Dentro e oltre le Piccole donne

(di Francesca Ferrara)

Quando si scrive una fan fiction, le strade percorribili sono due. Quella conservatrice, in cui si mantiene l’integrità originale dei personaggi e si arricchiscono alcuni passaggi della trama senza comunque metterne in discussione i pilastri. E’ una strada a basso rischio; nel peggiore dei casi la reazione del pubblico sarà di indifferenza.

La seconda via è quella critica e creativa. Ciò che nella storia originale si era dato per scontato viene deposto dalla sua mensola ed esaminato nel suo prima e nel suo perché. Operazione rischiosa, perché non tutti gli ammiratori dell’opera originale potranno trovarsi d’accordo.

L’idealista (March in originale e nella seconda edizione italiana), romanzo premio Pulitzer scritto da Geraldine Brooks ed edito in Italia nel 2005 da Neri Pozza, si muove entro una precisa finestra temporale: da quando il padre delle piccole donne inizia la sua esperienza fra le truppe dell’Unione a quando viene ricoverato nell’ospedale di guerra di Washington e fa ritorno a Concord. Fin qui nulla di sovversivo.

Il suo personaggio è ricalcato su quello dell’educatore Bronson Alcott, padre di Louisa May, la cui intera famiglia è stata il cartamodello per il romanzo del 1868. Abolizionista, fra i padri del trascendentalismo, insieme a Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson, e innovatore nei metodi di insegnamento scolastico, ma anche precursore del veganesimo, fondatore di una comune (Fruitlands) e contrario ad indossare i tessuti ricavati dagli animali, come seta e lana. Un dettaglio non trascurabile durante gli inverni nel Massachusetts.

Il problema risiede nell’involucro. Non posso pronunciarmi su Bronson Alcott, ma il cappellano March, io narrante, è noioso, melenso e grondante autocompiacimento. E lo dico con un certo senso di colpa, perché ho amato L’isola dei due mondi della stessa Brooks.

March manca, inevitabilmente, di tensione narrativa. E questo sebbene si alternino due piani temporali, il presente della guerra e il passato della giovinezza. Per quanto possa avvicinarsi alla morte in più occasioni, sappiamo a priori che non morirà qui e ora. Così come sappiamo già che l’infatuazione per la schiava Grace Clement non lo strapperà al suo matrimonio.

Nell’intenzione di mantenere una continuità con la scrittura di Piccole donne, inoltre, Brooks usa uno stile che pur non sacrificando la scorrevolezza moderna emula per dovizia di dettagli e aggettivazione quello ottocentesco. Una scelta sensata, ma che non aiuta una trama e un protagonista poco incalzanti.

La tensione quindi può essere soltanto interiore e la maggior parte del libro non è altro che una lenta, lenta preparazione al momento in cui le contraddizioni della guerra e i l’impotenza dei suoi ideali prenderanno a schiaffi il volto emaciato del cappellano.

Schiaffi metaforici, a differenza di quelli con cui cerca di addomesticare sua moglie, Margaret “Marmee” March, che ha l’abitudine di infervorarsi troppo in pubblico per la causa degli schiavi. Un comportamento inaccettabile da parte di una moglie e una madre, frutto della penna di Brooks, che ha voluto intaccare l’aura di santità del personaggio originale. Intento apprezzabile, esito che lascia contrariati.

Finché… March perde conoscenza e, fino al suo risveglio, proprio Marmee è la nuova voce narrante. Primo colpo di scena. Mentre raggiunge Washington, nel suo monologo interiore, l’unico spazio in cui possa parlare apertamente, smonta una dopo l’altra tutte le brillanti iniziative del marito. Non è mai stata d’accordo con il voto alla povertà per scelta e tantomeno con la sua decisione di partire come cappellano di guerra (!). Secondo colpo di scena. Marmee parla per appena quattro capitoli, ma sono bastati per farmi rivalutare questo romanzo.

Qual è il suo cuore, dunque? Ebbene, a conti fatti, tutto ciò che March dava per scontato, nel suo sistema di valori quanto nella sfera domestica, è stato ribaltato. Si è recato al fronte per portare conforto e insegnare agli schiavi liberati, ma ha causato, in modo più o meno diretto, la morte delle persone con cui ha interagito. Che cosa resta? L’accettazione dei propri limiti a scapito di qualsiasi eroica intraprendenza, ma soprattutto i legami. Con i vivi che hanno sacrificato la propria libertà per dargli la salvezza e con quelli che lo reclamano a casa. Con i morti che continuano a stargli accanto, memento del suo fallimento ma riconoscenti per avere incrociato il suo cammino.

 

Verso dove?

(di Alice Borghi)

È stata dura, ma alla fine l’ho letto tutto d’un fiato, o quasi. Come scrive Martina Testa nella prefazione di questo bel volume, “David Foster Wallace è uno scrittore difficile”. Non serve aver letto Infinite Jest per saperlo – anche se io sinceramente ho preferito La scopa del sistema. Questo romanzo, – sul meta-romanzo – è forse ancora più ostico. Non per la scrittura, che è la solita di David: periodi lunghissimi che ondeggiano tra mille digressioni, ma qui almeno non troviamo le solite lunghe note a piè di pagina. Non per la trama, che comunque è sottile, quasi inesistente: la quarta di copertina parla di un viaggio, e in effetti un viaggio fisico c’è, attraverso le campagne dell’Illinois per raggiungere una mitica città dal nome simbolico: Collision.

