Gatti molto speciali

(di Isabella Gavazzi)

Gatti molto speciali è un libro di Doris Lessing, premio Nobel per la letteratura nel 2007. L’autrice, vissuta in una prima infanzia in Iran, per poi spostarsi con la famiglia nell’allora Rhodesia – ora Zimbabwe – e successivamente a Londra, racconta il rapporto con i gatti che hanno costellato la sua vita, ricordando soprattutto quelli che più le sono rimasti impressi per atteggiamenti e avventure.

Non si tratta di un libro in cui gli animali vengono descritti e sono protagonisti della storia, anzi, in realtà non ha una vera e propria trama: come un diario, essi vengono ricordati dalla Lessing, in un testo-confessione di tutto ciò che nella sua vita ha comportato la parola “gatto”.

È un libro sicuramente diverso da ciò che ci si aspetta mentre ci si accinge ad aprirlo, perché rivela, già dalle sue prime pagine, una crudezza che difficilmente si potrebbe abbinare al tema.
L’autrice, infatti, rivive la quantità di gatti che ha posseduto con la famiglia nella tenuta di campagna in Africa, in cui questi, non sterilizzati e lasciati quasi allo stato selvatico, erano molto diversi dalla nostra immagine di felino domestico.
Questo pullulare di animali era controllato, dalla madre della protagonista – descritta in poche frasi come una donna decisa e austera – attraverso soppressioni di intere cucciolate . Si è riportati, quindi, in un contesto di vita contadina a noi lontana, in cui il gatto non è altro che un predatore per i topi e che, quando la riproduzione è considerata esagerata, deve essere eliminato. Una visione cruda che rispecchia il passato, ma che la donna vive come se fosse una cosa normale, essendo cresciuta in questo clima. I loro gatti non avevano nomi, non erano particolarmente affettuosi e se sparivano era normale farsene una ragione e continuare la vita di tutti i giorni.

Il cambiamento avviene quando si trasferisce nei sobborghi di Londra, dove non mancano i gatti: questi però sono uno o al massimo due, e l’attenzione data loro è completamente diversa, così come il rapporto con gli umani. Sono animali ben tenuti, curati e portati spesso dal veterinario, con i quali la Lessing parla, dialoga e li umanizza.

Sono compagni di casa e di vita che lei descrive come se fossero a tutti gli effetti delle persone: i suoi amici a quattro zampe sono gelosi, educati, vigliacchi come se fossero umani, gli stessi che non compaiono mai direttamente nel libro.

Gatti, solo gatti o al massimo persone che hanno aiutato la vita del gatto, quindi veterinari, il tutto non in toni sdolcinati e mielosi tipici di chi si rapporta con un animale, anzi.
La sua è un’analisi che muove da basi quasi antropologiche, in modo scientifico e analitico. Ogni azione del gatto viene da lei spiegata con fare meticoloso e attento, senza mai lasciarsi andare a sentimenti di tenerezza: è una spettatrice della vita dei suoi amici gatti fin dalla più tenera età e riesce ad interpretare le esigenze e i bisogni dei gatti.

“Durante il giorno sedeva sul marciapiedi, guardando il traffico, oppure entrava e usciva dai negozi: un vecchio gatto di città, un gatto gentile, un gatto senza pretese.”

Solo nel finale si può trovare un lato melanconico e affettuoso, rivolto a un gatto di nome Rufus, trovatello malconcio accolto nella sua casa, curato e accudito per quattro anni:

“Una volta, mentre dormiva, io lo accarezzai per svegliarlo e fargli prendere la medicina, lui emerse dal sonno con quell’affettuoso gorgoglio di saluto, carico di affetto e di fiducia, che i gatti riserbano a coloro che amano, ai gatti che amano. Ma quando si accorse che ero io tornò a essere il se stesso di sempre, educato e pieno di gratitudine, e io mi accorsi che quella era stata la sola volta in cui lo avevo sentito emettere quel verso particolare. È il verso con cui le mamme salutano i loro gattini, e i gattini salutano le loro mamme. Forse aveva sognato di quando era cucciolo? O forse aveva addirittura sognato quegli umani che lo avevano posseduto da gattino o giovane gatto, ma poi se n’erano andati e lo avevano abbandonato. Sentito così, alla fine, quel verso turbava e faceva male, perché non lo aveva mai fatto nemmeno quando faceva le fusa come un motorino, per dimostrare la sua gratitudine. […] La fiducia, l’amore che aveva riposto in qualcuno, una volta erano stati così profondamente traditi, che quel gatto non aveva potuto consentirsi mai più di voler bene di nuovo”.

