Intervista sul cadavere

(di Luciano Sartirana)

Ci avete convocati qui in tutta fretta. Cosa avete scoperto questa volta?
Una cosa più che epocale, glielo assicuro!

Non lo dubitiamo, visto che la sua équipe ha già vinto sei Nobel. Venga al dunque.
Abbiamo visto il cadavere di Dio.

Prego?
Esattamente ciò che avete sentito: abbiamo rinvenuto il cadavere di Dio, a venti miliardi di anni luce. Una massa di luce bianca ondeggiante nello spazio, addirittura con i lineamenti che gran parte di noi gli attribuisce. Ma la domanda prima che ci siamo fatti da scienziati è stata: se il nostro universo ha quattordici miliardi di anni luce di età e di grandezza, come è stato possibile osservare qualcosa sei miliardi di anni luce più in là?

Glielo stavo per chiedere.
Come sa anche un criceto, il nostro ultratelescopio spaziale Ipazia9000 ha già osservato il Big Bang qualche anno fa. Oggi siamo riusciti a entrare nel Big Bang, che è un buco nero come tanti altri. La velocità aumentata al suo interno ha portato presto il nostro obbiettivo fino dall’altra parte, nell’universo che c’era prima del nostro e che è collassato nel Big Bang medesimo. E vorrei dirvi di più…

Siamo tutto orecchi.
Non sappiamo ancora quanto fosse grande l’universo precedente, ma dalle dimensioni della salma (non l’abbiamo ancora visto tutto quanto) possiamo arguire che Dio lo occupasse quasi tutto. A differenza del nostro, zeppo di materia oscura e di vuoto. E forse questo faceva stare molto meglio tutti quelli che vivevano di là…!

Non faccia della metafisica. Invece: se Dio lo occupava quasi tutto, nel poco spazio dove non c’era, cosa c’era?
Non lo sappiamo ancora. Forse qualcosa che qualcuno di noi ha già battezzato “materia atea”. Ah, ah…! Ma al vostro posto avrei fatto un’altra domanda…

Sentiamo, se la canti e se la suoni pure.
Se abbiamo visto il cadavere di Dio a venti miliardi di anni luce e il Big Bang è stato sei miliardi di anni luce dopo, c’è forse un rapporto fra i due – chiamiamoli così – eventi?

C’è forse un rapporto?
La ringrazio della domanda. Abbiamo due ipotesi: la prima è che il Big Bang sia stato l’ultimo atto della sua putrefazione, dove ciò che costituiva la sua vita è schizzato via come un insieme infinito di spore; la seconda è molto più complessa: che il Big Bang sia stato in effetti il momento preciso del trapasso, ma ciò che abbiamo visto a venti miliardi di anni luce ne sia stato un auto-ologramma rivolto all’indietro, quasi ad avvisare l’universo precedente dove si stesse andando a finire.

Saltando a tutt’altro discorso… e tutto quello che abbiamo creduto riguardo a Dio nella nostra storia?
Nella migliore delle ipotesi sono echi sconnessi di un messaggio dolente, qualcosa che prima di morire il grande Costui ha lanciato al suo universo e magari agli universi successivi.
Nell’ipotesi peggiore sono scarti impazziti, frattaglie insanguinate di un essere vivente agli ultimi, addirittura frammenti di abiti o di appunti su un notes.
Sta di fatto che questi suoi messaggi – compreso l’invio del Figlio e dello Spirito Santo, Siddharta, Quetzalcoatl e tutti gli altri – sono echeggiati per miliardi di anni prima di arrivare a noi. Ma chi li aveva inviati non ne sapeva più nulla. Adoravamo qualcuno che solo la distanza ci faceva vedere vivo e presente. Pensate che nell’universo di là mandasse a morte certa un poveraccio di animo buono (che se n’era accorto, sia pure all’ultimo… “Perché mi hai abbandonato?”… ma il Padre non lo poteva più sentire da un bel po’)?

Il suo cinismo mi sconcerta.
Guardate il lato buono… pur credendo in qualcuno defunto da venti miliardi di anni, milioni di uomini sono riusciti a comportarsi bene grazie a questa fede. Per non dire che ci siamo circondati di chiese e templi bellissimi, di letteratura e di teologia, di arte come di pensiero.

Altri hanno compiuto cose orrende, su quella base.
Non lo dica a me. Cosa pretende da un universo nato da un decesso?

L’orologio sul polso balla

(un racconto di Monica Frigerio)

Io e mia figlia andremo in Florida per le vacanze di Natale. Niente di nuovo. Lo facciamo sempre. Il vecchio Lenny Bambace dà una festa e noi ci andiamo ogni anno. Mia madre e mio padre lo conoscono da quando emigrarono qui in un passato che sembra ormai lontano come una stella nana nel cielo. Lo faccio per compiacerli. Da una ventina d’anni a questa parte ho imparato a farlo e in questo ultimo la cosa mi viene tanto bene che ogni volta che me ne rendo conto provo un brivido lungo la schiena e mi pizzicano gli occhi. Ma lascio che tutto finisca lì. Mi costringo. Pratico autodisciplina. Per forza.

Abbiamo deciso di prendere il treno. Io ed Emma amiamo il treno. Amiamo la pizza con tripla mozzarella, ascoltare Miles David, ordinare i libri in casa in maniera maniacale e viaggiare in treno. Ho quarantadue anni, lei tredici, spero di non averle dato fin troppo di me.

«Mamma dammi anche la tua borsa, la porto io sulle scale.»
«No tesoro, non ce n’è bisogno, hai già il tuo zaino.»
«Dammi la borsa.»

È inutile provare a dirle ancora di no, me la strapperebbe con la forza, piccolo coyote selvaggio, la lascio fare, la lascio arrampicare su per le scale in mezzo a centinaia di teste che nemmeno all’inferno. Mi abbandono alla mia stanchezza, alla mia leggerezza. Mi costringo. Per forza.

Quando Emma era più piccola c’è stato un periodo in cui Billy fu trasferito per lavoro in un posto sperduto dell’Ohio. A noi piaceva fare i bagagli quasi ogni fine settimana e andare a trovarlo. Emma è un’attrice nata, si metteva nel mezzo della carrozza e declamava tutto quello che aveva imparato per le recite scolastiche finché non era sazia di complimenti e dolciumi da parte degli altri passeggeri. Mai niente e nessuno poteva farla desistere da questo compito. Ci sono rimasti bei ricordi.

Il medico, poi, dice che mi farà bene spostarmi per un po’ a sud, passare del tempo in famiglia, senza pensieri.
Senza pensieri. Ho sempre il suo numero per le emergenze nel portafoglio.

«Vuoi mangiare qualcosa?» chiedo.
«Sìsìsì!» mi risponde entusiasta, iniziando a frugare nella borsa frigo. Si ferma un attimo, a pensare, smorza subito l’entusiasmo e dice «Magari dopo».
Quante volte questa scena, ogni volta mi fa infuriare, mi detesto, so che non è colpa mia, ma contro qualcuno dovrò pure prendermela.
Non conosco più zone grigie, solo rabbia alternata a stati d’animo in cui mi sento un santone orientale pronto a riversare pace e amore su qualsiasi essere vivente. Non riesco neanche più a schiacciare una zanzara senza provare subdoli sentimenti contraddittori.
«Mangiamo qualcosa quando arriviamo dai nonni, mamma», chiude gli occhi e mi appoggia la testa sulla spalla. Ultimamente il cibo mi dà nausea e ora, guarda un po’, anche a lei. Le stampo un bacio sulla testa, «Va bene Emma».
Intorno gente che parla al telefono, sfoglia il giornale, tossisce, ride.

