Milano raccontata da Luigi Vergallo

(recensione di Nadia Kasa)

Milano frammenti è la storia di un ragazzo; di una piccola banda criminale; di un amore sofferto. Il protagonista è Marco Corbacci, ha trentacinque anni, abita nel quartiere Ticinese e per vivere “si arrangia”. Così come si arrangiano i suoi amici: Francesco e Giovanni. È insieme a loro che progetta i furti. In principio, piccole cose – Marco iniziò con un martello – poi, furti più consistenti. Nonostante la vita in apparenza sbandata, Marco e i suoi amici hanno valori, ideali e un rispetto che li caratterizzano. È questo il focus che convince il lettore a proseguire la lettura: la volontà di vedere che tipo di scelte faranno i personaggi.

La malavita rappresenta, in qualche modo, il demone da cui sono fatalmente attratti i protagonisti. Un demone che consente loro di “tirare avanti”. Ma oltre a questo, si intrecciano anche gli episodi personali. Marco è infatti coinvolto in un amore poco equilibrato, fatto di litigi e conflitti interni. Si percepisce la volontà di stare insieme, ma allo tempo le difficoltà appaiono insuperabili.

Nella storia vengono rappresentati due modelli di realtà. Il primo è il crimine, da cui tutti i giovani e non, almeno una volta nella vita, sono stati attratti, perché accorcia le strade e pare rendere tutto possibile, in primis il raggiungimento del benessere. Tutti noi dovremmo essere dei piccoli antropologi per comprendere da dove nasce tutto ciò: famiglie disgregate, valori sbagliati, violenza, quartieri dove un giovane può farsi un’idea sbagliata del mondo. E poi, quel mondo ti punta il dito chiamandoti: delinquente. Quando invece, è quello stesso mondo che ti ha reso quello che sei. Non è una giustificazione ad azioni sbagliate, illegali, immorali. Ma, tutto ciò porta a una riflessione: comodamente dalle nostre poltrone, puntiamo il dito contro il tale assassino e il tale ladro di borse. Ma è giusto giudicare così, senza remore? Perché qualche volta invece – in modo più costruttivo – non proviamo a ragionare sulle cause che hanno portato a quell’azione?

Il secondo modello di realtà è l’amore malato, sofferto, possessivo, da cui tutti – o quasi – siamo stati attratti, con una forma di masochismo tipica dell’essere umano. Ma questa volontà, di far funzionare le cose a ogni modo, pare caratteristica di generazioni lontane dalla mia, di generazioni abituate alla sofferenza, alla povertà, al bisogno di avere di più. Forse è uno stereotipo o forse una grande verità: sembra che oggi più di ieri, le coppie abbiano l’attitudine a lasciarsi per un nulla. Alla prima difficoltà il palazzetto costruito con leggere assi di legno crolla, talvolta si incendia. E così, ci si ritrova ad avere questo bisogno inesauribile di essere amati, ma si è incapaci, in prima di persona, di amare. Si dimostra un’incapacità di andare oltre le parole buttate a caso in un momento di rabbia o le azioni fatte superficialmente. Questo porta a una solitudine che si ama – più che altro si giustifica – e si odia.

Nella prima pagina di Milano frammenti viene trascritto: i personaggi e i fatti narrati sono frutto di pura fantasia e non hanno alcun rapporto con persone e realtà esistenti o esistite. Ed è vero di sicuro. Ma io ci ho visto solo estratti di realtà.

Champagne

(un racconto di Andrea Lionetti)

Il volume della televisione è a sessanta. In qualunque stanza ci si sposti la voce di Carlo Conti riesce a penetrarne le pareti, propagandosi ovunque. La madre è seduta in cucina, che è anche il salotto, davanti a una tv che per dimensioni si usa solo in cucina.

Guarda il solito programma delle sette.

D’improvviso le sue parole si fanno più alte di quelle del conduttore: “Marco!! Marco! Corri, presto vieni! Vieni qua!”. Il figlio esce dalla camera preoccupato che sia accaduto qualcosa e la raggiunge . La tavola è apparecchiata: nel mezzo una piccola insalatiera e un pezzo di pane, due bicchieri, due tovaglioli. Sui fornelli una padella e due bistecche.

“Ma stai bene?”, chiede lui.

“Guarda! Certo che sto bene, mai stata meglio.”

La donna si agita e con le dita indica lo schermo, poi continua: “Duecentomila euro! Non ne ha sbagliata una e ha scritto mela. È giovane come te, vedi?”

Il figlio non dice una parola. Sta immobile di fronte a lei.

“Ci siamo ci siamo! Guarda, sta per aprire la busta.”

Silenzio. “La parola di questa sera è…” La madre incrocia le dita, chiude gli occhi, l’udito rapito dalla voce di Conti, le piace la voce di Conti, come quella di Scotti, Lippi, Amadeus, e poi non si ricorda più, ha già dimenticato programmi e personaggi, e tutto diventa una specie di cartella da desktop dove ogni cosa si confonde.

La parola è…mela!”.

A quel punto la donna apre gli occhi e scoppia in un applauso che rimbomba tutt’intorno: “Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta! Marco mio! guarda!”. Dal soffitto dello studio precipitano coriandoli arcobaleno, il concorrente quasi piange. È circondato da vallette alte e inarrivabili. 
Il vincitore parla, è il momento dei saluti; allora ci si sente bene e a nessuno frega più niente del lavoro d’ufficio, del Governissimo, dello Spread, dell’Agenzia dell’Entrate, della guerra in Siria, dei processi Berlusconi.
 La bocca è asciutta. Hanno sete. Fanno lo stesso gesto. 
Lui beve champagne, lei alza il bicchiere d’acqua.

