Sei troppo grande per capire certe cose

SEI TROPPO GRANDE - Copertina per sito

Pagine: 300
Prezzo di copertina:
15,00 euro
Collana: Sdiario
Formato: brossura
Dimensioni: A5 (15×21)
ISBN: 978-88-98914-27-2

Sessanta racconti nessuno uguale all’altro, e ognuno legge in modo originale quanto sarcastico un aspetto della vita di oggi. Una serie veloce di scatti da fotografo bravo, che alla fine compongono il book. Storie di decisioni che faresti a meno di prendere, sul dolore, il bivio e il futuro.

Ci sono le persone e il loro carattere; più di una volta è un caratteraccio; oppure il senso di quello che vorremmo essere ma non lo siamo. Ci sono le mille situazioni del quotidiano, con particolare attenzione al mondo del lavoro e a quello degli affetti, dove nulla è più stabile e il conto fra ciò che si crea e ciò che si distrugge non torna mai del tutto. Ci sono i pensieri e i sentimenti, il lago interiore dove ognuno di noi cerca di far ordine riuscendoci (se va bene) a giorni alterni; e le personali strategie di navigazione.

Una diversità infinita, la stessa umanità. Stile agile, cangiante, elegante, spassionato, in signorile gita fra in più di un genere letterario. Tanti Io narranti ironici, sconvenienti, scontrosi verso il mondo, fieri comunque di restare ancora in piedi.

Estratto

da Finché morte non ti separi

 «Nascerai stanotte, intorno alle due. Un po’ in anticipo sul previsto, ma così sta scritto. I tuoi genitori desiderano un maschio, ma avranno una femmina, prematura. Verrai al mondo sul finire del ventesimo secolo, nell’emisfero boreale del pianeta Terra. Le tue possibilità di sopravvivere sono ottime, come pure l’aspettativa di vita. Ci sono discrete premesse per la tua esistenza 290.107.200.270.65916, vedi di giocarti un buon destino, questa volta!»

L’anima 290.107.200.270.65916 venne sfiorata dal suono struggente di un violino e rispose a quella carezza vibrando in un flebile scintillio. La procedura era iniziata; il violinista seguì le istruzioni con cura e dedizione, come si trattasse della prima anima che avviava alla luce. Sapeva che nessuno si sarebbe ricordato di lui e delle sue parole, dopo la nascita, ma era il primo violino e sentiva tutta l’importanza di quel compito. Era lui a dare il la all’orchestra, a stringere la mano al direttore all’inizio del concerto, prima che la musica rompesse il silenzio.

Non smise di chiacchierare mentre scorreva i documenti che aveva in mano: «Ho letto la tua scheda 29016. Ti spiace se ti chiamo solo così? Di certo sei passata di qui altre volte, ma per me è impossibile ricordarvi tutte…». Un lieve bagliore dell’anima sembrò rispondere a quell’interrogativo: «Non sono un indovino, ma posso fare delle supposizioni in base a questo elenco. Vediamo… Ti spettano un corpo sano, un nome breve e una scorta d’intelligenza adeguata al tuo tempo. Credimi, non è poco come dotazione iniziale…».

Si alzò dallo scrittoio seguito dalla scia di luce, muovendosi in un salone le cui pareti erano ricoperte da profondi scaffali vuoti. A intervalli regolari, fra uno scaffale e l’altro c’era una scala a pioli; ciascuna delle quali era agganciata agli scaffali in maniera da poter accedere ai ripiani più alti. Il violinista salì quella che gli stava di fronte fino in alto. Fissò il vuoto del ripiano, su cui immediatamente comparve una scatola di cartone robusto, contrassegnata su un lato dal numero 290.107.200.270.65916. La afferrò con la mano destra, stringendola contro il fianco e ridiscese i gradini reggendosi con l’altra mano. Il barlume dell’anima che gli svolazzava intorno illuminò appena la sagoma rimasta nella polvere dello scaffale.