Mi guardo allo specchio, ho un viso pallido, il mio vestito rosso da occasioni speciali non si intona con i cerchi neri intorno agli occhi, gli orecchini di perla stonano sui miei capelli rarefatti, l’orologio sul polso balla.
Il mio piccolo coyote femmina è dietro la porta a spiarmi, vorrebbe già chiedermi se va tutto bene. Le vado incontro e lascio che le sue braccine energiche mi circondino la vita sottile, mi stringano le ossa, e restiamo così per un po’. Sono pronta, ora, a dire a tutti Buon Natale.

(Nell’immagine Girl in bed di Lucian Freud)

La disfatta

(un racconto di Monica Frigerio)

Quella mattina il signor Kant si svegliò agitato.
Due cose l’avevano turbato: il fatto che, in modo del tutto inaspettato, durante la notte si fosse svegliato due volte per urinare e poi che fossero già le 6.07 quando la sveglia doveva suonare alle 5.40, come al solito.
Si tolse di fretta le coperte e nel buio cercò di raggiungere a tastoni la cucina.
Gustavmahler stava in agguato sopra la mensola del corridoio e non appena vide il capoccione del signor Kant spuntare di sotto vi si fiondò sopra soffiando e rizzando il pelo.
«Porco di un gattaccio randagio, figlio di…» inveì contro l’animale.
Ripresosi dallo spavento, mise la caffettiera a bollire e si apprestò a fare i suoi piegamenti mattutini, che gli aprivano lo stomaco e il cervello. Quella mattina, tuttavia, non riusciva a concentrarsi, il pensiero tornava sempre sullo stesso punto.
Philosophia non dat panem!, gli era toccato arrendersi a questo.

Alle 9.15 era alla stazione di Könhauser, puntuale. Non gli restava che andare alla ricerca di Putenheim Strasse dove lo attendeva la dottoressa Margarita Krauss. L’ultima cosa che voleva era presentarsi in ritardo a un appuntamento così importante.
Aveva provato a cercare la strada la sera prima sul web, ma non si raccapezzava, i vicini comunque lo avevano rassicurato, non era difficile raggiungere il posto dalla stazione. Il signor Kant non avrebbe dovuto far altro che prendere con convinzione l’uscita, raggiungere il McDonald che avrebbe visto alla sua destra, proseguire per un 400 mt, prendere la prima a destra, poi di nuovo a destra – non alla prima, ma alla seconda – e lì avrebbe visto svettare la gigantesca scritta Bartmann Srl.
Un primo momento di difficoltà per il signor Kant fu notare che c’erano un’uscita ovest, nord e sud.