“Cazzo mamma!”, esplode il figlio. Lei sussulta. “La carne! Brucia!”

Allegoria

(di Francesca Ferrara)

È tutta colpa della gita scolastica agli Uffizi, nel 1952.
Soprattutto, è colpa di Piero del Pollaiolo e del suo dannato dipinto.

A quel tempo, i miei occhi di bambina si divertivano a smontare l’architettura della realtà e a ricomporla in forme non ordinarie. Due instancabili caleidoscopi, assemblati per cogliere sfaccettature estranee a quelli arrugginiti degli adulti.
Quando intercettarono l’Allegoria della Giustizia, quegli ingranaggi subirono un sovraccarico di impulsi.

Una mano della donna brandiva la spada. Non per tagliare una persona, bensì per tagliare il suo verdetto: doveva essere equo e imparziale. L’altra accarezzava il mondo; un cucciolo da proteggere. Così fiera, così materna. E il suo sguardo… Gentile, ma attento. Silenziosa indagatrice degli animi e delle menzogne. Così eterea, così terrena.

Decine di farfalle, le ali cangianti, svolazzarono dai miei piedi fino al cerchietto di velluto blu. In un unico fremito. Si posarono sui miei caleidoscopi e divennero per loro nuovi cristalli colorati.
Decisi in quel momento: volevo essere come la signorina del dipinto.
Rincorsi i miei compagni di classe, certa che non potessero sopravvivere un altro minuto senza saperlo.
«Ehi, Cinzia! Da grande farò il giudice! Raffaella, ascolta qui!»

 

Nella sala della Primavera di Botticelli, la confidenza aveva assunto il volume di un proclama. La maestra impallidì e mi prese da parte. Non potevo diventare un giudice, mi sussurrò. Era un lavoro da maschietti.
Io non riuscivo a capire: nel quadro c’era una donna! Testarda, continuai col mio ritornello sgraziato e venni confinata sulla panchina al centro della stanza, in punizione.

Ripensandoci ora, avrei dovuto accogliere il rimprovero della maestra come una benedizione. Da quell’istante e per tutti gli anni a seguire, invece, non ho fatto altro che ripetermi. A cominciare dalla bambina seduta accanto a me, lì, davanti a Flora e compagnia. Ricordo che aveva i codini disallineati, il grembiule stropicciato e le iridi color cenere.
Non era nemmeno della mia scuola.

«Da grande farò il giudice!»
Lei esibì un sorriso con un paio di finestrelle. Mi abbracciò e ci scambiammo un bacio sulla guancia, esaltate.
Una suora si precipitò dalla sala successiva. Vide la bambina e la trascinò via per il colletto del grembiule.

Ora che di anni ne ho ventiquattro, sono abbastanza matura per pentirmi della mia avventatezza. E per incolpare Pollaiolo, appunto.

 

Siedo fuori dall’aula 14 della facoltà di Giurisprudenza, in attesa di dare il mio ultimo esame. Mentre sfoglio con dita maldestre il manuale sulle mie gambe, cerco la me stessa alunna di seconda elementare.
Non la trovo.
Sono stanca.

Quando si è piccoli si guarda alle sfide da una prospettiva che definirei “di fame presbite”: ci si focalizza impazienti sul traguardo, sminuendo i gradini da scavalcare. Crescendo, invece, ci si porta ben sotto quella scala e si rimane sovrastati dalla sua ripidezza. Si ammira la strada da percorrere in tutta la sua interminabilità e ci si chiede: “Ne vale davvero la pena?”.
Una domanda e si è d’un tratto adulti.

Io sono diventata adulta un mese fa. È vero, dal 1963 posso diventare anche io magistrato, ma la perdita dell’ingenuità ha gettato sabbia sul mio fuoco. I pregiudizi dei colleghi, l’insofferenza degli avvocati, la diffidenza dei loro clienti… Ogni giornata di lavoro sarebbe un’arena ed io l’animale esotico che intrattiene gli spalti.

Mi appoggio con la nuca al muro. Il suo fiato gelido mi attraversa.
Non ho voglia di essere sotto esame per tutta la vita.

 

«Alla fine ce l’hai fatta» intona una voce femminile.
Guardo davanti a me, ma il controluce graffia i miei occhi. Tutto il bianco di gennaio sta entrando dalla finestra.

Mentre la persona prende posto accanto a me, mi si presenta attraverso dei dettagli. Cappotto fiammante, un libro di politica internazionale, capelli neri corti. Un taglio maschile. Di quelli per cui mia madre mi segregherebbe in casa fino a quando la mia identità di genere non venisse riconfermata.
Poi occhiali con una spessa montatura viola. Dietro le lenti, due medaglie d’argento.
Ah…!

«Questo è… Tu sei…» mi fermo. È sorprendente: riconoscersi dopo vent’anni senza sapere l’una il nome dell’altra.
Schiude le labbra, ma la voce di un compagno di corso mi squilla nell’orecchio.
«Clara! Il professore sta arrivando. Sbrigati a entrare in aula!»
Mi volto verso la mia preziosa sconosciuta. Sorride.
«Ti aspetto qui.»

