PAPA’, DOVE ANDIAMO?

cropped-wp-teatros.jpgCoppia giovane o poco più in là, attesa del primo figlio. Nasce Mathieu: disabile, tanto, dal punto di vista sia fisico che mentale. La fine del mondo, per i genitori.
Stessa coppia, attesa del secondo figlio. Nasce Thomas: disabile anche lui, tanto, dal punto di vista sia fisico che mentale. La seconda fine del mondo, sempre per gli stessi genitori.
Sembra una brutta sceneggiatura, di quelle che vengono subito scartate da chi dovrebbe pagare il film, perché due figli disabili su due – oltre che mettere tristezza – non sono credibili, sembra che carichi apposta sulla malasorte per attirare il pubblico piangente.
Invece è vero, ed è la vita corrente di Jean-Louis Fournier, autore francese per la televisione, che racconta la sua vicenda con un libro.
Ciò che Jean-Louis narra in prima persona non è però solo un percorso di difficoltà, di tragica disperazione. Non è una storia edificante dove amore e perseveranza portano due figli sfortunati a essere felici, perché nessuno dei due può arrivare a migliorare e se sono felici un istante non lo capisci nemmeno. Non è una moderna ascesi attraverso la sofferenza.

E’ umorismo allo stato puro.

Che caspita stai dicendo? Come ti permetti di pensare di ridere su una cosa così? Sei un mostro.
Stai zitto… ciò che è tragedia resta tragedia… ma non puoi vivere ogni giorno con una faccia da tragedia perché così vuole il mondo, devi uscirne. Perfino dire qualcosa di universale. Giornate, episodi, incontri, aspettative, stati d’animo dai più neri ai più gioiosamente assurdi, sincerità totale su di sé e su quello che ti verrebbe voglia di fare, i riti che amici e parenti e società tutta ricamano attorno alla disabilità grave, il passato che non esiste più e il presente che sono questi due extraterrestri e il futuro che neanche lui c’è. Jean-Louis, Mathieu e Thomas riescono anche a parlare di noi, perché la causticità di molte battute non resta confinata alla loro vita:
“Mathieu guarda poco la televisione, è già ritardato di suo.”

E si ride, si ride di gusto perché questi tre ti invitano a conoscerti, a sapere che pensi cose tremende contro gli altri che ti danno fastidio, ma fai finta di nulla davanti a te stesso. Qui c’è l’ascesi, la conoscenza, la solitudine da cui non sfuggi.
Fino ai pensieri omicidi, cosa c’è di strano, siamo esseri umani, ogni tanto qualcuno lo fa, come idea o veramente. Come quando uno dei due imita il motore di un’auto per tutta la notte. “Vorresti buttarlo giù dalla finestra. Non servirebbe a nulla: siamo al piano terra, continueremmo a sentirlo…”
Dove andiamo, papà?
“A prendere l’autostrada contromano. Ad accarezzare gli orsi. A passeggiare sulle sabbie mobili. A farci una frittata di ammanite falloidi.”…
In Francia è un caso letterario forte, importante. Leggetelo, è un libro raro.

Nell’epoca del moderno progetto culturale

F-SCRIVERE

Ideazione di un progetto culturale.
Sviluppo contenuti del progetto culturale.
Lancio verso media, social e amici del progetto culturale.
Sincero appoggio degli amici migliori e di qualche sconosciuto al progetto culturale.
Qualche media si accorge del progetto culturale.
Uno di essi ti intervista sul progetto culturale.
Conteggio delle pochissime entrate ricavate dal progetto culturale.
Scivolamento del progetto culturale nel dimenticatoio nazionale dei progetti culturali.
Accuse all’ignoranza diffusa, che non ha colto l’originalità del progetto culturale.
Accuse al sistema dei media, distratto e indifferente a un vero progetto culturale.
Accuse alla politica che non sa vedere dove appare un grande progetto culturale.
Recriminazione verso te stesso e le tue scelte a partire dalla quarta elementare, che ti ha portato a produrre uno scarso progetto culturale.
Qualche settimana priva di qualsiasivoglia progetto culturale.
Ideazione di un nuovo progetto culturale.