In realtà tutto è simbolico in questo romanzo. A partire dai personaggi, ispirati da romanzi e racconti di metafictions americani. Segue il viaggio, che è più che fisico, quasi profetico soprattutto per il lettore: percorre a fatica 180 pagine, affrontando digressioni, monologhi e dialoghi inframezzati da visioni e arriva alle pagine in cui sembra che qualcosa venga rivelato. Anche lui compie questo viaggio insieme a cinque personaggi bloccati nella meta-vita, in quello che credono di sapere di sé stessi; anche lui viene investito dalla rivelazione fatta dal sesto, Magda. Magda “è una persona sveglia”, lei vede, guarda, e quindi sa. Sa che la verità è là fuori e il romanzo deve tornare là fuori: è l’unico modo per scrivere qualcosa “che dia una fitta al cuore”. Così inevitabilmente il lettore arriva alla fine della storia, quasi come se l’autore volesse spingerlo fuori. Alla vita.

Se vi piace David oppure no, se non lo conoscete affatto ma volete provare vi consiglio la trasmissione di Radio3, Ad Alta Voce. Dal lunedì al venerdì alle 17 leggono ad alta voce (appunto) un pezzo di letteratura a loro scelta. Fino al 29 settembre leggono Una cosa divertente che non farò mai più, di David Foster Wallace.

Paolo Cognetti – La sua New York e le sue montagne

(di Nadia Kasa)

Dai primi racconti al romanzo Premio Strega 2017, passando per New York

Paolo Cognetti, classe 1978, vincitore del Premio Strega 2017 con il romanzo Le otto montagne. Ieri sera, lo scrittore è stato ospite del talk Vite parallele presso il Museo del Novecento di Milano, che ospita la mostra New York New York. Lo scrittore infatti è anche un esperto della città di New York e ha scritto diverse guide e racconti su di essa. Tra i più importanti New York è una finestra senza tende e Tutte le mie preghiere guardano verso ovest.

Diplomatosi nel 1999 alla Civica scuola cinematografica di Milano, per diverso tempo si dedica alla realizzazione di documentari sulla città di New York. Ne rimane affascinato. La New York di Cognetti non è quella scintillante della Fifth Avenue, dell’Empire o di Times Square, ma quella degli edifici con mattoncini rossi e scale antincendio, quella dagli odori poco piacevoli e dalle zone ancora in cantiere. Si tratta di una visione che non è quella del turista, preso a visitare le classiche attrazioni, ma di un vivere la città in maniera vera. Come lo farebbe un qualsiasi americano. Tanti gli scrittori americani citati da Cognetti, tra questi Wallace, Moody e Carver, che lo hanno influenzato e fatto innamorare della letteratura.

La mia esperienza, da europea che visita New York per la prima volta è stata di sbalordimento. Nessuna città è come questa, macchine enormi – da capire che a mio avviso le macchine sono piccole, grandi, enormi, colorate, bianche e nere – edifici altissimi, bar ad ogni angolo, dove puoi trovare tutto ciò che hai almeno una volta sognato di mangiare nella vita – torte al cioccolato, uova strapazzate, ovviamente bacon ovunque, toast di tutti i tipi, muffin… ripeto, muffin. Ciò che ho pensato e che ieri sera Cognetti ha confermato è che: a New York trovi tutto quello che vuoi. Tutti i tipi di confessioni religiose, quartieri dedicati – vedi Little Italy, Chinatown, ma anche di meno famosi – aree per lo sport, musei di ogni tipo.

La città di cui si è parlato ieri sera ti accoglie a braccia aperta. Nonostante abbia un alto numero di abitanti, non si riscontra la frenesia di Milano. Forse marciapiedi più grandi, una ventina di linee della metropolitana e bar a ogni angolo agevolano molto i lavoratori e gli studenti. Cognetti ha fatto riferimento a quanto in una città del genere ci si possa isolare, questo sembra un paradosso, ma è possibile girare New York per settimane senza parlare con nessuno, dice. Una solitudine che lo scrittore conosce bene, vista la sua passione per la montagna.

Le otto montagne 

Le otto montagne è un romanzo uscito nel 2016, pubblicato da Einaudi. Ha avuto fin da subito un ottimo riscontro da parte della critica e dei lettori, tanto da portarlo, quest’anno, a essere premiato al Premio Strega. Ma a fare la differenza, oltre che la qualità del romanzo, credo abbia avuto un gran ruolo anche il personaggio Cognetti. Il suo rappresentare, in prima persona, ciò che scrive lo rende autentico e di valore agli occhi del pubblico. Da molti che non ne conoscevano l’aspetto ho sentito dire: «È proprio come lo immaginavo!».

Il romanzo narra la storia dell’amicizia tra Pietro e Bruno. Il primo vive a Milano, il secondo in montagna, dove appunto Pietro trascorre le sue vacanze. I due crescono insieme, tra passeggiate, escursioni con il padre di Pietro, bagni in ruscelli ed esplorazioni di case abbandonate. Con il tempo crescono, ma l’amicizia rimane. A ogni ritorno di Pietro in montagna sembra che il tempo non sia mai trascorso. Bruno è sempre lì ad aspettarlo.

La storia pone due riflessioni: la prima è sull’amicizia, la seconda sulla montagna. L’amicizia tra Pietro e Bruno non conosce tempo e confini. Entrambi hanno le loro vite, Pietro studia e poi dopo il diploma alla scuola di cinema fa diversi viaggi; Bruno lavora in montagna. Tutto sembra fermarsi quando però si rincontrano ogni anno. Si pone attenzione sul tempo trascorso insieme, non su quello “mancato”. Il secondo aspetto è ovviamente la montagna. Entrambi i personaggi hanno un attaccamento nei confronti di questa, come se rappresentasse una forza vitale da cui prendere energia.
Lo stile di Cognetti è semplice, diretto, sintetico, senza giri di parole. Ne usa poche che arrivano al significato tangibile, eliminando il superfluo, in un attento lavoro di scrittura e revisione.