Prima che la cornice della porta ci separi, la guardo un’ultima volta.
Una farfalla in pieno inverno.

Pirata di ritorno

(di Federica Tosadori)

Dodici anni che aveva abbandonato la strada di casa. Si strofinò gli occhi poco prima di scendere sul molo, entrambi i piedi ora ben saldi alla terra e un dondolio ormai solo immaginato, ché non te lo levi più di dosso il mare. Ogni grammo della sua carne era salato, come quel manzo in scatola che gli era capitato di trangugiare in qualche isola dove avevano attraccato. Appoggiò le scarpe una davanti all’altra e si ricordò che camminare in un posto conosciuto non è mai la stessa cosa: si prova una sensazione di sicurezza, la certezza che qualcosa di sé possa rimanere per sempre. I suoi compagni gli dicevano che era un pirata troppo romantico per essere allo stesso tempo un contrabbandiere delle onde. Ma lui non credeva che le definizioni che il mondo confezionava potessero essere così definitive. Per anni si era sforzato di corrispondere alla sagoma in cui doveva rientrare, fino a macerarsi il fegato nell’alcool e l’anima nel dolore del rimuginio permanente. Quando si era arreso alla sua natura di malinconie e desideri inesauribili, allora una calma universale l’aveva abitato, e si era accettato. Dunque che dicessero i suoi amici: lui infine si era compreso.

C’era vento quel giorno, e passava tra le casse di pesce appena sbarcato, tra i teli bianchi e le travi delle barche, tra le vele e tra le vene dei pirati arrivati da poco. Ognuno si disperse come goccia tra i vicoli del porto, stradine di pietra e panni alle finestre che parevano dipinti sui muri, così azzurri e secchi di sole. Lui però non vagava a caso in cerca di cibo o di calore, risaliva la strada principale, quella del mercato, negli odori delle cose, del cotone e delle donne del posto. Sentiva il profumo delle colazioni arrivare dalle finestre, caffè e pane fresco. Come in un ricordo proseguiva.
«Tommaso…?»
Una voce titubante lo risvegliò dai pensieri.
«Sì sono io!» biascicò, come se il suono fosse rimasto incastrato tra i muscoli del petto.
«Quanti anni sono… incredibile… non so nemmeno come ho fatto a riconoscerti! Sono Gianmarco!»
«Gianmarco della famiglia dei calzolai? Proprio tu?»
«Io in persona!»
Sorrisero i due uomini e senza indugio si abbracciarono come due vecchi amici.
«Davvero è incredibile vederti ancora, non si immaginava più che saresti tornato! Vai verso casa? Vengo con te, così mi racconti che cosa vuol dire fare il pirata!»

Ma sulla strada di casa Tommaso non aprì quasi nemmeno bocca. La lingua di Gianmarco sciorinava parole, lieto forse di aver trovato un ascoltatore finalmente così tanto attento. Gianmarco disse a Tommaso che in paese erano successe molte cose dalla sua partenza. Morti, nascite, unioni e persino qualche atto di sangue inaspettato. Gianmarco non pensava che un pirata potesse rimanere turbato da racconti di omicidi e assassinii vari, anzi un po’ esagerava nel descrivere i dettagli di tali eventi, proprio perché non voleva essere visto come un povero ingenuo dall’amico ormai cinico e indurito. Non poteva immaginare quanto l’animo di Tommaso venisse rimescolato da questi racconti. Non aveva mai ucciso nessuno nel suo viaggio per i mari, era addirittura capitato che si fosse rotto praticamente tutte le ossa del corpo per poter salvare una ragazza incontrata in un villaggio depredato, che un suo compagno aveva scelto come trofeo di guerra. Era scivolato malamente da un’altezza spropositata, ma lei aveva potuto scappare lontano, non essendosi ferita, protetta dal suo corpo. E mentre se ne stava sdraiato per terra cercando di capire cosa dentro di lui fosse rimasto intatto, i compagni che gli passavano vicino lo deridevano: «Che romanticone il nostro Tommaso!». L’avevano poi trascinato sul vascello ed era rimasto immobile almeno un mese. Per tutto il tempo non fece altro che pensare a quanto fosse strano che ci si potesse rompere ogni cosa dentro e fuori la pelle restare illesa, una gomma isolante, e le ossa mischiate e spezzate come rami secchi sotto. Provò per la prima volta la sensazione di potersi perdere in fantasie strepitose e incredibili, la sua mente fissata all’immagine di suo fratello, lontano.

«Ho paura di tornare a casa.»
Le parole di Tommaso arrestarono il flusso sproloquiante di Gianmarco, il quale si stupì profondamente di questa affermazione.
«Perché?»
«Non lo so.»
«Non credere che sia cambiato molto a casa tua eh…»
«Ah no?»
«No no, anzi tuto proprio uguale. Tua sorella è ancora lì, non ha trovato nessuno che volesse sposarla, tua madre e tuo padre sono ancora in vita, sani e forti come una volta, e lavorano il campo a occhi chiusi ormai. Tuo cugino ancora vuole fare il soldato, e si esercita in cantina con la sua spada di legno. Tua zia si occupa della casa e rammenda le calze di tutto il paese, come una volta. Perfino tuo fratello non è cambiato, come se il suo tempo non corrispondesse al nostro.»