I libri che hanno avuto importanza nella mia vita

emilio-salgari-francobollo

Ormai me lo hanno chiesto in molte.
Così non ci penso più.
E non nomino nessuno.
I dieci libri che hanno detto qualcosa di importante per la mia vita.
In ordine casuale.
1) Il fiore delle perle, Emilio Salgari
2) Viaggio al centro della Terra, Jules Verne
3) Il Capitale, Karl Marx
4) Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb
5) La ricerca del tempo perduto, Marcel Proust
6) La gaia scienza, Friedrich Nietzsche
7) Tokyo blues-Norwegian wood, Haruki Murakami
8) Fenomenologia dello spirito, Georg Wilhelm Friedrich Hegel
9) Morti di carta, Alicia Giménez-Bartlett
10) Cecità, José Saramago
11) Zazie nel métro, Raymond Queneau
12) Pedigree, Georges Simenon
13) Infelicità senza desideri, Peter Handke
14) La politica del desiderio, Lia Cigarini
Sono quattordici invece di dieci. Lo vedo.
Ma – come per Nuvolari – tre più tre per me fa sempre sette.

Chi càspita è Joan Rivers?

F-JOAN RIVERSIl 4 settembre 2014 d.C. se ne è andata Joan Rivers.
La notizia è apparsa su tutti i media, e molti miei amici di Facebook l’hanno ricordata.
A me è venuto un mescolo tra senso di colpa e percezione della mia ignoranza: non sapevo chi fosse, non mi ricordava nulla, non l’avevo mai sentita nominare.
Una prima riflessione – di stampo esistenzialista – mi ha un po’ tranquillizzato. Non posso sapere tutto, non posso conoscere tutti, di qualcuno che dovrei avere nella memoria posso non essere venuto a conoscenza per tanti motivi. E me ne faccio sempre una ragione, anche in questo caso.
Non sono tra quelli che, se ti parlano di qualsiasi libro, dicono che l’hanno letto ed è loro perfino piaciuto. Un po’ per onestà; molto perché, se la conversazione su quel libro prosegue, salta facilmente fuori che quel libro non l’ho letto e la figura che faccio è ben peggiore.

Ma tornando a Joan… l’aspetto sottolineato da tutti è stata: Joan Rivers, mito della televisione statunitense.
Bene: senso di colpa e senso della mia ignoranza sono spariti del tutto!
Guardo la televisione dal 1961. E che televisione guardo, visto che vivo in Italia? Quella italiana, naturalmente. Al massimo, qualche escursione sulle emittenti svizzere, jugoslave o montecarlesi.
Per quale motivo dovrei sapere di un mito della televisione di un altro Paese?
Conosco – e conoscete – i miti della televisione svedese?
Conosco – e conoscete – i miti della televisione uruguyana?
Conosco – e conoscete – i miti della televisione indonesiana?
Certo che no.

Perché mai – quindi – dovrei sapere di un mito della tv degli USA?

Joan, niente di personale.
Ci si vede.
Magari molto in là.
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LE QUATTRO CASALINGHE DI TOKYO

Yayoi è la più giovane (sui 26), la più graziosa, remissiva e fragile, marito e bimbi piccoli. Kuniko, quasi quaranta, egoista e spendacciona, grassa, vanitosa, marito che se ne è appena andato senza lasciarle nulla. Masako, sui quarantacinque, fascino abbagliante quanto duro e scostante, intelligente, solitaria, coraggiosa, marito e figlio adolescente con cui nemmeno parla. Yoshie, saggia ed esperta con suocera malata a carico, sopra i cinquanta, figlia adolescente fuggita di casa e figlia preadolescente senza valori, marito chissà.
Sono colleghe di lavoro: da mezzanotte alle cinque di mattina preparano pranzi in vaschetta per gli impiegati, che hanno giusto quel quarto d’ora per mangiare qualcosa in ufficio. In Giappone va così.

Il giovane marito della bella Yayoi è anche piuttosto stupido. Ha speso quasi tutti i risparmi della famigliola in una bisca gestita dalla Yakuza, la mafia nipponica; si è innamorato di una entraîneuse della stessa bisca, ed è tanto insistente che lo yakuza proprietario della bisca gli riserva una gran manica di botte; torna a casa ubriaco e picchia la bella Yayoi.
Le tre compagne di lavoro intuiscono qualcosa, ma per il momento non osano approfondire.

