SCHIANTO – Compagnia ÒYES

(di Federica Tosadori)


Ideazione e regia Stefano Cordella | drammaturgia collettiva | con Francesca Gemma, Dario Merlini, Umberto Terruso, Fabio Zulli | disegno luci Stefano Capra | sound design Gianluca Agostini | scene e costumi Maria Paola Di Francesco | assistente alla regia Noemi Radice | organizzazione Valeria Brizzi, Carolina Pedrizzetti.

Produzione ÒYES, con il sostegno di Mibac, Fondazione Cariplo, Next laboratorio delle idee per la produzione e la distribuzione dello spettacolo dal vivo 2018/2019, Centro di Residenza della Toscana (Armunia Castiglioncello – CapoTrave/Kilowatt Sansepolcro), Teatro in-folio/Residenza Carte Vive | Menzione speciale Forever Young 2017/2018, La Corte Ospitale.

Spunto di riflessione tematica: Bernard-Marie Koltès, Nella solitudine dei campi di cotone, 1986

Prossima replica:
5 aprile 2019 | Teatro dei Segni, Modena
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In scena quattro attori. E un animale. L’animale è uno di loro, è una maschera di gomma, ma ha due occhi neri che sono due specchi. Come i vetri della scenografia, che è minima, semplice, rotta. Tutto sul palco ha subito uno schianto e tutto è diventato frammento, perfino le parole dei protagonisti, le scene, la storia. Il linguaggio è contemporaneo, con una presa forte sulla realtà, ma l’immediatezza è solo apparente.

Esiste nella distruzione un fascino disarmante: quando le situazioni, le storie, le persone, non sono più aggiustabili, allora si è davvero liberi di lasciarsi andare, di rotolare via, di smettere di trattenere, di avere coraggio. Così i personaggi – un uomo in carriera, sempre in controllo, scopertosi gravemente malato, un tassista pieno di vita al punto di diventare logorroico, una donna senza più alcuno stimolo vitale, un ragazzino che si crede un super eroe, ma non di quelli convenzionali, perché lui è Robin, non Batman, Robin! – giungono nel cosiddetto “punto più basso”, quello da cui si può solo risalire. Ma si può risalire? Si deve volerlo, forse, e non tutti ne sono così sicuri. Prima riposarsi un po’ sul fondale può essere salutare, disperato, ma salutare. Ed è così che si sente lo spettatore: come se stesse guardando sul fondo di una bottiglia vuota, caduta e dimenticata per terra in cantina qualche anno prima. Il luogo più lontano e buio dell’universo, quell’angolo dietro all’unico mobile di casa che non si è mai spostato prima: c’è polvere, c’è sporco, c’è vuoto, c’è un insettino che cammina veloce. Sono i personaggi, che si muovono veloci, affannati, in preda al panico, che tentano di studiare la prossima mossa.

E l’animale? Eh, qui la cosa si fa complicata. Mentre l’uomo in carriera si sta facendo accompagnare il più lontano possibile dal tassista che non smette di parlare – sua moglie è incinta, e lui ne è molto felice, nonostante la responsabilità che si sente cadere addosso da questa nuova circostanza – avviene un incidente. Uno strano animale viene investito dall’auto e rimane ferito, in punto di morte. I due decidono di portarselo dietro, fino a che non incontrano per la strada un altro essere altrettanto strano. Umano stavolta, ma travestito da Robin, un ragazzino che vuole uccidere Jocker. L’animale guarda i loro movimenti, li osserva, si lascia osservare e muto interagisce con gli altri. Anche con il pubblico, che viene inglobato da quegli occhi enormi: quando la maschera si volta sulla platea sono tutti coinvolti, nessuno escluso. I tre umani arrivano in un locale, un pub, un autogrill, un luogo senza luogo; qui una donna li accoglie, e con la sua voce li strega, si fa ascoltare e ascolta. Ma forse non è vera comunicazione quella che avviene tra loro, perché sono tutti lo specchio di tutti, e i protagonisti si avvertono inevitabilmente soli.

L’animale nel frattempo dov’è finito? È mai esistito davvero? È ognuno di loro forse, parte di ognuno di loro, ognuno di noi. È un agglomerato delle loro paure, delle loro voglie, delle loro pulsioni. È il loro desiderio morente. Una voce della coscienza che urla da dentro cosa fare, dove puntare, l’ultima aspirazione. Ma viene ignorata, se non da tutti da almeno il 75% dei quattro. Non c’è possibilità di 100% in quest’opera, nemmeno a livello formale – stiamo parlando inoltre di scrittura collettiva, dunque il lavoro di riscrittura e rimontaggio è potenzialmente infinito. Niente e nessuno può arrivare alla propria completezza, lo spettacolo stesso rimane sospeso sul finale, manca qualcosa, ma è inevitabile. Perché non si può parlare della meta quando si sta raccontando di un viaggio, per di più se si tratta di un viaggio dalle atmosfere oniriche, notturne, surreali. I sogni non sono mai totali, ti risvegliano sempre attraverso una domanda. Senza quei dubbi probabilmente non ci alzeremmo nemmeno dal letto. E allora il dubbio è l’animale, è la pulsione ancestrale che ci mantiene in vita.