Si salutarono, poco prima del sentiero di ghiaia ed erba secca che avrebbe condotto Tommaso all’uscio. Fu grato a Gianmarco di averlo accompagnato lungo il cammino, ma in realtà avrebbe voluto scoprire tutto quanto da solo, anche se nulla era cambiato. E forse proprio per questo. Ora un’amarezza occulta l’aveva invaso. Fu accolto con il calore più affettuoso che potesse aspettarsi: tutti lo abbracciarono e lo baciarono, contenti come non mai del suo ritorno. Scambiò qualche parola con ognuno di loro, con i genitori che erano stati richiamati dal campo, con la zia dagli occhi lucidi, con il cugino più alto di lui e si stupì della tristezza velata della sorella, che era così bella, impensabile che nessuno avesse voluto sposarla.

Poi finalmente poté recarsi dal fratello.

Si guardarono a lungo, Tommaso seduto, il fratello sdraiato nella sua immobilità di infermo. Non una parola fu proferita. Gli sguardi sembravano dirsi: “Siamo rimasti gemelli, e la tua immobilità sarà sempre la mia, e i tuoi viaggi saranno sempre anche i miei”. Poi Tommaso avvicinò la sua bocca all’orecchio del fratello e gli raccontò ogni cosa vista e provata, annullandosi in quella purezza di vita non vissuta che aveva davanti, che era parte di lui, che era lui stesso. Una primitiva gioia travolse entrambi.

Nelle viscere

(di Federica Tosadori)

Erano le otto e trenta del mattino quando sentì la porta di casa chiudersi, al tocco morbido della madre. L’aveva lasciata sola e questa di per sé era già stata una scelta.

Sylvia si sedette al tavolo della cucina. Agosto fuori splendeva di raggi e bagliori caldi: l’estate era lì, oltre i vetri. Spalancò la finestra e respirò forte, provando un dolore occulto, inaspettato. Fuori era agosto, ma dentro le sembrava di sentire solo una rugiada fredda poggiarsi sui mobili di legno, sulle stoviglie, sul pane della colazione. Era forse lei a causarlo?

Progettò matematicamente ogni movimento. Non suo, ma della gente fuori, che viveva. Il ragazzo dei giornali sarebbe passato tra una mezz’oretta, a lanciare quella carta grigia sull’erba del suo cortile, macchia scomposta. Poi la Signora Smith con il suo cocker piumoso. E il corvo nero, che sempre la osservava dal ramo più basso della betulla in giardino. Non vide nulla di tutto questo. Finì il suo caffè e si ritrovò in camera. Erano giorni che non dormiva, ma la vista del letto non le fece alcun effetto. Nel secondo cassetto del comodino sapeva esserci il suo sonnifero.
Quando tornò in cucina, prese un foglio dal mobiletto del telefono e scrisse: “Sono andata a fare una lunga passeggiata”. Ora le serviva solo dell’acqua.

Prima di scendere nello scantinato restò per qualche minuto a osservare una foto, poggiata di traverso sullo scaffale marrone del soggiorno. Dal grigio della carta vide suo padre osservarla da un tempo remoto in cui esisteva, e insieme a lui esistevano insetti grandi, arruffati, pelosi di lana gialla. Faceva l’entomologo e trattava i bombi, le api e le vespe come fossero un tesoro. Lei, Sylvia, il suo piccolo moscerino malato, non capiva niente: il suo amore, la sua lingua europea quando parlava con gli amici tedeschi, il perché avesse deciso di non curare la sua cancrena. “Vengo a trovarti papà”.

Le scale dello scantinato erano di legno, ripide, ma non si accorse nemmeno di compierne la discesa. Aveva l’acqua in una mano, e il sonnifero nell’altra. Sapeva già dove andare.

Quando posizionò l’ultimo pezzo di legno sulla catasta fu invasa dal buio. L’acqua era già finita e i sonniferi pure. Si era nascosta davvero bene, dietro quella montagna di pezzi di albero morti. Sua madre non avrebbe mai potuto sospettare di trovarla in cantina, suo fratello nemmeno, non ci andava mai, e tantomeno avrebbero avuto bisogno della legna il 24 d’agosto.
Neppure il corvo nero l’avrebbe guardata morire e decomporsi come una foglia secca, come una ragazza sola, una donna che non poteva essere ciò che desiderava. Infelice si distese e sentì la pelle appoggiarsi alla terra fredda. Divenne con lei un tutt’uno di sabbia e pietruzze, interiora e ghiaia di casa rovinata, maceria umana. Si addormentò quasi subito e perse conoscenza.
Perse la conoscenza dei nomi degli alberi che aveva imparato a scuola, del colore degli occhi di sua madre, dei volti delle sue compagne di università, ragazze americane costruite di stereotipi e gonne a campana. Si ritrovò tra le pagine di un dizionario, ma non riuscì a leggere le parole che aveva intorno: le vorticava in testa una poesia pura, sentimenti che finalmente non avevano bisogno di un vocabolario per essere espressi. Non una goccia di paura, solo ronzio di mosche e un bruciore lungo tutta la guancia sinistra, ma veniva da lontano, dalla vita. Divenne un fantasma di vento e luce. Tutto finì, e le fu impensabile credere in un’esistenza oltre quel silenzio. Eppure fu.