L’intera scatola ne era ricoperta, ma il violinista non sembrò farci caso mentre la appoggiava sulla scrivania. «Non vedo talenti naturali nella lista» – continuò rivolgendosi alla silenziosa presenza – «ma il resto è nella media; sembra davvero non manchi nulla. Tutto dipende da quanto vorrai impegnarti e faticare. Ho mandato al mondo persone molto più equipaggiate di te che non hanno combinato nulla e esseri umani che con poco hanno vissuto esistenze strabilianti. E ora vediamo cos’abbiamo qui…»

 

Sei troppo grande per capire certe cose

La bambina avrà cinque anni: una finestra spalancata nel sorriso irresistibile, occhialini rossi, i capelli chiari legati nei codini. Disegna, ma non è soddisfatta.
«Zia! Voglio fare Spiderman, ma è troppo difficile!». La zia alza gli occhi dal libro che sta leggendo.
«Mi sa che è difficile anche per me, ma possiamo provarci»
«La faccia, fammi solo la faccia, ti prego! Non ha il naso, non ha la bocca e non ha nemmeno i capelli, quindi è facile. Ha la testa dentro una berretta rossa con le ragnatele e gli occhi che vanno all’insù»

Prendono un foglio nuovo. Grande. La zia sbircia sullo smartphone, perché Spiderman non se lo ricorda. La bambina ha ragione. La testa di Spiderman non è difficile da ricopiare. Batman sarebbe stato più complicato. La zia disegna. Armeggia con la gomma. Ottiene una sagoma discreta. La bambina è contenta. La zia di più.

Ci sono pennarelli sparsi su tutto il pavimento. «Serve molto rosso!» dice la bambina. Colorano insieme il faccione con due pennarelli rossi. La bambina usa quello con la punta grossa, la zia quello a punta fine. Evitano il contorno dei grossi occhi neri da insetto. Il pennarello della bambina si secca quasi subito. Il rosso è un colore molto richiesto. La faccia di Spiderman vira verso un rosa preoccupante. La bambina è delusa. Passano al piano B.

La zia toglie l’anima ai due Carioca, un vecchio trucco che ha imparato quando aveva l’età di sua nipote. Dai gusci di plastica escono due sigarette intrise di colore. Va in cucina e ci versa qualche goccia d’acqua dal rubinetto. Funziona! È un piacere colorare così: la carta si inzuppa velocemente di un rosso scarlatto. Spiderman recupera coraggio e forza. Sembra volersi staccare dal disegno. La bambina disegna con cura le ragnatele. Poi vuole anche l’anima del nero, per gli occhi.
«Serve molto nero!»
Alla fine osservano il risultato. Soddisfatte.

«Zia me lo ritagli?» – chiede la bimba – «No, perché la carta è molle, lo rovinerai…»
«Voglio fare una maschera. Ritagliare gli occhi. Mettere l’elastico.»
«Si romperà! Non è meglio appenderlo nella tua cameretta?»
«Ma io non voglio Spiderman, zia. Io voglio essere Spiderman! Ma tu sei troppo grande per capire certe cose…»

Anna Martinenghi

Sono nata il 29 gennaio 1972 in una notte di neve, a Soncino, un punto della pianura padana dove si incrociano le provincie di Cremona, Brescia e Bergamo. Ho sempre avuto una grande passione per le parole. Per anni ho ignorato questa passione, ma il virus latente mi ha riempito di bolle, come una varicella. Dicevo che mi piaceva scrivere, sto provando a farlo. Mi sono rimessa a studiare, leggere, giocare con le parole. Ho incontrato dei bravi maestri, tra cui Raul Montanari e Barbara Garlaschelli. Mi piacciono i linguaggi: la poesia, la narrativa, il teatro.
Non comprendo tutto ciò che leggo e non so scrivere tutto ciò che vorrei. Intanto ci provo. Quando trovo parole luminose le chiamo “poesia” e il mondo diventa un posto migliore dove stare.
Tra le mie (piccole) pubblicazioni: Didascalie (Edizioni Cinquemarzo, 2008); Nuda (L’Autore Libri Firenze, 2009); Parole povere (Linee Infinite, 2010); Fotosensibile  (Franco Colacello, 2011); Il cielo di scorta e altre offerte della settimana (Linee Infinite, 2013); il racconto “Il punto di non ritorno” nel volume collettivo In viaggio (Edizioni del Gattaccio, 2017).