La trama – apparentemente semplice – si rivela poi piena di significato. E di fatto, pare domandare al lettore: cosa conta davvero nella vita?

I ricchi di Joyce Carol Oates

(di Monica Frigerio)

“The reality would be hell, but then reality is always hell.”

I ricchi, traduzione italiana dell’originale Expensive People, è il secondo capitolo dell’‘Epopea americana” di Joyce Carol Oates, pubblicato per la prima volta nel 1968 e riproposto quest’anno in Italia dal Saggiatore.

Segue Il giardino delle delizie, primo capitolo della saga, ma da questo si distingue per tecnica e toni, quasi fossero l’opera di due penne diverse.

Dalla drammaticità e linearità di stile del primo, dove la trama è l’elemento fondante di tutto il romanzo, si passa a una noir comedy più à la Vladimir Nabokov, pungente e avvincente, già a partire dall’incipit che recita “Ero un assassino bambino”, efficiente preludio per l’Inquietante a venire.

Ma già l’immagine in copertina ci immerge nello spirito del libro, la cui protagonista incontrastata è l’America wasp (white anglo-saxon protestant) degli anni ’60 con il suo corredo di valori marcescenti che la Oates si diverte a smantellare uno a uno.

Temi già noti, conosciuti, e probabilmente di facile presa sul lettore, ma a cui i grandi scrittori sanno sempre dare nuova vita, in modo in questo caso sorprendente considerata la giovane età dell’autrice al momento della composizione.

Come in molti dei suoi racconti, la Oates va alla ricerca del nucleo fondante di violenza e potere al di là delle loro apparenze, al di là di villette dal giardino perfetto, di collane di perla e party costosi, qui attraverso la voce narrante di Richard Everett, che si auto-introduce da subito come un ragazzo di cui il lettore preferisce non sapere l’età, che pesa centotredici chili, recluso in casa, dove divora tonnellate di cibo per dar voce al suo degrado interiore.

Il romanzo che abbiamo tra le mani, infatti, altro non sarebbe che la messa per iscritto delle sue memorie, il racconto della Disintegrazione della sua infanzia tra scenari più che borghesi, trascorsa osservando minuziosamente i gesticolamenti di due genitori ingombranti e per lui quasi incomprensibili, inarrivabili.

Il padre Elwood, rumoroso, spavaldo, patetico e attraente allo stesso tempo; la madre bellissima, algida, affascinante scrittrice di origini misteriose, Natashya Romanov Everett. Una madre che il fragile, rachitico Richard ama con terrore, senza speranze, cercando di compiacere nelle sue idiosincrasie.

Questo fino a quando l’imbroglio e gli inganni non si palesano, fino a quando verrà compiuto l’unico gesto possibile da parte del figlio.

Una satira grottesca, forse a tratti ancora poco matura, un ingrediente che tuttavia rende la brutalità di ciò che si vuole raffigurare ancora più efficace; che sa sconfinare oltre i limiti della storia narrata per diventare anche un ritratto sociale dell’America di quegli anni.

Ci sembrerà quasi di poter davvero camminare attraverso le vie di Cedar Grove piene di case meravigliose circondate da bianchi steccati, sembrerà di intravedere sorrisi bianchi e smaglianti provenienti da donne con acconciature perfette, di percepire l’aria fragrante e l’atmosfera insicura di quella mattina di gennaio quando tutto ebbe inizio, senza sapere se essere entrati in un sogno o in un incubo, ma con la risposta a sole poche pagine di distanza.

 

 

Per non spegnere il cervello sotto l’ombrellone

(di Alice Borghi)

Stavo per partire per una settimana di mare a inizio luglio e ovviamente cercavo un libro da portare con me. Requisiti: piccolo e maneggevole (niente copertine rigide), distensivo, divertente ma non stupido, una piacevole lettura estiva. Incredibilmente l’ho trovato e sono qui ora a scriverne. Si intitola Il megafono spento, di George Saunders, edito minimum fax. Inutile dire che già dalla copertina sembrava promettere bene: colori e brossura, accoppiata vincente per una lettura da ombrellone.
Sottotitolo: Cronache da un mondo troppo rumoroso. Una raccolta di articoli e saggi brevi, dunque. Ho storto un po’ il naso: ci mancava solo il libro bacchettone, quello che ti fa sentire in colpa a ogni riga che leggi. Comunque l’ho preso dalla libreria e ho sperato di non sbagliarmi.
Ora posso dirvi che questo libro è esattamente quello che sembra. Una raccolta fresca, di piacevolissima lettura, in cui Saunders mette insieme riflessioni serie sulla società americana (la prima risale al mandato presidenziale di Bush jr.) e reportage divertenti da Dubai o dal Nepal. Ha il pregio di non essere mai né bacchettone (come spesso sono questi pseudo-saggi sulla decadenza della società), né frivolo, banale o scadente. Insomma, ve lo consiglio, se anche voi cercate una lettura divertente per l’estate, ma non volete rinunciare a far andare un po’ il cervello.