Warren urlò, quando scoprì la sorella scura di polvere dopo due giorni dalla sua scomparsa. Mugugnava come un vecchio animale ferito, che ormai senza leggi di natura è disposto con il suo verso a farsi trovare dal primo predatore affamato. La portarono in ospedale e scoprirono che si era salvata, vomitando inconsapevolmente tutto il sonnifero ingerito. A ricordare quel gesto, solo un’abrasione, come una bruciatura di fiamma oscura, sulla guancia sinistra. Quando Sylvia aprì gli occhi e realizzò il suo respiro, le sembrò incredibile rivedere l’estate oltre il vetro della finestra. Ora doveva continuare a vivere, come possono vivere le anime già morte. E poteva sentire a ogni battito la condanna del corvo nero, infelice più di lei, di rivederla ancora.

Si tagliò i capelli e si fece bionda. Comprò una macchina da scrivere nuova da cui far nascere le sue poesie, e scelse un altro giorno, solo un po’ più in là, per svanire: trasparente come gas che divora l’ossigeno.

 

CORVO NERO IN TEMPO PIOVOSO
Sylvia Plath
(1956)

[..] So soltanto che un corvo
che si rassetta le piume può brillare a tal punto
da afferrare i miei sensi, issare a forza
le palpebre, e accordare

una breve tregua alla paura
della neutralità assoluta. Con un po’ di fortuna,
arrancando testarda in questa stagione
faticosa, metterò
insieme una contentezza,

più o meno. I miracoli avvengono,
se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa,
la lunga attesa dell’angelo,
di quella rara, aleatoria discesa.

(L)Ode alla metropolitana

(di Isabella Gavazzi)

Sotto i nostri piedi
Passi silenziosa,
attraversi la citta
portando pendolari,
bambini,
vecchi,
giovani,
turisti,
disoccupati

Insomma:
Porti tutti quelli che entrano.

Sali
Scendi
Spostati
Siediti
Alzati
Prego
Mi scusi
Si figuri
Insulti

Rumori
Tanti rumori
A volte troppi rumori
Metti le cuffie
Le cuffie non bastano
Rispondi al telefono
Urli
Sguardi perplessi dei vicini
Cade la linea
Speriamo non si sia fatta male.

La gente
Una marea di gente
Ci si potrebbe fare uno studio sociologico.
Personaggi caratteristici:
anziana a cui devi lasciare il posto
anziana che si offende se le lasci il posto
Anziano bilioso
Anziano cordiale che vuole parlare con qualcuno che respiri
Madre con quattro figli che piangono
Turisti che sbagliano la fermata
Fattorini con bici annessa
Coppia di innamorati
Coppia di innamorati spudorati
Signora di mezza età che inveisce contro i sopra riportati
Gruppo di giovani ubriachi
Tu che leggi ora
Mendicanti.

Questi ultimi divisi in:
con cane
senza cane
senza arti
con bambini
con strumenti.

Il tempo passato su di te pare infinito:
Devi fare due fermate
E ti trovi nel nulla,
fermo,
senza aria
e pure in ritardo.

Sei convinto che sia il mezzo più veloce
Ma capita uno sciopero.
Così scopri che Missori e Duomo
Distano meno di 200 metri.

Sempre a criticarti:
sei sporca
sei piccola
sei in ritardo
sei calda
sei fredda
ma poi tutti ti usano.

Grazie metro
Grazie per aver temprato i miei timpani
Grazie per aver rinforzato il mio sistema immunitario
Grazie per avermi reso paziente
Grazie per aver ispirato questo breve componimento,
che di sicuro non ti rende il giusto merito.

Grazie Roma…
Pardon, Grazie metro.

(L)Ode alla metropolitana.

Il Signor Fenicottero

(di Isabella Gavazzi)

C’era una volta, nei pressi dei grandi laghi africani, uno stormo molto numeroso di fenicotteri rosa. La loro vita gravitava intorno ai grandi bacini di acqua dolce: pescavano il buon pesce che lì viveva, facevano lunghe passeggiate sulle spiagge sassose e riposavano nei pressi degli affluenti, dove erano presenti delle pozze basse stagnanti e un flebile vento fresco a raffreddare le calde notti estive. Costruivano dei nidi con ciuffi di erba morbida su tronchi bianchi lasciati dalle piene, in modo da rimanere asciutti e puliti.

Il capo del gruppo era il Signor Fenicottero, molto fiero, con un cilindro nero e un paio di piccoli occhiali dalle lenti rotonde sul becco. Non era il più anziano, ma di certo il più dotto di tutti.
Era lui che li guidava durante le migrazioni, che lanciava il segnale d’allarme all’arrivo delle iene e che istruiva i piccoli.
Tutti si sentivano in dovere di seguirlo, intelligente com’era. Il suo giaciglio era sul tronco più alto, in modo da poter osservare tutti i suoi compagni.

Un giorno accadde che il Signor Fenicottero si ferì ad una zampa mentre volava quasi raso terra durante un’esercitazione di fuga: gli faceva molto male e continuava a ripeterlo pur di avere l’appoggio di qualcuno.
«Oh il mio povero arto, rimarrò mutilato a vita!» sussurrava al passaggio di ogni fenicottero.
Tutti lo ignoravano, non capendo il significato della parola “arto” e “mutilato”.
«Ma cosa ha detto il Signor Fenicottero?» chiese un piccolo nato da qualche mese.
«Non saprei, forse non ha digerito il pesce.» gli rispose la madre, con il padre a lato che annuiva.