Su “La malasorte”, di Daniela Grandinetti

(di Luciano Sartirana)

Ho letto La malasorte, della scrittrice calabrese Daniela Grandinetti, uscito nel 2018.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, circa cento anni fa. La poco più che adolescente Cosma entra nella casa del notabile del posto come domestica. A casa sua regna la povertà più assoluta, quel passo pare essere una cosa buona. Non lo sarà; e nei decenni successivi il suo fantasma pare essere la causa di tempeste, disastri e appunto malasorte.
Sovara, paesino immaginario dell’entroterra calabrese, oggi. La giovane Cettina è partita per Milano anni fa, per intraprendere studi di arte. Partita è un eufemismo: in realtà è una fuga senza prospetto di ritorno. Ma a Milano combina molto poco, e a un certo punto deve tornare a Sovara per questioni famigliari. Anche qui siamo all’eufemismo, perché ciò che l’aveva allontanata non è mutato di un centimetro… violenza fra le mura, nessun affetto vero, un paese abbandonato fuori e dentro di sé. È solo grazie all’affettuosa pervicacia dell’amica d’infanzia Tilde che Cettina riesce a raccontarsi, ammettendo le menzogne che ha raccontato a Tilde stessa e che le facevano però da scudo a tutto. Solo da qui, nel riconoscere e guardare in faccia ciò che di arido e di violento si porta dentro, Cettina inizia a uscire dal circolo vizioso della malasorte che invece aveva abbattuto Cosma.
I temi affrontati sono molti, uno più affascinante e complesso dell’altro: il parallelo fra la vicenda di Cosma e quella di Cettina, dove nulla è facile per nessuna delle due; l’idea di lasciarsi tutto dietro andando lontano, ma fallendo perché ci si sente comunque osservati e impreparati di fronte alle aspettative, per cui si mente e ci si nasconde; la lotta con se stessa che è lotta con rapporti pietrificati nel tempo, come e più del territorio stesso.
Soprattutto, ciò che in famiglia e della famiglia non si può dire: la violenza.
Rispetto alla solitudine infinita di Cosma, i decenni non sono però passati invano. Oggi Cettina ha l’opportunità di una relazione positiva con un’altra donna, Tilde, a significare che è solo ricostruendo una genealogia femminile di consapevolezza e sostegno che si può uscire da un patriarcato da paleolitico. Una relazione faticosa ma che muove dei passi importanti, quella fra Tilde e Cettina; comunque ostacolata da un senso di ritrosia, di rispetto umano, di chiusura verso chi ci sta attorno, nonostante tutto.
“La malasorte” è un libro di un’intelligenza sottile, un’attenzione millimetrata al moto d’animo, l’attraversamento di una terra e di una cultura, una lingua da costruire e delle cose di sé da capire. Di Calabria da cui si fugge e magari si torna. Di donne cui non basta rispecchiarsi in una leggenda lontana, ma vogliono essere vive oggi.
Tante cose, tanti significati… e uno stile agile ed elegante, preciso, profondo, lucente, che ti accompagna e fa venire voglia che arrivi sera per riprendere la lettura. Apre anche scorci di te, di me, sui copioni di vita ereditati e dai quali è bene uscire. Un libro e una scrittrice importanti.

Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa

(di Marcella Valvo)

Non mi sento esattamente la persona più competente del mondo per poter recensire un libro. Ma se ci spostiamo su un altro piano – quello dell’esprimere ciò che il libro mi ha dato – allora riesco a trovare uno spazio davvero per me.
E questo ci porta al senso di questa rubrica, dedicata ai libri che ci aiutano a “stare allegri”. In fondo, per ciascuno significa qualcosa di diverso, e anche per una stessa persona possono essere diverse le cose che la fanno stare allegra. Giusto?
Per questo cercherò di spaziare il più possibile, lasciandomi trascinare dall’intuizione e, perché no, dai consigli degli amici. 
Partendo dall’ultimo libro che ho letto, si è trattata proprio di un’intuizione aiutata – bisogna ammetterlo – da un titolo quantomeno evocativo: Non temete per noi, la nostra vita sarà meravigliosa. Coincidenza ha voluto che, dopo aver rimuginato sul comprare o meno questo libro per circa un mese, un’amica me lo abbia prestato. Inutile dire che, appena terminato, me ne sono procurata una copia tutta mia…