«Buongiorno, l’aspettavo. Si accomodi».
«Grazie».
«Bene, dottor Kant, prima di introdurle la nostra azienda ed entrare nei particolari sulla posizione che stiamo cercando, vorrei che iniziasse lei con le presentazioni. Dal curriculum vedo che ha seguito un percorso piuttosto sui generis, perché non mi parla delle sue esperienze?».
La signorina Krauss era una donna micidiale, lo si capiva subito. Il tailleur sembrava esserle stato cucito addosso come una seconda pelle e la sua acconciatura era una prigione senza via di scampo.
Il signor Kant prese a rimirare le ciminiere, accanite fumatrici, che sorgevano in lontananza oltre la vetrata alle spalle della signorina, ostinatamente stagliate in un orizzonte di vapore nero.
«Bien, so che voi scrutatori amate un certo dono di sintesi, dunque sarò breve. Ho dedicato tutta la mia vita al pensiero».
La signorina Krauss si lasciò sfuggire un moto di stupore quando il suo interlocutore interruppe di colpo il discorso.
Lui le sorrideva tra il beato e l’isterico dall’alto del tavolo di vetro che li separava di un passo, un raggio di sole martellava senza sosta la sua ampia fronte perlacea.
«D’accordo, ma potrebbe essere più specifico? Approfondire il suo percorso, cosa l’ha portata qui…».
Voleva stupirla da subito, divertirla, lasciare il segno, così bisognava fare aveva letto.
«Il mio inestinguibile appetito».
«Come scusi?».
«Vede, ero solito organizzare dei banchetti sfarzosi per gli amici, generalmente su base settimanale, non serve dire che offrivo loro solo il meglio, ma dopo una certa perdita di consenso da parte del pubblico verso la filosofia trascendentale mi sono trovato in una situazione di grande disagio, sono persino stato costretto ad abbandonare la mia città. Qui la paga, tutto sommato, non sembra male, eh! eh! eh!».
Le guance della signorina si infuocarono come due pomodori ben maturi.
«Ma cosa sta dicendo dottor Kant? Se è qui a farmi perdere tempo me lo dica subito! L’ho contattata perché il suo profilo mi è stato segnalato in quanto abbastanza in linea con quanto stiamo cercando, ma se dev’essere così… o mi racconta seriamente qualcosa delle sue precedenti esperienze professionali o il nostro colloquio finisce qui».
Il signor Kant si sentì offeso nell’orgoglio.
La sua immagine nelle vetrate rifletteva quello di un uomo sulla quarantina, pochi capelli rimasti sulla testa, demolito come il paesaggio che lo circondava.
Si richiedeva serietà. Gli venne voglia di scoppiare in una penosa risata, ma poi pensò a Lubakov, il suo affittuario, e al tono grave con cui gli aveva ripetuto che non avrebbe più accettato lezioni di “ragione pratica” al posto dei soldi per l’affitto.
Sfregò le mani umidicce sui pantaloni avanti e indietro, deciso a rimediare per quanto gli era possibile. Due occhi acuti come spilli erano su di lui.
«Mi perdoni, signorina. Da dove cominciare? – riprese, marmoreo – Ho studiato filosofia e matematica all’Università di Könisberg, ottenni poi la libera docenza e da allora mi sono dedicato anima e corpo all’insegnamento e alle mie pubblicazioni».
E mentre proseguiva raccontando del percorso accademico seguito, dei suoi successi, la signorina Krauss lo interruppe bruscamente: «Dunque le Risorse Umane non sono mai state la sua vocazione primaria?».
Gli occhi del signor Kant si allargarono come due palloni aerostatici.
«Be’, no, insomma… Ultimamente mi è stato dato modo di constatare che bisogna, per così dire, sapersi adattare all’ambiente circostante…».
«Lei non crede che la vita di una persona sia una questione di scelte e che sia giusto perseverare per rincorrere ciò che si ama fare veramente?».
«Si capisce, ma, mm-a…» borbottò.
Accanto alla dicitura soft skills la penna della signorina annotava ferocemente, la testa del signor Kant veleggiava su una distesa di sconforto.
«Mi racconti un po’ della sua famiglia adesso».
«Vivo da solo con il mio gatto, si chiama Gustavmahler, in un piccolo bilocale.
Gustavmahler è un persiano e ama rannicchiarsi negli angoli più bui della casa eccetto che nei momenti dei quiz serali che trasmettono prima di cena in tv, per i quali sembra avere un’insensata predilezione».
La mascella volitiva della signorina Krauss continuava a sgusciare domande che gettassero una luce sicura sugli antri più profondi dell’animo del signor Kant.
«Scelga tre punti forti e tre punti deboli del suo carattere».
«Tre punti forti mmh… direi metodico, perseverante, ironico. Negativi: ironico, metodico e abbastanza perseverante». Sogghignò.
«Cosa ama fare nel tempo libero, quali sono i suoi hobby?».
«Le mie abitudini sono cambiate – rifletté un attimo –, prima la mia professione coincideva con il mio “hobby”, come lei lo chiama, adesso… be’, ho comprato un manualetto che si intitola A colloquio. L’arte di sapersi vendere. Alle cinque, mentre prendo il tè, ne leggo sempre qualche pagina, poi prima che il sole tramonti mi piace passeggiare. Di solito salgo sulla collina, raggiungo il punto da cui si vede tutta la città e mi chiedo “perché?” e il sangue del cielo sembra in quel momento dare un po’ di conforto alle mie pene».
Il foglio della Krauss si arricchiva di punti di domanda.
«Dottor Kant, nonostante questa ironia nervosa che mi pare accompagnarla nelle sue risposte lei mi sembra in tutta franchezza una personalità ombrosa, mi dica, di solito com’è il suo umore, si definirebbe un tipo solare?».
Il signor Kant sentì che le palpebre gli si facevano di piombo e la testa iniziò a penzolare in avanti, segno di una sconfitta imminente.
Vedendo che una risposta tardava ad arrivare la signorina Krauss continuò: «Le dico questo perché nella nostra azienda l’allegria è un ingrediente fondamentale».
«L’allegria?».
«Sì dottor Kant, non appaia tanto stupito. L’allegria che nasce dalla consapevolezza di fare parte di unico grande organismo che cerca di raggiungere con fiducia ed entusiasmo obiettivi sempre più sfidanti, l’allegria che viene da un lavoro ben svolto che è il più sublime tratto distintivo dell’essere umano».
«Sento di potermi definire un tipo solare», sbiascicò il signor Kant.
Per niente rassicurata continuò: «Senta, mi elenchi per favore dei princìpi che secondo lei stanno alla base della sua esistenza, dei suoi comportamenti».
«A livello teoretico o a livello pratico?».
Lei spazientita: «Non so, signor Kant, come preferisce, anche se ha qualche mantra da usare nei momenti di sconforto».
«Un mantra?» rispose sorpreso.
«Sì – sbuffò –, sa, formule o frasi propositive».
Gli venne in mente l’accesa discussione che aveva avuto poche sere fa con Lubakov. Un buon cristiano, ma incapace di arrendersi a ciò che a Kant sembrava del tutto ovvio.
«Se io le dicessi che esiste una legge morale comune a tutti gli uomini, scolpita come pietra e che regola il nostro agire aprioristicamente, lei sarebbe d’accordo con me o no?».
«Sono io qui a fare le domande».
«Bien, “Due cose sole riempiono di il mio animo di ammirazione: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”. Può valere come mantra?».
La signorina Krauss annotava.
«Senta, si è mai trovato di fronte a problemi complessi da risolvere?».
«Si capisce».
«Mi può fare qualche esempio e raccontare come ha gestito la situazione in quei casi? Esempi concreti, dottor Kant, non astrazioni mentali».
«Dunque indagare quali siano i fondamenti del sapere, della morale e dell’esperienza estetica dell’uomo, quali siano le loro condizioni possibilitanti immagino che non vada come risposta?».
«Dice bene».
«Be’ onestamente, sa, il mio lavoro…insomma…»
«D’accordo, non importa, parliamo d’altro, le piace visitare paesi stranieri? Ha studiato all’estero per un certo periodo?».
«Non molto. Sono una persona abitudinaria. Viaggiare mi creerebbe, temo, solo perdite di tempo e disagi. Pensi che a Könisberg ero solito fare una passeggiata nel primo pomeriggio, ed ero sempre tanto puntuale in questo mio impegno che la gente del paese regolava l’orologio su di essa».
Gli parve di vedere la signorina Krauss scuotere la testa nel suo annotare.
«Come si vede tra cinque anni?».
«In spedita carriera, vorrei sfondare, magari diventare manager del mio reparto!».
«E tra dieci anni?».
«Tra le macerie del muro sfondato. Eh! eh! eh!».
Seguì un momento di selvaggio silenzio. Lo sguardo di lei gli stava addosso come una mano calda e sudata.
«Un’ultima cosa dottor Kant e poi avremo finito, immagini di mettere da parte per un attimo tutto il suo trascorso e quanto detto finora, mi dica, nella nostra azienda quale pensa possa essere la sua mission».
Lui era stanco, assetato, sfibrato.
«La mia scusi?»
«Mission, la sua mission, sa che vuol dire? Quale sarebbe il suo scopo nella nostra azienda se la assumessimo?».
Doveva dire qualcosa, qualsiasi cosa, farla finita e andarsene.
Alzò le spalle, segno che la sconfitta era ormai giunta e insediatasi.
«Mah, il mio acuto senso critico…».
Non c’era bisogno di proseguire, la signorina Krauss aveva già annotato abbastanza.
«Grazie, signor Kant, le faremo sapere a breve».

Sta bene, non era andata come si era immaginato. Niente di lui sembrava esserle piaciuto, cristallino. Guardò con rimpianto i suoi libri che si impolveravano sugli scaffali. Si sedette sul divano e Gustavmahler non tardò a saltargli sulla pancia. Era il momento di Das Quiz mit Jörg Pilawa.
«Co-me si ve-de tra cin-que an-ni dot-tor Kant?» la scimmiottò.
«Sotto terra divorato dagli sciacalli come lei, carissima».

Cosalità

(di Federica Tosadori)

Nulla sembrava qualcosa in più di quello che era davvero. Tutto era semplicemente una cosa, impastoiata, da cima a fondo, nella propria cosalità.
Ogni Cosa è Illuminata

Als Gregor Samsa eines Morgens…

Cigolando le mie pupille si illuminarono della luce bianca del giorno. Mancava qualcosa in quel biancore abbagliante, un calore mattutino, un sapore. Ogni risveglio è una nuova vita, diceva sempre mia madre, quando scendevo in cucina ciondolando, inseguendo quell’aroma denso di brioche al burro. Io sorridevo e non capivo, e nemmeno mi interessava. Quelle parole erano solo un mantra, semplicemente il buongiorno di una donna che morbida mi abbracciava con gli occhi ridenti e marroni. Era un ricordo che indelebile era rimasto incollato alle pareti del mio cranio e ogni mattina non potevo che riosservare quella scena, odorare nuovamente quelle parole, commuovendomi. Ma qualcosa era profondamente diverso in quel cigolio meccanico dei mie occhi, che come malati vedevano un bianco quasi accecante e nessun profumo di brioche nei miei pensieri. Il ricordo della dolcezza di mia madre era solo una cosa in mezzo ad altre cose:
l’Armadio
la Finestra
la Sveglia
il Tavolo
quel Sorriso
i Vestiti della Sera prima sulla Sedia
il Comodino
quel Burro armonioso dei suoi Occhi
il Tappeto
il Poster insignificante di un Ritaglio di Giornale
ogni Risveglio è una nuova Vita
la Collezione di Fotografie.
Solo cose tra le cose, così era fatto il mondo quella mattina. Un grande oggetto pieno di oggetti, inanimati e inconcludenti, duri e fissi, immobili. Provai a ruotarmi sul fianco destro cercando accanto a me quel qualcosa che mi mancava. Non c’era presenza umana. Le mie mani si muovevano lentamente lungo i fianchi, ma non riuscivo a sentirle. Cose tra le cose.