Arrivò il crepuscolo, il lago divenne una superficie arancione screziata di giallo e tutti si preparavano per andare a riposare: tutti tranne il Signor Fenicottero, che continuava a camminare per far vedere quanto gli facesse male quel piccolo graffio.
Comparve la Luna, grande e maestosa, contornata da migliaia di stelle. Il Signor Fenicottero provò a coricarsi, ma la zampa gli faceva male: così si alzò e, per trovare un po’ di frescura, camminò nelle basse pozze stagnanti. Appena trovò un punto con il suolo morbido si fermò, tirando su la gamba malata e si addormentò.

Nel frattempo sui bianchi tronchi decine e decine di fenicotteri cominciavano a preoccuparsi, non vedendo più il Signor Fenicottero.
Guarda a destra, guarda a sinistra ma nulla. I maschi si alzarono in volo e iniziarono a perlustrare il lago simile ad uno specchio; nel frattempo le femmine rassicuravano i piccoli.
Si alzò un grido:
«L’ho trovato, venite!»
Tutti si precipitarono nel punto da cui proveniva l’urlo, rimanendo sbigottiti nel vedere il modo in cui dormiva il Signor Fenicottero.
«Se lui dorme così, allora anche io farò in questo modo.» disse un fenicottero maschio in prima fila: immerse le sue zampe palmate nei pochi centimetri di acqua, alzò uno dei due arti e appoggiò il lungo collo vicino alle ali.
Uno ad uno tutti fecero allo stesso modo, riempiendo in poco tempo le pozze lì vicino.

Arrivò l’alba e il Signor Fenicottero, animale molto mattiniero, si svegliò, si stiracchiò un momento e aprì gli occhi: era completamente circondato da fenicotteri che dormivano esattamente come aveva fatto lui la notte precedente.
Uno vicino a lui si svegliò e gli disse:
«Abbiamo visto che dormiva in questo modo ed essendo lei il più intelligente di tutti sicuramente l’ha fatto perché faceva bene alla nostra salute.»
Il Signor Fenicottero era incredulo e, cogliendo la palla al balzo, disse:
«Certo che è per il vostro bene, così non vi si piegano le penne e non vi fanno male le ali.»
Da quel giorno tutti i fenicotteri dormirono in quel modo, spinti dalla volontà di imitare la loro guida in parte per ignoranza, in parte – coloro che se ne erano accorti – per riconoscenza nei confronti di colui che, pazientemente, li aveva protetti e ascoltati.

IL CAPPOTTO

(un racconto di Monica Frigerio)

Konstantin Fëdorovič passava la maggior parte delle sue giornate nei vicoli dietro la stazione ferroviaria Kursky. Qui si concentrava il meglio della società moscovita.

C’era chi amava appostarsi accanto alle casse per racimolare qualche copeca, chi stava all’uscita del metro, i più temerari ogni tanto tentavano qualche criminuccio andando a frugare nelle borse esposte in bella vista… e poi c’era Volodja, detto Ezhik (il riccio).

Era un ex progettista con moglie e figli che a un certo punto della vita aveva sentito il richiamo monastico e si era spinto per le strade a predicare la parola di Dio, o almeno di una versione molto personale di Dio che si era fatta. Aveva sempre due lividi violacei stampati sugli zigomi, non era mai chiaro se per il freddo o per l’alcol. Lo chiamavano così per via della corona di capelli ispidi che si ritrovava in testa.

Konstantin lo conobbe una mattina in cui le temperature erano scese di molto sotto lo zero. Stava tutto intirizzito in un androne della stazione, coperto con tutto ciò che aveva trovato nelle vicinanze, quando si vide comparire una figura oscura davanti agli occhi. La luce lo illuminava da dietro e Kostja pensò inizialmente di essere morto e trovarsi al cospetto di uno spirito ultra terreno. Invece Ezhik si limitò a tirare fuori una bottiglia dal cappotto liso.

«Ma lo sai che non c’è migliore tisana mattutina di un bel bicchiere di vodka del bufalo?»

Diventarono amici. Amavano appostarsi fuori dai negozi intorno alla stazione, o meglio Ezhik lo amava, era in qualche modo ossessionato dai commercianti.

«Li vedi, Konstantin, tutti questi qui? Tutta questa maledetta imitazione della bontà… si strapperebbero le budella per recitare le loro gentilezze coi clienti, poi prova ad andare a chiedergli un pezzo di pane…»

«Eh dai Volja, lo sai che questo è il loro lavoro, non possono mica stare dietro a ogni malcapitato che va a bussare alla loro porta.»

«Non è ciò che voleva Dio, perdio!»

Un giorno presero insieme il tram per andare sulla Tverskaja a vedere cosa fosse successo, un gruppo di senzatetto aveva occupato un edificio abbandonato creando confusioni con la polizia.

Ezhik stava facendo perdere la testa a una passeggera che sedeva di fronte a lui.

«Ehi bella signora, me lo regala un pezzo della sua pelliccia?»

La bella signora coperta di imbarazzo come un macigno non si scostò di un millimetro, ma tutti intorno scoppiarono a ridere.

Fu lì che Kostja la rivide.

Erano seduti sullo stesso tavolo della biblioteca, tanti anni fa. Mentre se ne stava per andare Kostja, sopra pensiero, aveva infilato per sbaglio il cappotto di lei appeso alla parete. Quando se ne accorse gli gridò dietro: «Ma dove pensa di andare con la mia giacca?».

Nel tempo la situazione iniziò a farsi più dura, i genitori di Kostja, che erano dei Bianchi, emigrarono in Europa, mentre lui decise di restarle accanto, a quel tempo le sembrava tanto magrolina e indifesa. La famiglia lo escluse completamente.