Perché questo titolo? Cos’ha di speciale questo libro? Perché dovreste correre a comprarlo anche voi?
Risponderò a tutte queste domande raccontandovi nel mentre la storia che fa da colonna portante ai capitoli: una storia di speranza e di fede, di scelte fatte con la consapevolezza di mille contro e un solo pro, di desiderio di equità e giustizia sociale. Una storia alla quale fanno da corollario altre piccole storie di giovani italiani che, come recita il sottotitolo, «non hanno avuto paura di diventare grandi».
A riportarle è Mario Calabresi, al tempo della stesura del libro ancora direttore de La Stampa (attualmente direttore di Repubblica, dal gennaio 2016), e personalmente coinvolto dal racconto, dal momento che vede protagonisti i suoi stessi zii.
Gigi Rho e Mirella Capra, entrambi medici, decidono di trasferirsi in Africa dopo il loro matrimonio. La lista di nozze, una serie di articoli e strumentazione per l’ospedale che stanno aprendo a Matany, Uganda.
Vi rimarranno cinque anni, il tempo di avviare la clinica e lasciarla nelle mani di medici e infermieri locali, tutti in gamba e desiderosi di rimboccarsi le maniche per il proprio villaggio. Primi fra tutti, i cosiddetti “vaccinatori in bicicletta”, dodici ragazzi formati da Gigi e Mirella, per andare nei centri più piccoli e periferici a distribuire i farmaci e fare sensibilizzazione. Perché non basta aprire una clinica e lasciarla lì a disposizione: è importante che si colga il valore, prima di tutto, di una cura personale, indipendente da ciò che può essere trattato in ospedale.

«Non ho mai smesso di onorare l’impegno che avevo preso con tuo padre. Io, che avevo studiato l’inglese nella speranza di andarmene, sono rimasto qui tutta la vita e ho continuato a fare quello che ci aveva insegnato: sono andato in pensione questo mese, esattamente dopo quarant’anni. Ci sono stati giorni faticosi, ma sono orgoglioso della fiducia che era stata investita su di me.»

Queste le parole di Joseph, uno di quei dodici ragazzi, a Stefano, figlio di Gigi Rho.
Nonostante il ritorno in Italia dopo cinque anni, il richiamo di quella terra lontana rimarrà sempre vivo nel cuore dei due medici, tanto che decideranno di tornarci altri due anni – proprio dopo quella lista di pro e contro richiesta dal padre di Mirella – prima di rendersi conto che per i loro tre figli era davvero troppo dura.
Lo sapevano, prima di ripartire, che poteva non durare: eppure di fronte a tutti quei “ma” ciò che ha vinto è stato un unico “sì”, dettato da ciò che hanno chiamato “uno slancio del cuore”.
In Uganda, la loro vicenda ha finto per intrecciarsi a quella di tanti altri medici e infermieri, anche italiani, che hanno dato il loro contributo al sistema sanitario del paese in un modo silenzioso ma fedele, acceso dal fuoco della passione e della volontà di mettersi al servizio degli ultimi.
E quella passione ha scavato man mano il proprio solco su quella terra, animando le fiamme dei giovani del posto che attendevano solo che si ricordasse loro che sognare è possibile: certo non facile, ma una fatica per cui vale la pena, sempre.

Questa ad esempio la storia di Peter Lochoro, che ha cinque anni quando vede nascere e svilupparsi il Saint Kizito Hospital. Destinato a fare il pastore, la sventura decide di mettersi in mezzo e cambiargli la vita, perché l’allevamento della sua famiglia viene razziato da un gruppo di guerrieri e a lui non resta che andare a studiare.
Da lì, una borsa di studio dietro l’altra, conquistate con impegno e dedizione, gli hanno permesso di frequentare un master a Londra.
Oggi Peter è direttore di tutti i progetti CUAMM (Medici con l’Africa) in Uganda. E ancora, Matthew Lukwiya, che ha lavorato con Mirella Capra e Lucille Corti per il suo tirocinio post-laurea ed è diventato il primo direttore ugandese del Lacor Hospital, Gulu.
Qui nel libro, si fa riferimento alla testimonianza della suora comboniana Dorina Tadiello, che lavorò a lungo con lui e lo accompagnò negli ultimi istanti di vita, interrotta troppo presto a causa dell’epidemia di Ebola scoppiata nei primi anni 2000 in Uganda. Sono andata a leggere quella testimonianza, e una frase in particolare di Matthew mi è rimasta in testa:

«Mi piacerebbe che la generosità, lo spirito di dedizione, non fossero solo una scelta dei primi anni di professione, ma uno stile di lavoro e di impegno che si protrae nel tempo. Le motivazioni al servizio non sono né scontate né automatiche, sono frutto di un processo di crescita che va coltivato…»

Perché è qualcosa su cui mi sono soffermata a riflettere spesso, soprattutto di recente, da quando mi sono laureata e ho iniziato a guardare più da vicino il mondo del lavoro. Matthew parla di stile di lavoro, che è qualcosa di indipendente dal lavoro in sé, o almeno in parte. Posso svolgere qualsiasi mestiere, ma ciò che mi definisce non dev’essere l’uniforme che indosso, quanto il modo in cui la indosso. Mario Calabresi racconta di un altro suo incontro in Uganda, quello con Giovanni dall’Oglio, medico romano per anni responsabile dei progetti CUAMM in Uganda, e parlando di lui e della sua ecletticità, dice: “non ci dobbiamo condannare a vivere solo nel nostro camice”.

Come tante altre storie narrate in questo libro, ciò che davvero conta è sognare, andare oltre, “immaginare oltre quello che ci hanno detto sia consentito”. Così ce l’ha fatta Elia Orecchia, che ha ereditato il mestiere paterno ed è riuscito a resuscitare l’ultima lampara di Genova.
Così Aldo Bongiovanni ha riportato in vita il mulino di famiglia nel Cuneese, ascoltando le nuove esigenze del mondo in cambiamento e reinventandosi senza lasciarsi frenare dall’ignoto.

Perché Non temete per noi mi mette allegria? Si parla di fatiche, certo.
Di sofferenza, di lotta. Di vicende difficili che non possiamo ignorare.
Ma anche di energie spese senza rimpianti, di decisioni prese col cuore, di pienezza di vita.
Di speranza. Non so voi, ma a me la speranza mette allegria, e questo libro mi ha dato una grande carica di speranza.
Il mio consiglio è questo: lasciamoci contagiare.

Carlo Carrà, l’intimità ritrovata

(di Federica Tosadori)

“Insomma la mia pittura non vuole essere né naturalista né solo mentale,
pur affermando l’esistenza dei valori di realtà e di quegli altri che ci vengono dall’immaginazione.

Se poi le mie parole a qualcuno sembrassero poco singolari,
dirò che mai mi sono proposto di fare il singolare.
Di gente singolare il mondo è pieno.”

 

Due abissi chiusi, neri, gli occhi di Carlo Carrà. C’è un video, più o meno a metà percorso, in cui l’artista viene intervistato nel suo studio, ormai anziano, quando le sue opere potevano infine essere catalogate, definite… Carrà è stato sicuramente un uomo molto scherzoso, in un secolo oscuro come il ‘900, e in un certo senso le gocce liquide dei suoi occhi ne dimostrano entrambi gli aspetti: della sua personalità, del suo tempo. Mancano pochi giorni alla fine della mostra su Carlo Carrà curata da Maria Cristina Bandera presso il Palazzo Reale di Milano, piano terra per la precisione – ché sopra c’è Picasso. Le opere esposte sono 130, molte delle quali prestate da collezionisti privati, aspetto che rende la visita ancora più preziosa. Eppure, che senso ha recensire una mostra che sta per finire, quando non c’è più tempo per correre a vederla? Nessuno, ma ho anche pensato che forse così è ancora più spontaneo quello che sto per dire: la mia non è pubblicità. È solo un racconto.

Devo specificare subito che alla mostra ci lavoro. Questo cambia tutto, o meglio caratterizza tutto, definisce il mio modo stesso di fruire dell’arte. Fruire è un’azione – oltre che una parola – meravigliosa, a cui non viene mai riconosciuta la potenza adeguata. Osservare in silenzio, cercare di capire, ascoltare. Prima di tutto si fruisce delle cose e poi si prendono delle decisioni. Io me ne sto nel mio Bookshop, tranquilla, seduta dietro allo schermo della cassa, a impilare cataloghi insieme ai miei colleghi, a cercare di capire come esporre quei libri che vendono meno – che tanto non serve a niente perché il libro più venduto resta sempre Come si seducono le donne di Filippo Tommaso Marinetti (e stiamo parlando del 1916 e di Futurismo, velocità guerra macchina, ma alle persone piace pensare che in quel libricino sia svelato l’unico segreto che non verrà mai rivelato al mondo…) – dicevo, me ne sto circondata dai libri, e da dietro la tenda nera che delimita lo spazio atemporale dell’esposizione da quello consumistico della realtà, spuntano i visitatori un po’ sconvolti, con occhi giganti, sorpresi dalla luce, e tutti, tutti veramente contenti.

