta è un PUNGITOPO!»

Da quel giorno la Pianta venne soprannominata “Pungitopo” e da allora viene chiamata in questo modo da tutti coloro che le passano vicino.

Carta

Adesso che l’acqua aveva preso i colori del giorno e il cielo era tornato sereno, neanche ci s’immaginava il temporale e lo scompiglio portato fra le strade giusto qualche ora prima.
Attento a non fare rumore s’alzò dal letto e si mise seduto sul bordo; si girò e lanciò un’occhiata veloce alle proprie spalle. In punta di piedi andò verso le persiane di legno. Guardò fuori: il porticciolo era tutto un gremire di barche. Di sotto un cameriere passava con delle teiere sopra un vassoio d’argento che brillava come le pance all’insù delle trote galleggianti fra i legni e la banchina. Sulla sedia fuori nel balconcino, attaccata alla ringhiera, c’era la borsa di pelle che aveva posato il giorno prima. La prese e la mise sulla scrivania, vicino alla televisione. Era ancora umida.
Coprendosi lo sbadiglio con una mano si fissò sulle gambe della moglie che gli stava accanto: i piedi uscivano dal lenzuolo stropicciato, e pure le caviglie, le tibie, le ginocchia. Anche le cosce. Guardandole pensò a come il bastardo gliele avesse prese, in che modo le avesse afferrate, se dai glutei all’ingiù o subito stringendole attorno alla vita. Poi gli venne nausea e cercò nella stanza qualcosa a cui aggrapparsi. C’era il cartello Non disturbare fuori dalla porta; sempre adagio adagio lo tirò dentro, sulla maniglia interna.
Nel silenzio, appena interrotto dal ding dei cucchiaini contro le tazze sulla terrazza, tornò nel letto e cercò di dormire per far venire le nove.

Aprì gli occhi che erano le otto e mezzo o giù di lì. Si alzò di nuovo a scostare le tende: nella stanza entrava una chiara luce azzurra; azzurro il lago e la linea appena visibile di Sirmione, sull’altra sponda.
Se ne stava lì fermo, sull’uscio della finestra, con aria indecisa sul da farsi. Gli era venuta voglia. Quell’ultima dormita gli aveva fatto bene, l’aveva aiutato a liberarsi da certi pensieri. Guardava il corpo mezzo scoperto della moglie. Era sicuro d’aver agito con maturità, d’aver pensato a ogni cosa. In fondo anche la dottoressa gliel’aveva detto: “Portare via sua moglie per qualche giorno non potrà che farla sentire meglio”. Però aveva anche detto che nel giro di poco tempo si sarebbe ripresa, invece erano passati sei mesi. Sei mesi (diamine!).
“È stata solo sfortuna” aveva detto. “Le stia vicino” aveva raccomandato. “Una grande sfortuna” ripeté. “Basta un incontro sbagliato e…”
I minuti passavano. Ormai era completamente sveglio, e aveva una gran voglia.
Vinto dall’impazienza puntò le ginocchia sul letto e si curvò verso di lei, prima accarezzandole la testa, poi scuotendole le braccia. Quella fece un gran sospiro e si strofinò la faccia come a levarsi il sonno dagli occhi.
– Ma che ora è? – disse con un filo di voce
– Quasi le nove – le sussurrò con la bocca sulla guancia. – Dài, alzati. Mi hai detto alle nove ieri, e sono le nove adesso.
– Ma non ce la fai mai a dormire tu? – gli rispose girandosi verso di lui. -Sembri un bambino.
Abbozzò un sorriso e le diede due baci rapidi sul collo; poi col corpo quasi la sovrastò.
– Che fai? – chiese sempre con voce secca.
– Niente. Sta’ tranquilla – disse, mentre con la mano saliva su per la schiena fino a sentire i ganci del reggiseno.
– No, aspetta – disse lei.
– No, no – ripeté lui per gioco, sforzandosi d’essere divertente. Allora dal collo cercò le sue labbra. Quindi iniziò a sfregarsi fra le gambe nude.
– Fermati, fermati!
– Fermati un corno!
Poi gli afferrò la testa e lo allontanò.
– Ma che cazzo! – fece lui a sentirsi prendere da una cosa, un calore che gli saliva su per il petto;
e se lo ricoprì in quattro e quattr’otto insieme alle gambe e pure al resto. Lei gli stava dietro. S’era rannicchiata con la testa sul cuscino; pareva un amalgama con le lenzuola accartocciate, messa così com’era: un po’ coperta e un po’ no nel letto in disordine.
Andò dritto in bagno a lavarsi la faccia. Passava le dita sulla pelle del volto come se volesse tirarla via. Lo fece per almeno cinque o sei volte, fino a quando arrivò a bagnarsi anche i capelli. Poi rimase fermo qualche secondo davanti allo specchio a guardarsi mentre respirava profondamente con le braccia puntate sul marmo del lavabo. Uscì e prese la borsa, rimanendo all’in piedi, con la schiena poco piegata verso il basso della scrivania: le pratiche s’erano quasi tutte deformate a causa dell’acqua che aveva penetrato la pelle. Le tirò fuori con delicatezza. “Merda” fece fra sé, e scosse la testa.
– Hai visto che ho fatto? Sono stato un idiota- disse alla moglie. – Un idiota ­– ripeté. – Questo è perché si hanno tante cose per la testa e…­– e nel dirlo alzò braccia e sopracciglia con espressione divertita e rassegnata insieme. Lei non rispondeva; lo guardò un attimo, poi si coprì e chiuse di nuovo gli occhi. Sotto al lenzuolo formava come una valle.
Con la mano chiusa batteva cercando di far tornare alla normalità quel mucchio di fogli sgualciti: dai pugni passava ai palmi tentando di stendere le gobbe, le pieghe ché ormai rimanevano, e così insisteva, e quelle restavano, allora ci riprovava, inutilmente, ancora…

di Andrea Lionetti

 

Imparando dalla sua voce

(di Francesca Ferrara)

Non conoscevo gli eventi dell’Isolotto di Firenze. Ero altrettanto estranea all’esperienza delle comunità cristiane di base (CdB) e al processo contro alcuni dei suoi membri, tenutosi nel 1971. Anche allo sguardo di una profana, tuttavia, “Le donne e il prete” di Casimira Furlani (detta Mira) si presenta chiaramente come un documento di testimonianza storica. È scritto ad una sola voce e questo è tutt’altro che una carenza: perché la voce di Mira, unica donna al centro degli episodi, è quella rimasta a lungo taciuta. Troppo a lungo.