Poi lei dovette decidere tra difendere l’amore o la carriera e se ora il suo nome compariva su tutti i giornali mentre lui girovagava per la stazione Kursky, si capisce bene come andarono a finire le cose.

Ezhik gli ripeteva sempre che non c’è nessun paese dove si prendano le cose, ogni cosa, tanto sul serio che come in Russia.

Se solo quella sera non si fosse distratto.

 

La favola del pungitopo

(di Isabella Gavazzi)

In un tempo lontano, nel bel mezzo di un prato di erba morbida alle pendici di un’alta montagna, viveva una bella pianta. Era un grosso cespuglio sotto cui la terra era morbida e piena di muschio. Il suo tronco era intricato e nodoso, ma allo stesso tempo affascinante ed accogliente, ricoperto da tantissime foglie gialle all’interno e verde scuro all’esterno, con il bordo morbido e levigato, casa ideale per insetti e lombrichi.
Un giorno di fine estate, quando la frutta e le bacche erano abbastanza mature da poter essere raccolte in previsione dell’autunno e dell’imminente inverno, alle radici della bella pianta si presentò una famiglia di topolini.
«Buongiorno signora pianta. Sono il Signor Topo, volevo domandarle se possiamo utilizzare le sue morbide fronde per ripararci dal freddo e dalla neve. In cambio le daremo parte del cibo per nutrirla e resistere al lungo inverno. Le può andare?»
La pianta rispose con un fruscio di consenso, alzando i rami più grandi per far passare meglio la famiglia.
Il Signore e la Signora Topo erano estasiati dalla bellezza della nuova casa e i piccoli topolini cominciarono subito a giocare, rincorrendosi su e giù per i rami. Anche la pianta era contenta: finalmente sarebbe stata in compagnia di qualcuno, dopo tanti anni passati in solitudine.

L’autunno era già cominciato e la famiglia Topo aveva sistemato la nuova abitazione: le camere erano sotto terra, vicino alle radici più profonde. I topini avevano rivestito tutto con il muschio e con le foglie della pianta. Le provviste erano state accumulate in una zona in cui i rami erano più folti, in modo da evitare che altri animali le rubassero.
La pianta iniziava a credere di aver fatto un grosso errore ad ospitare la famigliola: i piccoli piangevano tutto il giorno e strappavano i suoi rametti per giocare; il signor Topo invitava tutti i giorni i suoi amici, rischiando di far scoprire quel nascondiglio alle nemiche volpi.
«Se ci scoprono anch’io sarò in pericolo. Loro possono correre, mentre la mia sorte sarà quella di essere distrutta dall’impeto di quelle bestie! … però non posso buttarli fuori da qui, sono miei ospiti.»

Arrivò l’inverno e, a causa dell’ultima cucciolata della signora Topo costituita da sei piccoli topini, le scorte di cibo della famiglia diminuivano a vista d’occhio.
«Non credo che riusciranno a resistere, di questo passo!» si diceva la pianta.
Infatti le sue previsioni si avverarono: quando mancava circa un mese alla primavera, le provviste finirono e la famiglia Topo, non sapendo cosa mangiare, scavò in profondità nel terreno, iniziando a sgranocchiare le radici della Pianta. Quest’ultima cercò di dire loro che ciò non era possibile ma il signor Topo rispose imperterrito: «Signora mia, io ho famiglia, Lei no. Lei potrà rigenerarsi in primavera, noi no.»
La Pianta avrebbe voluto controbattere che ciò non era affatto vero. Se i suoi danni fossero stati troppi e profondi, non sarebbe arrivata a vedere il caldo sole estivo: decise però, per il bene dei suoi ospiti, che si sarebbe sacrificata per loro ma, se fosse sopravvissuta, avrebbe fatto qualcosa per evitare di trovarsi in futuro in una situazione del genere.

Quell’anno la primavera arrivò con qualche giorno d’anticipo e la famiglia Topo, per festeggiare, decise di recarsi in visita da alcuni amici, trattenendosi a casa loro per l’estate.
Partiti, la Pianta cominciò, lentamente, a riprendersi.
Le sue radici erano state, per la maggior parte, mangiate; solo una, forse la più grande, si era nutrita grazie all’acqua donata dal poco muschio rimasto.

Arrivò nuovamente la fine dell’estate e, davanti alla Pianta, si presentò di nuovo la famiglia Topo con nuovi figli al seguito. Senza chiedere il permesso, il signor Topo si avvicinò ai rami più bassi con l’intenzione di entrare nella vecchia casa ma qualcosa lo punse: durante l’estate la Pianta aveva fatto crescere, all’estremità delle proprie morbide foglie, delle grosse e dure spine, che non permettevano a nessuno di oltrepassare quella barriera.
Il signor Topo ritentò, pungendosi di nuovo e più di prima. Indignato, con la moglie e i figli, si allontanò strillando: «Quella Pianta è un PUNGITOPO!»

Da quel giorno la Pianta venne soprannominata “Pungitopo” e da allora viene chiamata in questo modo da tutti coloro che le passano vicino.