«Che mostra bellissima!», «Che esposizione meravigliosa!», «Ne è valsa proprio la pena!», «Sono davvero soddisfatta!», «Ma come mai c’è così poca gente?» e via dicendo. Ecco, la mia visita alla mostra è cominciata così. Allora un giorno, dopo svariati tentativi e giri veloci in brevi archi di tempo, mi sono decisa e mi sono tenuta libera solo ed esclusivamente per visitarla: una pausa da ogni cosa. Avevo deciso di farlo da sola. Ma poi un’amica mi ha scritto: ‘Andiamo insieme oggi, anche io sono libera!’ – dal lavoro, anche il suo, nella soprastante mostra di Picasso. ‘Certo!’. Quindi ho capito. Che è sempre una questione di persone, di relazioni. Non potevo visitarla da sola, perché l’avevo già vissuta con ogni visitatore con cui avevo scambiato due parole al Bookshop. E dentro anche, in ogni sala un “ciao” al guardia-sala presente, e una condivisione di pareri perfino, gli stessi colori osservati da altri sguardi. Lavorare a Palazzo Reale è un’occasione che augurerei a molti. È una chance di incontro che si moltiplica ogni giorno: conoscere persone presenti attraverso persone passate.

Carlo Carrà è stato un pittore coraggioso, che dal Futurismo più puro è passato alla metafisica più asciutta e dolorosa per poi decidere che basta, avrebbe fatto di testa sua, e la testa sua gli diceva natura, forme geometriche all’interno dei paesaggi, contatto diretto con il suolo, con il mare, con l’umano, che a un certo punto sparisce dai suoi dipinti, ma solo perché in fondo ci è appena passato e ha lasciato un panno piegato, sotto a un pino marittimo, una barchetta vuota, un tendone da circo abbandonato. Ha lasciato una casa, è salito sulla montagna ed è già andato oltre, là dietro, dietro al quadro, oppure davanti al tavolo di un natura morta con coltello e libro. Un quadro di Carrà si potrebbe osservare delle ore intere, per assaporarne tutti i vuoti, tutte le mancanze, per considerarle parte delle cose, spazi nulli che riempiono il mondo. Fuori tutti – amici, colleghi, baristi, comunali, ex studenti, dispersi, senegal boys, venditori di rose, pompieri e perfino il nipote del pittore, visi incrociati mille volte, pezzettini di relazione – dentro ai quadri nessuno. La mostra di Carrà è stata una compensazione meravigliosa.

Poi l’umano è ricomparso, dopo l’abbandono, ritorna, compensa. A un certo punto nei quadri di Carrrà gli esseri umani diventano giganti, imponenti, delle statue di muscoli, dei veri monumenti di carne. Spesso ancora vicino all’acqua, seminudi, di schiena, solitari. Un’interiorità pura traspare da queste figure di bagnanti e nuotatori; intimità nel mare verde sullo sfondo, nel cielo quasi in tempesta. La mostra in sé è molto intima, questa sensazione mi è vorticata dentro per tutto il tempo, il contrario perfetto delle parole in libertà futuriste, dove si urlava, si sbraitava, da cui tutto è cominciato. Dalla rabbia espressa a colori del Futurismo, Carrà è tornato indietro, nella storia dell’arte, nelle emozioni. Si è ricostruito una sensibilità primitiva, ancora più profonda proprio perché filtrata da arti categoriche come il Futurismo e la Metafisica. Le forme si sono fatte semplici, simboliche e per questo misteriose: giocattoli, carrozze, sospesi su uno sfondo arancio scuro. E poi l’azzurro e il verde dei paesaggi. La mostra di Carrà è un percorso nella sua testa, nella mente di un uomo che ha trasformato la natura in uno spazio mitico, un luogo dove tutti vorremmo tornare, perché è da lì che veniamo. L’origine, il centro, un contatto cordiale con la terra.

…Forse siete ancora in tempo: manca una settimana!

Un’ancora di Salvezza

(di Alice Borghi)

Salvezza ha preso un posto particolare in casa mia, da quando ci è entrato. Sta lì, sopra il calorifero in bagno, tanto per ora è spento, e ogni volta che entro lo vedo e sì, quando sono seduta sul water lo sfoglio. Ma non pensate che sia perché è un brutto libro, tutt’altro. E’ un libro importante, per questo mi piace averlo sempre davanti, a portata di mano.