Iris doveva essersi già alzata e con ogni probabilità era in cucina a mangiare qualcosa di veloce prima di uscire di corsa a prendere il treno. Era sempre in ritardo; c’erano poche cose che mi irritavano più di quel suo perenne non essere mai in tempo. Mai al posto giusto nel momento giusto, sempre a rincorrere se stessa. Come si poteva vivere una vita così? Eppure quella mattina il mio cervello non formulò interrogativi del genere. Non mi importava di Iris, delle sue labbra sulla tazza bianca di caffè, dei suoi capelli spettinati, della sua corsa disperata verso lo studio, del suo impegnarsi al cambiamento che evidentemente non sarebbe mai avvenuto. Non provavo fastidio, non provavo niente. Avrebbe potuto essere un fantasma, un’entità invisibile, niente nelle pareti del mio cranio, nude dal ricordo di burro materno, mi avrebbe ispirato emozioni. Riuscivo soltanto a pensare, nell’immobilità dei miei movimenti, a come avrei potuto sciogliere quella stessa immobilità. Avrei richiuso gli occhi cigolanti e mi sarei rimesso a dormire, solo per risvegliarmi dentro una nuova vita. Ma non potevo prendere sonno finché non fossi riuscito a muovermi, e non potevo muovermi senza prima riprendere sonno. Cosa tra le cose. Lentamente mi accorsi di essere ormai definitivamente sveglio. La mia testa di piombo però non riusciva a staccarsi dal cuscino e la mia pelle liscia in modo innaturale pareva insensibile alla carezza delle lenzuola chiare. Cominciai a sentire degli strani rumori provenire dal fondo del letto. Era come un muoversi di ferro e metallo, meccanismi che riprendono vita dopo un lungo periodo di silenzio. Fui preso improvvisamente dal panico, unica sensazione davvero umana di cui mi ricordi in quella mattina, ma di fatto durò poco, molto poco, fino a quando non mi accorsi che si trattava dei miei legamenti cigolanti.

Cosa mi è successo? Formulai nel mio cervello scolpito alcune probabilità: ero stressato dal lavoro, da Iris, dalla vita intera; da quella città troppo stretta, dagli orari assurdi della fabbrica, dai ricordi frustrati di qualcosa che non era andato come desideravo. Era chiaro che fossi terribilmente stanco di tutto, stanco della solitudine pungente provata ogni sera prima di andare a dormire; e poi degli incubi inutili e dolorosi. Forse ci ero dentro, a uno di quegli incubi terribili, in cui insetti giganti e streghe maledette mi torturavano. Eppure intorno a me e nella casa tutta, non c’era nessuno, niente animali e streghe, solo io con un corpo immobile di ferro gelido. Doveva essere molto tardi ma io non potevo alzarmi dal letto per andare a lavorare. Passarono delle ore intere e vuote in cui i miei pensieri e le mie emozioni diventavano plastica; avevo come la sensazione di poterle inscatolare da qualche parte dentro di me, archiviandole e quindi dimenticandole. Un’insensibilità meravigliosa si impossessò di ogni mia singola particella, materiale e non. O meglio, ogni mia singola particella immateriale diventava sempre più calcarea, fino a che non mi parve di essere composto semplicemente da piccoli sassolini grigi, anaffettivi.

Non mi alzai da quel letto fino a quando Iris non tornò a casa. Sentii il suono tintinnante delle chiavi nella porta e mi sembrò infinitamente simile a quello che producevano le mie dita ogni volta che tentavo di muoverle. Lei si accorse subito che non ero uscito di casa. Corse in camera e spalancando la porta gridò, esprimendo una paura raggelante che ebbe il potere di prosciugare quelle ultime gocce di sangue che sentivo fluire ancora dentro di me. Ero diventato un automa perfetto, senza sogni, senza paure, senza cuore.
«Cosa ti è successo amore mio! Oddio! Sei bianco, sembri un cadavere! Stai bene? Ti prego dimmi qualcosa?» Si era fatta vicina al mio orecchio, alla mia pelle laminata. Mi accorsi che potevo parlare ancora, avrei potuto aprire le labbra e far scricchiolare la mia lingua ruvida a formulare parole. Avrei detto: “Sto benissimo, non mi importa di nulla, nemmeno di questa tua paura amorevole che solo ora sei riuscita a tirare fuori, ora che non sono più un essere umano e non mi serve più”. Ma non dissi niente perché non mi interessava, non era importante. E il tocco delle sue mani su di me non era che un fastidioso calore che mi impediva di cancellare gli ultimi ricordi di emozioni umane.

Passarono tanti giorni e tante notti senza che io ripresi mai più sonno o potessi provare a svegliarmi da quella situazione. Ero riuscito ad alzarmi dal letto e ora non avevo più voglia di sdraiarmici, abbracciando Iris nella notte. Solo desideravo stare in piedi davanti alla finestra, a osservare le altre mille finestre di quella città senza senso, senza provare rabbia o invidia per le vite degli altri. Mi muovevo piano e rumoroso in giro per la casa, con la consapevolezza di aver perso il lavoro, di aver perso ogni cosa, ogni amico, ogni gesto della mia precedente vita umana. Ma nulla mi toccava o mi faceva male, solo ogni tanto mi pareva di sentire quel profumo di burro nella periferia del mio cervello. Quello pseudo ricordo mi riattivava qualcosa, qualche meccanismo ancora morbido di carne. Ma sostanzialmente niente cambiava e il tempo passava senza che io sentissi la pesantezza della noia, il vuoto nero in cui spesso prima cadevo nauseabondo.

Iris era diventata uno straccio magro e grigio. Usciva di casa prestissimo al mattino e tornava sempre più tardi, sempre più al buio. Si infilava sotto le coperte senza nemmeno passare dalla cucina o dalla doccia e si addormentava piangendo. Al mattino appena apriva gli occhi mi osservava nel terrore puro e lentamente capii che mi odiava in un modo così vero che arrivai a comprendere, nella mia mente di macchina, che niente di quello che era stato tra noi poteva essere più autentico di quel sentimento così categorico e definitivo. Ma io soltanto lasciavo scorrere ogni cosa della vita rosa e delicata di quell’essere microscopico che occupava uno spazio tra le stesse quattro pareti ben note.
Quando Iris una sera non tornò più a casa mi resi conto che la mia trasformazione in cosa tra le cose era giunta davvero al termine. Camminai per la casa nel silenzio e nel buio più profondo, totalmente vuoto e insensibile a ogni oggetto: le tazze della colazione di giorni nel lavandino, con le loro tracce di biscotto molliccio, la spazzatura piena di carte e avanzi di cibo non mangiato, il divano rosso su cui giaceva inerte il libro che stavo leggendo prima di tutto questo, il letto disfatto senza vita, e ancora la collezione di fotografie di sconosciuti in cui troneggiava la figura di una donna impellicciata che non potevo davvero sapere chi fosse. E io, bambola meccanica abbandonata, senza sbattere le ciglia mi sedetti cigolando su una sedia bianca fredda di insignificanza, e immobile mi fissai lì, guardando il nulla davanti a me e sentendo il nulla dentro le mie ossa rigide di metallo.