Qualche sera dopo, stessa scena in casa della bella Yayoi, ma va in ben altro modo: la più graziosa, remissiva e fragile delle quattro strangola il marito con una cintura. Non sto svelando nulla, succede molto presto.
Le tre compagne di lavoro – saltiamo come ci arrivano, materialmente e spiritualmente – decidono che l’amica deve essere aiutata, portano a casa di Masako il cadavere, lo fanno a pezzetti, mettono i pezzetti in sacchetti, portano i sacchetti nei cestini spazzatura di vari giardinetti, e naturalmente nei normali bidoni messi lì dalla nettezza urbana. Rifiuto comune. Non carta, non vetro, non plastica, non organico.

Da qui succede veramente di tutto, nell’animo e nell’esistenza delle quattro casalinghe di Tokyo. Quell’alleanza che aveva permesso alla bella Yayoi di eliminare siffatto maschio dalla sua vita – e senza avere briciole di sensi di colpa – via via le fa entrare tutte e quattro in un mondo di uomini, privo però del tutto di un bagno caldo e di un accappatoio azzurro. Un Giappone di violenza comune, di minaccia privata, di autorità quotidiana che agisce dal posto di lavoro fino al vicinato e al tuo stesso tinello, il potere dei soldi e della mano dura di un uomo sul tuo collo, dell’onnipotenza inflessibile e incredibilmente accettata degli yakuza di quartiere. Un controllo immenso su tutto e su tutti affinché il denaro seguiti a girare, a essere investito, a mostrare futuro e tecnologia. In una società così si può paradossalmente essere sinceri perché è normale pensare alla falsità di ogni sentimento.

Non è detto che per Yayoi, Masako, Kuniko, Yoshie tutto questo significhi sconfitta. Ed è bene non svelare nulla, perché ciò che succede dopo il giro ai giardinetti è una delle narrazioni più vertiginose e tsunamiche tra ciò che ho letto negli ultimi anni. Non per niente, Natsuo Kirino è considerata oggi in Giappone – con la sua scrittura ripida, tagliente, uno Shinkansen della letteratura moderna – la scrittrice più all’avanguardia nel raccontare i demoni del Sol Levante.

Netsuo Kirino, “Le quattro casalinghe di Tokyo”, Neri Pozza 2010.

ELEZIONI 2013: BASTA FRIGNARE, MALEDIZIONE!

Siate donne!
Siate uomini!
Siate gatti!
Guardiamo le cose con pragmatismo…
Ipotesi uno: fare come in Sicilia, dove c’è un governo di centrosinistra che si confronta con i 5Estrelas sui singoli provvedimenti (come vuole Grillo) e l’80% dei casi votano insieme; grazie anche ai buoni uffici di Dario Fo, ci si potrebbe mettere d’accordo su una serie di cose serie da fare; l’Europa si fida di più che non avere l’instabilità e forse è una svolta perché tiene fuori i responsabili del disastro e il loro alleatino xenofobo.
Ipotesi due: governo di larghe intese PD-PDL, che non farà niente di serio se no lo avrebbe fatto sotto Monti (figuriamoci una legge elettorale diversa); si torna a votare in ottobre e i 5Estrelas arrivano al 57,54%.
Ipotesi tre: nessuno fa accordi con nessuno, resta il governo dimissionario Monti per l’ordinaria amministrazione (così non fa danni più di tanto e l’Europa si fida) e ci abituiamo all’idea che anche se non c’è il governo si vive lo stesso.
Ipotesi quattro: ammettiamo di non essere capaci di darci un governo, chiediamo a ogni Paese europeo di prestarci un ministro e che ci governino loro.
Una cosa è certa: al di là dell’evidente stupidità e mancanza di memoria di molti, quando hai una buona parte della popolazione che fa fatica a tirare avanti ogni discorso sensato va a farsi benedire. E’ un fatto da materialismo storico…

La Kazzenger-Literatur, o della caduta del senso critico

Esiste – e già siamo all’incredibile – una trasmissione televisiva chiamata “Voyager”, basata sulla drammatizzazione di bufale e cretinate vecchie di anni. Tra l’altro, a nostre spese…
Il buon Crozza ne ha tratto grandiosi sketch, chiedendoci giustamente come fa il conduttore di una simile fiera delle panzane a essere vicedirettore di RaiDue.
Il fatto è che “Voyager” è la punta di un iceberg piuttosto inquietante, costituito dalla disponibilità a credere pigramente a qualsiasi cosa purché sensazionale. Eppure basterebbe ragionare un attimo.