Un libro intero sull’analisi del gatto in tutte le sue sfaccettature comportamentali, in cui l’autrice non è altro che una spettatrice al pari del lettore: le parti si invertono e l’uomo diventa osservatore silenzioso di un animale con sentimenti che ricordano tutti noi.

Kitchen: Una delicatezza struggente

(di Francesca Ferrara)

Io non sono del mestiere. Non ho studiato lettere e non ho propriamente trascorso l’adolescenza a divorare i classici della letteratura. Alle medie e alle superiori ero più vicina alla definizione di otaku, il corrispondente giapponese del nerd.

Considerando la maggior fruibilità del mezzo (almeno per me) e la biblioteca sterminata di traduzioni in inglese disponibile online, devo aver sfogliato più manga che romanzi nella mia vita. Perciò Kitchen (Feltrinelli, 1991) mi ha subito incuriosito per la sua quarta di copertina:  “una rielaborazione letteraria dello stile dei fumetti giapponesi”.

In effetti, il libro d’esordio di Banana Yoshimoto può sembrare piatto e vuoto a chi non ha dimestichezza con i manga e con il genere shoujo in particolare. Una categoria rivolta ad un giovanissimo pubblico femminile e riconoscibile da alcuni ingredienti: amicizia, primi amori, ambientazione scolastica, uso raffinato di retini per chiaroscuri e per sfondi soffusi, linea di contorno sottile e uniforme, per figure senza peso.

Nonostante la componente romantica e sentimentale, Kitchen si distingue certamente per la sua forte carica drammatica: terreno comune dei personaggi, primari e secondari, è il lutto insieme alla solitudine che ne consegue. Una condizione vissuta in maniera diversa da Mikage e Satsuki, protagoniste rispettivamente di Kitchen e Plenilunio (o Kitchen 2) e di Moonlight Shadow, terzo capitolo e racconto di chiusura. Per la prima la solitudine è una condanna quasi custodita, per la seconda un’apatia da cui evadere.

Gli elementi shoujo però trionfano nell’estetica, nelle inquadrature e nella leggerezza della penna dell’autrice.

La luce è la regina dell’intero libro. Descritta in qualsiasi scena, che sia naturale o artificiale, e mai uguale. Su di essa vengono spese ben più parole che sull’ambientazione fisica, soltanto accennata, a marcare così l’atmosfera surreale e di sospensione che permea la lettura.

La luce è nutrimento agognato per chi non la possiede. Proprio così, è un attributo personale. Ci sono personaggi che irradiano luce propria, come Eriko, figura genitoriale e di supporto, e altri che possono solo vestirne il riflesso, come Mikage e Yuichi, ultimi superstiti delle rispettive famiglie. A loro non resta che muoversi nell’ombra, incontrandosi nella notte o nel tessuto onirico.

Allo studio minuzioso della luce si accompagna l’assenza di contatto. Con l’eccezione di una sola scena, i personaggi del libro non si toccano mai l’un l’altro. Così Mikage spiega il suo rapporto con Yuichi:

“Per ognuno dei due l’altro era sicuramente la persona più vicina al mondo, l’amico insostituibile. Tuttavia non ci tenevamo per mano. La nostra natura ci spinge a reggerci in piedi da soli, per quanto disperati possiamo essere.” (Pag. 63)

Quando presente, il contatto è aggressione, è morte; come nell’omicidio di Eriko o nell’incidente stradale che in Moonlight Shadow ha ucciso Hitoshi e Yumiko.

In questo racconto l’assenza della persona amata viene descritta in modo chirurgico – con quello che si offre, a mio parere, come un’infodump rispetto alla discrezione e al perfetto bilanciamento dei primi due capitoli – e il tocco fisico può esistere soltanto nei ricordi.

L’apice si raggiunge quando, in occasione del Tanabata (congiuntura astrale carissima ai lettori di shoujo), a Satsuki è concesso di rivedere l’amato, Hitoshi. I due non possono toccarsi né parlarsi, ma solo guardarsi per una manciata di secondi.