Tutto ciò che segue è frutto delle mie estrapolazioni sulla realtà, perché un giorno smisi di percepire come dotato di senso qualsiasi tipo di linguaggio umano: Iris vendette quell’appartamento a una famiglia di borghesi allegri che non potevano nemmeno immaginare cosa vi fosse accaduto dentro. Così quando, con tutta la loro spensieratezza di famiglia felice, varcarono la soglia, ammutolirono nel vedermi nudo e fisso in un angolo della camera da letto, perdendo nel sempre di quell’attimo ogni gioia possibile. I bambini subito fuggirono nelle altre stanze terrorizzati, o almeno questo è il sentimento che parevano disegnare le loro bocche spalancate. La moglie, sul muro le sue spalle, iniziò a urlare, con due grandi occhi cupi di un azzurro azzardato, mi squadrava sperando di non essere a sua volta guardata. L’uomo di famiglia decise che il compito era suo. In pochi giorni mi ritrovai nel buio più angusto e infinito. Dei muratori, chiamati immediatamente, con la massima velocità e costanza mi avevano costruito una stanza intorno. Nessuno aveva potuto spostarmi: i miei piedi come radici ancorate al pavimento, ogni muscolo teso come corteccia di bronzo, mi rendevano pesante e inamovibile. Io, albero senza foglie e respiro, cosa tra le cose, metallico di ricordi e desideri inespressi, non ero più io, non ero più niente, solo un oggetto chiuso senza aria in un buco.

Adesso, dal nero, dietro alla vita degli altri, non faccio che ascoltare il suono dei giorni di chi di giorni di carne ne ha ancora. Non sento il tempo che passa e so che sono niente, che la famiglia di là ha dimenticato la mia assente presenza dietro ai mattoni imbiancati, sulle cui pareti saranno appoggiati quadri e foto e ritagli di fiori colorati. Solo ogni tanto un brivido strofina i miei interni di rotelle e meccanismi e mi pare di sentire come rabbia frustrata tutta l’aria di sole che non posso più respirare. Soffoco, soffoco per attimi lunghi e arrivo alla morte con tutto il mio peso di immobile, fino quasi a percepirla, concreta e densa. Ma mai, mai mi ci perdo dentro, nel suo nero incubo. Resto alla fine sempre qui, impossibilitato al respiro. Capita molto raramente che dalle fessure impercettibili del muro, arrivi al mio ferroso essere un certo odore di burro mattutino, di colazioni bianche, un sorriso. Mi scuoto inconsapevolmente e so che dall’altra parte il mio cigolio gela il sangue carnoso e vivo, soffoca il respiro per un secondo inafferrabile a chi oltre il muro, non ancora è diventato cosa tra le cose, non ancora ha dimenticato di esistere.

La favola della rugiada

(di Isabella Gavazzi)

In un tempo molto lontano, tra boschi e prati, vivevano dei piccoli esserini alati amici degli animali, chiamati, con l’arrivo dell’uomo, fate.
Le fate erano in armonia con la natura: loro curavano le piante e in cambio ricevevano cibo e riparo. Erano felici le une con le altre; giocavano tutto il giorno con gli amici animali, senza stancarsi.
Con l’arrivo della sera si coricavano su delle piccole zolle di muschio e, coperte da una foglia donata dall’albero più vicino, dormivano sonni profondi, protette dalle stelle e dalla Luna.
Così facendo la Terra diventò un pianeta pacifico pieno di verde. C’erano fate in tutti i posti: dal deserto alla prateria, dal fiume ai boschi.
Tutte erano unite da un legame talmente forte che, quando una fata si spegneva come una stella con l’arrivare delle prime luci, tutte le altre accorrevano per salutarla un’ultima volta.

Con l’arrivo dell’uomo le cose cambiarono: le fate, pacifiche e sempre aperte alle nuove conoscenze, si mostrarono ai primi uomini, sicure che sarebbero diventati presto parte integrante della loro vita.
Gli uomini, inizialmente incuriositi, osservarono per alcune ore quegli strani esserini, che danzavano gioiosi per i prati. Finito l’incanto iniziale, gli uomini ricominciarono le loro attività. Estrassero dalle loro bisacce degli strani arnesi di pietra che le fate non avevano mai visto ed iniziarono a legarle su dei rami trovati lì vicino. I piccoli esserini erano sempre più incuriositi, e ipotizzavano il loro scopo.
“Secondo me lo usano per giocare.” disse una piccola fata con una campanula viola sulla testa.
“Io sono convinta che sia un bastone per fare dei salti altissimi” disse un’altra con un vestitino composto da tante verdi foglioline.
Nel frattempo l’uomo che stava costruendo lo strano strumento cominciò a camminare in direzione di un docile gruppo di cervi. Gli animali nel vederlo non batterono ciglio, abituati com’erano alla presenza delle fatine. Tutte erano in attesa, con il fiato sospeso, curiose di sapere cosa quegli strani individui volessero mai fare. L’uomo afferrò il bastone, lo puntò e lo lanciò verso il cervo più grande del gruppo, abbattendolo in pochi secondi. Le fate, scioccate e spaventate, si rifugiarono dove poterono, cercando di scappare sia dall’uomo tanto brutale che dalle zampe degli animali spaventati.
Il carnefice, assieme agli altri della sua specie, esultarono e si congratularono con il cacciatore.
Le fate, quella notte, mentre gli uomini dormivano, ricominciarono a ballare e a far festa, sapendo però che quelle abitudini non potevano continuare. Arrivata l’alba, le fatine, per paura di essere uccise dall’uomo, decisero di non ballare e giocare, ma di rimanere, ognuna, nella propria casetta. Erano talmente dispiaciute di non poter passare più così tanto tempo insieme che piansero tante lacrime da bagnare il prato, dandosi, però, appuntamento alla sera successiva.
Spuntato il sole gli uomini si svegliarono, scoprendo che tutt’intorno a loro erano presenti piccole gocce fredde che, poco a poco, sparirono con il calore.
Da quel giorno in poi le fate si ritrovano ogni notte a far festa, consapevoli di dover separarsi la mattina, lasciandoci, come segnale della loro tristezza, tante piccole lacrime, chiamate, dagli uomini, rugiada.

Milano raccontata da Luigi Vergallo

(recensione di Nadia Kasa)

Milano frammenti è la storia di un ragazzo; di una piccola banda criminale; di un amore sofferto. Il protagonista è Marco Corbacci, ha trentacinque anni, abita nel quartiere Ticinese e per vivere “si arrangia”. Così come si arrangiano i suoi amici: Francesco e Giovanni. È insieme a loro che progetta i furti. In principio, piccole cose – Marco iniziò con un martello – poi, furti più consistenti. Nonostante la vita in apparenza sbandata, Marco e i suoi amici hanno valori, ideali e un rispetto che li caratterizzano. È questo il focus che convince il lettore a proseguire la lettura: la volontà di vedere che tipo di scelte faranno i personaggi.