Carta

Adesso che l’acqua aveva preso i colori del giorno e il cielo era tornato sereno, neanche ci s’immaginava il temporale e lo scompiglio portato fra le strade giusto qualche ora prima.
Attento a non fare rumore s’alzò dal letto e si mise seduto sul bordo; si girò e lanciò un’occhiata veloce alle proprie spalle. In punta di piedi andò verso le persiane di legno. Guardò fuori: il porticciolo era tutto un gremire di barche. Di sotto un cameriere passava con delle teiere sopra un vassoio d’argento che brillava come le pance all’insù delle trote galleggianti fra i legni e la banchina. Sulla sedia fuori nel balconcino, attaccata alla ringhiera, c’era la borsa di pelle che aveva posato il giorno prima. La prese e la mise sulla scrivania, vicino alla televisione. Era ancora umida.
Coprendosi lo sbadiglio con una mano si fissò sulle gambe della moglie che gli stava accanto: i piedi uscivano dal lenzuolo stropicciato, e pure le caviglie, le tibie, le ginocchia. Anche le cosce. Guardandole pensò a come il bastardo gliele avesse prese, in che modo le avesse afferrate, se dai glutei all’ingiù o subito stringendole attorno alla vita. Poi gli venne nausea e cercò nella stanza qualcosa a cui aggrapparsi. C’era il cartello Non disturbare fuori dalla porta; sempre adagio adagio lo tirò dentro, sulla maniglia interna.
Nel silenzio, appena interrotto dal ding dei cucchiaini contro le tazze sulla terrazza, tornò nel letto e cercò di dormire per far venire le nove.

Aprì gli occhi che erano le otto e mezzo o giù di lì. Si alzò di nuovo a scostare le tende: nella stanza entrava una chiara luce azzurra; azzurro il lago e la linea appena visibile di Sirmione, sull’altra sponda.
Se ne stava lì fermo, sull’uscio della finestra, con aria indecisa sul da farsi. Gli era venuta voglia. Quell’ultima dormita gli aveva fatto bene, l’aveva aiutato a liberarsi da certi pensieri. Guardava il corpo mezzo scoperto della moglie. Era sicuro d’aver agito con maturità, d’aver pensato a ogni cosa. In fondo anche la dottoressa gliel’aveva detto: “Portare via sua moglie per qualche giorno non potrà che farla sentire meglio”. Però aveva anche detto che nel giro di poco tempo si sarebbe ripresa, invece erano passati sei mesi. Sei mesi (diamine!).
“È stata solo sfortuna” aveva detto. “Le stia vicino” aveva raccomandato. “Una grande sfortuna” ripeté. “Basta un incontro sbagliato e…”
I minuti passavano. Ormai era completamente sveglio, e aveva una gran voglia.
Vinto dall’impazienza puntò le ginocchia sul letto e si curvò verso di lei, prima accarezzandole la testa, poi scuotendole le braccia. Quella fece un gran sospiro e si strofinò la faccia come a levarsi il sonno dagli occhi.
– Ma che ora è? – disse con un filo di voce
– Quasi le nove – le sussurrò con la bocca sulla guancia. – Dài, alzati. Mi hai detto alle nove ieri, e sono le nove adesso.
– Ma non ce la fai mai a dormire tu? – gli rispose girandosi verso di lui. -Sembri un bambino.
Abbozzò un sorriso e le diede due baci rapidi sul collo; poi col corpo quasi la sovrastò.
– Che fai? – chiese sempre con voce secca.
– Niente. Sta’ tranquilla – disse, mentre con la mano saliva su per la schiena fino a sentire i ganci del reggiseno.
– No, aspetta – disse lei.
– No, no – ripeté lui per gioco, sforzandosi d’essere divertente. Allora dal collo cercò le sue labbra. Quindi iniziò a sfregarsi fra le gambe nude.
– Fermati, fermati!
– Fermati un corno!
Poi gli afferrò la testa e lo allontanò.
– Ma che cazzo! – fece lui a sentirsi prendere da una cosa, un calore che gli saliva su per il petto;
e se lo ricoprì in quattro e quattr’otto insieme alle gambe e pure al resto. Lei gli stava dietro. S’era rannicchiata con la testa sul cuscino; pareva un amalgama con le lenzuola accartocciate, messa così com’era: un po’ coperta e un po’ no nel letto in disordine.
Andò dritto in bagno a lavarsi la faccia. Passava le dita sulla pelle del volto come se volesse tirarla via. Lo fece per almeno cinque o sei volte, fino a quando arrivò a bagnarsi anche i capelli. Poi rimase fermo qualche secondo davanti allo specchio a guardarsi mentre respirava profondamente con le braccia puntate sul marmo del lavabo. Uscì e prese la borsa, rimanendo all’in piedi, con la schiena poco piegata verso il basso della scrivania: le pratiche s’erano quasi tutte deformate a causa dell’acqua che aveva penetrato la pelle. Le tirò fuori con delicatezza. “Merda” fece fra sé, e scosse la testa.
– Hai visto che ho fatto? Sono stato un idiota- disse alla moglie. – Un idiota ­– ripeté. – Questo è perché si hanno tante cose per la testa e…­– e nel dirlo alzò braccia e sopracciglia con espressione divertita e rassegnata insieme. Lei non rispondeva; lo guardò un attimo, poi si coprì e chiuse di nuovo gli occhi. Sotto al lenzuolo formava come una valle.
Con la mano chiusa batteva cercando di far tornare alla normalità quel mucchio di fogli sgualciti: dai pugni passava ai palmi tentando di stendere le gobbe, le pieghe ché ormai rimanevano, e così insisteva, e quelle restavano, allora ci riprovava, inutilmente, ancora…

di Andrea Lionetti