Tra le cose che si prendono per buone troviamo:
– la non esistenza di Gesù Cristo: tesi portata avanti da una serie di singolari personaggi (c’è un italiano che da anni scrive ai parroci e li denuncia per sfruttamento della credulità, e persino un 17enne che naturalmente conosce tutti i documenti in greco antico, aramaico, latino ed ebraico sull’argomento); si ignora naturalmente la bontà di molti rilievi di storici dell’epoca e soprattutto il fatto che comunque il dato è sociologicamente ed ermeneuticamente ininfluente, perché più di una religione è sorta e ha prosperato senza che se ne conosca un fondatore;
– Jim Morrison è ancora vivo;
– Elvis Presley è ancora vivo;
– Adolf Hitler è ancora vivo;
– Nino Bixio è ancora vivo (girava in Italia negli anni ’60, oggi non so, sarà morto);
– astronavi aliene stazionano sul lato oscuro della Luna e ci tengono d’occhio (interessanti le foto di uno svizzero su giocattoli a forma di disco da lui appesi in giardino);
– non siamo mai stati sulla Luna (ha sempre grande successo);
– gli antichi egizi si spostavano in elicottero (si vede dai loro geroglifici);
– gli antichi indiani si spostavano in elicottero (si vede dai graffiti);
– gli antichi ebrei si spostavano in elicottero (si deduce interpretando bene la Bibbia);
– Paul McCartney è morto nel 1965, quello venuto dopo è un sosia;
– gli alieni burloni e artisti disegnano i cerchi nel grano (mai nei campi di trifoglio o di riso);
– i marziani hanno scolpito volti sulla superficie di Marte (nient’altro da fare, da quelle parti?);
– Jeanne D’Arc è tornata dall’aldilà (e ha poi combattuto in più guerre, fino a ridursi a fare l’autostop dappertutto e poi sparire di colpo);
– lascia una moneta immersa nella Coca Cola per tre giorni e si scioglierà (saremmo tutti morti);
– utilizziamo il 10% del nostro cervello (alla luce della psicologia e della neurologia odierne, un’affermazione del tutto priva di senso: il 10% di che?);
– le piramidi le hanno costruite gli extraterrestri;
– le statue dell’isola di Pasqua le hanno portate lì gli extraterrestri;
– i tracciati di Nazca li hanno fatti gli extraterrestri;
– gli extraterrestri avevano già basi lunari (notizia diffusa soprattutto grazie all’instancabile opera di videomaker dilettanti che ricostruiscono con gli amici e negli edifici abbandonati delle periferie gli edifici lasciati su Selene dagli alieni);
– gli extraterrestri abitavano sul decimo pianeta del sistema solare e ci hanno fatto nascere come esperimento biologico.

In fondo, tutto ciò è abbastanza divertente.
Ma un effetto collaterale invece torbido è come tutto ciò abitui e prepari la mente – quando cedi a una sciocchezza puoi credere ad altre mille – di alcuni ad abbracciare cose culturalmente, socialmente e politicamente più pericolose:
– la Terra è stata creata solo 6000 anni fa e l’essere umano stesso è stato creato, non discende dalle scimmie, lo dice la Bibbia: è l’invito all’ignoranza e alla cacciata di ogni scienza moderna tipico dell’oscurantismo della destra statunitense;
– il cancro guarisce se sorridiamo e beviamo acqua fresca: o altre varianti… cosa che allontana molto pericolosamente i malati da diagnosi e da cure reali, è tristemente successo in più di un caso;
– i rom – anzi, gli zingari – rapiscono i bambini: una delle basi del razzismo verso questa popolazione… nessun rapporto di polizia contiene in realtà delitti di questo tipo da parte loro;
– gli ebrei compiono riti uccidendo bambini: stesso discorso… è una delle basi del razzismo storico europeo e cattolico contro di loro, fin dal Medioevo e fino alle atrocità dell’800 e del ‘900, non solo nella Germania nazista;
– la Shoa non è mai avvenuta: la macabra negazione dell’evidenza a opera di neonazisti e neofascisti contemporanei, spesso mascherata da ricostruzione tecnica neutra… uno schiaffo volgare e tremendo a chi ancora porta stampigliato un numero sull’avambraccio, a chi lotta perché quelle cose (chiunque ne sia responsabile) non accadano mai più, alla sacrosanta divisione fra vittime e carnefici, a ogni senso storico e di verità nel conoscere il passato in modo serio.