Banana Yoshimoto lascia raccontare ai suoi personaggi la desolazione e la silente disperazione del sopravvissuto che si trascina in ogni nuovo giorno. Eppure riesce a farlo importando e traducendo in parole il tratto distintivo del genere shoujo: la delicatezza.

Ci rendiamo conto che questa scelta di stile non ha intaccato la drammaticità del testo quando, in piedi sul ponte accanto a Satsuki, anche noi ci commuoviamo alla vista del suo compagno. Proiezione nella foschia sopra l’acqua del fiume, che la guarda “preoccupato, come sempre quando facevo qualcosa di irragionevole”, prima di sbiadire nell’alba e sorriderle “agitando la mano molte, molte volte” per salutarla (pagg. 128-129).

Banana Yoshimoto è una di quelle autrici che piace o non piace, senza vie di mezzo. Ma se leggendola vi ritrovate a nascondere occhi gonfi e labbro tremulo dietro la copertina, mentre tornate dal lavoro su un treno gremito, probabilmente rientrate nella prima categoria.

Chi perturba chi

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Il perturbante, di Giuseppe Imbrogno, e posso parlare di un romanzo intelligente, originale, coraggioso e ben scritto.
Il protagonista, di mestiere, è analista del mercato e della società: è uno dei più bravi, lavora per un società leader del settore capeggiata da un guru del settore… gente che sa cosa davvero ciascuno di noi compra, muove e pensa ogni giorno.
Una figura dell’oggi che guarda all’interno di esso, tracciando linee dalla carta di credito alla spazzatura; un personaggio che esiste al di sopra dell’attualità e che di letterario pare avere poco. Soprattutto perché delinea un’antropologia obliqua quanto inquietante: l’umanità non lotta, ama, odia, lavora, progetta, mette su casa; l’umanità compra, e solo sul comprare viene definita come umanità.

Il protagonista non ha limiti morali, politici, etici. Ne ha uno solo, l’imperativo categorico del suo mondo di guardoni high tech, ripetuto di continuo dal guru: osservare solamente, raccogliere dati, non entrare in contatto con l’oggetto. Distacco, perché se intervieni o ti fai prendere troppo da ciò che leggi nel mondo lo influenzi, quello cambia e tu devi cominciare da capo.
Oggettività. Metodo. Disciplina intellettuale e interiore.
Il protagonista si sente onnipotente e, forte della sua esperienza e dell’imperativo categorico, ritiene di poter conoscere ancora più a fondo l’oggetto umano che ha di fronte. Un salto di qualità professionale e fin filosofico, noumenico, kantiano: cosa c’è al centro dei dati, dell’oggetto, della società che studia?

Si sceglie come oggetto un tizio che l’ha incuriosito e che conosce appena. Ne nasce uno stalking thriller di sottile suspense, un blues metropolitano dalla dizione lenta ma con in sottofondo un ritmo di basso febbrile quanto frenetico. Vi tiene lì dal primo minuto all’ultimo, questo Thelonious Monk della parola che è Giuseppe Imbrogno.
L’analista scende sulla terra, si fa uomo, si incarna nell’oggetto, passeggia come l’oggetto, mangia le stesse cose dell’oggetto (per esempio, ingurgita a forza barbabietole che odia), va in palestra con la moglie dell’oggetto senza che questo implichi chissà che romanticismo… la moglie dell’oggetto diventa a sua volta oggetto.

Leggetelo, Il perturbante. È uno dei rari testi di narrativa contemporanea che si pone il compito di leggere l’attualità – quella vera, quella tre passi avanti di ciò che discorriamo come quotidiano, politica, esistenza – e lo fa senza cadere in luoghi comuni.
Il centro dell’oggetto umano cui l’analista arriva non è tranquillizzante… cosa siamo veramente, oltre a ciò che acquistiamo?

Le tre del mattino

(di Francesca Ferrara)

Fare un regalo azzeccato dà sempre una grande soddisfazione. Ne dà una persino più grande, però, riappropriarci di quello stesso regalo perché, in realtà, era piaciuto anche a noi.