Qui tuttavia non intendo soffermarmi sul valore storico di questo contributo. Altri lo hanno già fatto (è di prossima pubblicazione sulla rivista “Testimonianze” un articolo di Luisa Muraro) e certamente con maggiore competenza di quanta potrei offrirne io. Come ho anticipato, ero ignara degli episodi riportati ne “Le donne e il prete” e perciò il mio approccio alla vicenda di Mira è stato soprattutto sul piano umano.

Questo libro incapsula l’esperienza di vita di una donna che ha sempre lottato per reclamare la sua identità, la sua presenza consapevole. L’impegno sociale comincia partecipando alle riunioni della comunità, iscrivendosi alla CGIL, redigendo, insieme ad altri, nuovi manuali di catechismo, per poi approdare alla gestione di una casa-famiglia. È proprio puntando la luce su queste ultime, realtà rimaste nell’ombra per decenni, che il tono del racconto cambia. La scrittura non ha più una forma prossima a quella giornalistica, di fatti riportati: leggendo delle case-famiglia ho potuto finalmente toccare l’autrice, sentirmi accompagnata all’interno dei suoi ricordi e avvicinarmi a lei da persona a persona. Per lei quell’attività significava moltissimo e proprio per questo le barriere calate ad arginare la sua intraprendenza la feriranno più nel profondo.

Come abbiamo detto, infatti, un’ascesa rapida, una conquista dopo l’altra. Non tutte le persone intorno a lei, però, sono disposte a riconoscere e rispettare la sua crescente autorevolezza. Tra queste, Don Enzo Mazzi, personaggio amatissimo e al quale era sopravvissuto un ritratto a tinte positive, fino ad ora. Fino a quando Mira non ha avvertito il bisogno di imprimere su carta l’ampia nebulosa del non-detto.

Il rapporto fra i due, iniziato come una fruttuosa collaborazione, si deteriora progressivamente. Riversando corpo e mente nella casa-famiglia, Mira vive sulla propria pelle l’impossibile conciliazione tra gli impegni domestici e quelli lavorativi. Così suggerisce al parroco e al vice-parroco di accennarvi nella successiva predicazione domenicale, dedicata alle difficoltà della classe operaia. “Volevo parlare insieme a loro della condizione della donna che deve lavorare dentro e fuori casa. Bussai e chiesi gentilmente di partecipare alla loro ricerca con un mio contributo. Don Enzo si alzò d’impeto e in modo alterato, perfino nella voce, mi appioppò due sberle sul viso pronunciando le parole seguenti: ‘Non disturbarci, tu pensa a fare la mamma che alla predicazione ci pensiamo noi’” (pag. 21).

Questa è soltanto una delle occasioni in cui Mira vede la propria intelligenza, le proprie capacità, sbattere contro il muro dell’indifferenza maschile. Le stesse qualità che in principio l’avevano resa una preziosa aiutante, adesso osano troppo, vogliono spiccare un volo che esula dal suo ruolo. “Confesso che sì, ho sofferto a lungo e molto per quei fatti, ma grazie alla consapevolezza di me nel frattempo acquisita col femminismo della differenza, ho potuto rendermi conto che tale sofferenza e fatica è stata la stessa patita da tante altre donne che in passato hanno dovuto lottare per la propria libertà” (pag. 27).

Elemento religioso e femminismo della differenza, quindi. Nel percorso di Mira essi si intrecciano, si alimentano l’un l’altro, entrambi apporti imprescindibili nella ricerca della sua identità. Così il Cristianesimo di base, di “coloro che sono dalla parte del Vangelo dei poveri e [non di] coloro che servono due padroni, Dio e il denaro” (p. 28), va incontro ad un’ulteriore revisione critica, che rispetti la dignità e l’identità delle donne. Così nascono i gruppi-donne all’interno delle CdB.

Mira Furlani ha avuto una vita tanto intensa e ricca che non può lasciare impassibili. Leggendo, ad un tratto ho realizzato la disparità fra di noi. Aveva pochi più anni di me quando è andata in Sicilia a portare soccorso per il terremoto nella Valle del Belice. Alle sue spalle, già anni di impegno negli ambienti che ho elencato sopra. Viene spontaneo fare paragoni con se stessi e domandarsi quanto abbiamo creato e concretizzato fino ad oggi. Quanto abbiamo contribuito a mettere in discussione la realtà che abbiamo ereditato? Quanto siamo intervenuti, intervenute, per migliorarla?

 

Il realismo magico di Murakami

Kafka sulla spiaggia – Murakami

(di Nadia Kasa)

Una delle opere più celebri dello scrittore giapponese Haruki Murakami. Il romanzo viene definito del genere “realismo magico”. La storia infatti, si sviluppa tra il reale e il fantastico ed è caratterizzata da: cultura popolare, suspense, umorismo. Murakami è da tempo considerato uno dei favoriti al premio Nobel per la Letteratura.

Kafka sulla spiaggia narra le vicende di due personaggi che vivono in Giappone: un quindicenne, Tamura, che scappa di casa, e un anziano, Nakata, che parla con i gatti. Tamura è un ragazzo solitario, non ha molti amici e vive da solo con il padre – dato che sua madre se n’è andata quando lui aveva solo quattro anni, portando con sé la sorellina adottiva. Egli decide di scappare di casa per sfuggire a una terribile profezia che gli ha lanciato suo padre: ucciderai tuo padre e giacerai con tua madre e tua sorella. Tamura possiede una sorta di alter ego che gli dà la forza di compiere le sue decisioni: il ragazzo chiamato corvo. Kafka infatti – cioè il modo in cui si fa chiamare da chi non conosce il suo vero nome – in céco significa corvo.