Perché pesci che abbocchino a cose così se ne trovano a frotte?
– Per un titolo sensazionale e sparato grosso, ben congegnato contro una realtà comunemente accettata;
– perché l’idea del complotto del potere che vuole tenerci all’oscuro ha sempre terreno fertile… la paranoia è sempre semplice, e tutto il sapere dell’umanità rientra poi nell’ambito di ciò che il potere ci vuole far credere: la porta principale per l’ignoranza più crassa;
– perché viene suscitato il sentirsi in colpa per essere dei creduloni su quanto abbiamo creduto finora, un fatto che a nessuno ovviamente piace;
– per il gusto di una possibilità alternativa – esteticamente e spettacolarmente nuova – che ci fa dire con soddisfazione: “Finalmente veniamo a sapere, non ci fregano più!”;
– perché spesso la tesi assurda porta con sé un sacco di dettagli tecnici inverificabili per i più;
– a volte per il volto rassicurante e la forma altisonante con cui viene presentato l’autore;
– per l’abile gioco di uno stile fra lo scientifico e il narrativo.

Chiudiamo con una domanda semplice: perché tutti costoro che diffondo simili ordigni ideologici non scrivono di fantascienza e basta? Darebbero più soddisfazione a se stessi e – se sanno scrivere bene – forse anche a tutti noi.

Quando un titolo vale il libro

C’è una magia sottile nel titolo di un libro. Capita di trovarne di meravigliosi, taglienti, abbaglianti, che ti aprono la porta, ti creano un’atmosfera, ti promettono di volare con una parola o una piccola, fantastica frase.
Ti chiedi come hai fatto a non pensarci tu, da tanto è bello.
O come ha fatto a pensarci lui, con siffatta semplicità e siffatto splendore.
Un titolo è forse l’unica cosa condivisa tra lo stile dei libri e il marketing dei libri.
Tra i migliori, a mio parere…

“Vai troppo spesso a Heidelberg” è una raccolta di ottimi racconti di Heinrich Böll, uno dei massimi scrittori tedeschi contemporanei. Uno che non si fa i fatti suoi, che mette il dubbio di qualche giro losco o qualcosa di privato comunque da nascondere, un’osservazione che ti inchioda facendo finta di notare una nullità, accusatorio quando perditempo.

“Sotto il culo della rana”, dell’ungherese Tibor Fischer, riprende solamente un modo di dire magiaro: un posto veramente sfigato, dove è umido e fa freddo, nessuno ti vede o si ricorda più di te, peggio di così non potevi capitare, mai mente umana vi avrebbe ficcato il suo peggior nemico. Fa impressione, in un titolo letterario – regno dell’alto sentire – l’uso del termine che indica il deretano. Ma d’altra parte indica una cosa ben precisa… e gli sciocchi guardano il culo invece della rana e del posto dov’è siede il sardonico batrace.

“Sotto il vulcano” è il capolavoro di Malcolm Lowry, eccentrico scrittore britannico. C’è tensione repressa, in questo titolo. Il vulcano è una cosa lì lì per esplodere, domina placido finché se ne scoccia, è enorme e incombe sulla vita di tutti. Sotto (tutti i titoli con “sotto” suggeriscono problema, malessere, incapacità di uscirne fuori) deve essere ancora peggio, perché senti arrivare il disastro. Oppure non lo senti proprio perché la lava parte da sotto, da molto sotto, e quello che succederà non puoi aspettartelo neanche immaginandolo da ubriaco. Una suspense mai vista, con un titolo così.

“Orgoglio e pregiudizio” è il grande titolo del grande, arioso, sociale romanzo di Jane Austen, inglese. Roba dura, che blocca l’animo e il respiro, che non puoi farne a meno perché è dentro di te da sempre, è viscere e inconscio, sentimento e forza trattenuta, occhi che ti lampeggiano di fronte, pugni stretti, sensualità rattrappita ma pronta a erompere. Ce ne daremo tante, qui dentro.