Le tre del mattino di Gianrico Carofiglio (Einaudi, 2017) l’avevo impacchettato in una elegante carta di Natale, scrivendo “per mamma” sul bigliettino. Poi ai primi di gennaio ho indossato la mia migliore faccia tosta e: “Senti, visto che non l’hai ancora iniziato, va bene se lo leggo per prima? E poi ti ho regalato anche quello nuovo di Isabel Allende, puoi cominciare da quello, no?”.

Di Carofiglio non avevo mai letto nulla. Mia madre ha una predilezione per i suoi titoli, me lo aveva raccomandato più volte, ma io sono testarda: cedo alle sperimentazioni solo quando sono io a deciderlo.

Ironia kharmica, a posteriori ho scoperto che quest’ultimo romanzo esula totalmente dal genere in cui Gianrico di solito si muove, ossia i gialli giudiziari. Le tre del mattino è imperniato su una struttura molto più semplice: di fatto, è un’unica lunga conversazione, di due giorni e due notti, tra un padre e un figlio.

Un dialogo intergenerazionale fra un adolescente e un genitore, entrambi maschi, con un rapporto disfunzionale. Già da questa premessa, mentre esaminavo la copertina, mi aveva conquistata: avrei dovuto leggerlo. A breve. (Perdoname, madre.)

In parte per la scrittura di Carofiglio, in parte e soprattutto per l’impostazione lineare del libro, la lettura scivola pagina dopo pagina. È una chiacchierata, in principio difficoltosa ma poi sempre più sciolta. Perché la situazione è surreale, i due sono costretti per disposizioni mediche a restare svegli per due intere giornate, in una città straniera dove non conoscono nessuno. Qualsiasi attrito possa stridere fra loro, le circostanze lo ammorbidiscono, lo ridimensionano in un lieve imbarazzo e infine lo disciolgono.

Parlano di tutto ciò di cui un ragazzo di diciotto anni e un uomo di cinquanta potrebbero parlare, con la libertà data proprio dal fatto di non avere avuto un rapporto padre-figlio per un decennio. Io, che all’anagrafe sono ormai prossima ai trenta e che sono precocemente vecchia nello spirito, ho potuto ritrovarmi nei timori e nelle incertezze del primo tanto quanto nella disillusione e nell’amarezza del secondo.

– Com’eri alla mia età?
[…]
– Mi piacevano la musica e la matematica. Sognavo di diventare un pianista jazz e un grande matematico. Su due aspirazioni, diciamo che me ne è riuscita mezza.
– Cosa vuoi dire?
– Non sono diventato un pianista jazz e sono diventato al massimo un buon matematico. Fantasticavo di passare alla storia per aver dimostrato il teorema di Fermat, non ci sono riuscito e certo nessuno si ricorderà delle mie modeste intuizioni.

Così succede che sfogli un capitolo dopo l’altro, perché non riesci a stancarti di essere spettatore partecipante di questa conversazione formativa; e al contempo ti crucci perché la fine del libro si avvicina e non sei pronto per la separazione.

– Qualche volta ho riflettuto su come deve essere suicidarsi.
– Anche a me è capitato. […] Ai tempi del liceo. Poi una sera, verso la fine dell’università, mi è successo di parlarne con alcuni amici. […] Bevemmo parecchio, passammo alle confidenze e a un certo punto io confessai di aver pensato al suicidio. Credevo che i miei amici sarebbero rimasti sconvolti. E in un certo senso accadde, ma non per il motivo che immaginavo io. Era capitato a tutti e ognuno di noi, invece, era convinto fosse un’esperienza rarissima ed esclusiva.

Verità ben circoscritte, che non sempre vengono approfondite o sviscerate. Perché i due non hanno un dialogo da troppo tempo, hanno molto da recuperare, e ciò che conta ora è placare i morsi della fame. Per saziarsi ci saranno altre occasioni, in futuro.

Lo ammetto, alcuni sviluppi sono prevedibili, ma questo non è un libro concepito per stupire. È un libro che prende i nostri dubbi, i nostri rituali, le nostre peculiarità e tutti quegli intimi dettagli che, a nostro avviso, ci rendono unici, nel bene e nel male, e li svela nella loro ordinarietà.  Facendoci scoprire analogie là dove mai avremmo sospettato.