Nakata è un anziano che vive solo, come Tamura, anche lui a Nakano. Ma il quartiere è grande, i due non si conoscono. Da bambino fu vittima di un misterioso incidente per il quale perse la memoria. Da allora venne considerato stupido e vive con un sussidio del governatore. Per arrotondare cerca i gatti che si sono perduti nel quartiere e li riporta ai loro proprietari.

Le vicende dei due appaiono legate, ma non si incontrano mai. Tamura scappa di casa e incontra nel suo percorso diversi personaggi. Il primo di questi è Sekura, che conosce nel pullman che lo sta portando nello Shikoku. Dopo un primo pernottamento in hotel Tamura si mette nei guai, una notte si trova davanti a un tempio macchiato di sangue senza capire come esserci arrivato. Spaventato, cerca l’aiuto della sola persona che conosce in quel posto: Sekura. Il secondo personaggio è Oshima, che rappresenta una guida per il ragazzo. Il signor Oshima lavora nella biblioteca Komura, dove Tamura legge tutti i giorni libri di diverso genere. Oshima sembra sapere tutto di ogni cosa. Il terzo personaggio è la Signora Saeki, la direttrice della biblioteca da cui Tamura è attratto fatalmente. Saeki è una donna sulla cinquantina, bella e intelligente, ma ha un passato doloroso, e Tamura osservandola, ha l’impressione di conoscerla da sempre. Quella donna ha qualcosa di particolare. Intanto, anche Nakata si trova nello Shikoku alla ricerca di una pietra (che pare essere magica) e ha fatto la conoscenza di un camionista, Hoshino, che lo aiuta nella sua impresa.

Nelle sue cinquecento pagine, la storia tiene incollato il lettore sul libro, come una sorta di calamita. La curiosità di leggere il capitolo seguente è sempre forte. Lo scrittore possiede la capacità di creare la suspense nel momento più adatto della narrazione. I personaggi vengono descritti in maniera minuziosa nelle loro caratteristiche più intime, come un pittore fiammingo a cui nulla sfugge. Alcuni temi ricorrenti dei libri di Murakami si presentano anche in questa storia: l’adolescenza, come momento di transizione e periodo crudele; l’amore per la musica classica; l’interazione con una dimensione fantastica alternativa distinta dalla realtà, ma coesistente; la solitudine dei personaggi.

La vicenda, avendo del fantastico, fa domandare al lettore di continuo quali siano i punti fermi della realtà, e mano a mano che si procede con la lettura, questi si assottigliano sempre di più. Il messaggio del libro è chiaro, come in molte leggende della cultura giapponese: il personaggio deve andare incontro al suo destino, affrontarlo a prescindere da ciò che di terribile potrà accadere. Murakami lascia scegliere il finale della storia al lettore – che, perplesso – cerca di dare una sua interpretazione ai fatti. Solo il personaggio della storia, nel suo intimo, conosce la verità su ciò che è accaduto. Colui che legge può solo cercare di apprendere la lezione che Murakami vuole dare, cioè, quella di affrontare le situazioni così come vengono, come vuole il destino, senza fare alcuna resistenza.

La vegetariana

Ovvero l’efficacia onirica

(di Federica Tosadori)

Una curiosità profonda, come non mi accadeva da tempo, mi ha fatto avvicinare di soppiatto a questo libro. Ci siamo osservati da lontano, come due gatti che studiano i rispettivi occhi luminosi, lui dal suo scaffale da libreria di stazione, in alto, io poco più in basso, timidamente. Era una mattina di dicembre nebbiosa e io aspettavo un treno per Mantova girovagando tra i volumi poco lontano dai binari. Lo stavo cercando ma lui non c’era in nessun reparto, e non volevo chiedere aiuto perché faccio fatica a trovare una gioia migliore di quella di scovare tra mille, il libro che si sta ardentemente aspettando di trovare. Perse le speranze mi sono recata allo scaffale delle riviste, decisa e rassegnata… a quel punto è stato lui ad ammiccarmi dalla sua posizione di “libri più letti”. D’altronde La vegetariana della scrittrice coreana Han Kang è vincitore del premio Man Booker International Prize 2016, il premio letterario dedicato alla narrativa tradotta in inglese del Regno Unito, dunque potevo proprio aspettarmelo che l’avrei trovato lì, subito all’ingresso.

Ma ormai non ci pensavo più. Mi ero già innamorata della sua copertina panna Adelphi, del suo fiore bianco ferito di rosso in copertina, della delicatezza sottile del suo essere. E la forza del suo titolo La vegetariana. Niente a che vedere con le mode, le credenze, le scelte prese, criticate, seguite oggi. Quel titolo prescindeva, era qualcosa di più. Si è soliti affermare, che è necessario amare se stessi prima di poter amare l’altro, ma secondo me prima bisognerebbe amare un libro e poi apprezzare tutta la realtà circostante. Questo è uno di quei testi che silenziosamente urla tutta la bellezza dell’esistenza. Tutta la bellezza del dolore consapevole.

Sta di fatto che me lo sono portata a Mantova e l’ho tenuto fermo lì immobile, non-letto, presa da altri impegni di letture studiose, per più di un mese. Ma ci pensavo spesso e ne pregustavo il sapore che sentivo essere agrodolce. Quante storie personali girano al di fuori dei libri senza che loro lo sappiano. Pazienti aspettano che arrivi il loro turno mentre i lettori vivono. Quando infatti, dopo un Natale fugace, ho sentito che ne avevo fortemente bisogno l’ho ripreso tra le mie mani, come quella prima volta in libreria, e l’ho aperto. Una settimana, nei viaggi in treno e in metro, in tram e nella notte, e l’ho richiuso estasiata. Ogni cosa ha più senso quando si legge il libro esatto. E quando dico esatto intendo inevitabile.