Salvezza è un bell’esempio di graphic journalism, pubblicato da Feltrinelli per la sua nuova collana di fumetti (Feltrinelli Comics) a maggio di quest’anno (2018). Racconta un fenomeno di cui sentiamo parlare in continuazione (l’immigrazione e gli sbarchi nel Mediterraneo) attraverso un’esperienza potente (alcune settimane passate sull’Aquarius – nave della ONG Sos Mediterranee) tramite un medium insolito (il fumetto). Di reportage se ne vedono alcuni (e se non ne avete visti, vi consiglio quello di Diego “Zoro” Bianchi fatto sempre sull’Aquarius), ma più che altro arrivano foto di persone, di gommoni, di barconi e di navi. Il fumetto è un medium nuovo per raccontare questa situazione di perenne emergenza umanitaria, e, a mio parere, è un medium davvero privilegiato (come sostenevano anche gli autori durante la presentazione del libro alla Feltrinelli di Milano – Duomo). Da una parte consente una presa pressoché diretta sui fatti, perché tutti i disegni sono abbozzati sul momento e quindi naturalmente restituiscono le emozioni dell’artista e dei soggetti. Dall’altra parte però, dato che parliamo di graphic journalism, il volume così com’è viene composto in un secondo momento, quando l’esperienza può essere valutata al meglio e strutturata per la fruizione del lettore. In più il fumetto ormai è un medium privilegiatissimo del mercato editoriale: raggiunge tutti, grandi e piccini.

Come se non bastasse, Salvezza è bello, davvero. Ben disegnato, ben scritto, non è retorico, è vero: racconta fatti, persone, che rischiano troppo spesso di diventare numeri nelle crisi politiche, o pedine nelle relazioni internazionali. Però Salvezza non è solo un appello umanitario: è anche journalism, quindi il fenomeno delle migrazioni è affrontato con riferimento alla recente legislazione italiana rispetto alle ONG (il decreto Minniti), alla situazione in Libia (con l’instabilità politica che favorisce terroristi e trafficanti di esseri umani).

Insomma, Salvezza dimostra che si può restare umani avendo davanti la realtà. Anzi, tendendole le braccia.

Un viaggio nelle borgate romane a metà Novecento

(di Marcella Valvo)

Pier Paolo Pasolini nacque a Bologna, ma si spostò frequentemente a causa della vita allo sbando del padre. La storia dello scrittore e della sua terra è una storia di arrivi e ripartenze. Anche la regione in cui trascorse la maggior parte del tempo, il Friuli, venne abbandonata, per sfuggire alle accuse di omosessualità.

E così Roma divenne la sua nuova casa, dopo un impatto con la città che lo segnò per la vita. Le tracce di questo incontro sconvolgente, impresse a fuoco nel suo animo, sono riversate in un romanzo (nonché il primo) fortemente sperimentale dell’autore: Ragazzi di vita, pubblicato nel 1955.
Non solo un libro che racconta una storia di ragazzi qualunque. Non solo un insieme di avventure, all’apparenza frammenti di esistenze. Ma anche un grido d’odio, anche una denuncia necessaria e inevitabile. Cosa, o chi, denuncia Pasolini? Lo scrittore si erge in lotta alle costrizioni della vita quotidiana e ai condizionamenti della società: tutto ciò che non gli permette di essere chi è e da cui sente di essersi liberato proprio lì, in quella città bellissima e disperata. Tramite una serie di racconti che vedono protagonisti i giovani borgatari romani – tutt’altro che bravi ragazzi! – Ragazzi di vita vuole rappresentare la realtà sociale della periferia della capitale, negli anni seguenti al regime fascista. Anni neri che hanno segnato indelebilmente la città e i suoi abitanti. Non c’è un protagonista soltanto: protagonisti sono i ‘ragazzi di vita’, ciascuno portatore di vita, o meglio di una ‘vitalità disperata’.