Gli orsi e le scrittrici

(di Luciano Sartirana)

Ho letto Memorie di un’orsa polare, di Yoko Tawada.
Da una parte ci sono tre orsi bianchi, imparentati in verticale tra loro lungo decine di anni.
La prima era un’orsa che si esibiva in un circo sovietico, una vera diva della corsa, del salto e del lazzo fra bambini e funzionari di partito. Una volta che il suo corpo grosso non l’assecondava più nella sua vita di lustrini, si è messa a scrivere la sua autobiografia e ha sfondato anche lì.
La seconda è la figlia Tosca, che nasce rocambolescamente in Canada e si trasferisce nella DDR ripercorrendo le tracce della capostipite: volteggia in un circo, soprattutto come ballerina di tango. Non viene raccontata dalla sua penna (!!!), ma dall’addestratrice Barbara con la quale ha un legame pressoché simbiotico.
Il terzo è Knut, che rinuncia a velleità d’arte ma – una volta capito cosa ha da guadagnarci in termini di cibo e benessere – diventa la mascotte dello zoo di Berlino, assecondando i babbei che si assiepano per osservarlo.
Una cosa li accomuna: nessuno di loro è mai stato al Polo Nord, e neanche nei suoi paraggi. E un’altra, più profonda… la vicinanza con gli umani fa sì che ne assumano le mosse, i desideri di successo (la scrittura), i sogni, le frustrazioni, le manie. Decisamente ricambiati, perché anche gli umani che li frequentano non sono tanto diversi; e spesso il racconto, lo stile, il monologo interiore come le ansie da artisti ce li fanno confondere e porre sullo stesso piano precario: vogliamo grandi cose, per noi e per chi amiamo; ma viviamo tutti sotto l’incubo del disastro ambientale e della reciproca schiavitù quotidiana.
Una favola surreale apparentemente giocosa, comunque priva di ogni leziosità o carinerie (“se guardi un orso negli occhi non ci vedi un bel niente…”, si dice a un certo punto). Una grande riflessione filosofica sotto forma di gita tra gli anni, i circhi, i regimi e lo scrivere.
Yoko Tawada è nata a Tokyo nel 1960 e vive in Germania dal 1982, prima ad Amburgo e oggi a Berlino. Scrive sia in giapponese che in tedesco. Questo è il suo primo romanzo pubblicato in Italia.

Se ti svaligiassero casa?

 (di Alice Borghi)

Io personalmente adoro spulciare le librerie degli altri, amici, parenti, conoscenti. Si capisce molto di una persona dai libri che legge. E’ proprio curiosando in una di queste librerie che ho trovato questo volumetto, “Nudi e crudi”, di Alan Bennett. Provate a immaginare la mia gioia a tenerlo in mano, e poi quando l’ho preso in prestito, al pensiero dell’ironia pungente che ci avrei trovato leggendolo. Ricordavo di aver già adorato Gli studenti di storia – visto anche a teatro e adorato anche lì.
Questo romanzo è forse meno platealmente divertente, non ci sono battute alle quali ridere o situazioni esageratamente comiche.

A ben vedere, fin da subito la situazione è piuttosto tragica, dato che il signore e la signora Ransome tornando dall’opera una sera si trovano la casa svaligiata. Qualcuno è entrato a casa loro e l’ha svuotata completamente. La scoperta tragica è raccontata con un’ironia da maestro: è sparita la cucina, compreso l’arrosto che cuoceva in forno; è sparito il salotto con il prezioso stereo che il signor Ransome usa per ascoltare il suo adorato Mozart.

Come reagiscono i due coniugi al furto? La storia è tutta qui. Da un lato la signora Ransome subito si arrende alla realtà e alla necessità di andare avanti: la perdita di tutto può essere l’occasione per ricominciare da zero e aprirsi alle novità, come i programmi televisivi del pomeriggio e il negozio sotto casa gestito da un indiano. Dall’altra parte c’è il signor Ransome, testardo e assolutamente deciso a scoprire il colpevole del furto e a riprendersi casa sua. La soluzione del caso è ovviamente esilarante e nonsense, facile da accettare per la signora Ransome, alla quale il cambiamento non fa più paura, ma impossibile da digerire per il marito.

Insomma, una bella metafora sull’inevitabilità e la difficoltà del cambiamento.

