Nel settimo creò il Maracanã

L-Nel settimo creo il maracana

Pagine: 520
Prezzo di copertina:
18,00 euro
Collana: Storie di sport
Formato: brossura
Dimensioni: A5 (15×21)
ISBN: 978-88-906391-4-2

È la prima storia del calcio del Brasile mai pubblicata in Italia, e la seconda nell’Unione Europea.
Il racconto parte da prima che calcio e Brasile esistessero, cercando di capire come è sorto questo gioco, per approdare alla nascita del Paese e ai primi calci tirati a una bola da quelle parti.

E prosegue con i tornei di ogni singolo Stato, a partire da quelli di São Paulo e Rio de Janeiro; i campioni che hanno scritto la storia di questo sport, compresi quelli la cui fama non è mai arrivata in Europa; le vittorie nella Copa América (1919 e 1922, poi più niente fino al 1949 e al 1989); l’incredibile finale della Copa do Mundo del 1950; la bellezza travolgente della Futebol Arte, Mané Garrincha, i tre Mondiali vinti con Pelé, João Saldanha; la caduta di fronte a Paolo Rossi al Sarriá; l’evoluzione del gioco della Seleção e i titoli del 1994 e del 2002; i trionfi internazionali di Palmeiras, Santos, Corinthians.

Se il calcio brasiliano è la narrazione principale, sappiamo che esso non vive in un mondo solo suo. Per questo accenniamo brevemente a ciò che succede via via in Brasile nella società, nel mondo della cultura e della musica, gli eventi della politica come quelli della vita quotidiana delle persone. Getúlio Vargas, Caetano Veloso, Oscar Niemeyer, Hélder Câmara, Castelo Branco, Jorge Amado, Juscelino Kubitschek, Clarice Lispector, Chico Mendes, Ivete Sangalo, Dilma… il rinoceronte Cacareco e la capra protettrice del São Paulo (questi vi stenderanno!)…

E addirittura è il primo libro i primi a parlare di qualcosa assente in ogni altra storia di questo sport: il calcio delle ragazze, che in Brasile sta diventando sempre più importante, entusiasmante, vincente.

Naturalmente, il punto di vista è quello di un europeo, con tutti i privilegi e tutti i limiti che questo comporta. La quasi totalità delle informazioni è di fonte brasiliana e di lingua portoghese: una scelta che è stata fondamentale per evitare distorsioni e pregiudizi, e anche una montagna di errori presenti in siti (anche autorevoli) inglesi, italiani, spagnoli.

Estratto

Il 16 luglio 1950

[…] Al 34’, Ghiggia si smarca ancora sulla destra, si beve di nuovo Bigode – quel giorno un totale disastro – ed entra rapido in area. Uno piccolo scarto d’anca, un accenno di sguardo a lato fanno pensare gli astanti all’azione più naturale, la replica dell’azione del pareggio, il passaggio al centro verso l’ancora accorrente Schiaffino. Lo pensa speranzoso Bigode, cui l’uruguaiano è ancora sfuggito. Lo pensa Juvenal, accorso in aiuto e pronto a controllare in mezzo. Soprattutto lo pensa Barbosa.
Il portiere del Vasco da Gama si sbilancia quel tanto da permettergli di chiudere il fronte della porta sul centro. Invece il baffo fumantino di Ghiggia non crossa, guarda improvvisamente in tutt’altra direzione, tira secco verso il lato più stretto e vicino al palo, laddove Barbosa avrebbe potuto arrivarci comodo solo un decimo di secondo prima.

Una palla criminale muore in fondo al sacco.
Addirittura va a centrare la bambola-amuleto, regalo della fidanzata, che Barbosa aveva accomodato come sempre dentro la rete.

Alcides Ghiggia – quel tizzone d’inferno – ha portato in vantaggio la Celeste.

Il Maracanã ammutolisce. Cessano il baccano brasiliano delle partite, i rumori degli spari dei petardi, i tamburi che vibrano di samba da giorni, le risate. La birra non scende più nelle gole. Gli occhi si serrano tra le mani. Lo stadio si trasforma nell’immensa prigione di un sogno. Nessun gesto, nessun pensiero, nemmeno un respiro.
Bigode è al centro dell’area – ci arriva tardi, evidentemente – una mano sulla testa, conscio che l’universo si è fermato intorno a lui. E a causa anche sua.
Un silenzio da profondità siderali. Una cosa mai sentita – sei secondi dopo la caduta di un meteorite, o la fine di una civiltà – per un luogo con 225.000 persone dentro.
Mancano undici minuti da giocare. In una partita normale, undici minuti normali per un normale Brasile del 1950 avrebbero portato Zizinho, Jair Rosa Pinto, Ademir de Menézes a segnare non meno di un paio di gol. Ma il nulla gelido e attonito abbattutosi su quella squadra ha cambiato tutto.