Il romanzo in realtà, si apre con un punto d’osservazione particolare: come una telecamera, le pagine inseguono il giovane Riccetto nelle sue imprese, mostrandoci la sua fame di vita e allo stesso tempo la paura che si nasconde dietro di essa. Le corse a perdifiato nelle strade di periferia, i furti più o meno riusciti ai Mercati Generali, i bottini racimolati al Ferrobedò, i sogni ad occhi aperti in riva al fiume. Il Riccetto fa parte a pieno titolo della realtà della borgata. Solo in seguito, quando deciderà di voltare le spalle a quel mondo e al mondo dell’infanzia (l’unico a noi raccontato), solo allora l’obiettivo della telecamera si sposterà da lui per inseguire più da vicino gli altri ragazzi del gruppo: il Caciotta, il Lenzetta, Alduccio…
Ma ciò che leggiamo in questo romanzo non è solo la gioia del vivere liberi, senza costrizioni. La vitalità di questi ragazzi è profondamente, indissolubilmente, intrecciata alla violenza e, in ultima istanza, alla morte. Come a voler rappresentare la reazione repressiva della società, già dalle prime pagine troviamo la morte accidentale di una donna ai Mercati Generali, e a questa seguirà il suicidio di Amerigo, così come la tragica fine del povero Piattoletta, piccola figura tragica la cui fine ingiusta e crudele spezza il cuore al lettore, senza scampo.
Di momenti di ‘strappo’ è colmo il romanzo: momenti fugaci, spesso troppo brevi, che lasciano intravedere una tenerezza di fondo nello sguardo con cui questi ragazzi sono osservati. Certo non sono santi, ma nemmeno demoni. Sono giovani e in balia di una realtà che li culla come la madre o il padre che spesso non hanno conosciuto. Così Marcello, intenerito dai cagnolini di Zambuia, ne prende con sé uno: immensa è la dolcezza con cui se ne prende cura. E poi una delle scene più significative del romanzo: il Riccetto che si getta in acqua, durante una gita in barca sul Tevere, per salvare una rondine che rischiava di annegare. L’assenza di una risposta a Marcello, che avrebbe preferito vederla morire, non fa che confermare l’estremo bisogno (e desiderio) sepolto nel cuore di prendersi cura di se stessi e dell’altro.

Il Riccetto li aspettava seduto sull’erba sporca della riva, con la rondinella tra le mani.
– E che l’hai sarvata a ffà, – gli disse Marcello, – era così bello vedella che se moriva!
Il Riccetto non gli rispose subito.
– È tutta fracica, – disse dopo un po’, – aspettiamo che s’asciughi!
Ci volle poco perché s’asciugasse: dopo cinque minuti era là che rivolava tra le compagne, sopra il Tevere, e il Riccetto ormai non la distingueva più dalle altre.

Per questo non si può che concordare con le parole di Gianfranco Contini, un grande amico di Pasolini, che nella recensione a questo romanzo scrisse: ‘Non è un romanzo? Infatti è un’imperterrita dichiarazione d’amore’.

Il coraggio della parola

(di Nadia Kasa)

Era un pomeriggio come tutti gli altri quando una bambina pakistana di 11 anni, di nome Malala, prese il pullman per tornare a casa. Tutto sembrava procedere seguendo la stessa routine quotidiana, ma una sosta inaspettata cambiò ogni cosa.

In molte culture antiche è presente una teoria del destino, secondo la quale tutto accade secondo uno schema ben preciso. La storia di Malala sembra seguire questa logica.

Quel pomeriggio degli uomini armati fermarono il bus e spararono dei colpi di arma da fuoco in testa a Malala. I talebani non ci stavano che venisse fuori la verità.

Malala aveva avuto il coraggio di parlare attraverso il suo blog, di denunciare i soprusi dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare del distretto dello Swat.

Grazie al soccorso prestato dai medici la bambina si salvò e si trasferì in Gran Bretagna dove iniziò a far conoscere la sua storia. Il suo obiettivo era quello di richiamare l’attenzione sul tema del diritto delle bambine all’istruzione e a una pari dignità dei sessi, in particolare nel mondo islamico.

Nel 2014 Malala è diventata la più giovane laureata nella storia ad aver ricevuto il Nobel per la pace.

Questa giovane donna è diventata il simbolo del diritto all’istruzione, della parità dei sessi e del coraggio delle donne: tutto grazie alle sue parole.

Metariflessione metaletteraria sulla metanarrazione

(di Federica Tosadori)

“Sentivo, nello scorrere pungente di quei giorni, la mancanza della letteratura. Fu però prima che mi accorsi improvvisamente, come una folgorazione, che erano anni che non leggevo un libro che mi piacesse. Da lì cominciai a rendermi conto che la letteratura mi era mancata tremendamente e mi misi a cercare tra la polvere millenaria, qualcosa sugli scaffali che mi sanasse da quella malattia. Ma qualsiasi libro si scioglieva in parole vuote, che cupe rimbombavano tra il cervello e lo stomaco. Avevo disimparato a leggere.”

“Chiusi la copertina, e questa di rimando mi restituì il volto grigio di uno scrittore intellettuale. Quindi davvero quella era la fine. Avevo riletto senza nemmeno accorgermene, quelle cinque ultime righe la quantità di volte che mi sembrava necessaria all’accettazione che il libro accompagnatore della mia estate, fosse davvero finito così tristemente.”

«Bhè, come incipit non è male!» pensai.

La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

Ben oltre una partita di calcio

Players from the Italian football team are celebrating after scoring 4:3 against Germany in Mexcio City during the 1970 FIFA World Cup. On the right a disappointed Gerd Mueller, Germany.