Estremamente crudo e violento, dietro il velo di pacatezza oltre il quale sembra riposare, La vegetariana è un libro capace di far riaffiorare con delicatezza una pesantezza esistenziale. I personaggi escono dalle pagine lentamente, come dei fantasmi vaporosi che prendono corpo senza fare troppi capricci, danzando coraggiosamente davanti ai nostri occhi lettori. Apparentemente la trama è molto semplice: una donna, comune, decide improvvisamente, dopo aver fatto un sogno, come ripete lei, di diventare vegetariana, avendo fino al giorno prima cucinato qualsiasi tipo di carne per il marito, un uomo altrettanto comune, così come sono comuni la sorella di lei e la sua stessa famiglia. Insieme intrecciati i personaggi ruotano intorno a Yeong-hye, la vegetariana appunto, e alla sua rinuncia, lasciando che dentro di loro si dilatino i confini rigidi all’interno dei quali avevano abitato fino a quel momento.

Sogno un omicidio.

Uccido qualcuno o vengo ammazzata… le distinzioni sono confuse, i confini si erodono. La familiarità sfuma nell’estraneità, ogni certezza diventa impossibile. Solo la violenza è abbastanza vivida da rimanere. Un rumore, l’elasticità dell’istante in cui il metallo colpiva la testa della vittima… l’ombra che si accasciava e cadeva, un baluginio freddo nell’oscurità.

Adesso i sogni vengono più volte di quante non riesca a contare. Sogni sovrapposti ad altri sogni, un palinsesto dell’orrore. Atti di violenza perpetrati di notte. Una sensazione vaga che non riesco a fissare… ma che ricordo come spaventosamente definita.

Una ripugnanza intollerabile, così a lungo soffocata. Una ripugnanza che ho sempre cercato di mascherare con l’affetto. Ma adesso la maschera si sta staccando.

Quella sensazione raccapricciante, sordida, orrenda, brutale. Non resta nient’altro. Omicida o vittima, un’esperienza troppo nitida per non essere reale. Determinata, disillusa. Tiepida, come sangue appena raffreddato.

Comincia a sembrarmi tutto insolito, quasi mi fossi accostata al rovescio di qualcosa. Chiusa dentro una porta senza maniglia. Forse solo ora mi ritrovo faccia a faccia con qualcosa che è sempre stato qui. È buio. Tutto si spegne nell’oscurità più nera.

La voce della protagonista è relegata a dei singoli brevi frammenti, che svaniscono dopo la fine della prima parte della storia, che è divisa in tre punti di vista. Sappiamo e vediamo di lei solo quello che sanno e vedono gli altri personaggi, di cui invece indaghiamo l’intimità, in un climax profondo e inaspettato. Ogni pagina è una sorpresa in questo testo così semplice e fluido alla lettura, come se toccasse solo obliquamente sofferenze individuali insanabili. La sensazione è quella di una passeggiata tra la folla in cui ci si ritrova continuamente a rimbalzare da uno sguardo all’altro, chiedendosi: ma cosa c’è che non va in questi occhi? E in questi altri?

Senza avere risposte si prosegue a camminare, e a leggere. Seul è diventata Milano, Milano diventa una città qualunque. Il coreano diventa italiano, l’italiano diventa una lingua qualsiasi, immagini di fiori violentemente colorati spuntano dalle parole del libro. Dal luogo più lontano dell’universo al minimo pensiero umano, tutto viene racchiuso nella pace aspra di queste pagine. Ogni battaglia personale, anche quella più insensata, ha la stessa dignità naturale di una foglia che si aggrappa al suo ramo durante una tempesta. Quindi anche una rinuncia, un allontanamento, un rifiuto deciso di ogni tipo di violenza rappresentano una guerra senza armi che è inevitabile in questo caso e in chissà quanti altri. La decisione della protagonista è un grido di vita, anche se si presenta come un’autodistruzione, dato che subito dopo la carne la protagonista si troverà a eliminare altro cibo, sempre di più, compiendo un percorso che la avvicina al suo nucleo vegetale. La resistenza che ci imponiamo ogni giorno, perché in fondo il libro parla di noi, è qualcosa che può essere trasformato in positivo. Come una fotosintesi clorofilliana, che risucchia tutto generando nuova energia.

E pensare che è stata tutta colpa di un incubo.

I corti. Jazz.

(un racconto di Monica Frigerio)

– Davvero suoni la batteria?
– Sì.
Mi sorrise come le stessi chiedendo la cosa più assurda del mondo.
– Che bello. Mi piacerebbe sentirti ogni tanto.
– Stasera volevo andare in quel locale sulla Gribojedova, fanno jam sessions ogni martedì sera, vieni?

Lo stereo sputava nell’aria le conversazioni di If I had you, veleno per ricordi addormentati.
Dima si vestì in fretta e decise di uscire. Le acque del fiume erano nere nei tratti dove il sole ormai al tramonto non le illuminava. Le isole incombevano come morti che si risvegliano da un lungo sonno mentre i lavoratori facevano ritorno nelle loro case traballanti.
Percorse il ponte ondeggiando sui suoi piedi, vedeva le colonne di fabbriche davanti a sé come barriere scagliate nel paesaggio.
Se gli fosse stato concesso di rinchiudere in una scatola quella malinconia lo avrebbe fatto, ma sapeva che era suo dovere lasciarla andare. Avrebbe per sempre ricordato solo le lenzuola bianche, spiegazzate e poi due occhi azzurro fradicio che gli raccontavano cos’era successo.

Si gettò in una tavola calda prendendo posto vicino alla finestra. Studiò l’ambiente, quasi circospetto, e mentre ordinava alla cameriera sentiva le risate degli altri clienti intorno che mostravano, digrignando, i loro denti perfetti.
Calò la testa penitente sul tavolo a maioliche e si concentrò nello sforzo non voluto di ripercorrere la loro geometria.

Se solo ogni tanto ci fosse un vago alone di stabilità in quello che stiamo facendo, forse… forse sarei felice. Ma può anche darsi che durerebbe poco, poi mi tornerebbe la nausea, ricomincerebbe tutto da capo, mi troverei seduto di nuovo qui o da qualche altra parte a rimuginare su cosa mi abbia trascinato fino a questo punto.