La storia di Yoro

(di Nadia Kasa)

Secondo la critica, Marina Perezagua è una delle più importanti scrittrici della nuova scena letteraria spagnola. Ha pubblicato le raccolte di racconti Creature dell’abisso e Latte. Yoro è il suo primo romanzo, pubblicato prima in Spagna, e quest’anno in Italia dalla casa editrice La nave di Teseo. La scrittrice oggi vive a New York dove insegna all’Università.
La protagonista della storia è una donna che si fa chiamare H – nome che ha un preciso significato, perché H è una lettera muta così come si sente la donna, ma anche perché legata all’elemento dell’idrogeno, che le ha portato via ogni cosa – sopravvissuta all’esplosione della bomba di Hiroshima del 6 agosto 1945. La storia inizia proprio dal minuzioso e attento racconto dell’esplosione. La luce che accecò la città e i suoi abitanti; il calore, così forte da pensare che la vita sulla Terra fosse terminata; la nube tossica che impediva la cosa più naturale che l’essere umano dovrebbe fare: respirare; gli ospedali colmi di persone dall’identità sconosciuta, a causa della mancanza di lembi di pelle, carne, occhi; e ancora, le ombre lasciate sui muri dalle persone vicino l’esplosione. Un racconto atroce che fa porre – anche al lettore meno scrupoloso – molte domande sulla crudeltà che l’uomo è in grado di perpetrare.
L’esplosione rappresenta l’evento scatenante che cambia la vita di H, i suoi obiettivi, il suo carattere. H cresce poi a New York, adottata da una famiglia americana – strano destino visto che proprio gli americani sganciarono la bomba – e nel suo affrontare le difficoltà di una persona che ha subito un tale trauma, incontra Jim, un ex marine americano sopravvissuto agli orrori della guerra in Giappone, di cui si innamora in maniera totale. Anche Jim è una vittima e sembra proprio che le loro strade si siano incrociate per una precisa ragione: trovare Yoro. Yoro è una bambina che fu affidata a Jim e cresciuta come una figlia durante la sua missione. Yoro è una persona, ma anche un vero e proprio obiettivo da ricercare e tale diviene anche per H, che tanto avrebbe voluto una figlia, ma che in maniera logica e concatenante non potrà mai avere a causa della bomba.

Il romanzo può essere collocato all’interno del genere storico. Gli avvenimenti sono reali, documentati, ma i personaggi sono frutto della fantasia della scrittrice. Nonostante ciò, fino alla fine il lettore crede costantemente alla veridicità dei protagonisti, tanto da immedesimarsi negli obiettivi di questi.
Yoro non è solo la storia di una vicenda ambientata durante la guerra che spiega il seguito dei personaggi che l’hanno vissuta, ma anche la storia degli emarginati, degli esclusi dalla società, di quelli che vengono considerati gli abietti. Inoltre, in parallelo, i riferimenti alla sessualità sono molti: la sensazione di sentirsi inadeguati; il sesso utilizzato come strumento per nascondere le proprie fragilità; il coraggio di cambiare e imboccare strade diverse rispetto a quelle da cui si partiva. H, è costantemente combattuta, isolata, si è sempre sentita donna, ma non sempre è stata considerata tale dalla società. E anche quando vuole un figlio, la bomba glielo impedisce. Jim, d’altro canto è stato privato di ciò che più amava. Yoro diventa una ricerca fondamentale per entrambi, per Jim rappresenta la liberazione di una missione che non ha terminato, una missione personale; per H – nonostante non abbia mai conosciuto Yoro, sente di avere con lei un legame profondo – la bambina, rappresenta la possibilità di diventare madre, ma anche di salvare sé stessa.
Tutta la storia è articolata in una serie di avvenimenti atti alla ricerca di Yoro, viaggi, incontri, confessioni personali, delle vere e proprie tappe che H e Jim devono affrontare per arrivare al termine della ricerca. Anche il finale, per nulla scontato, per nulla prevedibile lascia il lettore sorpreso.
L’ultimo tema importante del romanzo è il rapporto tra madre e figlia, un legame di risonanza tra una calamita fatta di un magnete speciale, quello dell’amore.
Marina Perezagua non narra la storia da una prospettiva esterna, ma parla direttamente con il lettore. Si rivolge a lui rendendolo partecipe degli episodi narrati via via senza gradualità emotiva. Espone in maniera diretta tutto ciò che osserva, rendendolo vivo agli occhi di colui che legge.
Il suo stile narrativo ha una propria dolcezza musicale, fatta di accordi bassi e acuti improvvisi; di termini forbiti, ma anche di tanta semplicità. Colui che si approccia a questo stile comprende che non ci sono mezzi termini, che la vita ha periodi di alti e bassi e che le difficoltà vanno affrontate a testa alta nonostante si pensi siano troppo per noi.
In fondo, ciò che mi sono messa in testa, è che ognuno di noi è alla ricerca di una Yoro, di un suo obiettivo personale, di un’ambizione da perseguire che è più grande di qualsiasi altra cosa e che ci dà la forza di vivere e lottare quando tutto sembra andare per il verso sbagliato.