La malavita rappresenta, in qualche modo, il demone da cui sono fatalmente attratti i protagonisti. Un demone che consente loro di “tirare avanti”. Ma oltre a questo, si intrecciano anche gli episodi personali. Marco è infatti coinvolto in un amore poco equilibrato, fatto di litigi e conflitti interni. Si percepisce la volontà di stare insieme, ma allo tempo le difficoltà appaiono insuperabili.

Nella storia vengono rappresentati due modelli di realtà. Il primo è il crimine, da cui tutti i giovani e non, almeno una volta nella vita, sono stati attratti, perché accorcia le strade e pare rendere tutto possibile, in primis il raggiungimento del benessere. Tutti noi dovremmo essere dei piccoli antropologi per comprendere da dove nasce tutto ciò: famiglie disgregate, valori sbagliati, violenza, quartieri dove un giovane può farsi un’idea sbagliata del mondo. E poi, quel mondo ti punta il dito chiamandoti: delinquente. Quando invece, è quello stesso mondo che ti ha reso quello che sei. Non è una giustificazione ad azioni sbagliate, illegali, immorali. Ma, tutto ciò porta a una riflessione: comodamente dalle nostre poltrone, puntiamo il dito contro il tale assassino e il tale ladro di borse. Ma è giusto giudicare così, senza remore? Perché qualche volta invece – in modo più costruttivo – non proviamo a ragionare sulle cause che hanno portato a quell’azione?

Il secondo modello di realtà è l’amore malato, sofferto, possessivo, da cui tutti – o quasi – siamo stati attratti, con una forma di masochismo tipica dell’essere umano. Ma questa volontà, di far funzionare le cose a ogni modo, pare caratteristica di generazioni lontane dalla mia, di generazioni abituate alla sofferenza, alla povertà, al bisogno di avere di più. Forse è uno stereotipo o forse una grande verità: sembra che oggi più di ieri, le coppie abbiano l’attitudine a lasciarsi per un nulla. Alla prima difficoltà il palazzetto costruito con leggere assi di legno crolla, talvolta si incendia. E così, ci si ritrova ad avere questo bisogno inesauribile di essere amati, ma si è incapaci, in prima di persona, di amare. Si dimostra un’incapacità di andare oltre le parole buttate a caso in un momento di rabbia o le azioni fatte superficialmente. Questo porta a una solitudine che si ama – più che altro si giustifica – e si odia.

Nella prima pagina di Milano frammenti viene trascritto: i personaggi e i fatti narrati sono frutto di pura fantasia e non hanno alcun rapporto con persone e realtà esistenti o esistite. Ed è vero di sicuro. Ma io ci ho visto solo estratti di realtà.

Champagne

(un racconto di Andrea Lionetti)

Il volume della televisione è a sessanta. In qualunque stanza ci si sposti la voce di Carlo Conti riesce a penetrarne le pareti, propagandosi ovunque. La madre è seduta in cucina, che è anche il salotto, davanti a una tv che per dimensioni si usa solo in cucina.

Guarda il solito programma delle sette.

D’improvviso le sue parole si fanno più alte di quelle del conduttore: “Marco!! Marco! Corri, presto vieni! Vieni qua!”. Il figlio esce dalla camera preoccupato che sia accaduto qualcosa e la raggiunge . La tavola è apparecchiata: nel mezzo una piccola insalatiera e un pezzo di pane, due bicchieri, due tovaglioli. Sui fornelli una padella e due bistecche.

“Ma stai bene?”, chiede lui.

“Guarda! Certo che sto bene, mai stata meglio.”

La donna si agita e con le dita indica lo schermo, poi continua: “Duecentomila euro! Non ne ha sbagliata una e ha scritto mela. È giovane come te, vedi?”

Il figlio non dice una parola. Sta immobile di fronte a lei.

“Ci siamo ci siamo! Guarda, sta per aprire la busta.”

Silenzio. “La parola di questa sera è…” La madre incrocia le dita, chiude gli occhi, l’udito rapito dalla voce di Conti, le piace la voce di Conti, come quella di Scotti, Lippi, Amadeus, e poi non si ricorda più, ha già dimenticato programmi e personaggi, e tutto diventa una specie di cartella da desktop dove ogni cosa si confonde.

La parola è…mela!”.

A quel punto la donna apre gli occhi e scoppia in un applauso che rimbomba tutt’intorno: “Ce l’ha fatta! Ce l’ha fatta! Marco mio! guarda!”. Dal soffitto dello studio precipitano coriandoli arcobaleno, il concorrente quasi piange. È circondato da vallette alte e inarrivabili. 
Il vincitore parla, è il momento dei saluti; allora ci si sente bene e a nessuno frega più niente del lavoro d’ufficio, del Governissimo, dello Spread, dell’Agenzia dell’Entrate, della guerra in Siria, dei processi Berlusconi.
 La bocca è asciutta. Hanno sete. Fanno lo stesso gesto. 
Lui beve champagne, lei alza il bicchiere d’acqua.

“Cazzo mamma!”, esplode il figlio. Lei sussulta. “La carne! Brucia!”

Allegoria

(di Francesca Ferrara)

È tutta colpa della gita scolastica agli Uffizi, nel 1952.
Soprattutto, è colpa di Piero del Pollaiolo e del suo dannato dipinto.

A quel tempo, i miei occhi di bambina si divertivano a smontare l’architettura della realtà e a ricomporla in forme non ordinarie. Due instancabili caleidoscopi, assemblati per cogliere sfaccettature estranee a quelli arrugginiti degli adulti.
Quando intercettarono l’Allegoria della Giustizia, quegli ingranaggi subirono un sovraccarico di impulsi.

Una mano della donna brandiva la spada. Non per tagliare una persona, bensì per tagliare il suo verdetto: doveva essere equo e imparziale. L’altra accarezzava il mondo; un cucciolo da proteggere. Così fiera, così materna. E il suo sguardo… Gentile, ma attento. Silenziosa indagatrice degli animi e delle menzogne. Così eterea, così terrena.

Decine di farfalle, le ali cangianti, svolazzarono dai miei piedi fino al cerchietto di velluto blu. In un unico fremito. Si posarono sui miei caleidoscopi e divennero per loro nuovi cristalli colorati.
Decisi in quel momento: volevo essere come la signorina del dipinto.
Rincorsi i miei compagni di classe, certa che non potessero sopravvivere un altro minuto senza saperlo.
«Ehi, Cinzia! Da grande farò il giudice! Raffaella, ascolta qui!»

 

Nella sala della Primavera di Botticelli, la confidenza aveva assunto il volume di un proclama. La maestra impallidì e mi prese da parte. Non potevo diventare un giudice, mi sussurrò. Era un lavoro da maschietti.
Io non riuscivo a capire: nel quadro c’era una donna! Testarda, continuai col mio ritornello sgraziato e venni confinata sulla panchina al centro della stanza, in punizione.

Ripensandoci ora, avrei dovuto accogliere il rimprovero della maestra come una benedizione. Da quell’istante e per tutti gli anni a seguire, invece, non ho fatto altro che ripetermi. A cominciare dalla bambina seduta accanto a me, lì, davanti a Flora e compagnia. Ricordo che aveva i codini disallineati, il grembiule stropicciato e le iridi color cenere.
Non era nemmeno della mia scuola.

«Da grande farò il giudice!»
Lei esibì un sorriso con un paio di finestrelle. Mi abbracciò e ci scambiammo un bacio sulla guancia, esaltate.
Una suora si precipitò dalla sala successiva. Vide la bambina e la trascinò via per il colletto del grembiule.