Paradisi minori

(di Monica Frigerio)

Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman, edito in Italia da NN Editore, è una raccolta di racconti che sanno di natura, di scontri, di spazi aperti, di maternità e famiglia, di sentimenti delicati. Decisamente una delle scoperte più felici di questo 2017.

“In famiglia, sono io che porto a casa i soldi e sono io la casalinga”. Tutto comincia così, con una donna che con il figlio di sette anni percorre in macchina centinaia di chilometri per andare a rivedere un pappagallo.
Il che potrebbe essere assurdo se non fosse che questo pappagallo, vecchio animale di famiglia che ora si trova in uno zoo vicino a Myrtle Beach, sa parlare con la stessa voce della madre ormai defunta. Una madre con la quale la protagonista di Housewifely Arts (tradotto Le arti della casalinga) non è mai andata d’accordo, ma che ora ha disperatamente bisogno di ritrovare al suo fianco anche se solo attraverso questo strano escamotage pennuto.
Un’overture che apre la pista ad altre undici storie molto diverse ma in fondo simili, accomunate dall’apparire di un animale che fa da controparte alla presenza umana lungo tutti i racconti e che, in qualche modo, influenza le loro vite.
Al centro quasi sempre donne in situazioni scomode, che devono scegliere tra un uomo e le loro idee, che si preoccupano di sterminare locuste in cantina piuttosto che vivere accanto al padre che soffre di demenza senile, e che fanno tutto questo camminando attraverso le loro vulnerabilità, le loro manie e fissazioni con una forza quieta e per niente invadente che lascia spiazzati e in fondo anche un po’ commossi perché in loro ritroviamo le nostre stesse debolezze e le lotte silenziose che ogni giorno combattiamo con noi stessi per far sì che la macchina vada avanti.
A fare da sfondo, quasi sottotesto, alle vicende è il Sud degli Stati Uniti, dove la stessa Bergman è nata (North Carolina) tra paesaggi selvaggi e vegetazione rigogliosa, da cui spesso le protagoniste sembrano ritrovare linfa e slancio vitale.

Per esempio in Birds of a Lesser Paradise (Uccelli di un paradiso minore), racconto che dà il titolo a tutta la raccolta, Mae, dopo essersi laureata in Biologia della conservazione, decide di ritornare nella piccola cittadina del North Carolina dove è nata perché aveva “bisogno di un posto dove poter guardare fuori dalla finestra senza vedere cose fatte dall’uomo”. Qui aiuta il padre a gestire il suo business organizzando gite di birdwatching nella palude e incontra Smith, un ragazzo di cui si infatua che vive in un quartiere abbandonato della città e lui stesso appassionato di birdwatching. Insieme i tre si inoltrano nella palude alla ricerca di un esemplare dell’apparentemente estinto picchio dal becco avorio, in un’avventura che renderà Mae “furiosamente viva”.
In The Right Company (La compagnia giusta), la narratrice lascia il marito, studioso di comportamento animale, in seguito a ripetuti tradimenti e decide di rifugiarsi in un cottage di legno lontano da tutti con la consapevolezza che si sentirà sola, ma che deve sentirsi intitolata di vivere come e dove vuole.
Sebbene non sia credente decide di attaccare alla testiera del letto un dipinto a olio della Vergine Maria con una molletta usata per chiudere i sacchetti delle patatine e ogni sera prega affinché la aiuti a rimanere casta e razionale per dimenticare gli uomini ed essere felice.
In The Two-Thousand-Dollar Sock (Il calzino da duemila dollari) una donna vorrebbe fare operare il suo cane che ancora una volta ha ingoiato un calzino senza riuscire ad espellerlo, ma lei e il marito non possono permetterselo. Per di più si ritrova ad affrontare un orso che ha scoperto le arnie piene di miele nel loro giardino e ogni giorno ritorna devastandole. Lascia che Vito, il pastore tedesco, di guardia insieme a lei durante la notte e ormai allo stremo delle forze, faccia un ultimo scatto, rapido e deciso, verso l’orso subito dopo averlo fiutato. Sa che non sarà necessario spiegare alla loro bambina come è morto il suo primo cane perché “Poppy capisce, meglio di tutti noi, l’urgenza di avere quello che si desidera […] si fida ancora del richiamo puro del desiderio” che un giorno la allontanerà da ciò che le è familiare.