Ricordò il loro piccolo viaggio in treno per arrivare a Helsingør, quell’estate che sembrava dicembre quando era andato a trovarla in Danimarca. Le foreste dietro i finestrini e la testa sempre appoggiata lì, sulla sua spalla.
Faceva freddo, il cielo non aveva ancora smesso di lamentarsi e scagliare a terra i suoi pianti eppure, concentrandosi, si vedevano le coste sfumate della Svezia dall’altra parte.
Durante il viaggio di ritorno non si scambiarono una parola, ma non gli lasciò mai la mano. Era stato forse il giorno seguente, quando, dopo averlo fatto andare fino a lì, lei gli aveva detto che le dispiaceva immensamente, ma ormai…  non aveva potuto sopportare le distanze e non aveva avuto cuore di dirglielo al telefono.
“C’è del marcio in Danimarca…”, gli passò per la mente con noncurante ironia.

Le ragazze a fianco avevano ordinato dei pancake e li stavano ricoprendo di marmellata ai frutti rossi, il rumore del coltello che si intingeva nel vasetto gli riempì le orecchie.

Basterebbe farsi amici dell’imprevedibilità… tenere gli occhi chiusi, anzi no uno meglio lasciarlo aperto. Girarle intorno, all’imprevedibilità, ma circospetti. Per non trovarsi maceria degli eventi. Hai maggiori possibilità di sopravvivere se sopporti la perdita senza diventare cinico.

Pensò a tutte quelle volte in cui il suo cuore si era ridotto a un organo isterico e irrequieto. Ai tentativi malriusciti di lei, di catturarlo su un foglio da disegno, quell’estate che era venuta a San Pietroburgo per frequentare un corso all’accademia.
Quella sera, per lo più, avrebbe voluto scivolare per le vie anestetizzate della sua città, fra le spirali di luci, invisibile.
Oppure essere una macchia di colore informe. Rosso come, non la passione, ma la tenerezza, perché è quasi sempre colpa sua.

La cameriera tornò con il piatto che aveva ordinato.
– Anche un whiskey per favore.

Animali notturni

(di Monica Frigerio)

Ogni tanto, quando alle sei del mattino suona la sveglia che ci chiama al lavoro, ci si chiede se, per caso, la nostra schiena si sia indurita, il torso si sia allargato e le membra tutte abbiano perso un po’ della loro sensibilità. Ci si chiede, insomma, se si sia stati trasformati in un Ungeziefer, quel grande insetto parassitario che nelle fantasie di Kafka diventa Gregor Samsa.

Ma no, tutto sembra a posto, scherzi di quel genere avvengono solo in quegli stretti cunicoli tenebrosi dove quel ragazzo esile e spigoloso trascina chi legge la sua opera.

Noi siamo ancora relegati alla nostra essenza umana.

Si dice che sia letteratura tutto ciò che possa venire riletto almeno due volte, ebbene di Franz Kafka noi possiamo rileggere le pagine anche decine e decine di volte e ancora trovarci nuovi significati, sia nei romanzi di più ampio respiro quanto nei racconti, che, anche tralasciando i primi, riescono a imprimere quale sia il giusto valore artistico della prosa kafkiana.

Una cosa in particolare continua a stupire, la natura del suo metodo compositivo. Ci fu un momento nella sua vita che fu particolarmente significativo in questo senso, fu la notte tra il 22 e il 23 settembre 1912. Kafka aveva passato il pomeriggio in tediosa compagnia, con dei parenti che erano venuti a trovare la famiglia. Terminato il momento di socialité, verso le dieci di sera, tornò nella sua camera, si mise alla scrivania e da lì non si mosse fino alle sei del mattino quando la domestica entrò in casa pronta a intraprendere il suo lavoro quotidiano.

Fino a quel momento Kafka era stato preso da una sorta di blocco, il comporre non gli riusciva facile e si legge nei suoi diari che «quasi nessuna delle parole che scrivo è adatta alle altre, sento come le consonanti stridono tra di loro con suono di latta e le vocali le accompagnano col canto come negri all’esposizione. I miei dubbi stanno in cerchio attorno ad ogni parola e li vedo prima della parola».

Finalmente quella notte tutto questo venne a cadere e in quelle ore cruciali Kafka fissò per sempre quale fosse la sua concezione di letteratura, la sua ispirazione poetica, che tanto si discosta da quel lavorio artigianale che contraddistingue l’operato della maggior parte degli scrittori. Lui era in grado di creare solo così: di notte, da solo, avvolto nel più totale silenzio, in una pace imperturbabile che non conosce contatto umano, simile alla morte. Correggeva pochissimo i suoi manoscritti, per lui «il problema dell’architettura narrativa non esisteva […] questa ispirazione notturna possedeva tutta la sapienza strutturale di cui aveva bisogno»[1].

E così nacque La condanna, un invito nelle profondità dell’animo umano, un racconto incredibile di usurpazione e sacrifici, tra padri e figli, in cui la materia del racconto ci scivola tra le mani e sotto gli occhi, e la cosa che più sconcerta e rende incredulo il lettore è il fatto che non ci sia psicologia, non ci siano spiegazioni o ragioni, come se una lampadina fosse stata accesa sul palcoscenico dell’inconscio, semplicemente mettendocelo in mostra.

Si tratta di un racconto ricco di motivi archetipici, e anche biografici. Non è un caso che a quel tempo avesse da poco conosciuto la signorina Felice Bauer – nome che certo richiama la fittizia Frieda Brandenfeld del racconto, fidanzata del protagonista Georg Bendemann – a casa dell’amico Max Brod, e avesse appena iniziato con lei quella che sarebbe stata nei cinque anni successivi una fittissima corrispondenza. Il motivo del fidanzamento è sicuramente una delle colonne portanti di «questo parto di muco e lordura», così Kafka, che fa scaturire l’ineluttabile condanna da parte del padre verso un figlio che ha osato gareggiare con lui peccando di hybris e finisce con l’infliggersi da solo la peggiore delle punizioni. Conoscendo i difficili rapporti che Franz aveva col padre Hermann Kafka sembrerebbe obbligata l’interpretazione psicoanalitica, si veda il famoso «Sono coperto bene ora?», zugedeckt, che in tedesco vuol dire sia ‘coprire’ che ‘seppellire’.