“L’educazione sentimentale”, gran bel testo ottocentesco di Gustave Flasubert, Francia. Pur mantenendo un fascino leggero, oggi è un po’ un luogo comune, ma all’epoca deve avere fatto scandalo… lancia l’idea che i sentimenti siano da apprendere, addirittura una materia di studio… e l’esordio con “educazione” può far sorgere un’aura di punizione, di dominazione, di redde rationem psicosessuale di fronte a ciò che tutti noi proviamo nell’amore. Molto più perverso di quello che sembra.

“La mela nel buio” è della scrittrice brasiliana Clarice Lispector. Sala da pranzo dopo avere pranzato, attesa di qualcuno, un oggetto – un frutto – lasciato da qualche parte a fare da segnale per un appuntamento, con l’accortezza di non metterlo troppo in evidenza per non farsi scoprire da altri ma con l’angoscia di averlo messo troppo nascosto tanto che chi lo deve trovare può darsi che non lo trovi… una mela poi, a suggerire l’insuggeribile o semplicemente sperare di condividere qualcosa di intimo come il calore di un cibo…. o la nozione di un peccato? Chi sta per arrivare?

“Il sentiero dei nidi di ragno” ci riporta a casa, con il primo grande romanzo di Italo Calvino. Qualcosa di alto negli alberi, di intricato, che non può minacciarci perché è piccolo ma che ci perderà in qualcosa di via via sempre più inestricabile, sentieri che si perdono perché siamo distratti a osservare il sole che filtra da lassù, che portano là dove solo i ragni possono arrivare a farci casa. Operosità pomeridiana, incontri verso sera, passo sapiente di chi abita lì e può guidarti… deve solo fidarti di te, devi farli capire che vuoi uscire da lì.

“Le quattro casalinghe di Tokyo”, ultimo tesissimo romanzo della giapponese Natsuo Kirino. Molta apparenza, molte mattine a tenere in ordine, molti abiti non particolarmente attraenti. Una rete, una tensione particolare lega quattro donne… potrebbero uscire di casa insieme per fare spese o attendere i bambini davanti all’asilo. Fare le sciocche e sparlare dei mariti. Unirsi per qualcosa di atroce. Un titolo così ti invita a sorridere ma ti immagini tutto il contrario.

Un vero capolavoro è “Casino totale”, del crepuscolare giallista francese Jean-Claude Izzo. Non indica nulla di particolare, ma tutto sta andando letteralmente in malora, chi può fermare il casino, chi lo ha provocato, come uscirne, come circoscriverlo se è totale? Casino fuori, ma anche casino interiore, mica ci scappi, fa quasi ridere da tanto è angosciante. Teso, ansimante, disperato, da fine della civiltà… ma anche tutti lì al loro posto pronti a buttarsi nella mischia e darle di santa ragione prima di mollare la ghirba. Il titolo che avrei voluto pensare io.

Due esempi anche fuori dal mondo dei libri.

“Linea gotica” è il secondo album musicale dei CSI (ex CCCP). Il riferimento storico è già drammatico – la zona dell’Apennino dove si fronteggiavano nazifascismi, Alleati, partigiani – ma ci si aggiunge l’archetipo di un luogo confinale, pericoloso, dove tutto pare non attendere che te per pioverti addosso con violenza. Casa in pietra, lampadine fulminate, albe tragiche e di attesa del peggio. Non un dito deve essere mosso.

Chiudiamo invece con qualcosa di sognante con “L’epoca delle prime canzoni”, uno degli episodi dell’opera in 13 film “Heimat 2”, del regista tedesco Edgar Reitz. Un’epoca lontana ma non troppo, più semplice e più sorridente, con un sole tenue che accompagna passeggiate lungo un parco cittadino, timidezza e simpatia, il mondo davanti e la paura di averlo. Una promessa, niente ancora scritto e tutto ancora da vivere.

Gente, che titoli… come facciamo a trovarne di siffatti?