Ora che di anni ne ho ventiquattro, sono abbastanza matura per pentirmi della mia avventatezza. E per incolpare Pollaiolo, appunto.

 

Siedo fuori dall’aula 14 della facoltà di Giurisprudenza, in attesa di dare il mio ultimo esame. Mentre sfoglio con dita maldestre il manuale sulle mie gambe, cerco la me stessa alunna di seconda elementare.
Non la trovo.
Sono stanca.

Quando si è piccoli si guarda alle sfide da una prospettiva che definirei “di fame presbite”: ci si focalizza impazienti sul traguardo, sminuendo i gradini da scavalcare. Crescendo, invece, ci si porta ben sotto quella scala e si rimane sovrastati dalla sua ripidezza. Si ammira la strada da percorrere in tutta la sua interminabilità e ci si chiede: “Ne vale davvero la pena?”.
Una domanda e si è d’un tratto adulti.

Io sono diventata adulta un mese fa. È vero, dal 1963 posso diventare anche io magistrato, ma la perdita dell’ingenuità ha gettato sabbia sul mio fuoco. I pregiudizi dei colleghi, l’insofferenza degli avvocati, la diffidenza dei loro clienti… Ogni giornata di lavoro sarebbe un’arena ed io l’animale esotico che intrattiene gli spalti.

Mi appoggio con la nuca al muro. Il suo fiato gelido mi attraversa.
Non ho voglia di essere sotto esame per tutta la vita.

 

«Alla fine ce l’hai fatta» intona una voce femminile.
Guardo davanti a me, ma il controluce graffia i miei occhi. Tutto il bianco di gennaio sta entrando dalla finestra.

Mentre la persona prende posto accanto a me, mi si presenta attraverso dei dettagli. Cappotto fiammante, un libro di politica internazionale, capelli neri corti. Un taglio maschile. Di quelli per cui mia madre mi segregherebbe in casa fino a quando la mia identità di genere non venisse riconfermata.
Poi occhiali con una spessa montatura viola. Dietro le lenti, due medaglie d’argento.
Ah…!

«Questo è… Tu sei…» mi fermo. È sorprendente: riconoscersi dopo vent’anni senza sapere l’una il nome dell’altra.
Schiude le labbra, ma la voce di un compagno di corso mi squilla nell’orecchio.
«Clara! Il professore sta arrivando. Sbrigati a entrare in aula!»
Mi volto verso la mia preziosa sconosciuta. Sorride.
«Ti aspetto qui.»

Prima che la cornice della porta ci separi, la guardo un’ultima volta.
Una farfalla in pieno inverno.

Pirata di ritorno

(di Federica Tosadori)

Dodici anni che aveva abbandonato la strada di casa. Si strofinò gli occhi poco prima di scendere sul molo, entrambi i piedi ora ben saldi alla terra e un dondolio ormai solo immaginato, ché non te lo levi più di dosso il mare. Ogni grammo della sua carne era salato, come quel manzo in scatola che gli era capitato di trangugiare in qualche isola dove avevano attraccato. Appoggiò le scarpe una davanti all’altra e si ricordò che camminare in un posto conosciuto non è mai la stessa cosa: si prova una sensazione di sicurezza, la certezza che qualcosa di sé possa rimanere per sempre. I suoi compagni gli dicevano che era un pirata troppo romantico per essere allo stesso tempo un contrabbandiere delle onde. Ma lui non credeva che le definizioni che il mondo confezionava potessero essere così definitive. Per anni si era sforzato di corrispondere alla sagoma in cui doveva rientrare, fino a macerarsi il fegato nell’alcool e l’anima nel dolore del rimuginio permanente. Quando si era arreso alla sua natura di malinconie e desideri inesauribili, allora una calma universale l’aveva abitato, e si era accettato. Dunque che dicessero i suoi amici: lui infine si era compreso.

C’era vento quel giorno, e passava tra le casse di pesce appena sbarcato, tra i teli bianchi e le travi delle barche, tra le vele e tra le vene dei pirati arrivati da poco. Ognuno si disperse come goccia tra i vicoli del porto, stradine di pietra e panni alle finestre che parevano dipinti sui muri, così azzurri e secchi di sole. Lui però non vagava a caso in cerca di cibo o di calore, risaliva la strada principale, quella del mercato, negli odori delle cose, del cotone e delle donne del posto. Sentiva il profumo delle colazioni arrivare dalle finestre, caffè e pane fresco. Come in un ricordo proseguiva.
«Tommaso…?»
Una voce titubante lo risvegliò dai pensieri.
«Sì sono io!» biascicò, come se il suono fosse rimasto incastrato tra i muscoli del petto.
«Quanti anni sono… incredibile… non so nemmeno come ho fatto a riconoscerti! Sono Gianmarco!»
«Gianmarco della famiglia dei calzolai? Proprio tu?»
«Io in persona!»
Sorrisero i due uomini e senza indugio si abbracciarono come due vecchi amici.
«Davvero è incredibile vederti ancora, non si immaginava più che saresti tornato! Vai verso casa? Vengo con te, così mi racconti che cosa vuol dire fare il pirata!»

Ma sulla strada di casa Tommaso non aprì quasi nemmeno bocca. La lingua di Gianmarco sciorinava parole, lieto forse di aver trovato un ascoltatore finalmente così tanto attento. Gianmarco disse a Tommaso che in paese erano successe molte cose dalla sua partenza. Morti, nascite, unioni e persino qualche atto di sangue inaspettato. Gianmarco non pensava che un pirata potesse rimanere turbato da racconti di omicidi e assassinii vari, anzi un po’ esagerava nel descrivere i dettagli di tali eventi, proprio perché non voleva essere visto come un povero ingenuo dall’amico ormai cinico e indurito. Non poteva immaginare quanto l’animo di Tommaso venisse rimescolato da questi racconti. Non aveva mai ucciso nessuno nel suo viaggio per i mari, era addirittura capitato che si fosse rotto praticamente tutte le ossa del corpo per poter salvare una ragazza incontrata in un villaggio depredato, che un suo compagno aveva scelto come trofeo di guerra. Era scivolato malamente da un’altezza spropositata, ma lei aveva potuto scappare lontano, non essendosi ferita, protetta dal suo corpo. E mentre se ne stava sdraiato per terra cercando di capire cosa dentro di lui fosse rimasto intatto, i compagni che gli passavano vicino lo deridevano: «Che romanticone il nostro Tommaso!». L’avevano poi trascinato sul vascello ed era rimasto immobile almeno un mese. Per tutto il tempo non fece altro che pensare a quanto fosse strano che ci si potesse rompere ogni cosa dentro e fuori la pelle restare illesa, una gomma isolante, e le ossa mischiate e spezzate come rami secchi sotto. Provò per la prima volta la sensazione di potersi perdere in fantasie strepitose e incredibili, la sua mente fissata all’immagine di suo fratello, lontano.