Come affermò Flávio Costa tempo dopo: “Il silenzio del Maracanã è stato terrificante, per i nostri giocatori…”.
Un silenzio che si ripercuote sul Brasile intero, presente nello stadio di Rio de Janeiro attraverso le radio. Una mescola di sorpresa e di incredulità si stampa nelle orecchie e nell’animo di milioni di persone. Un pianto che inizia a salire sui visi nonostante manchi ancora tempo alla fine della partita.

I giocatori brasiliani attaccano ma sbagliano molto. Máspoli para ciò che quel poco di Brasile rimasto riesce a fargli arrivare in area; tra 40’ e 43’ compie due autentici miracoli su Chico e Ademir. Niente è più possibile, non c’è più neanche una Seleção ma singoli cavalieri dimentichi di ciò che ciascuno di loro era di grande.
Nell’ultima azione possibile, un attaccante brasiliano spinge in area l’uruguayano Gambetta, che incoccia il pallone con le mani. I brasiliani vicini invocano il rigore, ma l’arbitro Reader fischia la fine.

L’impensabile è successo.
L’Uruguay di Juan López Fontana, e non il grande Brasile di Flávio Costa, è campione del mondo.

I quattro gatti arrivati da Montevideo corrono in campo tarantolati attorno ai loro giocatori che piangono, si abbracciano, si caricano l’un l’altro sulle spalle.
Non si trova più il pallone, che l’arbitro voleva per sé come ricordo. Obdulio Varela gliene porta tre, l’arbitro si prende il più consunto, ma quello che con cui si è giocato davvero fa bella mostra di sé ancora oggi nella sede della Federcalcio uruguayana. Non si trova neanche più la Coppa Rimet, e nemmeno Jules Rimet stesso, che si era preparato a memoria un bel discorso in portoghese per omaggiare i vincitori.
Tutto salta fuori presto, Rimet (attorniato da poliziotti carioca piangenti) consegna al Jefe Varela la coppa insieme a pochi ma sorridenti complimenti; e l’invito a sparire presto negli spogliatoi. Niente cerimonia, niente inno nazionale (la banda ufficiale non l’aveva neanche imparato), niente giro del campo.
Chi non è brasiliano in quel Maracanã è atterrito dal pensiero che il grande blocco di cemento – costituito dal tutt’uno di stadio e spettatori sconfitti – possa tramutarsi da un momento all’altro in furia assassina…

In realtà, l’atroce silenzio installatosi sui brasiliani al gol di Ghiggia continua ancora. Molti dichiareranno di non essersi neanche accorti della gioia degli avversari e della consegna della coppa. Figurarsi andarli a picchiare.
L’assenza totale di rumore, di movimento, di respiro e di pensiero… praticamente, la sospensione della realtà sospesa.
Un evento, uno spettacolo probabilmente mai avvenuto e mai ripetuto in uno stadio di calcio, ma neanche in un qualsiasi altro luogo (forse lontanamente assimilabile alle folle attonite vicine a Bernadette Soubirous a colloquio con la Madonna…): decine di migliaia di persone incapaci di muoversi, parlare, fare qualsiasi cosa, per rifiuto di ciò che avevano appena visto.

Gli spalti non si svuotano.
Per quasi quaranta minuti.
225.000 persone paralizzate in uno spazio ristretto. Un incredibile coma collettivo.
Quasi quaranta minuti, di nulla e nessuno.

Inutile dire che ogni via, ogni piazza, ogni casa del Brasile erano anch’esse cadute in quel silenzio funebre. Molta gente deambula senza meta, lacrimando senza possibilità di consolazione. Alberi, ristoranti, luoghi pubblici espongono piccoli cartelli scarabocchiati a mano con l’annullamento di ogni festa, danza, cena programmate da tempo per quella sera epocale.

I titoli dei giornali sfiorano l’assurdo: “Mai più!”; “La peggior tragedia della storia del Brasile”; fino a “La nostra Hiroshima”.

Il commentatore sportivo Mário Filho, che tanto si era dato da fare per la costruzione del Maracanã tanto che gli venne dedicato, scrive: “La città ha chiuso le sue finestre e si è immersa nel lutto. È stato come se ciascun brasiliano avesse perso l’essere a lui più caro, e in più l’onore e la dignità. Molti brasiliani hanno già giurato che, da questo 16 luglio, non metteranno mai più piede in uno stadio di calcio…”

Una decina di persone lascia il Maracanã da cadavere, causa infarto.