Dal libro…
Le racconto una cosa. A me piace molto essere accarezzata. Ero arrivata a tediare il povero Jim per le innumerevoli volte che gli avevo chiesto di accarezzarmi le braccia, i capelli o le gambe mentre guardavamo un film, o prima di addormentarci. Qualche volta, per risparmiargli quel capriccio, provavo ad accarezzarmi da sola, ma non era la stessa cosa, le carezze mi rilassavano solo se era la mano di un altro a farmele. La spiegazione è – o almeno quella che mi sono data io – che la pelle prova piacere soltanto se il piacere arriva in modo imprevisto, a sorpresa, quando la carezza avviene senza che il cervello ne conosca l’intensità, il momento o il punto esatto in cui la riceve. Ebbene, credo che con la tristezza succeda la stessa cosa. La tristezza, come il piacere della carezza, si produce su un terreno vergine, e affinché faccia effetto è necessario che accada come se fosse la prima volta. Nel mio caso, ho come l’impressione che, di tante tristezze che ho vissuto, ormai nessuna possa cogliermi di sorpresa; sono un braccio, una gamba, un capello che ha provato tante volte la stessa sensazione da aver perso la capacità di rattristarmi. Tuttavia, potevo, e posso ancora, rallegrarmi, perché nonostante ciò che ho fatto sono una donna buona, e le persone buone non perdono mai la facoltà di provare gioia.

Il padrone di Parise

(di Monica Frigerio)

Parise, il nostro Kafka. Con Il padrone, uscito nel 1965, racconta una favola lucida e opprimente, senza tempo, che come ne La metamorfosi sa narrare con una finezza difficilmente raggiungibile cosa sia l’alienazione nel mondo del lavoro.

Un ragazzo poco più che ventenne nato in provincia si trasferisce nella grande città per iniziare a lavorare in un’importante ditta commerciale. È felice. È l’avverarsi di un sogno, il mito di sempre della realizzazione personale: diventare un lavoratore e provvedere in modo indipendente ai propri bisogni.

Qui conosce il proprietario della ditta, il dottor Max, e tutta una serie di Lotar, Bombolo, Pippo e Pluto, personaggi dai nomi alquanto buffi che ci immergono sempre più nello spirito grottesco del romanzo.

Il tema della proprietà è sottolineato fin dall’inizio, fin troppo evidente e forse banale per essere la chiave di lettura principale del romanzo.

Fin dai primi capitoli tra il giovane provinciale e il suo padrone, si instaura un dialogo su cosa sia la moralità, chiodo fisso del dottor Max, e su cosa significhi la libertà dell’individuo all’interno di una ditta commerciale e alla domanda di quest’ultimo che recita «Così, lei si ritiene di mia proprietà?», il protagonista è pronto a rispondere senza esitazioni «Sì, almeno fino a quando starò qui con lei, in questa ditta commerciale».

Quest’arrendevolezza e desiderio di omologazione a tutti gli altri – andrò in villeggiatura d’estate nei venti giorni che mi toccheranno, se mi toccheranno, come tutti, come tutti gli uomini di questo mondo – è dato per scontato fin dall’inizio, ma sono solo i prodromi che servono per farci gustare l’impianto scenico costruito nel testo, il suo vero plus.

Lo spettacolo è il vero protagonista del romanzo, o meglio la spettacolarizzazione, la recita umana che si consuma tra le mura dell’azienda.

Pagina dopo pagina il protagonista si trova risucchiato senza rendersene conto in un microcosmo malato, a tratti macabro e innaturale, sicuramente amplificato, ma che nonostante o forse proprio per questo restituisce con limpidezza il senso di oppressione che può rappresentare il mondo del lavoro.

I personaggi che popolano la ditta non sono reali, solo pedine di uno show crudele che mira al loro annientamento, e i discorsi sulla moralità che il dottor Max va predicando, da un’apparente iniziale serietà, si fanno sempre più astrusi, solo una maschera che nasconde un delirio di onnipotenza, la creazione di una religione del lavoro di cui egli vuole essere il Dio.

Ogni questione inizia a essere pesata sul piatto della moralità e in virtù di ciò privata di qualsiasi sostanza; sebbene il protagonista acquisti consapevolezza rimane ormai intrappolato nel meccanismo perché assuefatto dall’idea che un’alternativa non esista – eravamo da capo un’altra volta, con la morale, con la proprietà, con la libera scelta. Ho risposto di sì, che andava bene.

Una cosa estremamente immorale è per esempio l’idea di lavorare solo per guadagnarsi da vivere e soprattutto commettere «l’errore enorme di dirlo. Per questa ragione il dottor Max ha dovuto punirlo due volte con una decurtazione di stipendio», già perché senza l’entusiasmo…

Senza l’entusiasmo, o meglio l’allegria, non si va da nessuna parte. È Questo che Rebo, l’inquietante direttore generale dall’aspetto perfettamente simmetrico assunto dal dottor Max, cerca di spiegare al protagonista chiamandolo per un colloquio vis à vis nel famigerato ufficio all’ultimo piano di fantozziana memoria.

Un modo di pensare non dissimile da quanto accade oggi, una filosofia del tipo “o sei felice o ti licenziamo”, che inevitabilmente porta i dipendenti a essere infelici perché costretti a essere felici e quindi sottoposti a un ulteriore dose di stress probabilmente evitabile.

L’unico momento in cui un po’ di realtà sembra rimettere piede su questo palcoscenico è quando il padre, preoccupato dalle notizie che riceve dal figlio in città, viene a fargli visita dalla provincia.

L’uomo sembra diventare all’interno di questo teatro di immagini l’unico portatore di verità, e lo si nota anche da alcune scelte lessicali fatte dall’autore, nelle prime battute del dialogo tra il padre e il narratore infatti si può notare come compaia spesso il termine realtà insieme ad espressioni affini.

Il padre è  l’unico a volere mostrare al figlio come stanno veramente le cose. Ma è uno sforzo a vuoto, ingombrante.

Non c’è nulla da fare, l’ingrediente per funzionare nella ditta del dottor Max rimane uno solo: essere una cosa, allora sì che si vivrebbe bene, un soggetto di cultura e intelligenza limitata, il dipendente perfetto in un perfetto processo di spersonalizzazione.