(di Luciano Sartirana)

Sarò futile… ma ogni 17 giugno mi viene in mente… che tempi. Il 17 giugno 1970, all’Azteca di Città del Messico, 102.444 spettatori stanno per assistere a Italia-Germania Ovest, la semifinale mondiale. In Europa, quando il peruviano Arturo Yamasaki Maldonado dà il fischio d’inizio, è l’una e un quarto di notte; i tedeschi sono favoriti. Invece all’8’ gli azzurri vanno in vantaggio grazie a un tiraccio di Boninsegna da fuori area dopo un guizzo in coppia con Riva. Da quel momento la partita diventa molto tattica, Albertosi è in gran serata e, a differenza della scacchiera inglese superata dai tedeschi ai quarti, quella italiana tiene. Gli ultimi minuti contengono però più elettricità che non tutta la partita prima. Al 90’ un calcio d’angolo manda la palla sulla testa di Seeler che la gira in porta, ma Albertosi toglie la sfera da sotto la traversa. Altro angolo tedesco, è assedio, Held spara in mezzo, Albertosi esce sui piedi di Müller a tre metri dalla porta. Pallone di nuovo alla West-Deutschland, Grabowski aggira tutta la difesa italiana con un cross al centro… dove si trova il difensore Schnellinger, che non si fa certo pregare… pareggio tedesco al 92’, l’acuto del fato in un copione da Nibelungen. L’incredibile è successo. Tra l’altro, oggi è normale che una partita vada oltre il 90’, ma allora non succedeva praticamente mai. Molta gente, in Italia, vede subito nero e se ne va a dormire sconsolata. Partono i supplementari. Al 4’ del primo supplementare Libuda tira un angolo, Seeler la butta verso la porta, Cera e Albertosi pasticciano sulla linea e Müller ci mette il piede omicida. 1-2. Un altro po’ di Italia con il morale sotto le ciabatte va a dormire. Quattro minuti dopo Rivera depone una palla in area su punizione; Patzke la ferma malissimo di petto e la consegna a Burgnich – uno che è entrato nell’area avversaria sì e no tre volte in carriera – che la scarica dritta nella porta di Maier. 2-2. Chi è andato a letto sente le urla di tutta la sua città e torna di corsa davanti al televisore. Come il gol del terzino interista testimonia, nessuno dei ventidue in campo sta più al suo posto. Non c’è più tattica, non ci sono più marcature, nessuno schema… solo i portieri si ricordano chi sono e non se ne vanno in giro. A un minuto dalla fine del primo tempo supplementare, Rivera in mediana lancia Domenghini, che si fa tutto il campo di corsa e consegna la palla a Riva poco fuori area. Una finta da magister, difesa teutonica mesmerizzata, legnata decisa e palla di nuovo in gol. 3-2. Penisola in delirio. Comincia il secondo supplementare. Al 5’ Albertosi alza miracolosamente sulla traversa un’inzuccata di Seeler. Sul calcio d’angolo la palla arriva ancora al satanasso Müller che infila di nuovo gli azzurri. 3-3. Rivera è sulla linea – appunto, nessuno sapeva più dov’era – ma è preso in controtempo e non riesce a fermare la biglia; Albertosi gliene dice di tutti i colori. Passano meno di 60”… Facchetti a centrocampo lancia Boninsegna come ala sinistra, che se la corre via resistendo con rabbia alla carica del suo marcatore Schulz, arriva quasi sul fondo e butta in mezzo. Lì, a fare il centravanti in una difesa tedesca più aperta di una piazza, c’è Rivera… che consegna quel pallone alla storia battendo di nuovo Maier. 4-3. Una partita da infarto. La sceneggiatura scritta da un gibbone in acido. Fotogrammi allucinati di un scoppio di impossibile. Una delle gare più emozionanti dell’intera storia del calcio. Alle quattro di notte strade e piazze italiane si riempiono di auto impazzite, di fiaschi di vino, di baci, di gighe e di pizzica. La Germania, la grande e terribile Germania, che solo 25 anni prima aveva occupato l’Italia seminandola di massacri (in quel momento, qualsiasi italiano con almeno 30 anni ricorda i tremendi anni della guerra per esperienza diretta) è oggi ridotta a niente grazie a undici giovanotti su un campo di calcio d’oltreoceano. E centinaia di migliaia di immigrati italiani in Germania sono alle finestre delle loro claustrofobiche baracche attorno alla Siemens, alla Bosch, alla Volkswagen, uniti da un immenso gesto dell’ombrello verso il Paese che hanno attorno, ostile e sprezzante nei loro confronti.