Altre – si dice parecchie centinaia – si sarebbero suicidate per la sconfitta. La notizia parte dal giornale argentino Clarín e viene ripresa dai media europei. A parte una certa supponenza da Primo mondo e un certo razzismo verso un Paese considerato di Terzo (“Guardate che stupidi, questi brasiliani, suicidarsi per una partita di calcio…!”), risulta  invece abbastanza credibile il togliersi la vita da parte di scommettitori che avevano impegnato tutti i soldi della famiglia.

Non tanto sull’ovvia vittoria della Seleção quanto sullo scarto e sugli autori dei 6-8 gol previsti…

Ary Barroso, musicista autore della celebre “Aquarela do Brasil” e principale radiocronista sportivo del Paese, decide che non commenterà mai più una partita di calcio.

Il presidente della FIFA, Jules Rimet, racconta i minuti poco prima e poco dopo il 90’: “Era prevista ogni cosa… tranne il trionfo dell’Uruguay. Alla fine della partita dovevo consegnare la coppa al capitano del vincitore, ovviamente il Brasile. Una vistosa guardia d’onore si sarebbe dovuta allineare dal tunnel degli spogliatoi fino al centro del campo. A circa un quarto d’ora dal termine inizio a ripassarmi il discorso e mi dirigo dalla tribuna giù verso gli spogliatoi; le squadre stanno pareggiando e quel risultato laurea ancora la squadra di casa.
Ma, mentre scendo gli scalini interni, l’urlo infernale della folla si interrompe di colpo. Quando esco dal tunnel, lo stadio è dominato da un silenzio di desolazione. Non c’è nessuna guardia d’onore, la partita finisce, mi trovo lì da solo con la coppa tra le mani e senza sapere cosa fare. Riesco a individuare Obdulio Varela. Mi avvicino, gli consegno la statua d’oro quasi di nascosto… e gli stringo la mano senza poter dire una sola parola di felicitazioni per la sua squadra…”

Interessante il racconto del centravanti platense Oscar Omar Míguez: Quel giorno era scritto che dovessimo vincere noi, non temevamo né Dio né il  demonio. Se Máspoli avesse giocato da centravanti avrebbe segnato due gol, e se in porta avessi giocato io, avrei parato due rigori…”.
Roque Gastón Máspoli, portiere dell’Uruguay: “Il silenzio dopo il nostro secondo gol è stato qualcosa di terribile…”
Flávio Costa, tecnico del Brasile: “Sinceramente, mai mi sarei aspettato una cosa simile…”
Obdulio Varela, capitano dell’Uruguay: “È stato un caso. Abbiamo vinto perché abbiamo vinto, niente di più. Questo Brasile è una macchina, avrebbe potuto tranquillamente sommergerci di gol. Mettetevelo nella testa: giocassimo altre cento volte quella partita, non ne vinceremmo mai più una… cose così non capitano due volte…”

Il premio in denaro che Obdulio ricevette per quella vittoria lo utilizzò per comprarsi una Ford usata del 1931, che gli venne rubata dopo una settimana.
Alla partenza dell’aereo per il ritorno a Montevideo, Varela pretese che un dirigente della Federazione e la sua famiglia scendesse a terra e tornasse a casa per i fatti suoi: era uno di quelli che si era augurato di perdere con soli due-tre gol di scarto…
Le stessa sera del trionfo si rifiutò di festeggiare in albergo con la Federazione, e passò la notte a bere birra con alcuni compagni e molti tifosi brasiliani, per consolarli. Sempre a questo proposito: “Non mi è piaciuto vedere 200.000 tifosi tristi. Non mi è piaciuto vedere Rio con la faccia scura e senza carnevale. Ma è la vita: ero campione, ma non provavo nessuna allegria…”

Alcidés Ghiggia, attaccante dell’Uruguay: “Non sapevamo se andarcene in giro, per paura. Uscimmo, in gruppetti di quattro o cinque. Ma il pubblico ci riconosceva e si felicitava… un pubblico meraviglioso e molto cortese…!”

Ademir Menezes, attaccante del Brasile: “Nessuno di noi aveva mai pensato che l’Uruguay avrebbe potuto batterci. Ci era parso chiaramente si accontentassero del secondo posto…”.

José Lins do Rego, giornalista brasiliano: “Ho visto un popolo a testa bassa, con gli occhi pieni di lacrime e senza più parole, lasciare lo stadio come ci fosse stata la sepoltura di un genitore molto amato. Ho visto un popolo sconfitto. Più che sconfitto: senza più una speranza. Questo mi ha fatto molto male…”

Carlos Heitor Cony, giornalista e scrittore brasiliano: “Il giorno in cui vidi il Brasile perdere la Coppa del Mondo al Maracanã ho smesso di credere in Dio…”.