Il nostro narratore è così vicino nel raggiungere questo obiettivo che Parise, lungo tutto il romanzo, non si preoccupa neanche di dargli un nome.

 

L’invenzione delle ali

(di Francesca Ferrara)

C’era un tempo in cui in Africa le persone volavano. Me lo raccontò mamma una notte, quando avevo dieci anni. «Monella» disse «tua nonna lo ha visto con i suoi occhi. Diceva che volavano sopra gli alberi e le nuvole. Diceva che volavano come merli. Venendo qui ci siamo persi quella magia.»
(L’invenzione delle ali, 2015, p. 9)

Appena i miei occhi hanno accarezzato l’incipit di questo romanzo, sono stata fiera di me: ottima valutazione preliminare nell’acquistarlo.

Ci sono libri che si aprono con prevedibili considerazioni esistenziali o descrizioni paesaggistiche tiepide, che potrebbero portare la firma di chiunque. Altri, invece, riescono a lasciarti interdetto: “No, aspetta. Eh?”. Proprio così: un tempo, in Africa, le persone volavano.

Sue Monk Kidd mi aveva ammaliata con La vita segreta delle api, suo romanzo d’esordio. Al di là delle incoraggianti premesse della trama – un’adolescente bianca in viaggio con la governante afroamericana, per calpestare le tracce lasciate dalla madre prima di morire, nel South Carolina degli anni ‘50 – Kidd aveva suscitato tutta la mia invidia grazie allo stile della narrazione. Le sue metafore abbattono ogni banalità, e persino gli stati d’animo più impalpabili acquisiscono concretezza. Prima ancora di empatizzare con i personaggi sul piano emotivo o mentale, è la fisicità di ciò che vivono ad avvicinarci a loro.

L’invenzione delle ali, devo ammetterlo, non si dimostra stilisticamente all’altezza del suo antenato. Le stesse esaltanti aspettative alimentate dall’incipit vengono soddisfatte solo in parte. Inizialmente ero perplessa e delusa, ma poi ho colto la sostanziale differenza fra i due testi. La vita segreta delle api è un’opera di fantasia, progettata in ogni evento e parola da Kidd stessa; L’invenzione delle ali è un romanzo storico, altamente fedele alle vicende reali dei personaggi di cui narra.

Nella fattispecie, le sorelle Sarah e Angelina Grimké, pioniere dei diritti delle donne e attiviste per l’abolizionismo nel XIX secolo. È Sarah, la maggiore delle due, a farsi voce narrante per entrambe, alternandosi capitolo dopo capitolo all’altro personaggio cardine: Hetty Monella Grimké, schiava personale di Sarah fin dall’età di undici anni, a cui la giovane Grimkè insegnerà a leggere e scrivere, violando le leggi dello Stato. La vera Monella morì ancora adolescente, ma Kidd la mantiene in vita, consapevole che il suo raccontare rappresenti il vero arricchimento all’intera trama.

Sarah e Monella sono coetanee e seguiamo la loro crescita attraverso gli anni. I sogni di Sarah, diventare avvocato prima, ministro quacchero poi, si infrangono uno dopo l’altro, inconciliabili con il suo essere donna. La parte centrale del romanzo, per quanto riguarda lei, è un permanere di riflessioni senza uscita, di desiderio di evadere che non riesce a trovare espressione. E mentre Sarah lascia Charleston, viaggia e si tormenta, le sue angosce, se pur condivisibili, finiscono per apparire futili rispetto alle difficoltà materiali a cui Monella deve sopravvivere a casa Grimké.

Come si sarà intuito, è lei la mia favorita. Lei che, dopotutto, è in gran parte frutto dell’immaginazione di Kidd. Grazie, talvolta suo malgrado, a Monella entriamo nella Casa del Lavoro (istituto di “correzione” per schiavi indisciplinati), parliamo con Denmark Vesey, che comprò la libertà vincendo alla lotteria e cospirò la rivolta degli schiavi di Charleston, e soprattutto tessiamo e cuciamo le “coperte della storia”, espressione artistica e di memoria familiare della tribù Fon.

Sarah Grimkè accelera il passo nelle ultime cinquanta pagine, ormai quarantenne. Allora, sì, la lettura si fa famelica. Gli ultimi capitoli regalano ciò che era mancato in quelli precedenti, lo stile stesso si rivitalizza, perché finalmente l’autrice può distaccarsi dalla griglia della storia e lasciar fluire la sua creatività. Finalmente Sarah e Monella sono pronte, insieme.

Avevo sempre voluto la libertà, ma non c’era mai stato un posto dove andare, né un modo per arrivarci. Questo non aveva più importanza. Ora volevo la libertà più del mio prossimo respiro. Ce ne saremmo andate, sedute sulle nostre bare se necessario. Era così che mamma aveva vissuto tutta la sua vita. Diceva sempre che ognuno deve capire quale parte dell’ago sarà, se quella legata al filo o quella che buca il tessuto.
(p. 356)

Alla fine sarà il magone, credetemi, quando girerete pagina e al posto del nome di Sarah o Monella troverete “Note dell’autrice”. Io ho resistito stoicamente… ma soltanto perché ero su un treno gremito.