La scrittura della Bergman è compatta, precisa, a tratti poetica nella sua semplicità, esattamente come i paesaggi che dipinge. La vena di humour che inserisce nei suoi racconti acuta e intelligente. Colpiscono perché sebbene siano abitati da persone che in un modo o nell’altro soffrono e hanno il cuore spezzato e la casa invasa da animali di ogni sorta, non c’è traccia di patetismo e non ci si sente a disagio per loro. Traggono forza dal loro isolamento, dal loro patto segreto siglato con le creature bizzarre che li circondano e ci attraggono perché l’idea di una libertà autentica è sempre seducente. Perché, come direbbe Thoreau, ci fanno entrare nei boschi e assaporare un po’ di quella efferatezza e spontaneità propria del regno animale.
“Riconosci l’autorità di qualcuno solo quando se l’è guadagnata” si dice alla fine del racconto che chiude la raccolta, e sembra davvero una galassia distante dal caos delle nostre città.

 

Il magico potere di Raymond

(di Francesca Ferrara)

Una volta mi hanno detto che nelle mie recensioni si sente la voce del mio tempo, non la mia.

Se ho capito bene, una cosa è fare un’analisi su trama, personaggi, stile e chiudere col perché sia importante leggere un libro (o evitarlo come il bagno di un treno regionale a fine giornata). Un’altra è spiegare, agli altri ma soprattutto a se stessi, l’effetto che quel libro ha avuto su di noi in quanto noi, non in quanto lettori intercambiabili.

Ora, per me è già difficile scrivere una recensione cosiddetta standard, perché non sono del mestiere. Poi mi sono detta: siamo sotto Natale, proviamo a farci questo bagno di introspezione emotiva.

Come ho accennato, non sono del mestiere e io, Raymond Carver, non sapevo nemmeno chi fosse. L’ho sentito nominare per la prima volta al corso di scrittura creativa, poi in una serie tv e infine ho comprato Di cosa parliamo quando parliamo d’amore (Einaudi, 2015).

A quel tempo, lo scorso inverno, stavo assaporando lo stato selvaggio del post-laurea e inviavo CV aberranti. Nell’attesa, aiutavo mio padre nel suo Studio di contabilità e spesso, la sera, tornavamo a casa in macchina tutti insieme. Lui, mia madre ed io. È stato proprio lì, sui sedili posteriori e alla luce altalenante dei lampioni, che ho iniziato a leggere le parole di Raymond.

Il formato dei racconti non mi ha mai conquistata: troppo poco spazio per coinvolgermi. Carver però ti fa subito accomodare fra le sue righe, perché parla di noi e di quello che nascondiamo, o ci aspetta in agguato, tra le maglie della quotidianità.

Veniamo messi di fronte a noi stessi nella nostra interezza. Ai sentimenti, i pericoli, le paure, i demoni che cerchiamo di ignorare o reprimere, ma che alla fine riescono ad agire.

Il primo pensiero va al finale di Di’ alle donne che usciamo, ma più in generale i racconti si incentrano su una rivelazione, un risvolto o una presa di coscienza amari. In Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio, Nancy si avvicina a catturare, per un istante, il senso del mondo che la circonda e del suo ruolo in esso, ma infine soccombe all’urgenza di addormentarsi per non compromettere la routine che quello stesso mondo le impone.

Anche quando sembra esserci una reazione, come in Mirino, in realtà non c’è un vero miglioramento della condizione del protagonista: quando avrà esaurito i sassi da lanciare dal tetto, rimarrà comunque un uomo abbandonato dai propri familiari. Forse l’intesa con il fotografo che ha bussato alla sua porta lo strapperà alla solitudine? Non lo sappiamo.

Esatto, non lo sappiamo. Il terreno comune, capitolo dopo capitolo, sembra essere un’insanabile tensione malinconica. Tensione verso il passato o il futuro, l’ignoto o il taciuto. È questa, insomma, a permeare silente le nostre giornate.

Perché non ballate?, il racconto di apertura, ha un affascinante potere suggestivo: un incontro casuale che porta ad una compravendita che porta ad una danza fra sconosciuti. Cosa ne resta, però? L’incapacità per la ragazza di raccontare quanto ha vissuto e provato: fatica ad esprimerlo, fatica a farsi capire da chi non era lì. Fatica a capirlo lei stessa. Alla fine, rinuncia e smette di parlarne. Una rassegnazione che sminuisce quanto accaduto fino a farlo scomparire.