Quando un libro non lo sopporti

Raramente, molto raramente mi è successo di non arrivare fino in fondo a un libro.
Anche se non mi piace, anche se trovo ostico il linguaggio dell’autrice o dell’autore, penso che sia giusto andare avanti perché forse il bello viene dopo, perché familiarizzarsi con uno stile di scrittura a me inedito mi allarga senz’altro gli orizzonti, e anche per rispetto a una persona che ha fatto fatica a scrivere tutto questo.
A volte – pochissime – non ce l’ho fatta.
Ho smesso a metà “L’età forte” di Simone de Beauvoir: dopo il libro che lo precedeva (“Memorie di una ragazza perbene”, meraviglioso), mi aspettavo un seguito all’altezza; invece ho trovato solo l’eccessivo e compiaciuto sguardo su stessa, irritante per quanto poco gliene importasse del resto del mondo. Giudizio più che soggettivo, certo, e può darsi non faccia una bella figura a esprimermi così su una delle grandi scrittrici del ‘900… tanto più che ho poi letto con piacere altre cose sue… ma, in quello, Simone ha peccato di narcisismo, e non poco.
Ho piantato lì “Paura di volare” di Erica Jong verso pagina 90: oltre agli stessi difetti riscontrati in “L’età forte”, mi ha urtato la continua ansia di colpire, provocare, stupire a tutti i costi; e ricordo uno stile di non particolare eleganza.
Non sono andato oltre pagina 80 del “Manuale del guerriero della luce” di Paulo Coelho. Un testo furbo, costruito, con tutti gli ingredienti e gli aggettivi giusti per evocare un’atmosfera di sapienza a buon mercato; una retorica del buon senso e del luogo comune ammantato di favola; il trionfo dell’astratto e della banalità, dell’infingimento, del farti sentire dalla parte giusta e positiva a suon di facezie altisonanti. Un solenne imbroglio, da qui mi sono sentito veramente preso in giro.
“I canti del caos” di Antonio Moresco mi hanno ospitato fin verso la metà: un testo prolisso, involuto, noioso, contorto e supponente… il senso di liberazione che ho provato nel chiudere definitivamente il volume è stato grande.
Mi sono imposto di capire a fondo un successo editoriale come “Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia. Ma lo stile primitivo, i personaggi privi di cervello e di profondità, la crescente irritazione di fronte a dialoghi insulsi, la pretesa arrogante e sempre riemergente di dire “Ecco, sono il grande autore che capisce i giovani, che sono proprio così!” mi hanno letteralmente espulso dal libro verso pagina 80… dite quel che vi pare, ma è il peggior libro che abbia provato a leggere.
A mio avviso, naturalmente.

La snervante attesa del nuovo libro dell’autore

Uno dei problemi che ho in relazione agli autori viventi si può riassumere nel percorso che segue.
Primo passo: scopro una scrittrice o uno scrittore che mi piace molto, come ho fatto a non accorgermene prima, eppure qualcuno me lo aveva detto, che meraviglia di stile, che grande storia, che sollievo per il pianeta avere gente così.
Secondo passo: via via, alternandoli ad altro, leggo tutti i libri della scrittrice o dello scrittore di cui, comprese le lettere o i diari o i resoconti delle imprese sportive personali.
Terzo passo: librerie e biblioteche non hanno altri libri della scrittrice o dello scrittore di cui, vuol dire che ho letto tutto quello che di suo c’era in italiano.
Leggi il resto in lingua originale, provinciale che non sei altro!
A parte che potrei farlo solo per alcune lingue – non posso imparare il finlandese o il giapponese per la bisogna, i neuroni non sono più quelli di una volta, il tempo è ingoiato dall’entropia – e che rileggo di rado i libri già letti, i problemi sono altri.
Primo livello di problema: la scrittrice o lo scrittore di cui ha scritto altri libri, ma non sono appunto stati ancora tradotti in italiano. Per fare un esempio, quest’estate ho trovato desolante vedere in una libreria di Riga l’edizione in lettone di “1Q84”, l’opera più recente del grande Murakami Haruki, cha attendo in italico da più di un anno.
Secondo livello di problema: la scrittrice o lo scrittore di cui il libro nuovo non l’hanno ancora scritto, o lo stanno scrivendo or ora…
Vuoto davanti. Angoscia. Inferno, scoramento e nascondimento. Alba livida. Porta interiore che cigola. L’occhio dell’anima con congiuntivite. Freddo e stridor di denti. Mesmerismo.
E si girano le librerie, scrutando invano gli scaffali… per settimane e mesi…