Insomma, se vi aspettate il successore de La vita segreta delle api, partite con un pre-giudizio inappropriato. Compratelo, piuttosto, per l’esaustivo, avvincente, illuminante scenario storico che vi è impresso. Per fare la conoscenza di due sorelle che, malgrado i traguardi raggiunti con largo anticipo rispetto ai loro tempi, non hanno ancora ottenuto la popolarità meritata. Due sorelle che hanno spaccato il movimento abolizionista quando hanno iniziato a declamare anche l’emancipazione femminile, scoperchiando le ipocrisie di raffinati intellettuali ed idealisti (uomini, se serve precisarlo). Compratelo per sedervi a cucire accanto a Monella, per aiutarla a scavalcare il muretto di Villa Grimkè ed avventurarsi in città senza il permesso scritto dei padroni. Per rannicchiarvi con lei nell’incavo della finestra ad osservare i vaporetti che salpano dal porto.

Omero in Irlanda (del Nord)

(di Andrea Lionetti)

Nel primo canto dell’Iliade si assiste a una scena fortemente drammatica, carica di tensione: Atena che interviene in tempo per fermare Achille – tenendolo per i capelli – prossimo a sguainare la spada contro Agamennone. L’antefatto è noto: costretto a restituire la giovane schiava Criseide al padre Crise, per volontà di Apollo che avrebbe altrimenti appestato l’accampamento greco riunito presso la spiaggia della Troade, Agamennone, capo dei Greci venuti a Ilio, non vuole rinunciare alla sua parte di bottino, alla sua parte di onore; è perfino disposto a prendersi con la forza Briseide, schiava di Achille, il più talentuoso degli eroi di parte achea.
E così accade. Un conflitto nel conflitto, dunque. Non solo la guerra tra Achei e Troiani, ma un dissidio nella stessa fazione, che scompiglia i già precari equilibri di una società dove la forza è tutto. Come nell’Irlanda insanguinata dalla guerra civile.
È questo lo scenario storico che chiarisce l’importanza di un incontro fortuito, avvenuto nel 2006, tra il reverendo Ian Paisley leader del Partito Unionista Democratico e Martin McGuinnes del Sinn Féin, acerrimi nemici politici, figure spigolose che si portano addosso ferite mai risanate. Ognuno con le proprie ragioni dalla sua, come Achille e Agamennone, in fin dei conti. Ciononostante sapranno, nell’arco di un paio d’ore, arrivare a un’intesa in grado di cambiare la storia del proprio paese, impartendo al mondo una lezione politica sempre valida. Il regista belfastiano Nick Hamm ha voluto raccontare questo evento attraverso la macchina da presa, portandolo sul grande schermo grazie anche all’interpretazione di due veterani del cinema britannico: Colm Meaney e Timothy Spall.
Il percorso che li porterà a mettere fine alla guerra civile, quella che i Greci chiamavano stàsis, cancro della comunità politica, avviene in modo tortuoso, attraverso scontri diretti e fantasmi del passato che riemergono con la funziona di impedire l’innescarsi di una riflessione razionale.

Nell’Iliade, in realtà, non accade nulla di tutto questo: Achille si ritira dall’esercito giurando di non combattere e supplicando la madre (la ninfa Teti) di chiedere a Zeus una punizione tale da spingere al pentimento Agamennone, il quale, però, a parte l’ambasceria di doni che occupa gran parte del nono canto, mai presenterà segni convincenti di un pentimento reale. L’Atride sa di avere ragione, il Pelide non è da meno. Hanno tutti ragione. Come si esce da questa situazione?
L’Iliade, a ben vedere, è l’epos dell’ira di Achille, che si consuma (e che lo consuma) in una cinquantina di giorni.
Omero, attraverso le vicende degli eroi dominati dalla logica dell’onore e della vergogna, spinti alla reciproca hybris dalla volontà di sconfiggere la morte (le gesta epiche si sottraggono, con il canto degli aedi, all’oblio del tempo, e con esse i nomi di chi le compie), ci impartisce una lezione politica quanto mai attualissima: il compromesso tra le parti è vita, per buona pace di chi in esso vede solo una forma di debolezza; la capacità di una pacificazione è ciò che rende coesa una comunità. Lo sapeva Nestore, l’eroe più anziano, il solo che provi a fermare i due litiganti prima dell’intervento di Atena, senza successo.
Ma si può andare ancor più in profondità. La guerra di Troia pone l’uomo di fronte all’assurdo della condizione umana, priva di senso. Stirpi di uomini che scompaiono come foglie. L’esistenza è crudele e la morte è ciò che annulla tutto. Achille è convinto di questo, ma solo quando scopre il dolore dovuto alla morte del caro Patroclo. Non esistono patti tra uomini e leoni, ed Ettore ne fa le spese.
Il Pelide, furia vendicatrice, è il simbolo della guerra, del radicalismo che anche l’irlanda del Nord ha conosciuto nelle parole del pastore presbiteriano Presley e nell’attivismo del cattolico McGuinness.
Posizioni irriducibili. Di nuovo la domanda ritorna: come uscirne?
Tradendo i propri sostenitori, venendo meno a quanto promesso ai propri elettori, ingannarli per dare loro finalmente la pace. Sembra paradossale, ma è proprio questo in realtà ciò che ci vuole dire Omero, 3000 anni prima dell’I.R.A., ed è anche la soluzione intrapresa dai due irlandesi.
Il film narra del cambiamento di entrambi – simili ad Achille per temperamento ed estremismo – che alla fine del giorno, rinchiusi nella Mercedes nera in cui erano stati costretti a viaggiare (dopo 30 anni senza un confronto diretto), non possono far altro che prendere atto dell’insostenibilità di un conflitto ormai troppo lungo, troppo logorante.