Forse non ho capito un accidenti di Carver, ma questo retrogusto agro(dolce?) è quello che la sua scrittura mi ha lasciato.

Per questo adesso non sono in grado di leggere altre sue raccolte; da mesi Cattedrale mi osserva dalla mensola… Adesso che sono imbrigliata da un lavoro, un buon lavoro che però (per dirla alla Kondo e fingermi al passo con le tendenze) non mi dà gioia.

Non sarebbe più un viaggio nella polivalenza delle esperienze umane o una lezione di stile narrativo. Sarebbe come scottarsi volutamente con pensieri e retropensieri che, al momento, mi renderebbero ancora più difficile permanere nella mia posizione.

I libri di Carver per me sono una persona seduta vicina, vicinissima a me sul sedile, e che di me riesce a vedere tutto. Nel bene e nel male.

Non so se questa volta la mia voce sia riuscita a distinguersi, ma di un punto sono sicura: per essere un articolo pubblicato a meno di due settimane dal Natale, è tutt’altro che festoso…!

Colei che fu più amata

(di Luciano Sartirana)

Poco tempo fa ho letto il libro La più amata, di Teresa Ciabatti.
Il padre, Lorenzo, aveva studiato Medicina negli States, era tornato e aveva fatto una brillante carriera fino a diventare primario dell’ospedale di Orbetello, in provincia di Grosseto. È amato e stimato da tutti, è considerato un benefattore, è fortemente presente nella vita pubblica di mezza Toscana a partire dalla città di origine, Grosseto. Ci sono amicizie altolocate, c’è la proprietà di famiglia del palazzo più alto della città, ci sono ricevimenti e vacanze nella villa sul mare… c’è questa bimbetta adoratissima e piena di cose e belle giornate.
Un’immagine irritante e altezzosa della bimbetta, del papà notabile e della sua famiglia, delle feste dove ci si vanta della partecipazione di personaggi ributtanti come Licio Gelli, Giorgio Almirante e uno zio che prenderà parte al tentativo di golpe fascista del dicembre 1970 (quello di Borghese).
Ma – parola dopo parola, aggettivo dopo aggettivo – Teresa Ciabatti scava in casa sua, guarda in faccia l’illustre papà e quanto nasconde ai suoi stessi cari, condivide momenti sempre più sinceri e difficili con sua mamma, ricorda le difficoltà nel crescere in quest’atmosfera così ingombrante.
Un percorso di tenacia, di sensibilità. Di dolore.
Soprattutto, è la sua scrittura a parlare per lei: dubbiosa, frammentata, in continua rincorsa avanti e indietro nel tempo per rivivere in modo critico scene ed episodi, parole, equivoci, voci sommesse nella casa. La più amata diventa la più inquieta e la più vicina alla verità. Un cammino che ne mina la stessa possibilità di essere felice, come invece le pareva le fosse promesso nell’infanzia. Una scrittura che fatica a trovare fluidità narrativa, ma proprio per questo è pregio e forza, è coraggio ed è assolutamente degna di essere letta.

Sono tornata ai francesi…

(di Alice Borghi)

Sono tornata ai francesi. Pennac mi mancava però. Cosa posso scrivere che non sia ancora stato scritto di questo romanzo, il secondo della bellissima saga di Malaussène? Credo poco, purtroppo. Non mi ha fatto passare notti insonni, e per fortuna. Mi ha divertito, e molto. E’ infarcito di stranezze, eppure è molto banale nella trama: lo spunto è un evento di cronaca nera, qualcuno a Belleville si diverte a uccidere le vecchiette. Ma fin dall’inizio il poliziesco è usato per giocare sul filo del ridicolo: se qualcuno uccide le vecchiette, com’è che è proprio una vecchia “fata” a sparare per prima?
Il romanzo prosegue così, a furia di rovesciamenti e carambole.
Se volete sapere come, vi consiglio di leggerlo. Scoprirete che Pennac è un vero maestro della trama e dell’ordito. Niente è lasciato al caso eppure, nello stesso tempo, La fata carabina sembra sempre un caos vorticoso.