Tuttavia ridurre tutto alla psicoanalisi non è possibile. Solo suggerimenti sparsi nel testo, egli fece in realtà qualcosa di ben più grande, da identificarsi nella lotta che intraprese con la propria esistenza, la sua capacità di estraniarsi dalla realtà circostante per creare «quella sostanza pura, translucida, assente, vuota, che si chiama letteratura»[2] e rifugge da ogni schema.

Queste caverne, che Kafka si limita a indicarci, restano lì per noi da esplorare, se solo non si ha troppa paura.

[1] Pietro Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987, p. 59.

[2] Ivi, p. 56.

Intervista ai SIC

(di Federica Tosadori)

Ho avvertito recentemente il bisogno di saperne di più sul macrotema della scrittura collettiva. Se ne parla da quasi un secolo, probabilmente la si pratica da molto prima. Di gruppi ne nascono continuamente e io ho avuto il piacere di imbattermi in uno di questi: i SIC.
La sigla sta per Scrittura Industriale Collettiva e indica un metodo ma anche la comunità stessa di scrittori, come apprendo dal sito ufficiale.
L’idea è nata e si è sviluppata nel 2007 con Vanni Santoni e Gregorio Magini, i quali sono anche autori di libri individuali. Il metodo in breve si basa sul principio del “tutti scrivono tutto” e si sviluppa a partire dalla compilazione di schede che poi vengono accorpate dai direttori artistici.
Nel 2013, dopo qualche anno di lavoro, i SIC hanno pubblicato il romanzo a tante mani, duecentotrenta per la precisione, In territorio nemico, sul tema della lotta partigiana, basato su veri aneddoti raccolti dagli scrittori precedentemente e poi rielaborati a formare una trama.
Un progetto decisamente intrigante!

Lascio ora a voi le risposte dei SIC alle mie domande:

Buongiorno SIC! Esattamente: quanti siete? Come funzionano i vostri gruppi di scrittori? Quanto è importante la pre – organizzazione e la pre – definizione del soggetto? Ciascuno di voi ha un ruolo preciso e diverso, oppure no?

Se parliamo del progetto SIC, siamo due. Gregorio Magini e Vanni Santoni, ideatori del metodo e coordinatori dei progetti ufficiali, su tutti il romanzo In territorio nemico. Se parliamo delle opere, vanno dai sei autori del primo racconto ai centoquindici del romanzo. Senza contare le molte opere non ufficiali scritte comunque col nostro metodo, che è a sorgente aperta e liberamente utilizzabile. I ruoli di ciascuno possono cambiare a seconda della singola opera, per approfondire si può leggere il metodo qui.

In Territorio Nemico

Cosa ci dite del libro In territorio nemico? Siete soddisfatti? Nel leggerlo mi sono subito resa conto che si tratta di un testo che non poteva essere scritto da un singolo autore; il lavoro di ricerca è approfondito e accurato, i personaggi analizzati nel profondo… un vero lavoro di squadra! Mi sbaglio?

Grazie per l’apprezzamento. Il libro è stato un successo sia a livello di pubblico che di critica, come si può riscontrare da qui, e ci rallegra molto saperlo ancora letto nelle scuole e studiato nei dipartimenti di italianistica – a oggi sono quattordici le tesi di laurea o di dottorato dedicate a In territorio nemico e alla SIC – ma soprattutto è stato un successo perché ha mostrato l’efficacia del metodo anche in un’opera ambiziosa e di un certo respiro.

Potete raccontarci i pro e i contro dello scrivere collettivamente? Quali difficoltà e quali piacevoli sorprese avete riscontrato?

La scrittura collettiva è un’arte differente dalla scrittura individuale, ha più a che fare col cinema o col montaggio. Sicuramente ha un enorme potenziale nel trovare buone idee, perché mette a frutto, a patto di usare un vero metodo di scrittura e non limitarsi a far ”staffette”, il lavoro di più menti. Dall’altro lato ovviamente, richiede molto lavoro perché si producono molti più materiali che poi vengono ”distillati”, senza contare l’impegno richiesto dal coordinamento di tanti autori.

Come vi rapportate con la tradizione letteraria della scrittura collettiva – Futurismo, Surrealismo…? Con il presente, gli altri gruppi on-line e off-line? E con i social?

Il nostro obiettivo era portare allo stato maturo la scrittura collettiva tramite l’ideazione, il rodaggio e il perfezionamento di un metodo univoco che potesse essere usato da chiunque. Ci siamo riusciti. Ovviamente per farlo abbiamo tenuto conto della tradizione, molto forte in Italia, in cui andavamo a inserirci, tema di cui il nostro fondatore Vanni Santoni ha scritto qui.

Cosa vi aspettate dal vostro progetto in futuro? Un’ulteriore pubblicazione? Qualche miglioramento da apportare?

Siamo troppo impegnati con i nostri romanzi individuali, al punto che abbiamo rifiutato anche offerte di scrivere nuovi romanzi col metodo SIC. Esso però continua in molte sedi, ad esempio alla NABA Dimitri Chimenti lo utilizza con i suoi studenti per la produzione di sceneggiature. Il metodo è di per sé modulare e a sorgente aperta, è strutturato in modo che chiunque possa adattarlo o aggiungere ”patch” a seconda delle esigenze specifiche della storia che vuole scrivere.

Come pensate possa cambiare la letteratura alla luce delle ultime novità metodologiche di scrittura?

La scrittura collettiva pone questioni e apre scenari interessanti, di cui abbiamo scritto in particolare in due articoli: Letteratura come network e Solve e coagula.

Perché il Nobel a Bob Dylan?

(di Monica Frigerio)

Il Nobel per la letteratura 2016 è finito tra le mani di Bob Dylan.