«Ho paura di tornare a casa.»
Le parole di Tommaso arrestarono il flusso sproloquiante di Gianmarco, il quale si stupì profondamente di questa affermazione.
«Perché?»
«Non lo so.»
«Non credere che sia cambiato molto a casa tua eh…»
«Ah no?»
«No no, anzi tuto proprio uguale. Tua sorella è ancora lì, non ha trovato nessuno che volesse sposarla, tua madre e tuo padre sono ancora in vita, sani e forti come una volta, e lavorano il campo a occhi chiusi ormai. Tuo cugino ancora vuole fare il soldato, e si esercita in cantina con la sua spada di legno. Tua zia si occupa della casa e rammenda le calze di tutto il paese, come una volta. Perfino tuo fratello non è cambiato, come se il suo tempo non corrispondesse al nostro.»

Si salutarono, poco prima del sentiero di ghiaia ed erba secca che avrebbe condotto Tommaso all’uscio. Fu grato a Gianmarco di averlo accompagnato lungo il cammino, ma in realtà avrebbe voluto scoprire tutto quanto da solo, anche se nulla era cambiato. E forse proprio per questo. Ora un’amarezza occulta l’aveva invaso. Fu accolto con il calore più affettuoso che potesse aspettarsi: tutti lo abbracciarono e lo baciarono, contenti come non mai del suo ritorno. Scambiò qualche parola con ognuno di loro, con i genitori che erano stati richiamati dal campo, con la zia dagli occhi lucidi, con il cugino più alto di lui e si stupì della tristezza velata della sorella, che era così bella, impensabile che nessuno avesse voluto sposarla.

Poi finalmente poté recarsi dal fratello.

Si guardarono a lungo, Tommaso seduto, il fratello sdraiato nella sua immobilità di infermo. Non una parola fu proferita. Gli sguardi sembravano dirsi: “Siamo rimasti gemelli, e la tua immobilità sarà sempre la mia, e i tuoi viaggi saranno sempre anche i miei”. Poi Tommaso avvicinò la sua bocca all’orecchio del fratello e gli raccontò ogni cosa vista e provata, annullandosi in quella purezza di vita non vissuta che aveva davanti, che era parte di lui, che era lui stesso. Una primitiva gioia travolse entrambi.

Nelle viscere

(di Federica Tosadori)

Erano le otto e trenta del mattino quando sentì la porta di casa chiudersi, al tocco morbido della madre. L’aveva lasciata sola e questa di per sé era già stata una scelta.

Sylvia si sedette al tavolo della cucina. Agosto fuori splendeva di raggi e bagliori caldi: l’estate era lì, oltre i vetri. Spalancò la finestra e respirò forte, provando un dolore occulto, inaspettato. Fuori era agosto, ma dentro le sembrava di sentire solo una rugiada fredda poggiarsi sui mobili di legno, sulle stoviglie, sul pane della colazione. Era forse lei a causarlo?

Progettò matematicamente ogni movimento. Non suo, ma della gente fuori, che viveva. Il ragazzo dei giornali sarebbe passato tra una mezz’oretta, a lanciare quella carta grigia sull’erba del suo cortile, macchia scomposta. Poi la Signora Smith con il suo cocker piumoso. E il corvo nero, che sempre la osservava dal ramo più basso della betulla in giardino. Non vide nulla di tutto questo. Finì il suo caffè e si ritrovò in camera. Erano giorni che non dormiva, ma la vista del letto non le fece alcun effetto. Nel secondo cassetto del comodino sapeva esserci il suo sonnifero.
Quando tornò in cucina, prese un foglio dal mobiletto del telefono e scrisse: “Sono andata a fare una lunga passeggiata”. Ora le serviva solo dell’acqua.

Prima di scendere nello scantinato restò per qualche minuto a osservare una foto, poggiata di traverso sullo scaffale marrone del soggiorno. Dal grigio della carta vide suo padre osservarla da un tempo remoto in cui esisteva, e insieme a lui esistevano insetti grandi, arruffati, pelosi di lana gialla. Faceva l’entomologo e trattava i bombi, le api e le vespe come fossero un tesoro. Lei, Sylvia, il suo piccolo moscerino malato, non capiva niente: il suo amore, la sua lingua europea quando parlava con gli amici tedeschi, il perché avesse deciso di non curare la sua cancrena. “Vengo a trovarti papà”.

Le scale dello scantinato erano di legno, ripide, ma non si accorse nemmeno di compierne la discesa. Aveva l’acqua in una mano, e il sonnifero nell’altra. Sapeva già dove andare.

Quando posizionò l’ultimo pezzo di legno sulla catasta fu invasa dal buio. L’acqua era già finita e i sonniferi pure. Si era nascosta davvero bene, dietro quella montagna di pezzi di albero morti. Sua madre non avrebbe mai potuto sospettare di trovarla in cantina, suo fratello nemmeno, non ci andava mai, e tantomeno avrebbero avuto bisogno della legna il 24 d’agosto.
Neppure il corvo nero l’avrebbe guardata morire e decomporsi come una foglia secca, come una ragazza sola, una donna che non poteva essere ciò che desiderava. Infelice si distese e sentì la pelle appoggiarsi alla terra fredda. Divenne con lei un tutt’uno di sabbia e pietruzze, interiora e ghiaia di casa rovinata, maceria umana. Si addormentò quasi subito e perse conoscenza.
Perse la conoscenza dei nomi degli alberi che aveva imparato a scuola, del colore degli occhi di sua madre, dei volti delle sue compagne di università, ragazze americane costruite di stereotipi e gonne a campana. Si ritrovò tra le pagine di un dizionario, ma non riuscì a leggere le parole che aveva intorno: le vorticava in testa una poesia pura, sentimenti che finalmente non avevano bisogno di un vocabolario per essere espressi. Non una goccia di paura, solo ronzio di mosche e un bruciore lungo tutta la guancia sinistra, ma veniva da lontano, dalla vita. Divenne un fantasma di vento e luce. Tutto finì, e le fu impensabile credere in un’esistenza oltre quel silenzio. Eppure fu.

Warren urlò, quando scoprì la sorella scura di polvere dopo due giorni dalla sua scomparsa. Mugugnava come un vecchio animale ferito, che ormai senza leggi di natura è disposto con il suo verso a farsi trovare dal primo predatore affamato. La portarono in ospedale e scoprirono che si era salvata, vomitando inconsapevolmente tutto il sonnifero ingerito. A ricordare quel gesto, solo un’abrasione, come una bruciatura di fiamma oscura, sulla guancia sinistra. Quando Sylvia aprì gli occhi e realizzò il suo respiro, le sembrò incredibile rivedere l’estate oltre il vetro della finestra. Ora doveva continuare a vivere, come possono vivere le anime già morte. E poteva sentire a ogni battito la condanna del corvo nero, infelice più di lei, di rivederla ancora.

Si tagliò i capelli e si fece bionda. Comprò una macchina da scrivere nuova da cui far nascere le sue poesie, e scelse un altro giorno, solo un po’ più in là, per svanire: trasparente come gas che divora l’ossigeno.

 

CORVO NERO IN TEMPO PIOVOSO
Sylvia Plath
(1956)

[..] So soltanto che un corvo
che si rassetta le piume può brillare a tal punto
da afferrare i miei sensi, issare a forza
le palpebre, e accordare

una breve tregua alla paura
della neutralità assoluta. Con un po’ di fortuna,
arrancando testarda in questa stagione
faticosa, metterò
insieme una contentezza,

più o meno. I miracoli avvengono,
se vogliamo chiamare miracoli quegli spasmodici
scherzi di radianza. Ricomincia l’attesa,
la lunga attesa dell’angelo,
di quella rara, aleatoria discesa.