L’immagine dei due uomini, prima ostili poi quasi amici, richiama quella di Achille e Priamo, re di Troia e padre di Ettore, a sua volta ucciso e insultato dal Pelide, il quale, però, di fronte alla supplica di Priamo di restituirgli il cadavere del figlio, non può che raggiungere una nuova consapevolezza sull’esistenza umana: oltre alla forza c’è altro, la capacità di costruire. Anche tra nemici esiste la possibilità di un accordo. Il funerale di Ettore e la tregua di pochi giorni che ne seguirà sono un modo per esorcizzare l’assenza di senso della condizione umana, così come avviene tra Ian e Martin, uomini che si riscoprono uomini nonostante le avversità (ma senza rinunciare alla fede e alla visione dell’Uomo che ne deriva).
La politica inizia da qui: un braccio di ferro può diventare una stretta di mano. Vale la pena tentare.

Nei musei

(di Luciano Sartirana)

Entrare in un museo è bello per due motivi: per l’arte, e per chi è lì a vedere l’arte.

I francesi si muovono attenti ma rilassati, quasi riconoscessero dei vecchi amici. Hanno familiarità con l’arte – si vede – Manet e Monet e tutti gli altri del mucchio sono francesi; e Picasso, Picabia e via andare hanno studiato e vinto in Francia. I francesi sono a casa loro in qualsiasi museo del mondo, perché le radure con le signore in crinolina, le monadi di sole tra gli alberi, la campagna del Midi e Parigi sono ciò che osservano fin da piccoli. Talvolta in questi quadri a Parigi piove, e allora sembra Bruxelles. Noi abbiamo dovuto imparare; loro ammirano le immagini viste fin dai loro nonni, perché la campagna francese è rimasta come appariva a Manet, Monet e tutti gli altri del mucchio.

Gli italiani ondeggiano fra il rispetto eccessivo, religioso, attonito e timido di fronte a dei monumenti inarrivabili (quasi non respirano, per rispetto a ciò che guardano) e il distacco scomposto di chi francamente si annoia. Non hanno via di mezzo. Impongono ai figli di guardare i quadri. Solo agli italiani squilla il cellulare in un museo. Stanno come in chiesa: perché si deve. Sono gli unici che si preoccupano di come gli altri li osservino guardare l’arte, per cui assumono un contegno. Ma un italiano può innamorarsi di un quadro come nessun altro, e la sua personale estasi si fonde con i colori e i volti… quasi ogni italiano è cresciuto con bei palazzi e belle piazze nella sua stessa città; ma, in un museo, ciascun italiano coglie finalmente la bellezza nei volti e nei paesaggi. E comunque si stupisce.

Scandinavi e tedeschi hanno un’attenzione silente, si lasciano convincere per osmosi dall’energia del dipinto, vi restano davanti a lungo, il colore viaggia lento verso di loro in un flusso di calma zen. Luci che paiono immagazzinare per i loro autunni tenui e i loro inverni diafani. Sanno che l’arte è parte di una civiltà. E – soprattutto – che necessitiamo di una civiltà.

I giapponesi hanno verso l’arte un’attenzione primigenia, sono gli unici a cui osservare l’arte disegna il volto e lo rende arte esso stesso. I loro occhi si spalancano come quelli delle ragazzine dei loro manga. La loro bocca resta aperta e priva di respiro di fronte alla beltà universale delle opere. Si fermano in pose cubiste, volgono gli occhi e le anche, la loro borsa si contorce con loro… a un giapponese cade l’audioguida per terra perché – ormai a metà museo – ancora non se l’è messa al collo da tanto è rapito dalle opere.

Le scolaresche delle elementari sono infanzia di vari colori, seduti sul pavimento di fronte a un quadro. Una ragazza indica loro parti del dipinto, sorride, invita a indovinare cosa il personaggio possa pensare. Si alzano otto o nove mani… forse è la prima volta che quei piccoli entrano in un museo, e con la perspicacia ottimista di quell’età sentono che è importante stare in quel mondo. Poi rispondono con due o tre parole, sperando siano quelle giuste e se in quel mondo sono stati ammessi.
Le scolaresche delle medie hanno fogli davanti a sé, cercano di riprodurre l’opera; tre su venti disegnano senza guardare il foglio.

Una scolaresca delle superiori, quasi tutta di maschi, prende ordini da una ragazza altera e con la bocca rivolta in alto, studente anche lei… sosta davanti a un quadro e tutti gli altri lo fanno. I due prof osservano quattro opere avanti, in totale disinteresse del discepolato. La ragazza altera dice qualcosa sul dipinto; i più vicini annuiscono, senza osare parole loro. Lei riprende il cammino – nei suoi passi un potere immenso – salta un’intera sala, si ferma davanti a un dipinto piccolissimo; avvicina gli occhi a un pelo dal far suonare l’allarme, resta in silenzio. Tutti – va da sé – fanno lo stesso dietro di lei.

Un’anziana critica d’arte – si capisce da ciò che appropriatamente dice, e dalla serenità del passo – è accompagnata da una nipote sui vent’anni. Un sapere e una passione stanno migrando nel tempo.

Ognuno potrebbe essere un’attrice o un attore. Nei musei i lineamenti delle persone cambiano, si dimenticano di sé e si ricordano della bellezza e della storia.
Chi scrive vi trova fonte continua di immaginazione. Le parole sembrano scivolare dai colori, dai volumi, dalle intersezioni dei volti e delle prospettive dei dipinti, e quello che vedi di inaudito trova più facilmente la via delle frasi. La sotterranea civiltà della mente, la spontanea unità fra le persone grazie allo sguardo e al silenzio, il bisogno enorme dell’arte e di coloro che guardano l’arte.