La motivazione ufficiale al momento dell’assegnazione del Premio è stata la seguente: “Per avere dato vita a una nuova poetica espressiva all’interno della tradizione della canzone americana”.

Quale è stata questa poetica?

Nelle note di copertina del suo quinto album, Bringing it all back home, Bob Dylan scrive: «Mi chiamano autore di canzoni. / Una poesia è una persona nuda. /C’è chi dice / che io sia un poeta».

In realtà ricevere o meno questo appellativo non gli è mai importato molto, è nota la sua maleducata fragilità spesso sfociata in aperto snobismo, tanto quanto la sua arte camaleontica di trasformarsi e di aggiungere negli anni sempre nuove sfumature alla sua scrittura, una caratteristica propria di quelle persone che rinchiuse dentro un’etichetta non stanno troppo bene. Lo testimonia bene il celebre verso: «Senza casa, senza meta / come una pietra scalciata».

Possiamo definirlo e non definirlo poeta, ma certo è che il linguaggio di Bob Dylan ha aperto al mondo del rock una dimensione conoscitiva che non gli era mai appartenuta.

Dylan il trovadore, colui che nella sua veste di menestrello del folk, in un clima di generale decadenza della poesia, ha saputo riavvicinarla alle persone, riportarla alla sua forma primigenia che era quella cantata.

La sua opera, soprattutto nei primi tempi, a partire dall’omonimo album d’esordio del ’62, è fortemente radicata al momento storico da lui vissuto, ossia l’America delle proteste giovanili che infuriavano dopo un decennio di congelamento e aperta censura nei confronti di tutte le arti che osavano più del dovuto superando i confini della comune decenza e dei gusti delle persone “perbene”.

Dylan è stato un interprete efficace dei fermenti culturali che hanno caratterizzato i Sessanta e li ha riprodotti nei suoi brani arricchendoli di numerose citazioni letterarie di autori a lui affini.

In primis i legami con la Beat Generation. Dylan si trasferisce nel ’61 nel Greenwich Village a New York e qui inizia una serie di fortunati incontri con diversi autori, tra i più importanti Allen Ginsberg.

Fino a quel momento la poesia beat si era modellata sui ritmi sincopati del jazz di Monk o Gillespie, con l’emergere del folk questo stile riesce a trovare nuovi sbocchi inserendo la parola cantata a una musica che era solo strumentale e ritmica, e quindi trovando il naturale collegamento con la letteratura.

Fernanda Pivano e Ginsberg si ritrovano insieme a un concerto di Bob Dylan e questo è il ricordo di lei: «I ragazzi ripetevano i versi e Ginsberg mi diceva che quella era la nuova generazione, quello era il nuovo poeta; e mi chiedeva se mi rendevo conto di quale mezzo formidabile di diffusione disponesse adesso “il messaggio” grazie a Dylan. Ora, mi diceva, attraverso quei dischi non censurabili, attraverso i jukeboxes e la radio, milioni di persone avrebbero ascoltato la protesta che l’establishment aveva soffocato fino allora col pretesto della moralità e della censura».

La poetica beat era alla ricerca di mezzi espressivi primordiali, di valori morali sinceri, liberi dall’automazione imposta dai tempi.

Dylan grazie alla sua arte li declina attraverso una nuova forma espressiva, la musica, che riesce a trovare un’eco incredibile.

Tante sono le affinità anche con Jack Kerouac, non solo per la figura dell’hobo incarnata dall’artista stesso, personaggio solitario e senza meta (di nuovo like a rolling stone), ma anche per il metodo compositivo: Kerouac voleva tornare a un modo di scrivere che fosse flusso spontaneo, poco controllato, scrisse del resto Sulla strada per tre settimane, ininterrottamente e sotto l’effetto di anfetamine; Dylan allo stesso modo componeva per lo più seguendo il suo impulso creativo, spesso stava seduto per ore sullo stesso tavolo di un caffè e riempiva pagine e pagine di qualsiasi pensiero gli passasse per la testa.

A ciò si unì la fascinazione per mondi artificiali, di visioni e sinestesie, raggiunti anche tramite l’uso di sostanze stupefacenti che richiamano il dérèglement de tous les sens del giovane Rimbaud, i cui influssi iniziano a farsi sentire in brani che compaiono nel secondo album di studio, The freewheelin’ Bob Dylan e si faranno più evidenti a partire da Another side of Bob Dylan. Al mondo del rock si apre un mondo di conoscenza che nella poetica dell’autore può essere raggiunta solo attraverso l’intuizione poetica, allo stesso modo del poeta francese, e che non teme di mettere sottosopra i nessi logici che regolano la società.

Qui il discorso potrebbe essere approfondito o estendersi oltre, si potrebbe parlare di William Blake e della Bibbia – si pensi a un brano impregnato di agitazioni profetiche come Desolation Row di cui De André fece una splendida cover  in italiano–, e tanto altro, ma questo poco basti per rispondere, almeno in parte, alla domanda di quelli che si chiedono: «Cosa c’entra Bob Dylan con la letteratura?».

La breve citazione riportata tra virgolette è tratta da Fernanda Pivano, Beat Hippie yippie, Bompiani, Milano 1977; si possono invece trovare tutti i testi delle canzoni e delle poesia di Dylan tradotte in italiano nella collana Mr. Tambourine edita da Arcana Editrice.

Intervista a Marco Marsullo

(di Andrea Lionetti)

Narratore, autore di numerose pubblicazioni, Marco Marsullo, classe 1985, è una delle più giovani e talentuose voci della letteratura italiana.
Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato, nel 2015, il romanzo I miei genitori non hanno figli, dove un giovane diciottenne prende la parola e fa a pezzi il mondo degli adulti, e i propri genitori, smascherando la fragilità di una generazione che non è mai davvero cresciuta.

I tuoi romanzi sono una miscela di comicità e tenerezza, ma anche di situazioni drammatiche, e spesso affrontano temi scomodi, come la solitudine, la realtà della provincia campana (penso ad Atletico Minaccia Football Club) o le contraddizioni degli adulti. Come si conciliano le due cose?