Nelson Rodrigues, scrittore brasiliano: “Noi brasiliani soffriamo del complesso del cane randagio… un senso volontario di inferiorità rispetto al resto del mondo…”.

Obdulio Varela, di nuovo: “Se non avessimo rallentato, spezzato il loro gioco, quella macchina per giocare al calcio ci avrebbe demolito senza fatica. Li avessimo serviti del loro piatto preferito, un gioco veloce, queste tigri ci avrebbero divorato. Sono andato anche a perdere molto tempo con l’arbitro dopo il loro gol, pretendendo un interprete perché non sapevo l’inglese, la sua lingua. I giocatori brasiliani erano nervosi e mi insultavano… questo loro atteggiamento mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire che ci temevano…”.

Ancora Flávio Costa: “Il destino ci rise in faccia. Tutti, tifosi, stampa e addetti ai lavori, pensavano che la Coppa fosse già nostra, e fu questo a causare tutto…”.

Naturalmente, nei giorni successivi, scatta la ricerca del colpevole di un simile trauma.
Il primo è Flávio Costa: oltre che di avere allenato e disposto male la squadra in campo (soprattutto per l’impotente marcatura di Bigode sulla scolopendra Ghiggia), è accusato di avere fatto assistere i giocatori a una messa cantata, la mattina stessa della partita, due ore in piedi per tutti. Costa riceve anche parecchie minacce, e per alcuni mesi si rifugia all’estero.
Il secondo la Federazione, che la sera prima portò in giro i giocatori ad assistere a tutte le feste che la gente improvvisava per strada in attesa della festa grande.
Poi c’è buona parte dei giocatori, molte dei quali chiudono lì la loro carriera nella Seleção. Nei Mondiali del 1954, solo Baltazar e Bauer vengono convocati. La stessa Seleção non disputa incontri né ufficiali né amichevoli fino all’aprile del 1952.

Ma la condanna senza appello, la rabbia crudele, l’ostracismo peggiore si abbatte sul portiere Moacyr Barbosa, grande estremo difensore del Vasco da Gama Espresso della Vittoria e della nazionale. Una vicenda triste, odiosa per un atleta tra i migliori della sua generazione. Secondo tutti (tutti, fuori dal campo, sanno cosa sarebbe stato meglio fare…), il secondo gol nemico sarebbe stato da evitare, bastava non buttarsi subito al centro.
Dal gol di Ghiggia in poi, la sua vita si tramuta in un inferno. E il fatto di essere di colore sicuramente non lo aiuta. Al suo ingresso in un qualsiasi bar del Brasile, tutti lo guardano come avessero davanti un fantasma. Riceve minacce per mesi, deve cambiare spesso casa. Per decenni il suo nome suona sinonimo di disastro e malasorte.
Lui stesso ricordava momenti particolarmente tristi: “Una sera negli anni ’80, in un mercato. Una signora mi indica a voce alta al figlioletto di dieci anni… guarda, bambino mio… quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile…”
Prima dei Mondiali del 1994 si reca nel ritiro della Seleção per fare gli auguri ai giocatori. Un funzionario non lo fa neanche entrare…
In una delle sue ultime interviste, Barbosa dichiara: “In Brasile, la pena più pesante per un delitto è di trent’anni di carcere. Sono quasi cinquant’anni che io pago e sono in una specie di prigione pubblica per un delitto che non ho commesso. La gente dice ancora che il colpevole sono io… ma eravamo in undici…”.

Il 17 luglio 1950
Alle sette della mattina dopo quella finale, gli addetti alle pulizie del Maracanã trovano un ragazzo di sedici anni rannicchiato fra gli spalti, abbracciato ancora piangente alla bandiera verde-oro.

Recensioni

Luciano Sartirana

nato a Milano il 6 novembre 1957. Cultura classica e filosofica. Ideatore e conduttore di percorsi didattico-formativi in Scrittura creativa, Drammaturgia e Sceneggiatura a Milano e Venezia. Lettore per Giangiacomo Feltrinelli Editore; direttore di collana per Demetra Edizioni. Consulente di produzione radiofonica con RadioRAI (“Caterpillar”, “Radio Bellablù”). Autore di testi, racconti e recensioni per varie testate web.

Nel 2008 apre le Edizioni del Gattaccio.

Ha visto in diretta tv cose che oggi è difficile anche solo immaginare: l’assassinio di John Kennedy, il primo sbarco sulla Luna, Italia-Germania 4-3 di Messico ’70. E – naturalmente – i raggi B balenare alle porte di Tannhäuser.