In ogni autore si miscelano più forze. Come in ogni essere umano. I miei libri di questi anni sono lo specchio di ciò su cui ho posato gli occhi. Alcuni mi riguardano da vicino o riguardano da vicino i luoghi che conosco meglio. Altri toccano tematiche più universali, più lontane da me. Penso che la comicità, l’ironia, vada di pari passo con la tenerezza. L’occhio sarcastico è un occhio indulgente con le cose che riguardano gli umani. Altrimenti è un mero attacco, un’inchiesta, e non qualcosa che ti strappa una risata, perché simile a te.

I miei genitori non hanno figli ha riscontrato fin da subito un meritato successo. Si vedono molte belle cose, e di bei problemi, nel libro. Posso citarne una: «penso che quello che conta è provare a rimediare agli errori di fabbricazione tra genitori e figli. Metterci impegno».
Mi sembra un pezzo di notevole autenticità. Questa volontà di adattarsi per fare in modo che non si sparisca del tutto ha un valore universale. Ad esempio, Darwin ha scritto che è la specie che si adatta meglio a sopravvivere, un po’ come cercano di fare i personaggi del romanzo. E non lasci intendere se effettivamente ne valga la pena, se abbia o meno senso questo desiderio di adattamento.
Si può dire qualcosa a riguardo o basta la constatazione che le cose alla fine vanno così?

I miei genitori non hanno figli è un romanzo un po’ atipico rispetto a tutti gli altri che ho scritto, e atipico rispetto a quelli che scriverò negli anni a venire. È in parte autobiografico, non che importi in sé, ma è un affresco dei dolori delle famiglie. Perché credo che sia proprio il nucleo familiare il posto in cui si subiscono più dolori e ferite, a volte permanenti, a volte no. Non so, infine, se si possa porre un vero rimedio, né mi interessava raccontando la storia del ragazzo protagonista del libro. Il mio compito, anzi, la mia volontà era quella di dare voce, a volte confusa, a volte decisa, a un ragazzo di diciotto anni. E a diciotto anni le soluzioni agli enigmi non le hai quasi mai.

Parlando del giovane protagonista, nonostante i suoi diciotto anni dimostra spesso e volentieri una maturità superiore a quella dei suoi genitori. Una situazione paradossale ma più diffusa di quanto si possa credere. Ci si chiede come sia possibile che adulti inadeguati a coltivare loro stessi possano prendersi cura di adolescenti, aiutarli a orientarsi nella vita.
Anche tu ti sei posto questa domanda?

È il nocciolo più duro da digerire, questo, tra quelli presenti nel romanzo. La situazione non è poi così distante dalla realtà, spesso. E spesso quegli adulti adolescenti fanno dei danni che i loro figli pagheranno nel futuro. E li faranno pagare ai loro figli, e così via. La risposta, per me, è nei ruoli. Sono importanti, sono fondamentali per la crescita di un ragazzo. Se no rischierà di mischiarli a sua volta, creando disastri e confusioni per sé e per chi verrà.

Quanto ha influito la tua esperienza biografica nella stesura del romanzo?

Tanto, mi sono rifatto, più che ai fatti, ai sentimenti provati e che, tutt’ora, provo. Alla fine i lato autobiografico è un dato del tutto trascurabile, ai fini della lettura. La mia storia familiare è simile a tantissime altre.

Marco, a trentun anni hai già sei pubblicazioni alle spalle. Non è una realtà che si riscontra facilmente nell’attuale panorama editoriale italiano. Quali sono le tue abitudini di scrittura, e quali consigli daresti a chi volesse cimentarsi con la narrativa?

Sto scrivendo tanto e pubblicando tanto, questo mi ha portato a sviluppare un controllo marziale del mio lavoro. Non sono uno che scrive tutti i giorni, non ci penso nemmeno, se riducessi la scrittura a un lavoro quotidiano perderei i privilegi divertenti del mio lavoro, il tempo libero, a libera disposizione, su tutti. Riesco a ricaricarmi una volta finito un libro e poi catapultarmi sulla nuova storia in un lasso di tempo variabile, del tutto soggettivo e inspiegabile. Scrivo per lo più di notte, ma ho imparato (per fortuna) a mettermi a lavoro anche di pomeriggio. La mattina mai, odio fare cose la mattina. I consigli sono sempre gli stessi, fino alla nausea: leggere tantissimo, imparare dai più bravi e studiarli fino alla nausea, studiare le loro strutture, i loro aggettivi, i loro dialoghi. Poi, chiaramente, farli propri, e non imitarli. Poi scrivere. E se le cose non dovessero decollare subito con belle pubblicazioni, scrivere lo stesso. Se vi rendete conto che, alla fine, la cosa non prende forma, ragazzi, cambiate strada. Ma fino a quel punto: mai mollare.

Quali autori hanno influenzato maggiormente la tua formazione letteraria?

Niccolò Ammaniti è l’autore che mi ha fatto iniziare a scrivere. Leggendo “Branchie!” ho capito che volevo fare lo scrittore, di mestiere. Poi tanti altri, Roth, Soriano, Diego De Silva, Christopher Moore, McCarthy, Pahlaniuk quando ero più piccolino, insieme ad Aldo Nove, Dave Eggers, e via dicendo. Dài, sono troppi.

Oggi in Italia le statistiche ci dicono che si legge sempre meno, ma anche la qualità della lettura ha la sua importanza. Vorrei concludere l’intervista domandandoti che cosa significa per te la parola “letteratura”.

Significa che se hai fatto letteratura, alla fine del percorso, i libri di antologia nelle scuole e nelle università, parleranno di te. L’etichetta di scrittore letterario o di narratore, alla mia età soprattutto, non fa alcuna differenza. La strada è lunga. La letteratura è fatta di uomini e donne che hanno cambiato la storia della narrativa. Hanno creato sentieri ed esempi. Poi, l’importante è leggere e godere della lettura: il resto sono chiacchiere.